...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

comunicati 2018

Pagine democristiane - recensione di Petro Rende

 

Lettera aperta a Sergio Rizzo  - La Repubblica

 

Sergio Rizzo, deve avere avuto una forte irritazione nel leggere le dichiarazioni di Di Maio dopo la approvazione della delibera sui vitalizi e dopo avere visto forse  le immagini gaudenti  della festa in piazza Montecitorio.

Probabilmente anche Rizzo dopo le sue forsennate campagne sull’anticasta non avrebbe potuto immaginare che la deriva potesse assumere questi sviluppi. Ricordo ancora quando in occasione di un civile confronto politico alla sua presenza unitamente a quella di Stella,  nella sala delle Colonne a Palazzo Marini, questi affermò che quando sarebbe stato messo in discussione ”il Parlamento” non avrebbe esitato a difenderlo con la “resistenza”, come i Partigiani.

Fa piacere leggere le critiche e le obiezioni di Rizzo alle disinvolte dichiarazioni di Di Maio e fa bene Rizzo a rettificarle soprattutto quando si riscontrano errori storici così grossolani. Certamente la questione è più complessa perché supera una vicenda, quella dei vitalizi, che va oltre l’intervento finanziario che finisce per investire la funzione parlamentare, il ruolo del Parlamento nell’equilibrio dei poteri.

Quello che ė intollerabile è il volere cancellare la storia democratica del Paese con tutti i pregi e i difetti. La storia del Paese non comincia con l’entrata in scena del comico genovese e del suo movimento, nè sono sessanta anni che si vogliono cancellare i vitalizi. 

Il giá questore Fraccaro, ora Ministro  ha ricordato piu volte che i vitalizi furono istituiti con seduta segreta alla vigilia di Natale del 1954.  Dimentica di ricordare che l’annualità del  bilancio andava dal 1 luglio al 30 giugno dunque era metà esercizio. La seduta si tenne il 20 maggio 1954. Ricorda altresì che il deputato di Rovereto, Veronesi espresse rilievi e perplessità. Unico tra i 264 deputati Dc rispetto al totale di 590 deputati. È vero, ma questo fa parte del pluralismo, ed è un merito. C’era rispetto per la libertà di espressione dei parlamentari. Non si firmavano obbligazioni pecuniarie preventive. Il dissenso era consentito, non c’erano le espulsioni per le opinioni espresse, come registriamo nel MoVimento. 

Ma v’è un aspetto preoccupante in questo atteggiamento di Fraccaro che assume i toni del radicalismo khomenista, della affermazione dello Stato etico, quello di assumere la posizione del deputato  Veronesi come quella giusta è quella di tutti gli altri 629 come sbagliata da cancellare, da rimuovere. E questo deve fare sobbalzare chi ha a cuore i valori della nostra democrazia. 

Quella decisione maturò in Parlamento in modo convinto. Venne dato il riconoscimento anche ai costituenti e ai deputati della prima legislatura con effetto retroattivo, ma con il pagamento del relativo riscatto.  

Il capogruppo della DC era Aldo Moro, Vice presidenti Scalfaro e Zaccagnini, segretario per l’Aula, la ferrea Elisabetta Conci, anch’essa di Trento, membri del direttivo tra gli altri, il caposcuola del diritto penale Giuseppe Bettiol, e Ludovico Montini. Non si può negare che la Dc avesse in quegli anni  un altissimo consenso elettorale e le maggioranze non fossero più solide di quelle attuali. 

Dunque le dichiarazioni di Di Maio sono assolutamente sbagliate e ha fatto bene Rizzo a farle rilevare, ma anche Rizzo parte dagli anni sessanta, tralasciando le decisioni degli anni cinquanta. Anche negli anni cinquanta ci furono quelle decisioni che ho ricordato così come ci furono tensioni sociali manifestazioni operaie, contadine, studentesche, per le questioni agrarie, per Trieste etc. Se volessi allargare la polemica potrei soffermarmi sugli anni successivi.

Vogliamo forse dimenticare che Presidenti della Camera sono stati personaggi come Pertini e Nilde Iotti, e al Senato Fanfani e Spadolini.  

Ed è proprio durante la presidenza  di Pertini  che avviene la trasformazione del vecchio fondo comune deputati e senatori, peraltro in attivo,  nel nuovo istituto di previdenza domestica. La  storia è un pochino più complessa e richiede una lettura più attenta di quanto facciano i nuovi giacobini, presi da furore che forse neppure Rizzo potesse prevedere.

Lo dimostra la arbitrarietà della cornice giuridica di applicazione così come per i calcoli sia nella retroattività che nei coefficienti di trasformazione che vanno oltre qualunque fantasioso esercizio. 


Maurizio Eufemi 

Roma, 20 luglio 2018

Attualità del popolarismo
 

Nell’ambito delle celebrazioni sturziane si è svolta a Palazzo Baldassini una interessante iniziativa culturale sull’attualità del popolarismo, come riflessione su una esperienza importante del passato, come ha sottolineato Nicola Antonetti, Presidente dell’Istituto, nella sua introduzione ai lavori, laddove la concezione del popolarismo contrasta con quella del popolo, se non in modo negativo, amorfo.

 

Per Sturzo il popolo “è una nebulosa numerica”, un “soggetto collettivo senza anima” il popolo è facilmente utilizzabile in battaglie eterodirette. Per Sturzo lo Stato è attivo, è forte, non quello minimo di impronta liberale, ma quello capace di regolare e il partito è quello che coniuga gli interessi frazionistici con quelli collettivistici e i parlamentari non sono gli ambasciatori degli interessi.

Sturzo aveva i fondamentali dei grandi giocatori e li declinava in ogni azione, intrisi di eticità.

 

Certo oggi sono cambiati i paradigmi della vita politica. Prevalgono teorie giustificazioniste che ritengono che il populismo sia l’evoluzione del popolarismo. Non è così. Basti pensare alla Carta costituzionale laddove i populisti si fermano alla lettura dell’articolo 1 primo periodo del comma due per il quale la sovranità appartiene al popolo, tralasciando “ che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, come sostiene Sturzo con forza. Non è stato tralasciato il ruolo di Sturzo nella costruzione dell’Europa - la grande eredità politica del secolo scorso - come protagonista del pensiero politico del cattolicesimo, nella affermazione dell’ideale federale dell’Europa. Sturzo lo fa nel 1918; lo fa a Napoli nel 1923, quando parla di Unione economica e doganale; lo fa a Londra nel 1928, quando parla di accordi economici finalizzati a Unione politica fino a ritenere che gli Stati Uniti dell’Europa non sono una utopia.

Tutto ciò ben prima del Manifesto di Ventotene.

Come non ricordare la lungimiranza sulla questione tedesca laddove nel 1922 sostenne che la Germania deve essere aiutata perché se prevale lo spirito nazionalista di destra si preparerebbe una catastrofe!.

V’ un punto sul quale è necessario soffermarsi. Oggi il popolarismo può essere una risposta alle linee demagogiche, soprattutto in ragione delle spinte alla democrazia diretta, quando invece il pensiero sturziano poggia sulle comunità intermedie protagoniste insieme alle formazioni sociali, ai partiti attivi sui territori, con il riconoscimento delle funzioni essenziali delle comunità intermedie, così come sancito dagli articoli 2 e 5 della Costituzione, prevalendo una visione poliedrica della democrazia come ha ricordato Gian Candido De Martin. I ruoli delle comunità intermedie sono stati inattuati, - nonostante la riforma del titolo V - spingendo verso finte autonomie spesso eterodirette da spinte centralistiche con una progressiva disattenzione verso i livelli essenziali delle prestazioni soprattutto nella tutela della salute.
 

