...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ARTICOLI  e COMUNICATI 2022-2021-2020-2019

La Galleria di Eufemi. Giorgio De Giuseppe, nel ’92 stavo per essere eletto capo dello Stato con i voti del Msi. Sventai la manovra.

 

intervista di Maurizio Eufemi tratta dal giornale online "beemagazine.it" del 1 settembre 2022

 

Quell’esame di Filosofia del diritto con Moro rinviato di anno in anno. La Dc distrutta dal correntismo. Per noi giovani Fanfani era l’innovatore. Moro stava con i dorotei. Poi le cose cambiarono. I complimenti di Pella. Un unicum: Vicepresidente del Senato, per tre legislature, anche vicario, con quattro Presidenti: Cossiga, Malagodi,  Fanfani e Spadolini. Quel rapporto meraviglioso con Spadolini. Fu sua la proposta- per salvare la Dc dal correntismo –  nell’83 di incompatibilità tra mandato parlamentare e incarichi di governo. Fu approvata solo 10 anni dopo quando ormai era troppo tardi.

 

Oggi incontriamo Giorgio De Giuseppe Avvocato, classe 1930, dunque un novantaduenne,  già docente di istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Lecce, provveditore agli studi di Lecce.

Nella sua lunga carriera  politica De Giuseppe ha ricoperto numerosi incarichi da  delegato provinciale e regionale del Movimento giovanile della Democrazia Cristiana a segretario provinciale della D.C. dal 1968 alla candidatura al Senato nel 1972, poi nelle Istituzioni: Senatore della Repubblica, eletto nel collegio di Galatina-Gallipoli ininterrottamente per sei legislature, dal 1972 al 1994.

Quando scomparve la Democrazia Cristiana si ritirò volontariamente dalla politica attiva rinunziando alla riconferma della candidatura; è stato eletto presidente del gruppo parlamentare dei senatori della D.C. dal 1980 al 1983; vicepresidente vicario del Senato per tre legislature dal 1983 al 1994; presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla dignità e la condizione sociale dell’anziano, istituita dal Senato nel 1989. La relazione conclusiva venne votata all’unanimità; per contrastare il correntismo all’interno del partito, propose dal 1983 l’incompatibilità per i Democratici Cristiani tra mandato parlamentare ed incarico di governo: la proposta trovò attuazione soltanto nel 1992 con il governo Amato I e, nel 1993, con il governo Ciampi, troppo tardi per contrastare la crisi del partito. Il documento si trova in Senato nel Fondo Roberto Ruffilli. Fu Candidato Dc  al Quirinale nel 1992.

Dal 28 maggio 2010 è stato difensore civico della Provincia di Lecce, dove è stato eletto all’unanimità dei voti di centrodestra e centrosinistra, portando la sua esperienza al servizio  della comunità.

 

Sei pronto a rispondere ai miei quesiti?

Sono pronto, sono ai tuoi ordini.

 

Voglio scavare negli anni giovanili per scoprire le ragioni del tuo impegno politico.

Entro in politica per caso. Ero studente al terzo anno di università e preparavo l’ esame di filosofia del diritto, che non mi decidevo a dare, perché essendo il professore amico di famiglia, non volevo dare l’impressione di essere impreparato per avere un ottimo voto.

 

Chi era il professore?

Era Aldo Moro. E quindi rinviavo  di volta in volta l’esame che avrei dovuto dare al primo anno. Al terzo anno avevo ancora questo esame da sostenere. Un giorno, arrabbiato con me stesso per questa incapacità a superare i timori e le preoccupazioni, andai  a una Assemblea  della Dc. Era venuto in quella assemblea Giovanni Elkan,  che era vicesegretario nazionale della Dc: era in Puglia a visitare la zona di riforma agraria, sia la zona dell’otrantino sia dell’Arneo (consorzio speciale di bonifica di quasi 253 mila ettari in tre province di Lecce, Brindisi e Taranto ndr) che è a Nardó.

Nel corso della assemblea dopo la relazione generale fu aperta la discussione e io pur non essendo iscritto al partito chiesi di parlare. Evidentemente non dissi molte sciocchezze. Il segretario provinciale chiese : “Chi è questo ragazzo che sta parlando? “. Il giorno dopo mio padre ricevette una telefonata dal segretario provinciale che gli chiedeva che io andassi a Lecce perché voleva parlarmi.

 

E che successe?

Mio padre capì subito. Disse ad Antonio Fiocca, un mito della Dc: “Lascia mio figlio, si deve laureare; non mi devi parlare di politica”.  Fiocca attese  due anni. Quando –  come allora si usava – sul giornale  apparve l’annuncio che mi ero laureato,  ritelefonó a mio padre: “Giulio,  io ho atteso, mantieni l’impegno; adesso fai venire tuo figlio che gli voglio parlare”. Così io mi trovo da un momento all’altro nominato commissario provinciale del movimento giovanile della Dc e comincia la mia avventura nel partito.

 

Chi c’era allora nel movimento giovanile?

Il movimento giovanile si trovava in una difficilissima situazione. C’era il gruppo che poi abbandonó il movimento giovanile, era il gruppo della sinistra. In quell’epoca da una parte c’era  Franco Maria Malfatti,  che poi continuó  a restare nella Dc, mentre dall’altra un gruppo di competitori di giovani, come Lucio Magri e Chiarante che poi lasció  il movimento giovanile della Dc e poi passò nella federazione giovanile comunista. La rottura avvenne a Firenze nel ’55 (il 10 e 12 giugno 1955 ndr). Eravamo riuniti per il congresso giovanile al teatro Rondó di Bacco di Palazzo  Pitti che è un piccolo teatro. Li ci fu lo scontro tra Magri e tutto il nostro gruppo, il gruppo Malfatti. In quel congresso venne eletto Ernesto Laura con 41 voti sui 37 a Franco Boiardi.

 

Scrivevi  su “Per l’azione” o “terza generazione”

Terza generazione” ospitava gli scritti sia del gruppo Malfatti  sia dell’altro gruppo di sinistra. Una volta avvenuta la scissione “Terza generazione” non venne più pubblicata. Su”Per l’Azione”, molto attivo  era il ruolo dei fiorentini e di Nicola Pistelli che  purtroppo scompare  molto presto. L’apporto che avrebbe potuto dare alla politica fu per un periodo molto breve. Pistelli era di quella rivista la  espressione importante.

 

Partecipavi  ai convegni?

In quell’epoca molti convegni venivano fatti. Era l’epoca in cui la Dc dopo la fine della esperienza degasperiana e la presa della guida di “Iniziativa  Democratica” con Fanfani e gli altri,  comincia il discorso del centrosinistra. Sì, di convegni ne abbiamo fatti tanti. Credo che uno di maggiore rilievo sia stato quello di Salerno.

Si verificò una cosa interessante. Per la prima volta la stampa quotidiana cominció a parlare del movimento giovanile della Dc con articoli apparsi sul “Giornale  d’Italia”, sul “Messaggero”. Il mio intervento al convegno di Salerno fu ripreso dai quotidiani  nazionali. Sta a dimostrare che la stampa nazionale dava rilievo al ruolo che il movimento giovanile esercitava. Il movimento giovanile compì una scelta unitaria sostenendo Fanfani, allora in polemica con Moro perché dalla riunione delle suore Dorotee, i Dorotei eleggono segretario del Partito Aldo Moro. Noi eravamo su altre posizioni. Noi eravamo con Fanfani. Aveva concluso la esperienza di segretario del partito perché aveva assunto su di sé tutti gli incarichi possibili e immaginabili:  era Segretario del Partito, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri.

La rivolta in un consiglio nazionale da parte del gruppo Doroteo ci fu  e Fanfani  non se lo fece  dire due volte; piantó  tutti, cominció a girare l’Italia e lo invitai a Lecce.

 

Peró quando aveva questi momenti di crisi Fanfani ripartiva dai suoi amici in Maremma…

Certo. Si dimette e si appella alla base del partito. E comincia il giro della periferia. Viene a Lecce. C’era già un esponente dei fanfaniani  che era l’ avv. Alessandro Agrimi  Sindaco di Lecce, deputato e senatore, una figura importante, molto leale,  molto rigorosa nei confronti di questa scelta fanfaniana. Con Agrimi organizzammo la visita di Fanfani a Lecce. Questo crea scompiglio perché tutto il gruppo dirigente della Dc, il segretario provinciale Giacinto Urso,  poi i deputati che erano Giuseppe Codacci Pisanelli, Beniamino De Maria,  i senatori Arcangelo Magli e Michele De Pietro,  erano tutti sulle posizioni dorotee. Per cui il movimento giovanile fu interprete della linea Fanfani nella provincia di Lecce.

 

Dei giovani in Puglia chi c’era?

I giovani erano tutti sulla mia linea, Francesco Rausa e  Angelo Tulli che diventano successivamente deputati. Giacinto Urso era segretario provinciale,  contrastava tenacemente la nostra posizione. Devo purtroppo dire che quella  iniziativa di Fanfani, che servì a valorizzare il dibattito in periferia e che aveva seri contenuti di impegno politico segnò  però l’inizio nefasto del sistema correntizio della Dc. È l’inizio in quegli anni ’59- ’60, a mio modo di vedere,  del processo che ha distrutto la Dc con il correntismo.

 

Nel 1959 è l’inizio di un processo degenerativo, di scontro di potere? 

Comincia allora quel processo degenerativo. Le correnti diventano all’interno della Dc il processo disgregatore del Partito.

 

E Moro per te che  sei nato a Maglie che cosa ha rappresentato?

Proprio perché per primo avevo  parlato dell’incontro con i socialisti, per un primo periodo di tempo,  nei confronti di Moro avevo tutte le mie riserve. Per me Moro era il capo dei Dorotei, quello che si contrapponeva a Fanfani mentre Fanfani per me era il progressista, Moro  invece no. Poi le cose cambiano. Moro assume progressivamente, lentamente tutta una posizione che lo porterà poi al suo martirio. Di questo si tratta.

Quando parliamo di Moro  e Fanfani parliamo  di due figure intellettuali della DC completamente all’opposto. Fanfani è l’uomo degli scatti, del nervosismo, della non adeguata riflessione, Moro comincia un cammino che lentamente,  stancamente porta all’evoluzione agli anni dell’incontro, del colloquio con il partito comunista. Sono due personalità profondamente diverse con idee diverse. Sul piano dei temperamenti;  più che contrasto di idee è contrasto di temperamenti. Noi che eravamo giovani impulsivi e tenaci che volevamo dall’oggi al domani cambiare il mondo e cambiare il partito eravamo con Fanfani.

 

Era un innovatore Fanfani?

Sì.

 

Entri in Senato nel  ’72 

Sono stato segretario provinciale dal ’68. Dopo quattro anni riportai  la Dc a livelli di grande forza nella provincia di Lecce, per la prima volta conquistammo il capoluogo, che era il centro dei gruppi organizzati di destra fascista, massonica. Conquistai il comune di Lecce con un sindaco eccezionale, Totò Capilungo; la mia segreteria provinciale diede ottimi risultati.

Il diabete che ho dal  1970 scoppiò  durante la campagna elettorale delle prime regionali. Perché bevevo, bevevo, io che non bevevo mai. Non andai dai medici perché la prima prescrizione sarebbe stata di darmi una calmata. Il segretario provinciale  dell’epoca si dedicava da mattina a notte. Tornavo a casa all’una e mezzo di notte. Dopo l’università al mattino, dove facevo lezione, andavo al provveditorato agli studi, poi dal pomeriggio la massa dei problemi infiniti di una provincia di ben 94 comuni. Non mi feci curare. Continuai l’attività. Ricordo l’ultimo comizio, quello in piazza sant’Oronzo a Lecce di ringraziamento per il grande successo ottenuto.

 

Che cosa successe?

Ad un certo momento,  non mi era mai accaduto,  la bocca si impasta, avverto il bisogno di bere,  guardo intorno, non vedo una bottiglia d’acqua, un momento drammatico perché non riuscivo più a parlare. Intorno a me solo i parlamentari Dc. Non potevo chiedere aiuto. Disperato,  guardo e vedo  un bicchiere d’acqua ma osservo che tutto il primo strato di acqua era nero, perché i moscerini richiamati  dal caldo e dalla luce dei riflettori avevano sentito il bisogno di bere loro prima di me. Ero di fronte al dilemma: o interrompere il comizio o bere l’acqua con i moscerini.

 

Come finì?

