...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ARTICOLI  e COMUNICATI 2022-2021-2020-2019

Da Bergamo a Roma, con il cuore all’America latina:

Il percorso politico di Bonalumi nella Dc dei grandi leader.

 

articolo di Maurizio Eufemi, tratto dal giornale online ildomaniditalia.it del maggio 11, 2022

 

 

Intervista a Gilberto Bonalumi, classe 1941, leader dei giovani Dc dal 1967 al 1971, poi Parlamentare sia alla Camera che al Senato, dal 1972 al 1992, sottosegretario agli Esteri nei governi Goria e De Mita, poi presidente dell’Ipalmo, promotore di Rial e Ial, associazioni per lo sviluppo delle relazioni con l’America Latina.

 

Caro Gilberto, gettiamo anzitutto uno sguardo sugli esordi. Quale ricordo conservi dell’approccio alla politica?

 

Ho iniziato quando i partiti erano importanti e i gruppi giovanili altrettanto. Sono stato delegato dei giovani democristiani del mio comune, poi delegato provinciale di Bergamo, infine delegato nazionale dal 1967-1971. Ho percorso tutte le tappe ed è stata un’esperienza molto formativa.

 

Quindi sei arrivato al vertice del Movimento giovanile nella fase calda del ‘68, in piena contestazione?

 

Esattamente. Ricordo bene la grande protesta universitaria, a Valle Giulia, con gli scontri violenti tra manifestanti e polizia. Moro era Presidente del Consiglio e chiamò i dirigenti delle organizzazioni giovanili dei maggiori partiti. Ci trovammo allo stesso tavolo io, in rappresentanza del Mgdc, e Claudio Petruccioli, all’epoca segretario della Fgci.

 

 Che fece in quella circostanza Moro?

 

Ci interrogò. Voleva capire da noi cosa stesse accadendo. Non gli sfuggiva la novità e, insieme, la complessità degli eventi. Fu l’occasione, diretta o indiretta, per mettere a fuoco una iniziativa del partito. Ciò si tradusse in una grande manifestazione, al Palazzo dello Sport di Bologna, in apertura della campagna elettorale del 1968. Riuscimmo a coinvolgere 30.000 ragazzi provenienti da tutta l’Italia, raccogliemmo l’entusiasmo che trasondava dal mondo studentesco, mettemmo i paletti giusti tra contestazione e mobilitazione violenta. Noi proponevamo il mito della Nuova Frontiera e guardavamo a Robert Kennedy e George McGovern, quindi all’ala progressista e pacifista – pesava la guerra del Vietnam – all’interno del Partito democratico americano. Comunque stava finendo un ciclo, anche in seno alla Dc: Moro si apprestava a lasciare la Presidenza del Consiglio e si profilava all’orizzonte l’arrivo del segretario Rumor, l’uomo più rappresentativo del gruppone doroteo, destinato dopo le elezioni a traslocare da Piazza del Gesù a Palazzo Chigi.

 

Cosa avvenne subito dopo? Intendo dire, quale sviluppo ebbe l’iniziativa di Bologna?

 

Ecco, Moro mi chiamò per ringraziarmi e venne fuori tutto un discorso…Si capiva che dentro di sé maturava il pensiero di una inevitabile modifica del quadro politico, con il rischio di uno smarrimento della Dc. A un certo punto del colloquio si lasciò sfuggire una frase: “…dobbiamo prepararci a lasciare la mano…”. Avvertiva la spinta di un sommovimento che si ripercuoteva sul governo, mettendo in crisi la sua stessa leadership.

 

Nella geografia democristiana non appartenevi alla corrente di Moro, eppure avevi un rapporto di vicinanza con lui.

 

Una cosa che non è mai apparsa in nessun libro o in nessuna intervista accadde in occasione della riunione del 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari con il discorso di Moro per varare il governo della solidarietà nazionale. Pochi sanno che se la proposta contenuta in quel discorso fosse stata messa in votazione secondo me, probabilmente, sarebbe stato bocciata. Perché passò? Perché l’on. Franco Salvi, che era il vero “confessore”, il vero amico del cuore di Moro – quando si parla degli amici di Moro si parla di tutti, meno che di Franco Salvi! – quando Moro iniziò a parlare mi disse: “Qui sento aria brutta, intanto che Moro parla, tu raccogli le firme”.