La risposta alla deriva populista sta nel riprendere la formazione per innervare le prospettive di autonomie responsabili perché la dottrina del popolarismo poggia sulla articolazione della società, sulla famiglia, sull’autonomia territoriale in contrapposizione all’atomismo liberale e al collettivismo statale.

 

Il popolo di Sturzo – ha ricordato Dessì – non è il popolo di Rousseau. E’ un popolo autentico; non c’è leader; c’è articolazione, c’è pluralismo della società e soprattutto c’è un rapporto tra libertà e istituzioni e la libertà individuale che senza Istituzioni non esiste.

Agostino Giovagnoli, storico della Università Cattolica, si è soffermato lungamente sulla nascita del Partito Popolare lumeggiando il diciannovismo come fenomeno complesso (biennio rosso, occupazione delle fabbriche, società terrorizzata, anno della pace, vittimismo italiano della vittoria mutilata, Italia attaccata dagli altri paesi europei, la marcia su Fiume) di eventi successivi sulla spinta di disoccupazione, riconversione industriale. Oggi l’articolo 1 della Costituzione è un presidio rispetto ad ogni violazione.

 

Alternative democratiche alla democrazia rappresentativa non ve ne sono. L’attualità del popolarismo sta nel tirare fuori le energie sane del mondo cattolico, dalle reti, dai corpi intermedi, dalle formazioni sociali come ha fatto Sturzo con il partito Popolare.

Dunque è stato analizzato il rapporto popolo – populismo e il pensiero sturziano rispetto a quello di Rousseau. Dunque siamo nella attualità delle vicende di questi giorni.

 

Come non ricordare le parole di Gabriele De Rosa che scrisse “Moro ha adoperato infinite volte il termine popolo nei suoi discorsi”. Una tale insistenza ha nella sua concezione una precisa ragione: lo Stato e le Istituzioni devono essere permanentemente rinsanguate sul consenso popolare. Ma il popolo presente nella visione dello statista non è quello scheletrico ed opaco di certa sociologia, né quello esigente e vociante di talune scomposte lotte classiste.

Egli pensa , come scrive in uno dei suoi ultimi scritti, al popolo del personalismo: all’immensa trama d’amore che unisce il mondo ad esperienze religiose autentiche a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani a forme di operosità, a comunità sociali, al commovente attaccamento al proprio lavoro.

E’ il popolo di Maritain e di Sturzo.

 

Roma, 6 luglio 2018

 

La Costituzione del 1948,   il contratto e Rousseau

In questi giorni di avvio della legislatura, con un Parlamento sostanzialmente inattivo per mancanza di provvedimenti legislativi affiorano preoccupazioni sulla azione del Governo. L’assenza di iniziativa legislativa viene giustificata come miglioramento della vita dei cittadini!  La strana alleanza viene giustificata da  teorie politiche nuove. Nuovo-vecchio viene contrapposto a destra-sinistra. Si tratta di rimozioni troppo semplicistiche che servono ad avallare scelte che mettono in discussione gli orientamenti elettorali  che poggiavano su programmi alternativi. 
Ciò finisce per giustificare non il singolo cambio di casacca, ma quello di un intero blocco parlamentare,  che ha avuto consensi elettorali su un programma condiviso dall’intero schieramento di centrodestra sia nella espressione di voto uninominale che in quello proporzionale.  Si è giunti ad un accordo tra due schieramenti contrapposti che convergono su un “contratto” di programma, prendendo pezzi dell’uno e dell’altro in una sintesi difficilmente compatibile con i Trattati Internazionali. 


Lo schema Destra-Sinistra riflette però in sé importanti riferimenti culturali che non possono essere sottaciuti, come conservazione-riformismo all’interno dei quali operano forze politiche, sociali, sindacali, culturali, formazioni sociali, corpi intermedi che nella loro specificità guardano alla crescita e al dinamismo del Paese. 
Dentro lo schema Destra-Sinistra  si ritrovano, nelle varie articolazioni, le forze della Conservazione come mantenimento dell’ordine esistente, posti di privilegio o restaurazione di posizioni passate da cui trarre vantaggi in contrapposizione alle forze del progresso e del cambiamento per rimuovere l’ordine esistente con gradualità nel rifiuto della radicalità. 


Tutto ciò non può essere cancellato in nome del “Contratto” dando esaltazione alle teorie politiche  che vendono nella società e il fondamento del potere politico,  appunto nel “contratto” per fondare il potere sul consenso che per Rousseau è la sola forma di progresso. 
E qui sorgono i problemi: quale è la funzione e il ruolo del potere legislativo? 
E’ forse il popolo stesso ad autogovernarsi senza mediazione dei rappresentanti, mentre il governo ha il mero compito di applicare le leggi e quindi dà forza a una volontà altrui?. 
Del resto avere costruito da parte del M5S,  la piattaforma Rousseau  come luogo del consenso dovrebbe fare riflettere. Rousseau era contrario a qualsiasi forma di governo rappresentativo in quanto sostenitore della democrazia diretta, quale Costituzione in cui la legge può essere formulata unicamente dal corpo politico cioè dai cittadini!. 


Questa sarebbe solo la prima parte  rispetto ad una concezione della democrazia in cui i magistrati, i componenti del governo, i parlamentari sarebbero solo incaricati del popolo.!. La Chiesa ridotta ad Associazione di fedeli!  I partiti, poi,  devono essere banditi dalla democrazia Rousseauviana per l’affermazione della democrazia totalitaria. 
Del resto un primo assaggio lo abbiamo avuto con la trasformazione  dei parlamentari in impiegati, sostituendo il principio di funzione in impiego. Un secondo assaggio lo abbiamo avuto con la presentazione al Capo dello Stato del Presidente del consiglio esecutore del contratto. Tutto avallato dalla piattaforma Rousseau per il M5S e dai Gazebo. Il terzo assaggio lo abbiamo avuto con la strampalata idea del comico genovese di nominare per sorteggio i senatori. Poi abbiamo il Ministro per i rapporti con il parlamento e la democrazia diretta che vuole introdurre il referendum propositivo abolendo il quorum di partecipazione! . E’ questa la democrazia se non lo stravolgimento della denocrazia parlamentare e delle regole costituzionali dell’equilibrio dei poteri della Costituzione del 1948 compresi quelli del Presidente della Repubblica?


Dunque viene presentata la cancellazione dello schema Destra-Sinistra, ma Di Maio secondo taluni farà le cose di sinistra (reddito di cittadinanza) e Salvini quelle di Destra (Immigrazione Flat tax). 
Allora lo schema non è cancellato, ma semplicemente e utilmente nascosto. Serve a giustificare il “Contratto”  serve a nascondere il trasformismo politico, ma dietro quell’accordo c’è qualcosa di più profondo, che quei corpi intermedi, in particolare Associazioni e fondazioni culturali,  dovrebbero scorgere e affrontare senza indugi se non voglio essere risucchiati e cancellati dalla democrazia totalitaria.!

Roma,  3 luglio 2018 

Oltre il capitalismo


"Oltre il capitalismo macchine lavoro proprietà" è l’ultimo bel libro di Giulio Sapelli presentato nei giorni scorsi all’Istituto Sturzo da Nicola Antonetti, Fausto Bertinotti e Giuseppe De Lucia Lumeno, autore anche della prefazione al volume.

 

Giulio Sapelli non guarda al presente, ma volge lo sguardo al futuro con una riflessione intellettuale acuta. Lo fa con la competenza dello storico dell’economia e dunque con l’attenzione sui grandi cicli economici.