Bevvi l’acqua con i moscerini!

 

Cosa non si fa per l’amore della politica!

Poi andai a Parma e iniziai la cura diabetica.

 

Hai svolto il mandato parlamentare negli anni Settanta e Ottanta e inizio Novanta, quelli dell’intervento straordinario, della riduzione dei divari,  della crescita della Puglia come Regione con gli indicatori migliori di tutto il Mezzogiorno, poi la fine dell’intervento straordinario? Come l’hai vissuta la politica in Parlamento?

Sono stato un parlamentare molto fortunato. Accadde un fatto imprevedibile. Si svolse la prima Assemblea dei deputati Dc. La presiedeva Fanfani perché non c’era ancora il presidente del Gruppo. C’era una grandissima sala per contenere gli oltre 130 senatori Dc per essere autonomi. Io impaurito, conoscevo solo Agrimi e il sen. Francesco Ferrari della provincia di  Lecce. Partecipai ricordando quello che Giolitti aveva detto a uno dei suoi amici che aveva fatto eleggere alla Camera: “Non ti preoccupare,  il primo anno devi solo sentire, guardare e cercare di capire”.

Ebbi la tentazione di parlare e chiesi di parlare. Finita l’assemblea Fanfani nella replica non rispose a nessuno ma solo a me ripetendo più volte ” … come ha detto De Giuseppe! “. Alla fine alle mie spalle sentii la voce di Pella che avevo amato quando da presidente del Consiglio  difese Trieste e la italianità che disse “De Giuseppe oggi hai avuto successo, cerca di fartelo perdonare”. Rispondo: “presidente terró conto”.

Questo fatto fece sì che il mio nome circolasse. Alle elezioni delle cariche del gruppo parlamentare vengo eletto componente del direttivo del Gruppo con un notevole successo personale: ebbi ben 25 preferenze. Questo fatto mi aprì la possibilità di seguire il lavoro del Senato e del gruppo Dc attraverso i suoi presidenti soprattutto con Bartolomei che fu il presidente  che poi sostituii quando lui divenne ministro dell’Agricoltura.

 

Come andò la elezione e a presidente del Gruppo senatoriale?

La mia elezione  avvenne per la prima volta con una contrapposizione. Le battaglie avvenivano solitamente alla Camera. Al Senato si concordava con il Partito. Pur essendo il vicepresidente non pensavo assolutamente ad  essere candidato. Un giorno entró nel mio ufficio Gino Cacchioli  senatore eletto a Parma,  una figura molto importante della Resistenza in Emilia, comandante delle brigate partigiane, decorato di medaglia d’argento al valore militare. Occupò con una ventina di senatori il mio studio e dissero: Giorgio, abbiamo deciso:  il presidente devi essere tu.

 

Come nacque questo pronunciamento? Che cosa era accaduto?

La corrente di “Base” senza concordare con nessuno aveva candidato Salverino  De Vito. Questo atteggiamento aveva infastidito per questo gesto di arroganza del gruppo di Base che pensava di decidere senza parlare con nessuno. Si giunse anche in Senato allo scontro.

 

Come  alla Camera tra Gerardo Bianco e Giovanni Galloni, in Senato  lo scontro tra De Vito e De Giuseppe. Quella fase li, quel ruolo bellissimo, come lo ricordi? Che cosa ti rimane?

Rimane la ricomposizione della unità del gruppo. Prendo in mano un Gruppo  quasi spaccato a metà e riesco a recuperare la unità. Innanzitutto lasciando aperta la porta del mio ufficio. Tutti potevano entrare e ciò pose il presidente in un colloquio continuo con tutti i senatori. Presi  l’iniziativa di dare notizie flash alle 15. Emettevo un foglio di notizie.

C’era l’esigenza di informazione per i senatori. Siamo nei primi  anni Ottanta:  non c’erano telefonini, solo telescriventi,  poi niente. Alle 15 facevo trovare le notizie più importanti. Una iniziativa che ebbe apprezzamento anche dalle opposizioni. Poi resi le assemblee del gruppo non occasionali, ma periodiche.  Una volta ogni quindici giorni il gruppo si riuniva in assemblea e ciò consentiva di creare un clima di amicizia,  di simpatia, di stima . Tu pensa quando Gonella, Scelba, Rumor parlavano. Era momento di unità. C’era poco da dire: “Io sono della Base, sono di Forze nuove…” . Prevaleva il senso di unità.

 

Poi lasciasti il Gruppo e fosti eletto vicepresidente del Senato. Come avvenne questo passaggio

Lasciai il gruppo per una richiesta fatta da Piccoli e da De Mita. Dovevo essere quella mattina riconfermato, non c’erano altri candidati.  Si parlava sempre di una candidatura di Mino Martinazzoli, come competitor, ma Mino mi disse:  Giorgio stai tranquillo, qualunque cosa dicano voto per te, non creo divisioni all’interno del gruppo.

Poi mi chiama Piccoli e mi disse ti devo parlare. Bisaglia aveva cominciato a fare i capricci e aveva costituito un gruppo di deputati e senatori e di segretari provinciali del Veneto che si erano staccati dal controllo di Rumor e si erano orientati verso la iniziativa più forte, più vivace, più presente di Antonio Bisaglia.

Questo creava all’interno del Consiglio nazionale, dove le posizioni che facevano riferimento a De Mita non erano così forti, una situazione per cui dominus al Consiglio nazionale era Antonio Bisaglia.                                                                                                                                                                                            Piccoli mi disse anche a nome di De Mita di lasciare. Verrà Bisaglia perché abbiamo bisogno di rafforzare la Segreteria. Risposi a Piccoli. “Tutto questo non è successo stanotte. potevate dirmelo 15 giorni fa. Oggi si vota. Non c’è una candidatura ufficiale”.

Avevo ricevuto conferme. Zaccagnini mi disse: “Giorgio il mio voto è per te”. Volli parlare con De Mita. De Mita mi fece lo stesso ragionamento di Piccoli. Ti chiediamo di metterti da parte perché rischiamo  di non avere la maggioranza in Consiglio Nazionale. Quando vado al Senato per raccogliere le carte per andare via, trovo Zaccagnini e altri che protestano. Dopo due giorni mi telefona Antonio Bisaglia.

Domani votiamo un vicepresidente del Senato di nostra competenza vorremmo che fossi tu. Risposi: “È iniziativa tua o della direzione del Partito?” Mi rispose “È iniziativa mia e della Direzione del Partito”. Così mi trovai vicepresidente del Senato.

 

Sei stato Vicepresidente del Senato fino al 1994,  anche vicario, con quattro Presidenti: Cossiga, Malagodi, Fanfani e Spadolini.

Sì, rappresento un unicum. lo sono stato vicepresidente per tre legislature con un succedersi di presidenti. Realizzo un rapporto meraviglioso con Spadolini. Spadolini quando celebra a Firenze i 25 anni di ordinariato mi volle all’Istituto Alfieri, fui  l’unico senatore, mi fece visitare anche la sua casa con la Biblioteca strapiena di libri, poi donata, una casa che lui non abitava, ma con aria condizionata per conservare i preziosi libri. C’era una sola camera da letto, era quella della madre che lui adorava. Il resto erano solo stanze strapiene di libri. Mi volle quel giorno accanto a sé.

 

Anche con Giovanni Malagodi sei  stato vice.

Sì, per un breve periodo. Era la fine della legislatura. Si trattava di un mese. Nicola Mancino voleva  me, ma per una serie di accordi fu mantenuto l’impegno verso Malagodi,pPresidente del Senato. Toccò a me accompagnare la salma nel piccolo cimitero in Toscana dove è sepolto nel paese di origine della famiglia.

 

Il rapporto con Giovanni Spadolini è quello che ti è rimasto di più?

Spadolini era un grande personaggio. Bisognava avere consapevolezza di trattare con una persona che meritava grande rispetto. Non perché era presidente del Senato, ma perché era un uomo  che onorava la cultura italiana. Non mancai mai di svolgere il ruolo di collaboratore attento e  anche rispettoso. Accadde un episodio. Inizialmente rimase turbato, poi con intelligenza capì. Quando presiedeva lui , tutti i gruppi ne erano felici. Sapeva fare  mille cose ma una volta era fuori di sé, non sapeva presiedere l’Assemblea. Mentre  presiedeva pretendeva  di telefonare,  di scrivere,  di preparare articoli (multitasking si direbbe ora ndr) molte cose insieme, ma perdeva il controllo dell’Aula, una volta mi lasció  presiedere una seduta di Legge Finanziaria in un momento delicato e difficile.

In quelle due ore riesco con cipiglio e impegno a chiudere in anticipo, a fare quello che con Spadolini  occorrevano due o tre giorni. Quando tornó  a presiedere l’Assemblea scoppia un fragoroso applauso da sinistra a destra al momento del cambio delle consegne. Spadolini non capisce l’applauso. Chiede a Gaetano Gifuni: “Perché mi stanno applaudendo?”. Il Segretario generale chiarisce a Spadolini che l’applauso  era per il sen. De Giuseppe! Spadolini diventa rosso in volto. Da allora la nostra amicizia divenne più intensa perchè ogni volta mi diceva: “Ah briccone, hai cercato di diminuire il mio prestigio!”. Lo ricordo con affetto.

 

Hai avuto una grande soddisfazione, sei stato il candidato di bandiera della Dc nelle elezioni presidenziali del 1992? Che cosa ha rappresentato quel momento?

Tutta  la mia vita politica non è stata costruita con i miei gomiti. Sono stati gli altri che mi hanno chiamato a svolgere quelle funzioni. Quella notte intorno all’una  che precedeva la elezione mi chiama Nicola Mancino e mi dice: “Giorgio abbiamo avuto una lunga riunione della delegazione (segretario,  capigruppo e presidente del Consiglio) e ti chiediamo di essere il candidato di bandiera dei nostri gruppi parlamentari”.

Chiesi se erano unanimi o c’era qualche riserva. Dammi la parola d’onore. La richiesta è unanime.  I gruppi votarono per me per tre votazioni poi alla quarta votazione si astennero. Perché ? Maurizio, Ti metto al corrente di una pagina di storia importantissima. Apprendo da un giornalista – di cui non rivelerò mai il nome neppure dopo la sua morte – che il Movimento Sociale  alla quarta votazione, quando si passa dalla maggioranza qualificata a quella semplice,  senza fare dichiarazioni di voto avrebbe votato per me. Quando apprendo questa notizia vado immediatamente  dal Segretario Politico Arnaldo Forlani e gli dico della operazione in atto, guardando alla situazione con grande serietà. Continuare a votare per me che significa? Significa soltanto una cosa che il gruppo alla prima votazione mi ha dato 292 voti e alla seconda votazione me ne ha dati 280 e alla terza 270; il gruppo della Dc non è più compatto, inevitabilmente, perché iniziano i vari candidati a muoversi. Andreotti,  Colombo, Taviani e così via pretendono dai loro amici di essere indicati, perché poi sperano che quella indicazione si trasformi in qualche cosa;  noi diamo uno spettacolo di un gruppo che non è più compatto e quindi la trattativa che si deve fare con gli altri partiti la facciamo in posizione di debolezza. Che cosa significa fare la quarta votazione, quando possiamo passare al candidato vero. Se il candidato vero se Tu e sei Tu, allora abbi  l’incontro con Craxi e parla con Craxi e parla con gli altri con cui pensi di potere avere i voti per essere eletto. La Tua votazione facciamola alla quarta.

 

E Forlani cosa disse?

Forlani rimase sconvolto da questo discorso e mi disse: “Lasciami pensare”. Mi chiamò un’ora dopo; mi disse: “Giorgio hai ragione. Per adesso non è possibile. Alla quarta il gruppo si astiene, alla quinta il gruppo di centro sinistra vota per me. Cosi bisogna fare. Un abbraccio”. La mia candidatura non c’è più.

Avevo ottenuto lo scopo di tutta la  mia azione. Senza rivelare la mia fonte avevo messo il MSI nella impossibilità  di creare una situazione che avrebbe portato il Paese al dramma. Ricordavo i tempi del governo Tambroni  che era caduto o le critiche nei confronti di Leone fatte per i voti arrivati dal MSI. Dovevo impedire una candidatura di De Giuseppe che nasceva con i voti del MSI. All’interno della Dc gli  amici di Andreotti  e gli amici di Lombardi nel Psi fanno fallire la candidatura di Forlani. Questa è la storia che conosci. Si continua fino alle bombe di Capaci e alla candidatura di Scalfaro.