Sto cercando il documento tra le mie carte d’archivio. Diedi a Zaccagnini, che presiedeva la riunione, le 286 firme raccolte. Quando Moro finì di parlare, Zaccagnini disse: “Il collega Bonalumi ha consegnato 286 firme, quindi ritengo la proposta di Moro approvata”. E chiuse la riunione.

Chi più si agitò fu Donat Cattin, che voleva invece discuterne in ragione dei suoi timori a riguardo di un’ulteriore apertura al Pci. Non era scontato l’appoggio della maggioranza dei Gruppi parlamentari. Senza l’operazione suggerita da Franco Salvi, avremmo corso dei rischi altissimi. Se si fosse aperta la discussione, potevamo benissimo finire sotto.

 

Ero presente in quella riunione notturna, ne respiravo la tensione. Della raccolta di firme che Salvi ti chiese di organizzare non conservo memoria. Seguivo passo passo il discorso di Moro, la profondità dei suoi ragionamenti, l’esigenza dell’unità di partito. A un certo punto l’apertura fece un’apertura a Scalfaro:  evidentemente intendeva tranquillizzare la destra della Dc.

 

Sono frammenti di una storia che gli eventi hanno travolto. Pochi giorni dopo, infatti, ci fu il rapimento di Moro. Votammo in tutta fretta la fiducia al governo Andreotti nel clima di allarme e sconcerto determinato dall’eccedio di Via Fani. Il Paese era sotto assedio.

 

 Torniamo alle tue vicende. Prima di diventare segretario nazionale dei giovani democristiani già frequentavi l’ambiente di partito?

 

Sì, mi sono lasciato prendere dalla politica molto presto. Non ancora maggiorenne, frequentando l’oratorio del mio paese, ho iniziato a capire, a contatto con gli altri, che i nostri ideali giovanili avevano bisogno di strumenti. Sicuramente il partito rappresentava il veicolo più efficace per mettere in pratica le aspirazioni che guidavano la nostra ansia d’impegno.

 

I tuoi riferimenti chi erano, sia locali che nazionali?

 

L’ambiente giovanile bergamasco era formato da leader naturali, destinati ad esercitare ruoli importanti nel partito e nelle istituzioni. Granelli, ad esempio, ben presto si trasferì da Bergamo a Milano, trovandosi sotto l’ala protettiva di Marcora. Altri invece entrarono nel Pci e tra questi, successivamente, alcuni fecero la scelta del Manifesto. Mi riferisco a Giuseppe Chiarante, che non viene associato normalmente alla realtà giovanile della Dc bergamasca; così come pure Lucio Magri, cugino in seconda di Luigi Magri, oggi direttore dell’ISPI, la cui parabola politica coincise con l’animazione delle battaglie a sinistra del Pci, lungo l’asse della critica al burocratismo di un apparato vecchio, anche ideologicamente, e prigioniero del suo rapporto con Mosca.

Andrebbero anche menzionati quei personaggi che non ebbero la ventura di “sfondare” sul piano nazionale: per tutti Gian Pietro Galizzi, figlio del più grande grande latinista, divenuto negli anni ‘90 sindaco di San Pellegrino.

Nella direzione nazionale del Movimento giovanile Dc trovai Gianfranco Astori, responsabile del settore scuola, poi Pierluigi Castagnetti, Mario Tassone, Elio Fontana di Brescia, Renato Grassi di Messina, Michelangelo Agrusti di Pordenone, Adriano Paglietti e Paolo Cabras di Roma, Rodolfo Brancoli, poi corrispondente Rai.

 

Qual era tua collocazione all’interno della Dc?