Sapelli va controcorrente rispetto al pensiero dominante che finisce per trasformarsi in pensiero unico, dominante nell’ultimo trentennio, con una distorsione narrativa della realtà che ha finito per inaridire la nostra umanità.

 

La fragilità dell’economia, anche per l’affermazione di dogmi, richiede risposte di tipo nuovo, rifuggendo da logiche matematiche distanti dall’Uomo, senza alcun principio di responsabilità.

Sapelli vede con preoccupazione la deriva di modelli di capitalismo finanziario neomercantile che non spiegano una società nella quale lo 0,1 per cento della popolazione possiederà le macchine, lo 0,9 per cento le gestirà e il restante 99 per cento “giacerà nell’abisso della disoccupazione”. Pone una critica forte al nuovo ciclo economico politico ancorato al capitalismo anglosassone e renano, soprattutto nell’Unione Europea per la quale la lotta alla inflazione e al debito pubblico e quindi il rigore economico costituiscono i fattori fondamentali della crescita mondiale fino a diventare un nuovo totalitarismo per affermare il mercato in democrazia, disvelando un volto poliarchico e non democratico dell’assetto capitalistico mondiale. Tutto è stato imposto da poteri situazionali di fatto che si sottraggono alla visibilità. Avere posto al centro della organizzazione il denaro anziché il lavoro ha avuto conseguenze devastanti.

 

L’auspicio e la speranza di Sapelli sono quelli di un mercato sempre più temperato, di un nuovo ruolo dello stato imprenditore, della creazione di nuove forme di allocazione dei diritti di proprietà e in una riforma dei corpi intermedi e della organizzazione dei lavoratori. La deflazione ė stato il suggello monetario.

L’austeritá ha prodotto deflazione, disuguaglianze, esclusioni sociali, attacco alle conquiste sociali del Welfare.

Una indignazione attenuata della cultura capitalistica si è registrata verso gli interventi per le banche responsabili di dissesti finanziari. Esprime forti critiche al capitalismo finanziario che alla libera concorrenza sostituisce con un sistema di potenza imponendo bassi salari, abbassamento della spesa pobblica, distruzione di Welfare, controllo delle istituzioni europee.

 

Sapelli affronta con grande capacità di analisi il problema del lavoro qualificato in un sistema nuovo e complesso, stratificato dall’impatto delle tecnologie, di intelligenze artificiali come propagazione di un nuovo ciclo di Kondratief, di un nuovo corso della storia mossa da una onda propagatrice con effetti di decentralizzazione produttiva e distributiva su scala planetaria e l’affermazione della manifattura innovativa e dal controllo dei nuovi materiali, delle leghe e della metallurgia delle polveri. Il libro affronta la nuova filiera scientifico-tecnologica la contaminazione tra lavoro e tecnologia che porta inevitabilmente alla revisione della categoria dei lavoratori della conoscenza.

Nel capitalismo delle nuove macchine, il sindacato dei lavoratori rischia la decomposizione se non affronta la sfida della nuova frontiera.

 

Sapelli offe un messaggio di speranza laddove ritiene che l’unico modo per rispondere ai problemi del mondo industrializzato sia quello di ricostituire l’unita dell’uomo tra azione pensiero e spiritualità creando comunità a misura d’uomo.

E qui Sapelli affonda il pensiero personalista cristiano in Mounier Maritain e in quello comunitario concreto di Adriano Olivetti.

Di fronte ad un cambiamento antropologico del mondo industriale, la società della intelligenza richiede il personalismo comunitario puntando sul valore della persona e recuperando il legame tra intellettuali e popolo.

 

Roma, 22 Giugno 2018

 


 


 

 

NOTA PER IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI ON. ROBERTO FICO

(le domande del Presidente Falomi al Presidente della Camera dei Deputati on. Fico)  

 

A più riprese abbiamo inviato note, documenti e rapporti che illustrano con chiarezza la nostra posizione a proposito dell’’idea che si possano ridurre in modo consistente e permanente i vitalizi degli ex-parlamentari.

 

Abbiamo avanzato obiezioni sullo strumento scelto per disciplinare la materia.

 

Abbiamo illustrato dettagliatamente tutte le violazioni della legalità e dei principi costituzionali a cui si andrebbe incontro ove si volesse insistere sulla proposta di ricalcolo retroattivo con metodo contributivo degli attuali assegni vitalizi.

 

Abbiamo sottolineato l’impossibilità tecnica di applicare al passato regole fatte successivamente.

 

Abbiamo messo in guardia da operazioni che, fatte in nome della riduzione dei costi della politica finirebbero per far spendere di più di quanto non facciano risparmiare.

 

Poiché non auspichiamo che questo incontro sia, come quelli che lo hanno preceduto con i Collegi dei questori di Camera e Senato, che purtroppo non hanno consentito un reale confronto tra i nostri diversi punti di vista, vorremmo porre alcune domande su cui ci aspettiamo che vengano delle risposte. 

 

Prima, però, ci preme mettere in chiaro due questioni.

 

Ci rendiamo, innanzitutto, conto della impopolarità di una posizione che sfida il “pensiero unico” che domina da anni i potenti e invasivi processi di costruzione dell’opinione pubblica.

 

Se sfidiamo l’impopolarità è perché al centro della nostra battaglia non c’è l’entità del nostro vitalizio.

 

La nostra sfida al “pensiero unico”, è sfida ai ricorrenti tentativi di mettere in discussione valori e principi della nostra Carta costituzionale.

 

Quali siano questi valori e questi principi, lo abbiamo chiarito con dovizia di argomentazioni nelle note che vi abbiamo inviato.

 

Se in Italia non esiste un solo italiano o una sola italiana a cui sia stata tagliata in modo permanente e consistente la pensione che ritira ogni mese, è perché i valori e i principi della nostra Costituzione lo impediscono.

 

Tutti i tentativi di tagliare permanentemente pensioni già maturate sono stati dichiarati illegittimi e non si capisce perché si voglia creare un precedente pericoloso che finirà inevitabilmente per autorizzare a mettere le mani nelle tasche dei pensionati italiani.

 

Interventi sui trattamenti previdenziali si possono fare solo per periodi limitati e non reiterabili di tempo, per scopi di solidarietà interna al sistema previdenziale, nel rispetto del principio del legittimo affidamento e in modo ragionevole.

 

A proposito di ragionevolezza, vorrei che qualcuno ci spiegasse cosa c’è di ragionevole nel colpire pesantemente molti ex-parlamentari - ne abbiamo calcolati almeno 65 -  molto anziani, con età compresa tra 85 e 100 anni, riducendo il loro vitalizio da 2000 a 340 euro mensili.

 

Che cosa racconterete a quell’ex deputato che facendo leva sul suo vitalizio, lo ha impegnato per ottenere un prestito per far aprire una azienda al proprio figlio o a quanti si sono assunti obbligazioni finanziarie offrendo in garanzia l’ammontare del vitalizio?

 

Come risponderete ai tanti ex-parlamentari che facendo affidamento sulle regole previdenziali allora esistenti hanno rinunciato a carriere professionali assai lucrose per mettersi al servizio del loro Paese?

 

 C’è un altro tema importante che ci spinge a sfidare l’impopolarità che è stata costruita sui vitalizi.

 

È la sfida a qualunque misura che direttamente o indirettamente miri a svuotare di significato la centralità del Parlamento, la sua autonomia e la sua libertà. 

 

L’umiliazione della funzione parlamentare, privandola dellegaranzie anche economiche stabilite dalla Costituzione, è una di queste misure. 

 

Garanzie che, peraltro, sono previste in tutti i Parlamenti democratici del mondo.

 

Quando si colpisce l’autonomia e la libertà del parlamentare, si colpisce l’autonomia e la libertà del Parlamento.