 

Che cosa ti rimane della lunga esperienza politica e parlamentare?

La soddisfazione di avere sempre anteposto gli interessi del partito  e del Paese. Non ho mai badato a me, tutto quello che ho avuto,  e ho avuto tantissimo,  l’ho avuto perché me lo hanno offerto. Non ho imposto nulla con i gomiti. Non ho imposto niente. Ho sempre detto si. Per la Presidenza  della Repubblica sono l’ultimo designato dalla Dc come tale. Dopo di me la Dc non designa più nessuno. Chiudo l’elenco di persone che il partito ha indicato per ruoli di grande importanza.

 

Rispetto alla situazione attuale i nostri leader che cosa ti fa venire in mente?

È una tristezza.

 

Presentasti nel lontano 1983 una progetto “rivoluzionario” quando proponesti l’incompatibilità per i Democratici Cristiani tra mandato parlamentare ed incarico di governo. Cosa che il Partito affrontó dieci anni dopo, nella conferenza di Assago e formalizzó con il governo Amato nel 1992?

Il partito adottó  questa linea per il governi Amato e Ciampi. Lo vedevo come unico contrasto al correntismo che ormai dilagava.  Le correnti nascevano per occupare i posti di ministro o sottosegretario. Pensai che condurre questa battaglia avrebbero potuto scardinare il sistema delle correnti. Questo spiega perché non sono mai stato nè ministro nè sottosegretario, perché conducendo all’interno della Dc questa battaglia non potessi entrare in contraddizione. Vinsi  la battaglia quando ormai nel 1992  il Partito ormai era in crisi. Siamo con il partito con governo  Amato e al governo Ciampi,  ma era troppo tardi perchè questa iniziativa avrebbe potuto dare effetti positivi.

 

Rispetto alla situazione attuale che cosa ti preoccupa?

La situazione di adesso è  a livello del dramma; tutti i partiti hanno commesso un errore che non sconteranno mai per quanto è stato grande. Hanno avuto 17 mesi di governo Draghi. Partiti pensosi del domani avrebbero  dovuto utilizzare quel tempo per risolvere due problemi che dai tempi di De Gasperi ancora impedisce all’Italia di avere un governo. L’Italia  chiunque vincerà le elezioni  avrà il 69/mo governo della Repubblica . Non c’è Paese democratico con una successione di governi come in Italia, in una tale situazione. Parlo della democrazia mondiale.

Abbiamo un governo ogni anno: significa che non abbiamo un governo.! Invece delle bandierine  i partiti avrebbero dovuto fare due cose: una legge elettorale perchè quella che c’è ha dimostrato che non assicura governi stabili e affrontare un problema presente dal 1983 e sul  sul tavolo politico. Negli atti parlamentari c’è una mozione con cui Camera  e Senato  chiesero la riforma della seconda parte della costituzione, e fu nominata la prima commissione Bozzi. Nel documento troverai  indicato tutto sia per il potere esecutivo sia  che per il potere giudiziario per rendere moderna la democrazia italiana.

La Costituzione  è stata fatta per creare la ingovernabilità. I Dc temevano i comunisti e i comunisti fecero la stessa cosa con i democristiani. Non cambiare con il contagocce su un articolo o questo o quel punto, perché è peggio, ma un insieme di norme altrimenti è una stupidata.

 

Con questa affermazione esce fuori il professore di diritto pubblico De Giuseppe o il politico?

Esce fuori uno che guarda al domani e si  rende conto che queste  elezioni del 25 settembre  non servono a niente. Quando andrà al governo la Meloni  si troverà esattamente nella stessa situazione di tutti gli altri. C’è una illusione di fare il governo, manca la possibilità di amministrare. Se avessero utilizzato  i 17 mesi per modificare legge elettorale e seconda parte della Costituzione che va modificata. Come pensiamo  di aumentare i poteri delle Regioni avendo 20 regioni per 50 milioni e 20 poteri legislativi. Stiamo alla follia!

 

E aggiungo con 20 economie differenziate ?

Ci sono responsabilità drammatiche di tutti i partiti. Anche per Letta che riflette un po’ di più,  ma ha sprecato tempo prezioso. Avrebbe dovuto porli questi problemi, affrontarli. Un peccato, un periodo come quello di Draghi, l’Italia non se lo sogna più.

 

È stato fatto un grave errore a far cadere Draghi con i suoi successi e la sua credibilità!

Di questi errori si scontano le conseguenze. Occorreva che Draghi a Palazzo Chigi e 5 persone in un altro palazzo  qualsiasi,  discutessero di queste cose. Ma davvero possiamo andare avanti con una legge elettorale con miscuglio di proporzionale e maggioritario! Anche le organizzazioni dei partiti ne risentono. Si organizzano diversamente anche in base alla legge elettorale. Non che abbia 92 anni,   ma sono pessimista!

 

Li porti benissimo da come hai ricordato vicende lontane e con le chiare soluzioni che proponi.

 

Maurizio Eufemi

Legge elettorale e collegi

I cartelli elettorali sono alle prese con la formazione delle liste.

 

Un lavoro complicato per l'impossibilità di garantire un posto in lista contendibile a tutti gli aspiranti, aggravato dalla forte riduzione di un terzo dei seggi. Una riforma senza senso e non sufficientemente meditata che porterà difficoltà e problemi che dovranno essere risolti progressivamente. Hanno prevalso logiche populiste e antiparlamentariste.

Il riflesso di questa dissennatezza si è riverberato sui collegi elettorali che per poter rientrare nei parametri popolazione-seggi a volte sono diventati delle salamandre. Nel senso che sono stati allungati di quà e di là per stare dentro la Regione di riferimento. Gli accorpamenti molte volte sono stati orizzontali anziché verticali, dunque non tenendo conto degli aspetti orografici (montagne, Valli, fiumi, strade, autostrade, porti) un insieme di fattori di sviluppo.

La storia è stata cancellata da una legge! L'effetto più rilevante è la modifica della composizione socioeconomica del collegio che si traduce in un corpo elettorale profondamente diverso da quello finora cristallizzato. Saltano i vecchi riferimenti e ne emergono di nuovi. Mettere insieme le aree interne di montagna o di collina in forte differenza economica con aree di pianura o di costa con economie più dinamiche si rifletterà inevitabilmente anche nel voto reale più che nei sondaggi. Questo è un aspetto non sottovalutabile perché la rappresentanza sarà mescolata e sarà difficile trovare una sintesi soprattutto per la parte maggioritaria. La chiusura anticipata della legislatura ha impedito al Parlamento di svolgere quel ruolo di indirizzo che fece con le leggi elettorali del 1993 con la istituzione di una commissione tecnica sui collegi elettorali.

Assistiamo a dismisura al fenomeno delle migrazioni elettorali. Candidati estranei al territorio catapultati in ogni angolo del Paese, nella illusione che importante è esserci tanto che si ritiene inutile fare campagna elettorale in un tempo piccolo come quello dei Tiromancino senza un radicamento e senza una presenza articolata nella società e nella comunità! Tutto è affidato ai leader dei cartelli elettorali, che non si possono definire partiti perché lontani dalle regole di democrazia interna.

 

Dunque cresce la disaffezione per l'incapacità dei leader dei partiti, utilizzando il tempo grande del governo Draghi, per sedersi intorno a un tavolo e fare l'unica riforma necessaria, quella elettorale in senso proporzionale con le preferenze. In tal caso la riduzione dei seggi avrebbe fatto meno danni!


Maurizio Eufemi

RENZI, IL SOLDATO RYAN. LA SUA INIZIATIVA VA SALVATA.

ORA LE FORZE DI ISPIRAZIONE DC POSSONO RITROVARSI.

articolo di Maurizio Eufemi apparso sul giornale online "ildomaniditalia" del 6 agosto 2022

Va lanciato un appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? Si tratta di un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica democratica.

Le elezioni politiche del 25 settembre assumono un rilievo più forte del passato soprattutto per le incertezze e le ambiguità di ambedue  le coalizioni. 

La caduta del governo Draghi è apparsa e appare incomprensibile a larghi strati della opinione pubblica, soprattutto per i successi ottenuti. Della sua caduta sono responsabili non solo coloro che ne hanno provocato le dimissioni come i Cinque Stelle, ma anche quelli come Forza Italia e Lega che hanno impedito che la situazione degenerasse approfittandone per calcolo utilitaristico.  

Di fronte ad un bipolarismo forzato dalla legge elettorale occorre che le forze moderate  e centrali del Paese, quelle ancorate ai ceti produttivi e alle professioni ai settori più dinamici della società che guardavano ai successi e alla credibilità interna e internazionale del governo Draghi, abbiano il coraggio di reagire individuando le forze politiche e lo schieramento che possa far ritrovare spazi di agibilità politica fuori dalle compressioni personalistiche. 

Dalla situazione attuale Matteo Renzi si trova nella posizione di essere fuori dagli schemi precostituiti e perciò in una situazione che può diventare forza se saprà aprirsi alle forze che sui territori  chiedono una rappresentanza su basi programmatiche serie e dignitose. 

C’è dunque da salvare il soldato Ryan (Renzi) attraverso una patto di convergenza come quello di De Gasperi nel 1923 dopo la introduzione della Legge Acerbo (aveva fatto parte della commissione dei 18) tra le forze che hanno a cuore la Costituzione, l’europeismo, l’atlantismo e non una velleitaria visione d’Europa terzomondista. 

In un tale patto di concentrazione le forze di ispirazione democristiana possono ritrovarsi e convergere ove le disponibilità al confronto superino gli egoismi, ove i programmi siano più forti della distribuzione dei collegi. 

C’è da fare appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. 

C’è da salvare il soldato Ryan, come nel film capolavoro di Steven Spielberg, dopo la estinzione dei piccoli partiti che avevano tentato, in passato, di difendere l’idea democristiana. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? ‘Salvare il soldato Ryan‘ diventa un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica politica che l’artificio elettorale determina.

La Galleria di Eufemi, Alfio Bassotti: ho avuto 25 processi

 

È stato uomo di punta della Dc marchigiana e delle sue vicende giudiziarie dice: Sono secondo a Berlusconi ma io non sono il Cavaliere. Il programma di Forlani del 1992 era sull'Europa Era la rinascita di Alcide De Gasperi che aveva visto giusto. Nelle Marche non sono riusciti a fare l’accordo con Amazon che avrebbe portato migliaia di posti di lavoro. L’occasione perduta del collegamento Ancona-Rotterdam

intervista di Maurizio Eufemi tratta dal giornale online "beemagazine.it"  dei 26 Luglio 2022

 

Oggi  parliamo con un esponente politico espressione del territorio delle Marche, un personaggio che ha percorso la strada della politica  salendo dal gradino più basso, quello di segretario di sezione, poi comunale, provinciale poi regionale. Una vita nella Regione vent’anni, per quattro volte consigliere regionale, di cui dieci anni come assessore ai lavori  pubblici e alla edilizia.

Una lunga esperienza di amministratore all’aeroporto e all’interporto dorico. Una carriera politica che lo ha portato fino alla direzione nazionale dc interrotta nel suo punto più alto da vicende giudiziarie. Oggi quelle vicende possono essere lette e interpretate in modo diverso dal momento del furore giustizialista che imperversava ad inizio anni novanta. Eppure troviamo un uomo ormai ottantaduenne, sereno, senza rancori.

Poi queste vicende,  un “dopo” alla guida per quasi dieci anni della Fondazione della Cassa di risparmio di Jesi

 

Sto ricostruendo un po’ di cose. Mi interessava approfondire, ricostruire alcune vicende di storie Dc  anche a livello regionale in questo caso le Marche. Da dove partiamo Alfio?

Ho cominciato nella Democrazia Cristiana, nel ‘60, nel Movimento giovanile  quando c’era Luciano Benadusi.  Sono stato delegato provinciale giovanile nel 1963.

 

Dei marchigiani in quel periodo chi c’era?

C’era il povero Giampaoli che era delegato regionale.

 

Una carriera che parte dal basso, dalla sezione?

Ero delegato di zona dello iesino che poi ho lasciato,  poi i gip (gruppi impegno politico)  di Ancona che ho lasciato a Ippoliti.

 

È dall’Enel che nasce il movimento dei quadri con Corrado Rossitto? 

Sì, ma sono stato eletto in Regione nel 1975 a 35 anni.

 

Come era la Regione?