 

Per le ragioni che ti ho detto, sono sempre stato nella sinistra di Base. Qual era l’impianto teorico di questa corrente? La Base si definiva una sinistra “laica”, volendo con ciò significare che prediligeva l’esame dei problemi politici al di fuori di qualsiasi approccio di tipo integralistico. Bisognava rompere le gabbie ideologiche per aprirsi alla modernizzazione del Paese. Ecco, basterebbe che “Gingio” Rognoni recuperasse gli unici due numeri de “Il Ribelle e il Conformista”, un periodico a forte impianto culturale che il nucleo bergamasco, valorizzato intelligentemente da Albertino Marcora, immaginava come sua carta d’identità politica. Aveva spunti di grande interesse. In ogni caso, non si avvertiva l’angustia del provincialismo. I contatti con altre realtà in giro per l’Italia davano slancio alla nostra azione: non eravamo isolati. Uno scambio costante avveniva con i nostri amici di Milano, Avellino, Novara, Firenze…Qui Nicola Pistelli aveva fondato la rivista “Politica”. Lo abbiamo perso ancora giovane, per un incidente stradale, ma ha lasciato un segno indelebile nella esperienza della sinistra dc. Mi piace ricordare che a Bergamo il mio circolo era intitolato proprio a lui, Nicola Pistelli.

 

Anche Vincenzo Gagliardi di Venezia faceva parte di questa rete?

 

Sì, anche lui. Era tutto un filone di personalità emergenti nei vari contesti locali. A Venezia c’era anche Wladimiro Dorigo – una mente eclettica – con la sua rivista “Questitalia”: si leggeva con enorme interesse, per quanto era fatta bene. E visto che mi solleciti, mi permetto di accennare alla presenza femminile all’interno della nostra area politica. Come non parlare, dunque, di Lidia Brisca Menapace? Anche lei, dopo tante battaglie nella Dc, finì per approdare nei ranghi della sinistra…più a sinistra del Pci.

 

Tu scrivevi su “Per l’Azione”, il periodico dei giovani dc?

 

Chi seguiva da tempo il settore stampa a livello nazionale era Francesco Mattioli, finito poi a Bruxelles come corrispondente della Rai. Dalle ceneri di “Per l’Azione” nacque poi, come organo ufficiale del Movimento giovanile, “Italia Cronache”. Io sono arrivato dopo questa stagione.

 

Allora è meglio andare nuovamente alle vicende di Bergamo. Con Filippo Maria Pandolfi come erano i tuoi e vostri rapporti? Lui non era un dossettiano?

 

Discreti. Quella radice, il dossettismo, non aveva più la valenza di una volta. Erano intervenuti cambiamenti di un certo rilievo nella struttura del partito. La Dc a Bergamo aveva tre gruppi fondamentali: i dorotei, i fanfaniani e i basisti. Pandolfi, uomo d’intelligenza notevole, rappresentava il filone che potremmo definire “doroteo-moroteo”. Invece i fanfaniani erano guidati da Enzo Berlanda, parlamentare di lungo corso e poi Presidente della Consob.

 

Ho ben presente Berlanda: fece la riforma dell’Autorità sul risparmio e intervenne sull’ordinamento della Borsa con l’obiettivo di potenziarla, modernizzarla e adeguarla ai tempi nuovi…

 

Insieme a Pandolfi, a capo dei “moro-dorotei” operava Giovanni Battista Scaglia. Di noi, ovvero della sinistra di Base, ti ho già detto abbastanza. Questi erano, appunto, i tre gruppi più forti. In Lombardia, in particolare a Bergamo e Milano, contava meno la sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin. Non aveva il peso che in altre regioni la rendevano più incisiva. Nulla a confronto della nostra ramificazione estesa e robusta: a Como Lecco e Varese operava corposamente quella sinistra di Base che annoverava, oltre il fondatore Aristide Marchetti, figure di grande spessore come Cesare Golfari e Giuseppe Guzzetti. E a Brescia avevamo Mino Martinazzoli, espressione colta del mondo cattolico e democristiano locale. Questa fioritura di classe dirigente, molto apprezzata anche all’esterno della Dc, la si deve per molti aspetti a Marcora, il cui prestigio rimontava alla periodo della Resistenza, quando operò nella brigata dei partigiani cristiani guidata da Alfredo Di Dio.

 

Hai toccato il tasto della Resistenza e mi vengono in mente le polemiche esplose in occasione dell’ultimo 25 aprile. Ora, ti chiedo, come vedi la vicenda del pacifismo?