 

È difficile non vedere l’elemento umiliante e punitivo della funzione parlamentare di misure retroattive che non sono mai state applicate a nessun cittadino italiano.

 

Nel “contratto” posto alla base della nascita del nuovo Governo, si propongono tagli a pensioni definite “d’oro” perché superiori a 5.000 euro netti mensili.

 

Come mai non si applica questo stesso criterio ai vitalizi percepiti dagli ex-parlamentari che, come è noto, si attestano mediamente attorno ai 3.100-3.200 euro mensili?

 

C’è una evidente discriminazione a danno della funzione parlamentare che tradisce una volontà punitiva che non ha nulla a che fare con la giustizia e l’equità sociale.

 

In un Paese democratico se si vuole punire una classe politica esiste una sola arma: quella del voto.

 

Se invece si vogliono punire comportamenti illegali esistono tribunali e processi.

 

Solo nelle logiche totalitarie si colpiscono persone che non hanno commesso nessun reato, il cui solo torto è quello di aver fatto parte di una classe politica.

 

La seconda questione che vogliamo premettere alle nostre domande riguarda la nostra piena disponibilità a metterci intorno a un tavolo per discutere di misure che siano coerenti con i valori e i principi della nostra Costituzione.

 

Non ci fanno paura i sacrifici e lo abbiamo ampiamente dimostrato negli anni.

 

Lo abbiamo sempre detto e scritto: l’unica forma legittima di intervento in materia di vitalizi e di pensioni è quella dei contributi di solidarietà, nelle forme e nei limiti molto chiari stabiliti dalla Costituzione.

 

Su questo terreno, ferma restando l’autonomia delle Camere, siamo pronti a confrontarci.

 

Veniamo, adesso, alle domande su cui auspichiamo chiarezza nella risposta:

 

1. Considerato che il Senato, attraverso i suoi Uffici competenti, ha messo in evidenza non pochi profili di incostituzionalitàdell’ipotesi di ricalcolo retroattivo dei vitalizi, da parte della Camera dei deputati c’è l’intenzione di tenerne conto o, invece si sceglierà la strada di andare comunque avanti senza nessun accordo con il Senato?

2. Si vuole procedere con delibera dell’Ufficio di Presidenza o si vuole, invece, come noi riteniamo più giusto, con un provvedimento legislativo, anche in considerazione del fatto che il “contratto” di Governo parla di interventi riguardanti il Parlamento, le Regioni e gli organi costituzionali? 

3. Nelle diverse ipotesi di ricalcolo di cui abbiamo letto sulla stampa, quale Coefficiente di trasformazione applicate agli ex-deputati che hanno cessato il loro mandato prima del 1996, prima, cioè, che entrasse in vigore il metodo contributivo? 

4. Non pensate che “inventare” coefficienti di trasformazione inesistenti per periodi antecedenti al 1° gennaio 1996, sia non solo illegittimo ma apra la strada a mettere in discussione il sistema pro-rata e ad estendere a tutti i pensionati italiani il ricalcolo retroattivo delle pensioni degli italiani, come propone esplicitamente il Presidente dell’INPS Boeri?

5. Come pensate di risolvere il problema della restituzione delle tasse pagate dagli ex-parlamentari sui contributi previdenziali versati?

6. I contributi per la reversibilità vengono conteggiati nella contribuzione previdenziale complessiva o vengono restituiti?

7. I contributi di solidarietà pagati dal 2011, non coperti da leggi dello Stato, vengono restituiti?

8. Ieri il Presidente dell’INPS ha parlato di “dialogo proficuo”con il Presidente della Camera. Quali sono stati i termini di questo dialogo? Vi siete avvalsi di personale dell’INPS? Quale documentazione avete loro fornita?

9. Sempre ieri, il Presidente dell’INPS ha dichiarato di aver passato all’Ufficio di Presidenza delle “note metodologiche”. È possibile, in omaggio a un principio di trasparenza, avere copia delle suddette note?

 

Roma, 4 giugno 2018

Presentazione libro "Pagine democristiane" a CARMAGNOLA (TO)

8 giugno 2018 ore 20.30 - Biblioteca - via Valobra 102

Alcune foto dell'evento:

Gli Stati Generali della Cultura

Ieri una affollatissima Assemblea Generale della Associazione degli ex parlamentari (oltre 500 partecipanti) si ė tenuta a Roma nell’Auletta dei Gruppi parlamentari per gli adempimenti statutari e per valutare la gestione della dirigenza. I corpi intermedi vivono di partecipazione reale. Non basta un click per esprimere un orientamento su questioni complesse che richiedono ragionamenti e motivazioni.

Constatare una così elevata partecipazione è motivo di soddisfazione. Tutto si è volto nel segno della libertà e della trasparenza. Le porte erano aperte ai giornalisti, agli inviati delle principali agenzie di stampa, ai grandi quotidiani nazionali e a quelli delle trasmissioni televisive. La diretta streaming era possibile. Tutti hanno potuto constatare la serietà degli argomenti posti dalla ampia relazione introduttiva ed esaustiva del Presidente Antonello Falomi. Così come la profondità del dibattito, la serietà delle argomentazioni, la complessità delle questioni che non possono essere risolte con disprezzo populistico.

Non c’era solo la questione dei vitalizi con tutte le problematiche connesse in uno Stato di diritto (diritti acquisiti, principi di affidamento, sentenze costituzionali) ma qualcosa di più e più profondo. C’era una riflessione sulla Costituzione, sul ruolo del Parlamento, sull’equilibrio dei poteri costituzionali, sul degrado delle Istituzioni, sulle conseguenze del contratto Di Maio Salvini, sulla tenuta del sistema. C’era quello che è stato definito un “impoverimento dei poteri delle Istituzioni democratiche e il sistema democratico” di fronte alla introduzione del vincolo di mandato per qualsiasi decisione è l’istituzione del comitato di riconciliazione con conseguente abrogazione dell’articolo 67 della Costituzione. Ne deriva che il comitato di riconciliazione rimette a sedi estranee alla Istituzione le decisioni che invece dovrebbero stare “dentro” come ha fatto rilevare Paolo Maddalena. Tutto ciò finisce per annullare la funzione decisoria del Parlamento ed è una via antidemocratica.!

Del resto che la situazione sia di particolare gravità è dimostrato dalla polemica odierna tra Giuliano Ferrara e Ernesto Galli della Loggia su “pessimismo apocalittico” che va oltre le questioni personali tra i due editorialisti- intellettuali, perché affonda su vicende tragiche come la uccisione di Aldo Moro e riflette sulla crisi delle classi dirigenti, che trova il punto di arrivo nella “farsa del contratto e la scomparsa della Istituzioni e della loro autoritá”.

Dunque il problema è più serio e va oltre la questione banalizzante dei vitalizi se ridotta a questione sindacale; c’è invece un cortocircuito culturale che non si riesce a bypassare.

Non v’è stata una risposta culturale adeguata delle élites - sempre più ripiegate su se stesse - rispetto alla forzatura istituzionale nella gestione della crisi di governo, in nome della democrazia diretta rispetto alla democrazia rappresentativa. Hanno preferito non mettersi in gioco prendendo posizione su pericolosi sentieri innovativi che rischiano di portare il Paese su un terreno scivoloso.

Le stessa prese di posizione sulla collocazione internazionale dell’Italia nel quadro Atlantico e nell’Unione Europea e sui Trattati europei avrebbero dovuto allarmare ben più di quanto è timidamente apparso sulla stampa.