C’era stata solo la prima consiliatura con Serrini prima, quindi Dino Tiberi di Pesaro. Poi nel 1975 è diventato presidente Ciaffi con l’appoggio esterno dei comunisti. A metà legislatura tra il ‘75 e l’ ‘80 è diventato presidente il buon Emidio Massi, che poi è rimasto per due legislature.

 

La esperienza  della solidarietà nazionale è durata poco. Poi negli anni ottanta come è andata la regione?

Nel 1980 recuperiamo  qualcosa,  ma non molto,  ma c’era stato un calo elettorale; nel 1975 avevamo perduto 2-3 consiglieri. Entro in Giunta nell’80; mi danno le deleghe ai lavori pubblici, ai trasporti ed alla edilizia residenziale. Faccio la legge per il pronto intervento e la legge per le calamità naturali. Quindi poi  la delega alla protezione civile. È stata la prima regione, le Marche, a fare la legge regionale. Abbiamo fatto cose incredibili in Regione in quegli anni.

Abbiamo  speso tutti soldi del terremoto, perché  fino agli anni ottanta non venivano spesi. C’era una normativa che era una legge intelligente, fatta da Trifogli (sindaco di Ancona ndr) che prevedeva una specie di adunanza di tutti soggetti interessati, quindi ogni progetto veniva esaminato da una commissione di 12 persone, ma bastava che uno eccepisse e tutto si bloccava. Non avevano speso una lira.! Avevo capito come funzionava: si doveva spostare il quorum e deliberare a maggioranza anziché  alla unanimità. C’era solo la sopraintendenza che rompeva… in otto mesi abbiamo allocato tutti i finanziamenti. Siamo stati fortunati.

È partito il piano regionale casa;  siamo riusciti a dare i finanziamenti mettendo d’accordo sia imprese che la cooperazione che stavano litigando. Non era il caso di litigare. Qual è il mestiere dell’impresa: costruire! Dissi: l’utenza si mette d’accordo con chi costruisce, quando  avete fatto accordo,  noi finanziamo tutti. Dal 1970  tra case agricole e il piano decennale le case in proprietà nelle Marche si è passati  dal 70 all’85 per cento.

 

E per quanto riguarda il piano acque? 

Abbiamo fatto il piano degli acquedotti. Le Marche sul piano acquedottistico non sono malmesse. È stato risolto il problema degli acquedotti con il Nera; abbiamo raddoppiato la vallesina, rinforzato gli interventi per Ascoli (la diga di Gerosa e di Rio Canale ndr). Il vero problema sono state le amministrazioni comunali; non hanno voluto capire che quando facevano i piani triennali avrebbero dovuto  mettere il rifacimento delle tubature, evitando la dispersione idrica.

 

E per quanto la difesa delle coste?

Non c’era più spiaggia.  Abbiamo recuperato  160 chilometri di spiaggia, costruito i porti turistici;   tutti i progetti iniziavano e completavano il ciclo di un settore, poi la nuova rete degli Ospedali, gli invasi come quello di Castreccioni, (costruito da Condotte d’Acque su progetto Italconsult sul fiume Musone nel comune di Cingoli per 42 milioni di mc e 3700 ettari irrigui e impianto idropotabile per 8 comuni ndr), abbiamo messo un potabilizzatore che avevo visto a Parigi sulla Senna per essere tranquillo e quello serve tutta la parte verso Civitanova.

 

Dunque sulle opere pubbliche sono stati progetti di investimenti  di lungo periodo?

In due anni completavano  le opere. I fondi erano Fio o fondi europei. Bisognava completare le opere in 48 mesi, altrimenti perdevi il finanziamento.

 

La Dc è stata protagonista di queste politiche di sviluppo?

Alle regionali del 1990,  poi lasciai l’assessorato perché ero diventato segretario regionale del partito, siamo ritornati ad essere il primo partito della Regione, con tre province su quattro e ottanta per cento dei comuni.

 

Una grande affermazione politica, il modello marchigiano in una economia che si affermava e funzionava?

Poi ci ha pensato la magistratura!

 

Spiegami che cosa  è successo?

Prima hanno cercato con la storia della sede regionale del partito.  È stato dimostrato che i soldi erano tutte quote pagate volontariamente da industriali  Dc che avevano le quote loro da 25 milioni ciascuni ed erano proprietari. Gli è andata buca. Mi sono assunto tutte le responsabilità. Bastava che dicessi: vedetevela con  il segretario amministrativo perché non sono il legale rappresentante  del partito, ma  sono persona seria e non  ho messo in difficoltà nessuno. Non gli è riuscito il colpo. Poi ne hanno tentato un altro! Ho subito 24 procedimenti penali! Dopo Berlusconi ci sono io, ma Io non sono Berlusconi!

 

Ti fanno ferito queste vicende giudiziarie?

Sì, sarei disonesto. Però ho tenuto botta tranquillamente. Ho affrontato tutte le cose da solo. Ne ho dovute concordare 4. In quel momento la tesi del patteggiamento non significava che ci fosse una colpa da parte dell’indagato, ma una strada per chiudere ogni discorso.

 

Per non entrare nel girone infernale della giustizia?

Ne ho chiusi 4 in questo modo. Poi ho affrontato  la vicenda del Cemim (Centro merci intermodale Marche per la costruzione dell’interporto). La questione  più schifosa messa in piedi. Pensa che questo centro intermodale era approvato,  finanziato dalla comunità europea con un rimborso del 60 per cento dalla CEE. Ci mettono dentro in quindici persone per bancarotta fraudolenta.! Sapevano che se “ammazzavano” me che ero il segretario regionale, ammazzavano la Dc per prima! Gli avevo dimostrato tutto, ma siccome era un procedimento lungo. Non volevo morire!

 

Se serve a confortarti,  anche  io sono stato perseguito come presidente di una associazione ambientalista per un articolo di giornale affisso su una bacheca? Ma dopo quattro udienze sotto la neve al Tribunale di Camerino! Naturalmente assolto! Questo per dire il clima di quegli anni. C’è stato attacco a livello nazionale alla Dc?

Ci fu una cena a Ancona di alcuni personaggi. Chi serviva,  mi ha raccontato tutto. Hanno deciso. Su Bassotti blocchiamo la Dc. Così è stato. Le altre le ho vinte tutte! Sono dovuto andare andato in otto preture. Mi avevano denunciato dappertutto per la pulitura dei fiumi.

 

La vicenda del Cemim fu il fatto centrale

Era in attivo. C’erano pure le  banche. Le gestioni Raddoppiavano il patrimonio in due, tre anni. È finita che loro volevano continuare. Io ho patteggiato. Uno è rimasto a fare da cavia. Nonostante 5 miliardi per la sola procedura, la progettazione per 7 miliardi che  non hanno messo nell’attivo patrimoniale, malgrado che c’era una legge nazionale per il Cemim con 30 md di finanziamenti. Non hanno calcolato i rientri. Avevano finito già 6 miliardi di lavori e una delibera esecutiva della Regione di 8 miliardi che non ha voluto liquidare. Era in straattivo! Dopo 15 anni dopo avere pagato tutti creditori e con gli aggiornamenti, il Cemim ritornava in bonis. Dal 2009 ha avuto l’ultima perla con la causa che ha perso la Regione! Un attivo enorme incredibile. Non può essere uno sbaglio avere perso il centro intermodale nazionale che avrebbe rilanciato tutta la regione tra est e ovest, tra nord e sud?

 

Una storia incredibile! Che manca al quadrilatero  delle Marche?

Manca la pedemontana!

 

Ho visto che con il terremoto dell’ottobre del  2016  del centro italia, con  la chiusura della Valnerina si era bloccato il turismo religioso da Loreto a Cascia.

Un itinerario francescano!

 

Tu sei stato sempre un sostenitore di Forlani.

Sì.

 

Come erano i rapporti con la sinistra interna delle Marche?

Ho avuto personalmente rapporti buoni con tutti. Quando sono stato eletto segretario regionale ho fatto tutte le assemblee. Non facevo solo l’ amministratore; dopo le 21 facevi le riunioni e avevi il polso dei problemi. Al congresso avevamo la lista forlaniana, la sinistra di Base, Forze nuove e un’altra. Al congresso ho detto: non avete problemi di rappresentanza; non vi preoccupate che nomino 3 vicesegretari, ma non voglio la lista unitaria. Sono andato al Congresso e sono stato eletto con l’87 per cento.

 

Volevi la distinzione delle posizioni?

Una maggioranza bulgara.

 

E poi?

Ho fatto 5 anni di servizi sociali. Il patteggiamento non ti manda in galera, ma ti manda ai servizi sociali, alla Caritas. Non potevo muovermi da Jesi, poi dalla provincia, informando sempre dove andavo, alle dieci dovevo essere a casa. Anche quello ha aiutato a ritrovare il mio ambiente.

 

La famiglia?

La famiglia ha retto bene. Non ho dovuto mai cambiare marciapiede. La gente salutava tutta. Si fermava addirittura.

 

Poi hai fatto il presidente della Fondazione  di Jesi?

Mi sono dimesso un anno prima, a 80 anni.

 

Sono stato relatore della legge sul risparmio conosco bene i problemi delle Fondazioni? E a Jesi?

In Acri quando si mettevano d’accordo Guzzetti, il San Paolo e una parte del Veneto non c’era spazio per nessuno. Quando sono arrivato in Fondazione, c’è stata battaglia perché i conti non andavano bene, c’era la Banca delle Marche che non andava bene. Avevamo più del 90 per cento della nostra liquidità impegnata in azioni nella  della Banca Marche.

 

Perché non avevano diversificato secondo la legge Ciampi?

Perché gli arrivavano 5 milioni di liquidità ogni anno. Quando arrivo lì, al primo cda del 2013, arriva una lettera al 27 di giugno del dg che dice o voi mi coprite entro l’ultimo giorno 30 milioni di euro per garantire l’8 per mille perché non siamo in grado di coprirlo o altrimenti andiamo in default! La banca europea ci chiede i 4 miliardi che avevamo avuto in prestito. Chiamo tutti. Succede che Pesaro si impegna per 15 milioni, noi dovevamo metterne 5; Macerata 15. Noi deliberiamo, invece Macerata non ha deliberato. Quando c’è stato il patatrac del 2015, c’erano molti altri in quelle condizioni. Ci doveva tirare fuori il Tesoro. Quanti scontri con Padoan!

 

Adesso come è?

Adesso la situazione è buona. Ha preso tutto il San Paolo. Ha chiuso il discorso.

 

Riuscite a fare erogazioni? 

La vigilanza ci diceva di fare la fusione oppure chiedete  di essere messi in liquidazione. Dissi: “Non potrà succedere mai. Tutto meno che questo”. Perdiamo 100 milioni di euro di patrimonio. Rimaniamo con 10 milioni corrispondenti al valore degli immobili. Spendevano elevate spese di esercizio e per gli organi. Avevo entrate limitate. Ho abbattuto i costi: ho portato il personale in part  time; ho abbassato gli emolumenti da 500 mila a 74 mila! Ho bloccato completamente le erogazioni liberali. Ho cominciato a guardare bene quei pochi investimenti con i fondi riserva.

In 10 anni ho fatto un aggregato culturale di 4000 metri  quadri; da 350 visitatori, tra 2015  e il 2018,  siamo arrivati 100 mila visitatori in un polo museale e culturale, con ragazzi, stage scolastici. Diamo il servizio gratis.

 

Il periodo delle grandi erogazioni è finito un po’ per tutti?

Il patrimonio è più che raddoppiato passando da poco più 10 milioni a 23 milioni.

 

Avete un grande obiettivo?

Per adesso giriamo alla larga. Adesso le entrate sono arrivate a 1 milione.  Possiamo ricominciare a guardare a programmi pluriennali di erogazione liberale. L’ultimo atto è stato fatto con il blocco operatorio dell’ospedale di Jesi. Poi una selezione molto limitata di interventi a favore di Caritas e Croce Rossa, quindi interventi attenti durante la pandemia. Comunque non condividevo la politica dell’Acri e lo dicevo al Presidente. Adesso avevo un ottimo rapporto con Profumo di Torino.

 

Quanto manca la Dc al Paese?

Era essenziale. L’Italia era come una sedia che poggiava, quella che reggeva tutto il peso era la Dc!

 

Come la vedi l’economia marchigiana dei distretti industriali, delle specializzazioni produttive, delle pmi, delle multinazionali tascabili, degli operai contadini ?