Nel dibattito di ieri, alla Assemblea degli ex parlamentari, abbiamo avuto la conferma di come personalità che hanno avuto un ruolo istituzionale nel Paese e lo hanno servito con responsabilità sentano la gravità della situazione. Lo abbiamo sentito in una pluralità di interventi, di persone di vario orientamento politico, di diversa sensibilità culturale, di matrice, laica, socialista, cattolica, liberale, radicale, sempre avversari, ma mai nemici, abbiano sentito il bisogno di levare la loro voce in difesa dei principi costituzionali. V’è la dimostrazione che nel Paese vi sono energie e forze in grado di dare un contributo positivo alla crisi. Una classe dirigente che vuole scendere in campo, che non si arrende alla deriva. Lo hanno fatto in molti e tra gli altri merita di essere richiamata la proposta avanzata con grande intelligenza da Gerardo Bianco di una urgente riflessione culturale di altissimo livello affinché l’Associazione ex parlamentari della Repubblica proponga la convocazione degli Stati Generali sul declino della Costituzione della democrazia Italiana. Dovrebbe essere una grande mobilitazione aperta a tutto il mondo della cultura italiana, ai sindacati, agli ordini professionali, alle formazioni sociali, agli amministratori, ai sindaci, ai rappresentanti delle comunità locali, ai corpi intermedi.

La proposta è stata condivisa ed apprezzata e ci auguriamo possa essere realizzata al più presto e diventi l’occasione per smuove le coscienze, per mobilitare le energie, affinché non si assista passivamente alla deriva delle Istituzioni ma si ritrovi la via del riscatto e della più ampia partecipazione.

Roma, 19 maggio 2018

LibriEufemi difende la Dc, non fu partito spesa

L'economista ed ex senatore esamina gli anni dal '78 al '94 (ANSA) - ROMA, 6 APR - Il debito pubblico italiano e' arrivato a 2300 miliardi e continua a crescere: un recente studio calcolava che l'incremento e' di 4500 euro al secondo. Come si sa queste cifre record vengono da lontano, dagli anni della spesa facile durante la prima Repubblica, quando non c'erano ancora i vincoli europei. Sul banco degli imputati e' finita la Dc, il partito di maggioranza relativa nei primi cinquanta anni di storia repubblicana e architrave di tutti i governi fino al 1994. Secondo critici e studiosi sarebbe colpa del partito fondato da De Gasperi e della politica che incarnava se l'Italia si e' incamminata sulla deriva di una spesa pubblica fuori controllo.

Ora pero' un libro dell'economista ed ex senatore Maurizio Eufemi cerca di dimostrare che la vecchia Dc non e' stata il partito della "finanza allegra". Lo fa esaminando quindici anni di politica economica, dal 1978 al 1994, dall' adesione allo Sme all'adesione al trattato di Maastricht, con un'analisi di atti parlamentari, documenti e verbali di riunioni dei gruppi parlamentari dello Scudo Crociato. "Pagine democristiane - orgoglio di una grande storia" (edito da Il Laboratorio) ripercorre le grandi scelte degli anni '70 e '80: le leggi sul credito, sulle piccole e medie imprese, le concentrazioni bancarie, le privatizzazioni.

Le ricostruzioni della politica economica dei governi democristiani, scrive Eufemi, sono spesso "fuorvianti", "parziali" e "incomplete". La sua missione e' quella di sradicare i "luoghi comuni", come li definisce l'ex ministro democristiano Gerardo Bianco nella prefazione, che addebitano alla Dc la malattia dei conti pubblici italiani. Il libro di Eufemi, scrive ancora Bianco, "e' una risposta alla damnatio memoriae della Democrazia Cristiana e alla demonizzazione del termine 'democristiano'". Passo dopo passo, l'autore sviluppa la sua tesi: la Dc non e' come la si dipinge, ha sempre avuto a cuore "un'equilibrata gestione della finanza pubblica". E se a volte la spesa correva era per decisioni prese in altre sedi, come quelle sindacali, della magistratura e della Corte Costituzionale.

E comunque, sottolinea Eufemi, chi critica oggi la democrazia cristiana "spesso dimentica che con la Dc si e' operata la piu' grande, straordinaria ridistribuzione del reddito, portando al benessere vasti strati sociali".

10 aprile 2018 - Presentazione libro "Pagine democristiane" a ROMA

La S.V. è invitata
alla presentazione del libro
Pagine Democristiane
idee,uomini,vicende,testimonianze
di Maurizio Eufemi
martedì 10 aprile 2018
ore 16,30
Istituto Luigi Sturzo
Saluto
Antonello Falomi, Presidente Associazione ex parlamentari
Introduce e modera
Mario Pendinelli
Intervengono
Nicola Antonetti, Gerardo Bianco, Pellegrino Capaldo, Piero Craveri, Adriano Giannola
Palazzo Baldassini - Sala Perin del Vaga R.S.V.P.
Via delle Coppelle,30 - Roma Tel. 06-6840421 - e-mail:seminari@sturzo.it

Il video della conferenza sul sito di Radio Radicale

Alcune foto dell'evento:

Intervento di Guido Bodrato alla presentazione del libro "Pagine democristiane" di Maurizio Eufemi

Chieri – Sala della Conceria – 17 marzo 2018

Partirei da qualche riflessione su questo libro. E’ l’occasione di incontro e che quindi richiede qualche riferimento al tempo che Eufemi affronta e alle valutazioni che esprime in questo libro, evidentemente ponendosi esplicitamente - credo che questo vada detto e riconosciuto perché ci possano certamente ci possono essere delle diverse interpretazioni - dalla parte della Democrazia Cristiana.

Non è un libro di critica, ma non è nemmeno libro che si possa prendere come libro di propaganda postuma su quello che è stato il ruolo e le scelte che questo partito ha fatto in un tempo che è ormai è abbastanza lontano.

Dicevo prima a qualche amico poco fa. Ho fatto il liceo a Brà che era il collegio elettorale di Giolitti. Ho fatto il liceo nei primissimi anni cinquanta, tra il 1949 e il 1952. E che era esistito Giolitti non che era stato Giolitti, ma che era esistito lo ho imparato qualche anno dopo all’Università. Erano passati 24 - 25 anni da quando Giolitti aveva ceduto il passo alla marcia su Roma, eppure quella immagine era stata non dimenticata, cancellata. Non c’era più.

Che la Democrazia Cristiana non c’è più è dal 1993-1994. Non sono 25 anni, ma poco ci manca. E che è morto, ucciso dalle Brigate Rosse, l’Onorevole Moro lo sappiamo, perché è in questi giorni che se ne parla, sono passati quaranta anni. Quindi dobbiamo fare i conti con il tempo che passa, con le nuove generazioni che di quegli anni lontani non sanno assolutamente nulla o meglio sanno quello che a loro raccontano i giornali e la televisione e chi ha vissuto quegli hanno sa che non sempre quello che si racconta è la verità e le verità sono tante. Però ce ne sono alcune di più credibili e altre meno credibili. Quindi ricostruire un tempo che è passato, darne una valutazione corretta che può essere anche base di discussione non è cosa facile. Credo che Eufemi abbia scelto una strada giusta. Anche se ripeto è una lettura di parte, non è una lettura del tutto neutrale, ma è una lettura di chi ha seguito quelle vicende e il suo racconto non è fondato solo sulla sua memoria o sul suo giudizio, ma è fondato sui documenti su ciò che è accaduto ed è registrato nelle decisioni che il dibattito parlamentare ha portato in qualche modo a delle conclusioni. C’è una sua fondamentale verità che può essere contestata, ma partendo, come ha fatto l’autore del libro, dalle documentazioni verificabili. La prima osservazione che farei a chi ha interesse a leggere questo documento: la narrazione parte da una data significativa della storia nazionale. Parte dal 1978. C’è tutta una parte precedente che è anche quella storia del paese, storia della Democrazia Cristiana e che è storia delle scelte che sono state fatte e che hanno portato dopo il disastro della guerra ad una realtà nella quale c’è stato addirittura un tempo che ci sembra quasi una favola nella quale la lira ha avuto il Nobel delle monete perché era diventata la moneta più forte del mondo occidentale, anche questa è storia.