Non sono riusciti a far l’accordo con Amazon che portava migliaia di dipendenti. Avrebbe portato tutta la logistica dell’Italia centrale al Cemim, in quel territorio centrale e sistematico che incrocia l’autostrada,  la superstrada, l’aeroporto di fianco e il porto verso i Balcani e l’Oriente. Avevamo fatto un accordo tra Cemim e il porto di Rotterdam, il primo porto d’Europa.

 

Conosco bene l’importanza. Nel 1985 ho curato un libro “flotta e porti in politica per il rilancio del settore”!

Rotterdam aveva già firmato. l’ambasciatore    doveva portarlo al Ministero per essere firmato. ci forniva tre treni settimanali bloccati  tra Rotterdam e il centro intermodale  per le navi che partivano verso Oriente. L’accordo l’hanno fatto adesso il porto di Trieste e Genova, non gratuitamente,  tirando  fuori milioni di euro.

 

Però Rotterdam ha 70 km di interporto?

Lo so bene ci si sono  stato 20 volte! L’ho girato sulla barca con il direttore del Porto.

 

Se non fai la gronda a Genova,  con interporto ad Alessandria,  come lo sviluppi il porto di Genova? E la gioventù delle Marche  sempre attiva e dinamica come la vedi?

Come tutte le gioventù del paese. Noi venivano per ottanta per cento dalla cultura contadina. Per salire di grado dovevamo fare sacrifici… superare una forte selezione, terribile. Poi c’era la mentalità della cooperazione in campagna. Facevamo la solidarietà familiare nei momenti topici delle stagioni.

 

Chi ricordi di più dei politici?

Sia Il vecchio Tambroni che rimane un mito  e sia Aristide Merloni che era innamorato dei giovani, ecco perché si sono mossi, amico fraterno di Enrico Mattei e di Arnaldo Forlani. Il “tambroncino” (Rodolfo, nipote di Tambroni ndr) purtroppo era, soprattutto negli ultimi tempi, condizionato dai problemi di salute.

 

Le Marche erano tante realtà diverse, ogni provincia era una espressione di territorio con un pluralismo politico, sociale, economico, che arricchiva?

Oggi non c’è più niente. C’è il deserto. Ho fondato una associazione Europa terzo millennio quando ho potuto riprendere le attività. In ogni convegno venivano 500 persone. Erano tutti ex democristiani che si erano divisi. Li incontravo e li vedevo litigare e dicevo: ma siete matti!

 

Anche le correnti sia Forze  nuove che basisti che forlaniani  erano rappresentanti di fasce sociali  e mondi vitali?

Chi rappresentava la cultura, chi l’artigianato, chi i piccoli imprenditori, chi gli agricoltori,  chi il sindacato. Tutti insieme formavano  veramente un carro armato. Questa realtà si è così sparpagliata che pur avendo vissuto insieme nella Dc nemmeno si parlavano più. Ho creato l’associazione Europa terzo millennio; l’idea di fondo era che tutti, sia che fossero nell’UDC, nei cespugli, nella Margherita, nel Pd tutti  erano iscritti al PPE, una attività di natura politica sul piano culturale in un clima di grande amicizia.

 

Il programma di Forlani del 1992 era sull’Europa. Adesso i sovranisti ce ne fanno una colpa

Quella era l’unica scelta. Era la rinascita di Alcide De Gasperi che aveva visto giusto. Ora questo passa il convento. Adesso possiamo solo riflettere!

 

 

Post scriptum su carriere e vite spezzate

Poi la vicenda Cemim si concluderà così: (ANSA) – ANCONA, 18 NOV – A 20 anni di distanza, gli ex vertici del Cemim-Centro merci intermodale Marche per la costruzione dell’interporto, che avevano patteggiato la pena negli anni Novanta, dopo la revoca della sentenza, sono stati assolti dalle Corti d’appello dell’Aquila e di Campobasso dalle accuse di truffa e bancarotta. E la persona che era rimasta nel processo veniva assolta “perché il fatto non sussiste”.

Voci parlamentari.

“Aiutare chi la terra la lavora, non chi la guarda, altrimenti l’agricoltura non si salverà”

 

Intervista all’ex deputato Dc Giuseppe Zuech, una vita per il mondo agricolo. Prosegue la galleria dei personaggi di Maurizio Eufemi Come vanno i rifornimenti di grano, in questi tempi di guerra in Ucraina. I ricordi di Marcora, Andreotti, Bisaglia, Rumor. La Coldiretti? Non è più quella di una volta

Maurizio Eufemi - 12 Luglio 2022

 

Giuseppe Zuech, 78 anni il prossimo 18 luglio, deputato dal 1976 al 1992 è un esempio della migliore rappresentanza del mondo agricolo. Ha iniziato giovanissimo nei giovani Coldiretti, poi ha fatto esperienze nelle amministrazioni locali, poi ha trasferito nelle aule parlamentari la profonda conoscenza dei problemi agricoli. Un’esperienza a tutto tondo.

Un esempio di come la denigrazione abbia colpito indiscriminatamente una classe politica dirigente.

Lo sentiamo mentre si sta per chiudere l’annata agraria 2022 ed è tempo di raccolti.

Gli agricoltori sanno anticipare le scelte. In questi mesi  di guerra in Ucraina. In Italia sembra che gli agricoltori abbiano capito per tempo che occorreva anticipare  le scelte di produrre più grano mettendo in produzione terreni non coltivati. Ciò è stato possibile anche per la lievitazione dei prezzi che hanno reso più redditizie le scelte autunnali. La semina non è una operazione da ultimo momento. Occorre preparare il terreno e seminare tenendo conto del tempo meteorologico. Tutti fattori determinanti sul risultato finale.

 

Come va, Bepi,  il raccolto del frumento? 

Stiamo lavorando ancora. Tutto sommato bene. I problemi di tutti. Prima avevo i bovini. Ho orientato tutto in cereali e nella frutta;  ho diviso  in due le produzioni.

 

La frutta è più redditizia?!

Produco ciliegie.

 

Le ciliegie poi con certi prezzi?!

È un prodotto particolare, di facile deteriorabilitá e un tempo di consumo molto stretto.

 

Non è la mela per intenderci? 

I prezzi vanno bene al commerciante, ma non al produttore. È un prodotto molto delicato; la mela è una altra cosa, è molto più semplice. Da noi bastano due giorni di pioggia per rovinare il prodotto.

 

In passato sono state approvate  leggi di settore. Per fortuna ci sono le leggi per le calamità naturali.

C’è la possibilità di fare l’assicurazione. C’è il contributo ministeriale che offre garanzie sui rischi atmosferici!

 

Quest’anno come va? 

Ho visto che c’è più produzione di frumento. Anche io ho fatto la trebbiatura lunedì scorso.

 

Come è stata la resa? 

La resa è stata di 23 quintali al campo, che vuol dire 60 quintali per ettaro di grano Rebelde, che è una qualità di grano tenero per fare il pane.

 

È una bella resa rispetto ad altri terreni, quasi come la Pianura Padana? Il prezzo è salito? 

Da noi sta 40 euro al quintale, ma aspettiamo la borsa di Verona per avere un dato ufficiale perché non è stato ancora quotato quel tipo di frumento.

 

Però è stato seminato a ottobre scorso, prima della guerra in Ucraina. Qual era il prezzo? 

Se fosse come l’anno scorso a 23, 24 euro al quintale è difficile pagare le spese. Dopo i 40 euro si riesce a guadagnare bene. Il grano tenero è un altro discorso rispetto al grano duro,  sul quale c’è la PAC ( politica agricola comunitaria).

 

Dopo la esperienza parlamentare che cosa hai fatto? 

Mi sono dedicato all’azienda che avevo prima con il mio papà. Ho fatto il presidente provinciale della Coldiretti. Adesso è giusto che ci siano gli altri. Se mi chiamano negli organismi sono sempre presente.

 

Quindi sei ridiventato  operativo nel settore come tanti colleghi come Natale Carlotto, che a Cuneo è ancora attivo? 

Beh, lui seguiva molto anche prima. Io ho fatto sempre l’imprenditore.

 

E queste vicende, queste demagogie anti casta, contro i parlamentari, come le valuti? 

Dobbiamo dare atto  alla presidenza, alla nostra associazione che hanno fatto bene ad avere difeso le nostre ragioni arrivando finalmente a ottenere un po’ di giustizia.

 

I colleghi veneti li senti? Luciano Righi ? 

Sì, una bravissima persona. Sono a Marostica in provincia di Vicenza non lontano da lui.

 

Quando sei entrato nella Dc? Sei entrato in Parlamento nel 1976 con il rinnovamento  della Dc di Zaccagnini svolgendo il mandato per quattro legislature. Quali erano le tue precedenti esperienze?

Mio padre è stato sindaco  Dc per venti anni di Pianezze, poi nei  primi anni  sessanta ho cominciato nel mondo agricolo con la Coldiretti con i giovani 3P. Facevamo corsi a Roma alla Domus  Pacis, alla Domus Mariae a Castelfandolfo, sui Castelli Romani.

 

Quindi ti sei impegnato nella Coldiretti? 

Sono partito da zero come assessore comunale nel mio paese, poi eletto assessore nella provincia di Vicenza . Poi quattro mandati alla Camera.

Ho fatto tutta la gavetta.

Sono stato presidente Associazione  allevatori e Presidente del Club 3 P che significa: Provare, Produrre, Progredire ( fu fondata da Paolo Bonomi nel 1957 ndr).

Sono stato eletto presidente nazionale subentrando al senatore Truzzi presidente nazionale del club 3 P; il dottor Pirelli era il direttore.

 

Lo sai che Truzzi veniva a Ussita (Mc) ai piedi dei Monti  Sibillini nella sua casa che ha chiamato “la mantovanella” in ricordo della sua terra di origine? Lo ricordo nelle solitarie passeggiate lungo il fiume! 

L’ho conosciuto. Bravissima persona. In gamba.

 

Le leggi sull’Agricoltura degli anni ottanta (vedi Nota alla fine dell’articolo NdR) sono state leggi di grande avanzamento del settore agricolo. C’era grande  concordia politica anche tra forze antagoniste? 

Avete fatto scelte oculate, per la modernizzazione di prospettiva?  

Non c’è dubbio.

Abbiamo avuto un grande ministro dell’ Agricoltura come Marcora. Ho ricevuto il riconoscimento del premio Giovanni Marcora ill 17 febbraio 1991, nel palazzo ducale di Mantova, consegnatomi da Gianni Goria, ministro dell’Agricoltura, poverino prematuramente scomparso.

Marcora conosceva i problemi.  Bravissimo. Ho una impressione ottima, un po’ rustico, ma di grande capacità.

 

Che ricordi hai dei leader Dc nazionali e veneti? 

Personaggi che ho conosciuto bene: Goria, Bisaglia, Mariano Rumor, vicentino, bravissimo cinque volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti come presidente del Consiglio, persone di cui ho un ricordo bello. Di Andreotti avevo grande rispetto; conservo ancora i suoi biglietti di auguri a Natale. Ho un ricordo bello, positivo. Mandava gli auguri personali. “Caro Zuech, auguri!” . Tre parole scritte di suo pugno, teneva a un segno di rispetto personale. Ci teneva a questo rapporto. Aveva questa grande dote.

 

Adesso non sei più allevatore…

No, ho lasciato. Avevo  i bovini da latte. Facevo sia la carne sia il latte in quel periodo.

 

E adesso ? 

Con l’azienda in collina era difficile fare  certi lavori con le macchine agricole e ho preferito orientarmi in colture specializzate: mais, soia, frumento e mi sono specializzato nel ciliegio.

 

La scelta di abbandonare la zootecnia è derivata dalle politica comunitaria?  

No, bisognava  produrre i cereali per alimentare il bestiame.

 

Il ciliegio richiede molta manodopera ? 

Molta. Raccolto tutto a mano.

 

Avete gli stagionali? 

Siamo  una famiglia numerosa  e ci aiutiamo molto tra fratelli e sorelle.

 

È la solidarietà familiare?

Si.

 

E la meccanizzazione?

Sono attrezzato  per fare quel che serve per la frutticoltura. Poi ci sono i conto terzisti. Sarebbe troppo oneroso acquistare i macchinari tanto costosi per una media azienda.

 

C’è anche in Veneto la cooperazione diffusa come in altre Regioni del Paese? 

Sono presidente di un  gruppo di 45 aziende medie e piccole ; abbiamo  decine di attrezzi agricoli, macchine in forma associativa come spaccalegna, trivelle, tagliaerba, ecc., alcune macchine che utilizziamo  insieme per abbattere i costi. Da 40 anni, da quando ero Presidente 3 P abbiamo cominciato così ad acquistare questi attrezzi e andiamo avanti; è un vantaggio; da molti anni stabiliamo un tanto all’ora, un minimo per le spese e per la manutenzione perché le macchine vanno mantenute.

 

Sono macchine costose? 

Costano e bisogna stare attenti ; razionalizzare al massimo per contenere i costi.

 

E adesso la Coldiretti come va? 

È cambiato tutto. Non è più la Coldiretti di una volta.

 

Che fanno? 

Sono soprattutto orientati nel dare servizi come le pratiche burocratiche, le fatture, ma come sindacato come facevamo noi no; era una altra cosa, non è più il sindacato di una volta. Sostanzialmente fanno un servizio di caf. Ti segue le fatture, non è più un sindacato che difende il mondo agricolo di quelli che lavorano effettivamente la terra. È un’impronta diversa dalla nostra!

 

Quali sono le scelte da fare oggi ? 

Aiutare chi coltiva la terra, non chi la guarda. Questo è il principio fondamentale. Bisogna dare una integrazione, anche  in collina dove i redditi sono bassi,  se vogliamo difendere agricoltura, ambiente e il territorio.  I prezzi sono bassi e il consumatore paga caro. Se vogliamo difendere il territorio dobbiamo dare una mano a chi lavora, altrimenti non ce la fanno. I costi ci sono, i prezzi sono bassi.

 

Guadagna la intermediazione? 

Appunto, esatto questo è il punto.

 

Siamo stati criminalizzati come Dc perché nella vulgata si davano le pensioni di invalidità come integrazione di reddito agli agricoltori, che erano i guardiani del territorio contro l’abbandono e il degrado? 

Bisogna difendere bene la specializzazione, la professionalità, la qualità, la difesa dei marchi,  i prodotti tipici: sicuramente è la strada la seguire. Ma se non aiutiamo chi la terra la lavora,  diventa difficile  andare avanti.

 

C’è oggi una forza politica che si fa interprete dei problemi, di comprendere  e difendere  il mondo agricolo come la Dc del passato? 

Non la vedo. Fanno discorsi un po’ filosofici, ma in concreto non vedo interventi.

 

E una presenza come la vostra con grandi battaglie? 

Non c’è più!

 

Eravate tutti competenti. Tutti specializzati nelle conoscenze. Ognuno di voi della commissione Agricoltura aveva una profonda conoscenza dei problemi ed era una realtà nelle singole regioni.

L’argomento lo vedevamo sulla nostra pelle;  i problemi li conoscevamo bene e diventava più facile interpretarli!

 

Oggi i problemi chi li studia? Chi li conosce? Chi se ne fa interprete, come faceva la Coldiretti del passato e i suoi rappresentanti nelle istituzioni?

Post scriptum

Tra i principali provvedimenti sul finire degli anni Ottanta: Le norme per reprimere le frodi, le sofisticazioni e contraffazioni nel settore vitivinicolo, i fondi  di solidarietà nazionale sulle calamita  naturali e i sostegni alle imprese danneggiate dalla siccità delle annate agrarie ‘88-‘89 e ‘89-‘90, gli accordi interprofessionali per la quantificazione delle produzioni e per  migliorare qualità e criteri;,  la legge quadro sulla zootecnia a protezione della qualità; gli interventi programmati in agricoltura; i doc per gli olii extravergine; la disciplina dell’ acquacoltura. La Dc fu rilevante nella definizione, solo nella decima  legislatura, dei provvedimenti con 15 relazioni su 21 leggi di settore! Orgogliosa consapevolezza di avere operato per il miglioramento del settore agricolo.

 

GUIDO BODRATO “La DC? Un grande partito di popolo”.

Intervista di Maurizio Eufemi- 9 luglio 2022

 

Guido Bodrato classe 1933, piemontese, tre volte ministro, della Pubblica Istruzione, nei Governi Forlani e Spadolini 1 e 2, poi del Bilancio nel governo Fanfani e infine dell’Industria, nel governo Andreotti VII. Deputato per 7 legislature, parlamentare europeo, del PPE, direttore de “Il  Popolo” dal 1995 al 1999, a lungo consigliere comunale di Torino. 

 

L’ultima volta ci siamo visti a visti a Chieri, alla Sala della Conceria, per la presentazione del mio libro Pagine democristiane. Appena lo sento, è Bodrato che mi rivolge la prima domanda. 

Ti occupi ancora di qualcosa? 

Adesso sto ricostruendo la storia della DC attraverso la conoscenza di alcuni personaggi. Mi piaceva fare, anche con lei, una riflessione sui tempi lontani. 

Alla mia età, impegni che mi facciano uscire di casa non ne prendo più. Ho visto che negli ultimi due o tre anni faccio fatica. Gli anni che ho si vedono. Preferisco evitare di affrontare prove che, piccole o grandi, non sono più gestibili con la freschezza di un tempo. La seconda ragione è più oggettiva e serena: passo gran parte della giornata a leggere e scrivere. Continuo ad avere la malattia della politica. Ho i piedi nel novantesimo anno per cui vedo molti amici, anche più giovani di me, che se ne sono andati:  “Sono davanti a noi”, come dicono gli alpini. 

In occasione del novantesimo la associazione degli ex parlamentari conferisce la medaglia con una cerimonia. È un gesto simbolico, denso di significato. Quell’appuntamento si avvicina. 

Bene. Guardo però in faccia la realtà. Mi sembra che del passato sopravvivono solo delle malinconie poco più che individuali. La forza di una rinascita non la vedo; semmai noto piccole ambizioni, qualche volta giustificate se non effettivamente meritorie. Riguardano persone che conosco, e non è un caso, dato che avendo girato molto l’Italia di amici ne ho incontrati molti. 

Lo so bene! 

Ci sono altre iniziative invece che anziché guardare avanti, fissano gli occhi all’indietro. In un mondo come questo – un mondo che cambia continuamente e dove si invecchia senza fare niente – alcune iniziative corrispondono a velleità piuttosto che ad autentiche speranze. Dunque, sto alla finestra, ma non passivamente: a chi mi chiede un’opinione, volentieri la offro. 

Stavo rileggendo in questi giorni “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc. Mi sono imbattuto in un dibattito interessante e ho ritrovato un articolo, pregevole, a tua firma sul significato politico del convegno del MgDc di fine agosto del 1957 al Sestriere. 

Non ho mai negato il passato. Non solo, ma ero e sono uno tra quelli che il passato ha cercato sempre di interpretarlo e spiegarlo, per darne una ragione plausibile, non per farne oggetto di superficiali valutazioni che recano in seno il desiderio di una condanna preventiva. Ho partecipato tempo fa a un convegno organizzato dalla CGIL a Genova e a Roma, presente Pietro Ingrao, dove era in discussione la tormentata vicenda di Tambroni. Hanno pubblicato gli atti. Oserei dire che l’unico intervento in cui si può leggere una difesa di quel passaggio complicato nella storia della DC, è il mio. La verità è che non sono minimamente attratto dalla demonizzazione di quegli eventi che costituiscono ancora oggi il motivo di alimentazione della polemica anti DC. 

Quale è stata la molla che spinge il giovane Guido Bodrato ad entrare nel Movimento giovanile, in cui c’erano per altro Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo, Franco Malfatti, Bartolo Ciccardini, Carlo Fuscagni, Celso Destefanis, Pietro Padula?  

Negli anni ‘50 sono stato segretario generale degli studenti universitari torinesi. L’Ateneo aveva 12 mila iscritti, non 40 mila come oggi. Andavano all’università solo quelli che provenivano dal liceo classico, gli altri potevano accedere al  Politecnico. Avevo in mano la maggioranza assoluta. Mi conoscevano per essere impegnato contemporaneamente nell’Azione Cattolica, nella Democrazia Cristiana e nel Movimento Federalista, allora molto forte: solo a Torino aveva più iscritti – circa mille – di quanti ne abbia attualmente sul piano nazionale. Oggi si registra un indebolimento generale delle esperienze associative e ciò rimanda, senza ombra di dubbio, a un deficit di motivazione culturale e politica. Ci si rifugia nei gruppi a base più ristretta, con finalità specifiche, senza orizzonti nazionali. 

Prima c’erano  gli ideali… 

Sì, appunto. Il problema non investe solo i partiti. Riconosco che la storia della democrazia, e non solo di un partito cardine qual era nella cosiddetta Prima Repubblica la Democrazia cristiana, è purtroppo fatta di tanti peccati di comportamento. 

Ricordo due o tre libri che avevo letto quando incominciai a far politica, tutti con il medesimo riferimento nel titolo: crisi della democrazia. Certo, si riferivano agli anni ‘30, ma le cose si possono ripetere, alcune volte in senso positivo e altre in senso negativo. Forse, con molti meno anni sulle spalle, probabilmente il mio giudizio sarebbe un altro. Il vissuto della politica è gran parte della politica: in fondo la politica la rappresenta chi si occupa concretamente di essa. Direi, semplicemente, chi la vive. Alla mia età, di politica posso parlare da lontano, ma non posso dire o pensare che ne sono artefice diretto.

Chi conosce Bodrato apprezzava ed apprezza tuttora la sua coerenza.  

L’impegno politico esige coerenza. Ho sempre detto quello che pensavo, anche se con l’avanzare dell’età si diventa più accondiscendenti alle forme e allo stile, perdendo certe asprezze giovanili. Come tutti, sono stato giovane una volta, mica dieci volte. Ho raggiunto traguardi importanti senza però venire meno alle mie convinzioni profonde. Sono stato ministro più volte e penso di aver difeso le idee, nelle istituzioni e nel partito, che trovano radici nel popolarismo. Per questo ho manifestato il mio dissenso quando si è cercato di agguantare con artifici e spregiudicatezze il consenso che sfuggiva, cercando di prendere al volo la prima liana disponibile. Il paradosso è che non mi sono mai sentito minoranza, ma sono stato quasi sempre minoranza. Anche adesso, lontano dalla battaglia diretta, vivo questa condizione psicologica che esige attenzione alla dinamica, spesso complicata, dell’innovazione in ambito politico. Mi auguro, al riguardo, che nei giovani sia sempre forte la capacità di rigenerare una sana ambizione creativa. D’altronde, guardo ai giovani con interesse e curiosità perché ho la fortuna di essere bisnonno. 

Rallegramenti! 

Beh…mi confronto con dodici nipoti, di diversa età, e so come affrontano i problemi. Purtroppo pensano in base a una tecnica di ragionamento che appare molto condizionata dal dispositivo logico del computer, avendo pause ridotte e intuizioni a breve. I giovani, magari senza esserne pienamente consapevoli, operano con più velocità, ma finiscono succubi di un pensiero contratto, senza la forza della elaborazione complessa. 

Faccio mia la considerazione che emerge da questo colloquio: non bisogna smettere di pensare il presente e il futuro alla luce di ciò che il passato ci consegna. Dunque, cosa insegna la storia? O meglio, la nostra storia? 

In questo momento sto davanti al computer alle prese con una ricerca della Fondazione Donat-Cattin sulla classe dirigente del primo Partito popolare, dal 1919 al 1926, in Piemonte. Cosa emerge? Il retroterra cattolico esprimeva una quantità di piccole formazioni nelle diverse diocesi e molti erano i nomi rappresentativi di quel mondo. Ora, sappiamo bene che senza un quadro di riferimento politico ogni descrizione di fatti e persone stenta a fornire gli elementi per individuare il nesso della vicenda esaminata. Sto cercando di dare alla ricerca questo riferimento politico, così da inquadrare in modo più corretto il contributo di alcuni protagonisti. Comunque, se ti guardi indietro non trovi solo cose belle e interessanti. Gli ambiziosi, i traditori, gli opportunisti, si mescolano e convivono con figure straordinarie di dirigenti e militanti politici, capaci di sacrificarsi per il partito.

Racconto ai miei nipoti questa complessa realtà ed essi mi dicono “nonno, non è cambiato niente”. In effetti, la politica al suo interno conosce e subisce tentazioni che continuamente la mettono alla prova. 