Non è in questo libro, così come un tema che questo libro affronta che è quello del percorso politico che ci ha portato ad essere paese fondatori della Comunità europea è una storia che comincia prima, che inizia negli anni cinquanta, che inizia con De Gasperi. Oggi tutti riconoscono che De Gasperi è stato uno statista. Quando si vuole indicare tra gli italiani uno statista si dice De Gasperi. Addirittura e questo accade anche in questi giorni per Moro, se si riconosce che quello è stato uno statista, ma era democristiano si cerca subito di dire lui si, ma il suo partito no. Si cerca di contrapporre una immagine a quella del partito a cui lui apparteneva. Non c’è dubbio che è stato il migliore della Democrazia Cristiana De Gasperi, ma è difficile immaginare che De Gasperi avrebbe potuto fare quello che ha fatto se fosse stato in contrasto radicale, come si intende a presentare, con il suo partito. La stessa cosa accade un po’ con Moro. Si tende addirittura qualche volta a immaginare che Moro sia stato ucciso fisicamente dalle Brigate Rosse, ma quasi spinto a questa conclusione dal partito al quale lui apparteneva che lo avrebbe abbandonato condannandolo così a una morte cruenta. Quindi bisogna collocare meglio nella storia le cose che sono accadute. Il cammino verso l’Europa, in questo momento lo vediamo meglio se guardiamo a quello che sta accadendo nel mondo, è iniziato tra sei paesi che in quegli anni appartenevano nelle loro maggioranze politiche tutte a partiti democratico cristiani. Infatti i primi storici che ne hanno parlato dell’Europa hanno detto si è realizzato questo passo fondamentale perché erano tutte persone che avevano due caratteristiche: la prima erano tutti di ispirazione cristiana e la seconda parlavano tutte tedesco, perché De Gasperi veniva da una regione che fino al 1918 era una regione dell’Austria, anche se lui rappresentava nel parlamento austriaco gli italiani dell’Alto Adige. Quindi la storia è molte volte più complicata di come la raccontano e se non si capisce che complicata, non si capisce la storia. Noi siamo indotti molte volte a credere che sia tutto semplice e invece è tutto complicato.

C’è qualche cosa che capita in questi giorni che ci fa riflettere sul passato.

Trump sta dichiarando una guerra commerciale. Se non avessimo avuto l’Europa avremmo vissuto in Europa in un clima di guerre commerciali. I paesi che pagano il prezzo più alto dalle guerre commerciali sono i paesi più deboli. L’Italia che aveva nel 1947 – 1948, il 42 per cento della popolazione che viveva in campagna sarebbe diventata un sistema industriale con la guerra commerciale con gli altri paesi europei?

Ma poniamo anche quest’altra riflessione.

Quelli che definiscono sovranisti in contrasto con quelli che sono definiti comunitari quelli che vogliono un ritorno alla nazione, alla Italia da sola, “ prima l’Italia”. Uber allen era uno slogan nazista.

Uber Allen prima che si dicesse “prima l’America” per qualche anno In Europa e poi è finita con una guerra mondiale; si diceva Uber Allen prima la Germania, se in Italia e in Europa torniamo al nazionalismo, torniamo ai dazi, torniamo alla guerra commerciale e la guerra commerciale precede altre situazioni più difficili e sanguinose.

Non a caso l’Europa si regge sul rapporto tra Francia e Germania cioè fra due paesi che sono stati all’origini delle guerre mondiali, per il carbone e per l’acciaio. E con l’Europa hanno capito che sul carbone e sull’acciaio bisogna essere europei cioè fare un accordo. Tornare a prima non significa tornare all’età dell’oro. Le persone più anziane sanno che non era l’età dell’oro e sanno anche che – frequentemente cito queste due persone – Revelli e Giacomo Olivi, due che erano andati in guerra volontari, per una guerra di civiltà, sono tornati dal fronte russo e sono diventati poi capi partigiani. Il loro antifascismo non è nato nel bolscevismo, è nato per il rifiuto di una politica di potenza che era finita in un disastro. Riflettiamo su questi ritorni al passato.

L’Europa è nata per evitare che si ripetessero i conflitti del passato, le competizioni economiche del passato, per evitare quindi di ricadere negli gli errori che avevano segnato la storia, non soltanto italiana, ma anche di altri paesi. E quella scelta è andata poi avanti come inevitabilmente deve andare avanti una scelta che metta insieme delle realtà diverse; se non si riconosce che l’Europa è fatta di realtà diverse, ma che l’obiettivo è di metterle insieme e di evitare che essendo diverse diventino nemiche, ma per cercare di farle sulla base di una diversità che deve essere riconosciuta e rispettata, però un punto di convergenza e di collaborazione, non si va molto lontano. Non è stato facile in Europa. Gli anni a cui si riferisce questo libro erano gli anni in cui l’Europa andata molto avanti molto. C’era già il mercato comune. Non era ancora mercato Unico. Anche qui le parole hanno un significato, ma non sottilizziamo su questo. Ci si rendeva conto che per reggere un mercato comune, farlo diventare un soggetto nella economia mondiale era necessario che dietro questo mercato unico ci fosse un riferimento economico concreto che si chiama: moneta.

Quando si dice Stati Uniti d’Europa e si dice come gli Stati Uniti, bisogna riconoscere che negli Stati Uniti è vero che hanno una lingua unica anche se che fra dieci anni la lingua prevalente per gli americani sarà lo spagnolo, quindi non avranno più una lingua unica, ma hanno una moneta unica che è il dollaro con il quale si fanno gli scambi mondiali, con il quale si valuta quanto costa l’energia, quanto costa il petrolio e l’Europa tutto questo non l’aveva.

Quindi la strada era giusta, starei per dire inevitabile. Qualche paese europeo non l’ha accettata. La Gran Bretagna è entrata in Europa, ma ha mantenuto la sterlina. Non è che la situazione economica è andata meglio solo perché aveva la sterlina come quando qualche volta si dice torniamo alla lira. La lira era diventata, dopo un exploit degli anni sessanta, una moneta debole.

Quelli che non volevano l’euro era quelli che avevano il marco tedesco, perchè era il marco tedesco che era la moneta forte. E chi ha convinto i tedeschi ad accettare l’euro è stato Kohl. Contro la banca tedesca, non a favore della banca tedesca, perché Kohl era un europeista. Lo ha fatto quando la Germania era ancora divisa e Kohl è la stessa persona che, come è caduto il muro di Berlino, ha riunificato la Germania, non per un referendum, ma perché ha capito che quella era la storia.

E la Germania unita è entrata nell’Europa ed è diventata il paese più forte dell’Europa perché era un paese unito. Quindi è stato un percorso difficile e complicato anche con delle contraddizioni e in quegli anni - questo libro lo documenta - c’è stato il sistema monetario europeo che non era ancora l’euro, ma era già un modo per raccordare e dare un peso, che le mettesse in stretta relazione tra di loro, alle diverse monete per favorire il commercio, per favorire il sistema economico, non per danneggiarlo, per favorirlo e infatti poi qualche tempo dopo ma la Democrazia Cristiana non c’era più, c’è stata l’adesione all’euro; non più un atto della DC ma le basi, lo ricorda questo libro, sono state nelle scelte che sono state fatte allora. Notate che all’inizio del percorso europeo alcuni paesi del nord Europa tentarono un alternativo al mercato comune europeo, l’Efta, fu il tentativo di una alternativa e fallì e c’erano paesi ricchi: l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, allora anche la Norvegia che è poi rimasta fuori da tutto per un atto di egoismo perché avendo scoperto nel suo mare dei giacimenti immensi di petrolio li ha voluti considerare una sua ricchezza nazionale, quindi un atto di egoismo, però l’Efta che era fatta dai paesi più ricchi è fallita e la Comunità Europea è andata avanti.