Torniamo alla ricerca. Il contesto storico è quello che ha costretto Sturzo, su consiglio della Segreteria di Stato Vaticana, ad andarsene all’estero, praticamente in esilio. Lui aveva fondato un partito aconfessionale, ma metà dei dirigenti di quel partito erano preti. Quando la Santa Sede ha detto “basta, non fate più politica”, in quel momento è come se avesse sciolto il Partito popolare. Questo incastro sfugge normalmente allo sguardo degli storici. Ora, analizzando la realtà concreta del Piemonte e della mia città, sembra di poter cogliere il fenomeno con più chiarezza. 

La ricostruzione effettuata mi pare abbastanza dettagliata e convincente, adesso vedrò cosa farne. L’intenzione non è riscrivere una storia, ma provare ad organizzare gli elementi che consentano una sua più adeguata interpretazione, riferendola a sentimenti che sono collegati alla realtà odierna. Questo, in definitiva, mi fa continuare a far politica anche se sconto una oggettiva condizione di solitudine. 

Meno male che ci sono Fondazioni che svolgono un lavoro meritorio, fanno emergere queste storie attraverso serie ricerche storiche.

Per 20 anni ho tenuto in piedi l’Associazione dei popolari,  potendo contare su circa 600 iscritti. Quella del Piemonte è stata la più robusta delle Associazioni nate sulla scia dello scioglimento della DC e la sospensione dell’attività politica da parte del Ppi. Poi lentamente si è disgregata. Un sodalizio rivolto soltanto all’elemento culturale, alla riflessione storica, alle idee e non alla azione, non interessava più a nessuno. Dicevano: facciamo una  corrente capace d’inserirsi a pieno titolo nel contesto politico del partito (prima la Margherita, poi il Pd) che rappresenta il punto di confluenza politica dopo la breve stagione del Ppi. Ma se le correnti non fanno politica, se esse stess sono fatte di nominati, muoiono mentre nascono. Oggi saranno una cinquantina di persone in tutto e purtroppo l’Associazione langue, essendo convinte ormai che lo strumento così indebolito non serva a produrre politica  

A proposito di nominati, ricordo la sua grande battaglia per la legge proporzionale. 

Se non vivi il rapporto quotidiano con la gente, non fai esperienza di ciò che costituisce il nucleo vitale della democrazia. La centralità del fare politica stava nel rapporto con l’elettorato e rappresentava una combinazione difficilissima. Oggi si parlerebbe, in modo più sofisticato, di una sorta di algoritmo della politica, con il quale organizzare concettualmente ciò che un tempo apparteneva alla naturale combinazione di pensiero e azione, dove magari si registrava più spontaneità e più passione. D’altronde, se si indebolisce uno si indebolisce anche l’altra: un pensiero vale in politica se determina un’azione e, viceversa, un’azione politica regge, significativamente, se incorpora un pensiero. Non c’è alternativa possibile a una tale connessione. 

Ora, ben si comprende come l’impegno di molti amici si perda nella inanità dell’impresa. Anche quelli più attivi – li giustifico perché hanno 60 anni e mentre io ne ho 90 – si illudono di maneggiare qualcosa di gratificante. Sono disperatamente alla ricerca di un ruolo personale che non trovano, semplicemente perché non esiste al di fori di una precisa dimensione di partito. Forse sono cose banali, ma tutte le cose vere sono sempre banali: da soli si fa filosofia, non si fa politica. 

Purtroppo mancano i luoghi di aggregazione. Anche le riviste politiche, spesso organi delle correnti di partito, davano vita a processi fatti di incontri, solidarietà, riconoscimento reciproco . 

C’è una rincorsa infinita alla leadership, quale che sia la sua ragione effettiva, il suo riscontro con le dinamiche sociali, il suo intrecciarsi con le spinte democratiche di lungo periodo. Si opera con il cronometro in mano, tutto scorre veloce, senza che avvenga quella sedimentazione culturale che nutre da sempre l’azione politica. Tu hai conosciuto dall’interno la DC: quel circuito democratico che ne determinava la legittimazione pratica agli occhi degli iscritti e degli elettori, oggi dov’è? In quale partito riesci a scorgerne il tratto, per indovinare una qualche similitudine? Non è solo un problema di partito. 

Il mondo cattolico ha stentato ad aggregare i fedeli. Ce lo dice questo sant’uomo del Papa! Tutti vogliono la Chiesa trionfante, ma lui appartiene alla Chiesa di oggi, che non è per niente trionfante. 

In politica il leaderismo è un dato di corrosione democratica. Nessuno che dica sono disposto a fare il  quarto o il quinto. Tutti vogliono essere i primi – fenomeno, questo, che va oltre i confini nazionali – altrimenti fanno le valigie e provano a organizzare un nuovo partito. 

Guarda quanti segretari ha cambiato il Pd, ne puoi contare 6 o 7! Forse di più. Lo cambiano, virtualmente, già prima che sia  segretario! 

Nessuno è disposto a fare l’opposizione interna. Donat Cattin invece ha vissuto questa condizione a lungo, lo stesso è avvenuto, sia pur brevemente, con Moro. 

Anche in questo caso la storia – la nostra storia – può insegnarci molto. Nelle mie ricerche mi sono addentrato nella riflessione su cosa politicamente ha davvero rappresentato Sturzo. Gli si possono attribuire anche grossi errori. La rigidità di approccio, o se vogliamo un certo tipo d’integralismo, costituiscono il suo tallone d’Achille. Non ha saputo realizzare, quando pure appariva necessario, le alleanze che potevano garantire una tenuta migliore dell’iniziativa dei Popolari. E non promosso o acccettato alleanze perché pensava sempre che il rischio fosse quello di perdere l’identità di partito. Ha sempre detto: se resiste questo motivo d’identità ci sto, altrimenti faccio la minoranza. Ora, se ti guardi attorno, è proprio vero che più nessuno accetta l’idea di essere minoranza. Un partito di minoranza risulta un’offesa allo spirito del mondo, una lesione alla credibilità dei vari protagonisti politici. Ora, però, un partito che non metta nel conto il dovere di essere all’occorrenza minoranza, è un partito destinato a scomparire prima di quanto s’immagini. 

La DC ne era immune?  

Non lo so. Mi sono fatto la convinzione che se la DC avesse accettato unanimemente di andare in minoranza, dopo un periodo di lontananza dal potere sarebbe tornata ad essere una forza determinante. Non è andata in minoranza perché quando è iniziata la crisi i tre o quattro dirigenti da cui dipendeva il futuro si sono asserragliati nei fragili recinti della loro autodifesa. Ognuno di loro ha pensato di trasmigrare in una diversa maggioranza. È si è visto cosa è accaduto.

Si sono rinchiusi in un potere che assomigliava a un guscio vuoto…

Mi piace parlare con te perché sei una persona che ascolta. 

Eppure l’esperienza della DC offre ancora molti spunti di riflessione. Abbiamo di fronte il dramma della guerra russo-ucraina: la causa scatenante è stata la tensione mai sopita nella regione del Donbass. Ora,  l’accordo De Gasperi-Gruber, che dette vita al pacchetto Alto Adige, ci dice quanta lungimiranza ha guidato l’azione dello statista trentino.

Ricordati soltanto che per quasi undici anni sono continuati gli atti di terrorismo. Gli estremisti, da una parte e dall’altra, non si sono fermati. Il rivendicazionismo sudtirolese si scontrava con il nazionalismo della destra radicale italiana. Eppure, grazie all’accordo tra Roma e Vienna, quella crisi è stata largamente governata, per essere in ultimo assorbita del tutto.

Che giudizio possiamo dare di De Gasperi?

Su di lui ha scritto un bel libro Giuseppe Matulli. Il punto che mette in evidenza si collega a una riflessione già sviluppata da Gabriele De Rosa. De Gasperi, per la sua formazione in ambiente austro-ungarico, non ha l’intransigenza di Sturzo. Tra i due esiste una differenza importante: Sturzo concepisce la lotta democratica in termini di esaltazione dell’identità di partito, De Gasperi come ricerca dell’equilibrio e anche del compromesso, per non restringere indebitamente lo spazio di manovra dei cattolici popolari.  

De Gasperi fu deputato in un Parlamento, quello di Vienna, in cui la componente italiana era la quattordicesima minoranza e dove in Aula si parlavano sette o otto lingue diverse. La piccola minoranza italiana doveva fare politica con la consapevolezza che solo la capacità di dialogo poteva facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi  

L’attitudine di De Gasperi consisteva, almeno nel periodo iniziale dell’impegno pubblico, nel prendere sul serio il lavoro di avvicinamento delle posizioni più divaricate. Capire gli altri e farsi capire, cercando i margini possibili d’intesa, era un modo per difendere gli interessi dei suoi trentini.  

Se vogliamo valutare in modo corretto l’atteggiamento di De Gasperi all’avvento del fascismo, abbiamo il dovere di riconoscere la preoccupazione che sottostava alla sua condotta pubblica. Quando c’è stato lo scontro iniziale con il fascismo, De Gasperi cercava il compromesso per ottenere il meglio e, dunque, una via di uscita per evitare la guerra civile. Sturzo invece fu pronto a rispondere con fermezza, perché abituato a ragionare secondo un paradigma di chiarezza, non edulcorando i contrasti. 

De Gasperi non era meno antifascista di Sturzo, ma confidava più del prete siciliano in un’opera di contenimento dell’irruenza politica mussoliniana. Da qui la divaricazione tattica tra la segreteria e il gruppo parlamentare del Ppi. Indubbiamente Sturzo fu più lucido e anni dopo, riconquistate le libertà, De Gasperi lo riconobbe. Tuttavia il retaggio della sua lezione di prudenza, ancora valida oggi, permette di vagliare il pericolo che si nasconde in uno scontro permanente, anche sui principi e i valori fondamentali dell’ordinamento democratico. Gli esempi non mancano, anche fuori dall’Italia. Se prendiamo in esame il dissidio interno alla società americana, con il carico di odio tra le aperti avverse e le conseguenti esplosioni di violenza, non possiamo che raccogliere a posteriori l’invito di De Gasperi a limitare o mitigare lo scontro politico. In fondo, come gestì il duro braccio di ferro con Togliatti e l’opposizione frontista? Non oltrepassò mai i confini della convivenza civile e del rispetto democratico. Contrariamente alla Germania, l’Italia non mise fuori legge i comunisti. De Gasperi tenne fede alla ricerca dell’unità possibile, per il bene della collettività e la difesa delle istituzioni.     

Alcuni insegnamenti ritornano con il tempo. C’è sempre da imparare a rileggere il modo in cui i “grandi padri” della DC hanno esercitato la loro leadership. Ad ogni buon conto, De Gasperi usava il metodo democratico in tutti i passaggi interni al partito.

Non c’è dubbio, De Gasperi rientra in quella categoria che potremmo definire dei leader veri, autentici, a differenza di quelli costruiti da leggi elettorali e meccanismi selettivi ad hoc. 

Nella DC esisteva un meccanismo di controllo e verifica a carattere permanente. In questo modo si allargava la partecipazione. Giulio Pastore dette vita a una corrente parlamentare, poi trasformata in corrente di partito, per contrastare la presenza di un’altra corrente, schierata a destra, che aveva come obiettivo di condizionare continuamente De Gasperi. 

Nessuno ricorda, neppure gli storici, che De Gasperi nel 1953 perse le elezioni e fu sfiduciato in Parlamento, nonostante il sostegno del segretario del partito, Guido Gonella, e l’apertura ai monarchici: “Non ci conosciamo” – come dire votatemi – “poi ci conosceremo!”. Tornò alla guida della DC, ma il suo ciclo era concluso. 

La sua politica influì sugli sviluppi successivi per molti anni, dando un profilo marcato e stabile alla democrazia repubblicana. Tuttavia il suo periodo aureo è stato appena di sette o otto anni, poco più di una legislatura. 

Purtroppo le grandi testimonianze appassiscono nella nostra memoria. Adesso tutti lo ricordano perché era uomo di una correttezza assoluta, tanto nei rapporti personali quanto nei rapporti politici, in grado con la sua autorevolezza di contribuire notevolmente a formare la classe dirigente democristiana. Poi è avvenuto che questa correttezza “à la De Gasperi” sia andata lentamente consumandosi, fino ad arrivare alla sciatteria e al disordine che abbiamo constatato nel recente passato, di cui purtroppo non riusciamo a intravedere il dovuto superamento nello stile di molta parte dei politici attuali. 

In effetti, me ne rendo conto, sono drastico. Non mi piace arrotondare i giudizi per guadagnare consenso, dato che ormai non ho neppure necessità di inseguire obiettivi e riconoscimenti che in democrazia sono giustamente legati alla raccolta di solidarietà e convergenza. Mi posso permettere di essere franco fino in fondo. 

Che cosa ricorda di più della esperienza parlamentare? 

Non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna di costruire con molti colleghi parlamentari, anche di altri partiti, una felice condivisione di sensibilità attorno soprattutto ai temi emergenti dalla crisi del primo centro-sinistra, partendo perciò dagli anni ‘70 per arrivare fino alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Le difficoltà dello Stato sociale e l’avanzata del neo-liberismo costituivano argomenti che spesso offrivano spunti concreti di collaborazione, superando alcune barriere di partito.

Sono stato Ministro in tre governi diversi, negli anni ‘80, sempre con la preoccupazione di adempiere a un compito che prescindeva dalla mera gratificazione personale. Non ho fatto niente di straordinario. Mi ricordano in genere come una persona che aveva una sua linearità di atteggiamento politico; ciò nondimeno, quella linearità non era tutta e solo mia perché nei dicasteri dell’Istruzione, del Bilancio e dell’Industria mi sono avvalso in misura cospicua del consiglio e della esperienza di collaboratori, funzionari e amici di partito. Stavamo a contatto quotidiano e la sera andavamo a cena assieme, in una politica senza orario, come i negozi che sono aperti giorno e notte. 

Il cena e il dopo cena in attesa delle prime copie dei giornali… 

Sì, anche questo era un rito. Sono stato cinque anni direttore de “Il Popolo”, oltre che parlamentare nazionale ed europeo, nonché Ministro. Ruoli intercambiabili, tecnicamente diversi ma per me simili, sotto molti aspetti. Ho conosciuto da vicino il mestiere del commentatore e del cronista. Adesso vedo comparire in tv, come corrispondenti dall’Ucraina, diversi giornalisti che sono ben presenti alla mia memoria di direttore del quodidiano ufficiale del partito. Li vedo che sono cresciuti e apprezzo il fatto che abbiano mantenuto rigore e obiettività nel dare le notizie. Fortunatamente non c’è quel settarismo che spesso incontri nelle urlate dispute dei talk show. “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: così si espresse una volta, con spirito acuto, il card. Martini. Un pensiero illuminante! Quando invece la tendenza è quella di trasformare l’essere minoranza in pratica e condizione settaria, allora sì che si sprofonda nella palude dei falsi orgogli. Potremmo definirlo il suicidio delle ragioni professate con poca fiducia nello strumento del dialogo. A me preme, invece, stare su questo terreno e mettere a valore il confronto con gli altri. Non sono così bravo, così coerente e lineare, ma cerco di essere all’altezza dei propositi. 

Chi ricorda dei politici con più grande affetto? 

Una persona mi ha aiutato a crescere, Carlo Donat  Cattin, un’altra mi ha aiutato a “tramontare”,  Benigno Zaccagnini: due personalità straordinarie, assolutamente diverse, che considero decisive nella mia esperienza umana e politica. Poi, indubbiamente, c’è stato Aldo Moro. Dire che ho provato a somigliarli, non sarebbe appropriato. Semmai, nei momenti più difficili, il suo esempio l’ho considerato un criterio direttivo per l’azione. Credo sia facilmente comprensibile il motivo. 

Ce ne sono altre? 

Ho avuto un rapporto amichevole con Franco Salvi, uomo di ammirevole intelligenza, forse intransigente a tal punto da apparire duro e scostante. 

Se penso all’oggi, ci sono sette o otto parlamentari con i quali mi sento per gli auguri nelle circostanze più disparate. Tra noi vige una rapporto di amicizia e conoscenza tale da scavalcare qualsiasi fraintendimento. Non parliamo mai di politica in senso stretto, ma scambiandoci le impressioni su questo o quell’argomento ci troviamo subito d’accordo. 

Nessuno di loro è una bussola – questo è il paradosso – ma insieme sono l’orizzonte al quale rivolgo volentieri lo sguardo. Se a uno di loro chiedi ad esempio come va a Napoli, te lo dice con semplicità e precisione, sicché puoi capire in poche battute l’essenziale. 

Poi i ricordi sono fatti anche di ambientazioni, ovvero di contesti che spiegano la politica, ne illuminano il valore paradigmatico, incarnando qualcosa di attrattivo ed esemplare. Le “bianche” Brescia e Bergamo, come pure le “rosse” Modena e Reggio Emilia erano città che raccontavano la vivacità e la forza della politica. In entrambe operava una DC attenta e moderna. Qui trovavi il partito capace di governare bene o di fare bene l’opposizione, il modello di partito da mettere su un piedistallo, quello che la DC doveva essere ovunque. Perché invece dominavano o sembravano dominare, in troppe situazioni locali, logiche e costumi deprecabili? Il gioco delle tessere, le collusioni con realtà moralmente opache, casi di corruzione inaccettabili: ecco, dovevamo  fronteggiare nostro malgrado le accuse che derivavano dalla diffusione di tali fenomeni. 

Facciamo attenzione, i luoghi dell’eccellenza, se vogliamo chiamarli così, non erano politicamente amorfi, anzi. La democrazia locale era intessuta di lotte e competizioni, ma prevaleva una regola di amore per la comunità. Certo, dentro queste esperienze fai presto a individuare una tipologia di impegno politico. 

Recentemente, sulla DC di Bergamo mi ha raccontato molto bene Gilberto Bonalumi. 

Devo dire che Bonalumi è una persona che tutti noi abbiamo sottovalutato. Conosce la situazione concreta dell’America Latina, avendo tessuto rapporti di amicizia  con i democratici cristiani di quel continente. Credo che nessun altro nella DC abbia avuto la stessa ampiezza e consistenza di conoscenze e relazioni. Sapeva tutto di ogni nazione. Ti diceva il nome di questo o quel dirigente, e all’occorrenza sapeva come rintracciarlo. Il suo lavoro è stato straordinario, frutto di un apprendistato politico di alto livello che una città come Bergamo, con un partito robusto e qualificato,  poteva evidentemente garantire. 

Non abbiamo parlato della dialettica tra le due sinistre democristiane.

Nel rapporto tra Forze Nuove e Base, ovvero tra la corrente sociale e quella politica, c’è sempre stato un “odi et amo” nel dare compimento a una politica autenticamente popolare. Io sono cresciuto nella corrente di Forze Nuove. Con Luigi Granelli e Giovanni Galloni, esponenti della Base, andavo molto d’accordo. Erano quelli che incontravo più frequentemente. Abbiamo dato vita insieme a una quantità di iniziative editoriali. Sia i periodici della Base che quelli di Forze Nuove rappresentavano la sede di un intenso dibattito politico. Donat Cattin era straordinario, aveva l’animo del giornalista e questa sua inclinazione esaltava le sue doti di leadership. “Settegiorni”, un settimanale a larga diffusione, fu voluto e sostenuto da lui. Poi venne “Il Domani d’Italia” di Pratesi e Galloni, “Il Confronto” come strumento della cosiddetta Area Zac, quando le due sinistre si mescolarono e presero a concepirsi alla stregua di una sola corrente. Finché, ricorderai, alla fine Donat Cattin ruppe con la politica del confronto e lanciò, nel congresso del 1980, il Preambolo. A me toccò assumere allora la rappresentanza di quella parte della corrente – scegliemmo la denominazione di Nuove Forze – che non intendeva disperdere o peggio rinnegare il carattere unitario della stagione zaccagniniana. 

Sta di fatto che la storia della DC passa ampiamente per le pagine delle riviste delle sue correnti di sinistra. Noi ci tenevamo a precisare che eravamo sinistra della DC, non sinistra nella DC. Una distinzione importante, giacché significava che l’essere di sinistra andava a qualificare organicamente la battaglia per una DC più consapevole della sua natura popolare e democratica. La sinistra interna si connotava come avamposto di un partito socialmente aperto, con un programma avanzato, non come un gruppuscolo alieno che operava transitoriamente nell’involucro democristiano, ma in vista di una dissoluzione apportatrice di novità nella sinistra italiana nel suo complesso. 

Le correnti non erano di per sé un male, vero?

Le correnti, anche quelle moderate, sono state nei momenti migliori un fattore di ricchezza ideale. De Gasperi, sempre lui, usava dire: “Sono correnti dello stesso bar”. Tuttavia, se ci abbandonassimo all’astrazione, non capiremmo la complessità della DC. Le idee contano, ma alla fine conta di più la realtà; conta come vivi la politica dentro l’esperienza reale, nel contesto del tuo territorio, dentro la tua comunità. I problemi contano più della tua idea e dunque la tua idea, per affermarsi, deve farsi carico di quei problemi. 

Bisogna ascoltare, ci suggeriva Moro. Ognuno ti aiuta a collocare nel modo più utile le idee che maturano in un determinato frangente.

La grandezza di Moro, oltre che sul pacchetto Alto Adige, l’ho vista nella legge sulla ricostruzione del Friuli, con Zamberletti commissario straordinario.

Moro ebbe chiaro l’obiettivo di dotare gli amici friuliani di strumenti eccezionali per rimettere in piedi la regione devastata dal sisma. La scelta di Zamberletti a capo di quella che diventerà la Protezione civile fu una intuizione efficace. Evidentemente Moro apprezzava le qualità di Zamberletti. Quando eravamo nel Movimento giovanile, per due stagioni lui ed io siamo stati nello stesso alberghetto, dormivamo nella stessa stanza. Tutti lo riconoscevano capace di “mettere a terra”, secondo il lessico dei nostri giorni, le competenze derivanti da una coscienziosa militanza politica. Non ci siamo più ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda quando prese parte a “Europa 70”,anche insieme a Bartolo Ciccardini, un movimento (e una rivista) che privilegiava la consonanza con i temi gollisti, in pratica sostenendo l’introduzione del presidenzialismo e la costruzione di una democrazia più ordinata sulla nettezza della dialettica tra maggioranza e opposizione, quindi tendenzialmente bipolarista. 

Altri la pensavano come lui. O sbaglio?

Una componente a tendenza presidenzialista c’è sempre stata nella DC, anche tra noi della sinistra. Non ho mai condiviso questo tipo di proposta, scontando per questo un certo grado di solitudine nel partito. Penso però, a distanza di molto tempo, che avevo ragione. Anche quando alcuni settori del mondo cattolico (Azione Cattolica, Fuci, Acli, ecc…) puntavano a inizio degli anni ‘80 a cambiare ordinamento istituzionale per ottenere con un presidenzialismo più o meno adattato al caso italiano un di più di efficienza, mi sono dichiarato nettamente contrario. Ho ancora riscontri precisi di quegli incontri che ruotavano attorno alla trasformazione in senso presidenzialistico della nostra Costituzione. Sul punto ero in disaccordo con il prof. Pietro Scoppola, come pure lo fui sul passaggio da lui teorizzato dal Ppi all’Ulivo, poi alla Margherita e infine al Pd.

Cosa è accaduto con la fine della DC? La nascita della Margherita in fondo resta un mistero. 

Dovevano convincermi, ma…non ci sono riusciti. Ecco, non ho aderito alla Margherita, né successivamente al Pd, malgrado la vicinanza con amici carissimi per i quali nutrivo stima sincera. Ciò non toglie che il mio voto sia andato a queste formazioni politiche, non solo per questioni di amicizia. Pur vedendo oggi i limiti del Pd, mi domando: posso votare per altri? Mi guardo intorno e non trovo nulla – nulla di adeguato e convincente – quindi mi oriento nella direzione più omogenea con la mia storia e la mia sensibilità politica.  

La sensibilità di un moroteo irriducibile agli stereotipi di un moroteimo di comodo…

Quando il figlio di Moro, Giovanni, insieme a Giancarlo Quaranta mise in piedi l’associazione Febbraio 74, che poi si trasformò in Movimento Federativo Democratico, più vicino al PCI che non alla DC, fui invitato a un loro convegno. O meglio, fu Aldo Moro a chiamarmi e a dirmi di partecipare: “Perché non ci vai tu, i giovani li conosci meglio di me”. Questo per ricordare che intrattenevo con Moro un rapporto molto prossimo alla confidenza. Ero tra i pochi a dargli del tu, come facevo d’altronde con Fanfani. In famiglia, nei difficili anni ‘70, i figli sono stati per alcuni – pensa al dramma vissuto da Donat Cattin –