Poi vedete c’è, e anche questa l’ultima riflessione che sto facendo, non è in questo libro, viene dopo, c’è stato l’allargamento dell’Europa; l’allagamento dell’Europa ad Est una delle ragioni per le quali l’Europa oggi è in difficoltà. Ma era possibile dire no all’Europa dell’Est che stava uscendo dall’imperialismo sovietico e che aveva sempre la minaccia di tornare indietro come c’è adesso, quando – fate questa riflessione - tutti i paesi dell’ ex Patto di Varsavia erano entrati già nella Nato e gli Stati Uniti spingevano perché anche la Turchia, che era già nella Nato prima, entrasse nell’Europa. Allora quelli che sono incerti tra essere amici della Russia o essere amici dell’America devono rispondere a questo problema se no, le loro sono chiacchiere senza nessun riferimento alla realtà nella quale noi viviamo e i rapporti economici che abbiamo, perché l’Italia è un paese che se non esporta, economicamente muore. Non basta il turismo per reggere l’economia italiana. Non solo perché Il turismo è stagionale; il turismo al mare è stagionale, anche quello ai monti è stagionale. Non solo per questo, ma perché nessun paese che non sia una piccola isola dei caraibi vive sul turismo. E ancora, se non esporta se l’economia italiana non è fondata sul lavoro, l’illusione di fondarla sui consumi interni è suicidio.! Non ci può essere nessun economista serio che sostenga il contrario. Se questo nostro paese consuma quasi il 40 per cento importandolo e vende più il 50 per cento esportandolo, come fa ad isolarsi dal resto del mondo e dal resto dell’Europa. Evidentemente è un problema molto serio. Probabilmente è stato affrontato con eccessivo entusiasmo senza rendersi conto che c’erano grandi paesi come la Cina il Brasile e l’India in particolare che erano concorrenti del resto del mondo industriale e dell’Europa. A differenza dell’Europa non avevano lo Stato Sociale, cioè non avevano le pensioni e la istruzione pubblica, non avevano i sindacati, non avevano le leggi sull’ambiente. Quindi avevano per ragioni di loro arretratezza una capacità di competizione enorme nei nostri confronti. Erano concorrenti fortissimi perché l’intelligenza la avevano, qualche volta anche superiore alla nostra, la capacità di organizzarsi la avevano; la economia di comando la avevano. La Cina è una economia di comando.

Lentamente avrà dei costi di lavoro che cresceranno, e in qualche modo stanno crescendo, ma lentamente.

La politica è governo della transizione. Non è governo sulla realtà immobile. E’ sempre governo di una realtà che cambia. Dobbiamo fare i conti con la transizione, con i passaggi, con i cambiamenti.

Il libro nel tempo che considera nei quindi anni dimostra che c’è stata questa attenzione.

Sono stato ministro che ha approvato la legge 317 sulle piccole medie imprese. E’ stata la prima legge che ha cercato di porsi il problema della innovazione tecnologica generale. Se vi raccontassi i contrasti che ho avuto con un grande ministro che era Carli, ma che rappresentava la grande industria e diceva quei 1.500 miliardi di lire, non di euro, è meglio darli alla grande industria che non alle piccole; la grande impresa fa ricerca, le piccole non la fanno. La competizione è delle grandi industrie non delle piccole. Ci sono anche questi problemi interni.

Il nostro paese ha delle situazioni di contrasto oggettive, non legate alla cattiva volontà, alla insensibilità, ma alla situazione oggettiva. Quando partecipavo a un convegno di industriali del nord si parlava di competitività, quando partecipavo ad incontri con gli industriali del sud si parlava di incentivi, di aiuti. L’ultimo voto elettorale vi dice che l’Italia non è la stessa cosa al Nord e al Sud. Non voglio entrare nella polemica di oggi. Vi dice queste cose. Non sono la stessa cosa. Quello che si attendono dalle promesse elettorale gli elettori del sud sono altra cosa da quelle che si attendono gli elettori del nord. E questo lo si vede nei contrasti che ci sono stati. Qui si fa riferimento a una finanziaria quella che registrò una polemica violentissima. Il linguaggio di quella polemica ricorda quello delle ultime elezioni tra Andreatta e Formica. In genere il linguaggio era diverso, ma quella volta fu come quello di adesso molto più spregiudicato e molto più diretto. Andreatta che era Ministro del Bilancio difendeva il risanamento; Formica invece difendeva la spesa facile. Ed è per questo che nel libro, una delle tesi sostenute, guardate che non è vero che la Democrazia Cristiana sia stata il partito della spesa facile. E dà una serie di documentazioni che dimostrano l’opposto. Ci fu un aumento del debito pubblico, ma fu molto più contenuto da chi era al governo rispetto a quello che ci sarebbe stato se si fosse fatto quello che chiedeva si facesse l’opposizione. Era il risultato di un contrasto. Faccio una osservazione ancora più generale. La mia è una posizione di parte. E’ legittimo che esistano posizioni diverse. Il debito pubblico, quando è nata la democrazia, il peso del bilancio dello stato sul PIL era una cifra metà di quella che è oggi perché lo stato predemocratico si occupava di Giustizia, Difesa, Sicurezza. Punto e basta. Lo stato Democratico si è occupato di Pensioni ,di Istruzione, di Sanità, di Casa, piano Fanfani. E’ chiaro che ci sono stati dei costi in più, quindi una pressione fiscale che è cresciuta. Saremmo disponibili a rinunciare alla spesa pubblica della Istruzione, saremmo disponibili a rinunciare al sistema pensionistico. ? Perché di questo si tratta. Se si vuole colpire fino in fondo.

C’è stato un periodo in cui il debito pubblico è cresciuto perché si sono fatte delle riforme sociali . Per quel periodo si può giustamente anche dire che c’è stato una spesa di cattivo governo, una spesa elettorale. Si deve riconoscere che è stato anche così. Ma la Cassa per il Mezzogiorno ha cambiato il Sud. Non fino al punto di farlo diventare come la Lombardia e il Veneto. Però l’ha cambiato radicalmente. Senza quelle riforme non ci sarebbe stato il debito pubblico, ma non ci sarebbe stata neppure l’Italia moderna. Poi ha continuato a crescere. La cosa strana è il debito pubblico è cresciuto ancora di più negli ultimi trenta anni quando si sono state fatte qualche volta in nel modo sbagliato delle privatizzazioni che hanno avuto due effetti che non però registriamo nel debito pubblico la prima di ridurre dei vuoti perché si finanziava l’Iri l’Eni, il panettone di stato, questi privatizzando sono costi che sono stati cancellati, ma si è anche venduto qualche cosa di serio: la Seat si è venduta ma era una cosa seria , le Autostrade erano una cosa seria che continuano a rendere. Dove sono andati questi soldi che avrebbero dovuto ridurre il debito pubblico?. Il debito pubblico è continuato a crescere. Guardando i numeri si dovrebbe dire che se prima c’erano degli sprechi ma c’era anche un risultato di riforme reali, dopo ci sono stati solo gli sprechi. Addirittura non ridotti nemmeno dai vantaggi che avrebbero dovuto derivare dalle privatizzazioni.

Le cose che si sono fatte negli anni a cui si riferisce questo libro sono frutto di contrasto e di qualche errore ma non permettono un giudizio distruttivo che in genere sentiamo riferire a questo periodo. Queste sono le riflessioni che io faccio e che questo libro documenta . Si parte dal 1978 che è un anno di svolta nella storia di questo Paese. Quasi tutti gli storici e le posizioni politiche prevalenti riconoscono che una politica che tendeva ad arrivare, a quella che in modo estremamente sintetico è definita la democrazia compiuta cioè non più la continuità eterna delle stesse maggioranze e dello stesso governo, ma la possibilità di una alternanza, è venuta meno perché quel filo di dialogo che era stato avviato che aveva i suoi punti di riferimenti personali in Moro e Berlinguer è stato interrotto, troncato dal terrorismo e non si è più riusciti a recuperare un discorso che fosse un discorso preoccupato del futuro del Paese. Non perché sia finita la democrazia. Ho fatto una intervista qualche giorno fa. Il fatto che sia entrata in crisi una certa politica non significa che sia stata cancellata la democrazia. Infatti la democrazia ha continuato c’è anche adesso.

Non credo si possa dire che viviamo in un sistema non democratico. Si è perso quel senso del rapporto concreto con la realtà del Paese e anche con le sue difficoltà che c’era ed è diventato tutto più legato al contingente, alla oscillazione, alla incertezza.

La propaganda c’era anche prima ma oggi c’è il rischio che la politica sia solo più propaganda, non una propaganda al servizio della politica, ma una politica che si dissolva nelle posizioni propagandistiche senza la possibilità di un riferimento concreto. Se no non ci spiegheremmo un più del trenta per cento di italiani che non vota, che non trova più sulla scheda elettorale un partito che corrisponda alle sue aspettative. Non perché ci siano meno partiti, ma perché ce ne sono di più. Quando sembrava che il sistema fosse troppo chiuso in se stesso in definitiva i partiti erano 6 – 8 al massimo sulla scheda.

Adesso se andiamo alle elezioni comunali sono 15, 20. Qui ci sono amministratori lo sanno perché. Se il sindaco conta più di tutto consiglio comunale messo insieme, cosa che per la continuità delle amministrazioni è giusto , ma cosa produce elettoralmente. ? Se uno vuole diventare consigliere comunale deve candidarsi sindaco e poi inventarsi una lista. La lista non andrà in consiglio comunale, ma lui si. In questo modo le ambizioni personali contano molto più delle posizioni politiche. Questo non riguarda tutti i candidati sindaci, riguarda il proliferare delle candidature. Il nascere come funghi e poi scomparire dopo però uno è entrato in consiglio comunale.

Chieri, Sala della Conceria 17 marzo 2018

Testo dell’intervento dell’On. Guido Bodrato, non rivisto dall’autore

Presentazione libro "Pagine democristiane" a Torino e Chieri

Torino 16 marzo 2018 - presso il Centro Studi "Il Laboratorio" - via Carisio 12

CHIERI 17 marzo 2018

Chieri 17 marzo 2018 - presso "Sala Conceria" via Conceria 2


 

Il partito che si sacrificò per far nascere l'Europa

articolo di Angelo Picarello dal giornale "Avvenire" del 9 marzo 2018

Il terremoto politico del 2018

 

La consultazione elettorale del 4 marzo ha determinato un sisma politico di elevata intensità con una sostanziale ingovernabilità. I tre poli (Centrodestra a trazione leghista, movimento cinque stelle a propulsione meridionale e partito democratico ridimensionato nei numeri e nella rappresentanza) sono alternativi a se stessi con nessuna possibilità di avvicinamento politico salvo la possibilità di una intesa su una nuova legge elettorale di cui si sono constatati i paradossi.

La rappresentanza ha prevalso sulla governabilità per l’ibrida miscela di uninominale e di proporzionale, senza possibilità di voto disgiunto e neppure quella di indicare la preferenza sui listini bloccati.

La libertà di scelta è stata soffocata dalla legge elettorale pensata per compromessi divenuti irrealizzabili.

Molte formazioni non hanno raggiunto la soglia del 3 per cento. Eppure molti elettori non hanno voluto rinunciare alla possibilità di scelta fuori dai blocchi delle coalizioni, per dare un segnale rispetto a valori e convincimenti. Questo è il caso del Popolo della Famiglia che pure oscurato dai mezzi di comunicazione ha canalizzati voti su principi irrinunciabili.

Una riflessione a parte merita il cartello elettorale Noi per l’Italia che ha pagato la contraddizione di usare il simbolo dello scudo crociato dando spazio e rappresentanza a personaggi lontani dalla cultura democristiana. È stata di fatto una operazione teleguidata che è naufragata sui territori. Il risultato è stato di un totale fallimento del progetto, una modestissima composita rappresentanza parlamentare. In Parlamento oggi gli eredi del simbolo sono ora Paola Binetti, che peraltro viene da un tortuoso percorso parlamentare, e Antonio De Poli.! Questo è il risultato delle scelte operate negli anni da Rocco Buttiglione, Pierferdinando Casini e Lorenzo Cesa di cui portano appieno le responsabilità storiche.

Tutto ciò conferma il disastro politico ed elettorale di dirigenti che hanno privilegiato egoismi e interessi personali rispetto ad un progetto che avrebbe richiesto ben altra piattaforma politica e culturale. Richiederebbe leader politici credibili e capaci di fare battaglie politiche nella società e nel Paese.

 

Roma, 6 marzo 2018

Pagine democristiane

Il senatore Maurizio Eufemi presenterà il suo libro "Pagine democristiane. Orgoglio di una grande storia"

il 16 marzo 2018 alle ore 18.00 in via Carisio 12 a Torino

nell'ambito del ciclo di Incontri di Studio de "Il Laboratorio"

COMUNICATO CDU PIEMONTE SULLE ELEZIONI DEL 4 MARZO

CDU le 40 idee sulla politica

 

Nella mattinata di ieri, sabato 13 gennaio 2018, il Cdu ha chiamato a raccolta quadri e simpatizzanti per esporre le 40 idee sulla politica e per la politica che il partito di Tassone ha predisposto per le prossime elezioni politiche.

Sotto la regia di Marco Margrita, direttore de "Il Monviso", il senatore Maurizio Eufemi ed il coordinatore regionale Mauro Carmagnola hanno illustrato i punti forza di questo documento preparatorio della prossima campagna elettorale.
Come ha detto Carmagnola, quattro sono i pilastri di questa proposta: una analisi degli ultimi 20 anni di storia e politica italiana, le vicende del mondo cattolico dopo l'ultimo papa italiano, il disastro ereditato dai governi a guida Pd, i progetti per l'immediato futuro di un auspicato governo a compartecipazione cristiano democratica.

Eufemi, alla luce della sua esperienza parlamentare, ha sottolineato l'importanza delle battaglie per il lavoro sul territorio, contro il fisco rapace e per una  politica economica realistica e concreta cui lo scudo crociato si richiama da sempre.

Anche nelle prossima competizione elettorale. Fabrizio Leotta di Forza Italia e Giampiero Leo, amministratore torinese di lungo corso, hanno sottolineato da un lato la coerente collocazione del Cdu nel centro destra e dall'altro la consonanza con il mondo cattolico e l'esperienza interconfessionale in corso a Torino.

Un dibattito aperto, nel corso del quale sono emersi forti elementi identitari per un partito di ispirazione cristiana, ha concluso i lavori.

 

da "Torino Oggi" di domenica 13 gennaio

 

 

SCARICA IL DOCUMENTO :40 IDEE del CDU sulla politica e per la politica

 

 

 

 

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