 

L’uomo che su questi temi mise più in difficoltà De Gasperi fu certamente Giovanni Gronchi, futuro Presidente della Repubblica. Come sai, proprio sulla scelta atlantica si manifestarono opinioni contrarie nella Dc (non solo da parte dei dossettiani). Gronchi non era estraneo alle iniziative, nascoste o palesi, che miravano a infrenare la politica euro-atlantica di De Gasperi. Con il senno di poi, dobbiamo riconoscere che se fosse nata la Comunità Europea di Difesa (CED), cruccio dello statista trentino fino alle ultime ore della sua esistenza terrena, molte preoccupazioni sarebbero rientrate, dando una curvatura diversa al confronto politico dei decenni successivi.

Noi giovani, comunque, non ci tirammo indietro. Anche a costo di censura dei vertici di partito, alzammo la voce sulla guerra del Vietnam. Clamoroso fu l’episodio che segnò – dietro le quinte – il grande convegno di Milano, da me organizzato nel 1969 come Delegato nazionale, dal titolo emblematico: “Per fare la pace cambiare la NATO”. Mariano Rumor, allora segretario del partito, inviò in missione il brillante sottosegretario alla Difesa, Francesco Cossiga, con l’incarico di visionare il discorso che avrei pronunciato a chiusura del convegno

 

Ti volevano controllare?!

 

Beh… certo!

 

Che volevate? Qual era il significato dell’iniziativa?

 

Uscì un libro della Dc di Firenze, devo dire un libro che fece molto scalpore. La tesi fondamentale era questa: certamente la NATO poteva rimanere in piedi, come struttura militare, ma era necessario recuperare il disegno europeista della CED. Ecco, noi giovani eravamo su questa linea.

 

Ma il dissenso interno alla Dc sul patto Atlantico – peraltro riassorbito da De Gasperi con il metodo democratico – era anche di ordine economico per non far mancare risorse alla economia, alla ricostruzione e allo sviluppo. Forse una preoccupazione eccessiva alla luce del successivo miracolo economico…

 

Anche adesso la battaglia sul 2 per cento del Pil è ridicola. Se avessimo davvero la forza di riattualizzare la CED, non ci sarebbe spazio per queste preoccupazioni di ordine economico. Con l’esercito unico europeo si può anche risparmiare. Il nocciolo del problema è tutto qui.

 

Alle volte si ha l’impressione che le forze politiche che conosciamo oggi non siano in grado di gestire processi così impegnativi. Perché l’europeismo non va avanti? Perché le posizioni sono così differenziate?

 

La tua non è un’impressione fuori luogo. Ci dovrebbe essere più determinazione e lungimiranza, invece ci si perde in polemiche anguste. Per questo siamo in panne. La questione la si può risolvere se interviene una scelta analoga a quella immaginata per la CED e soprattutto se la Francia, con Macron appena reinsediato all’Eliseo, avesse il coraggio di rinunciare al seggio permanente dell’Onu a favore dell’Europa. Tanta incertezza su questo, aggravata per altro dalla sciagurata operazione della Brexit, non fa che appesantire e talvolta vanificare l’iniziativa della Ue.

 

In effetti è così! Vado ancora avanti. M’incuriosisce il percorso che hai seguito una volta uscito dal circuito politico in senso stretto. Ad esempio, finito l’impegno parlamentare, ti sei dedicato all’Ipalmo. Immagino che le relazioni internazionali accumulate nel tempo ti siano tornate particolarmente utili.

 

Lo confermo. All’Ipalmo ho potuto dare seguito a tante idee  che la conoscenza di uomini e situazioni legavano a una prospettiva di sviluppo concreto. Ma mi sono dedicato anche ad altro. Ho lavorato allo sviluppo di una struttura chiamata Rial, fondata da Fanfani nel 1954, che vedeva in origine la presenza della Camera di commercio di Milano, dello stesso Comune Milano, della Regione Lombardia e del Ministero degli Esteri. Il lavoro sull’America Latina, in particolare, ha determinato due grandi risultati: il primo si riferisce all’istituzione a quella conferenza biennale che oramai, tramite un’apposita legge, è stabilmente organizzata dal Ministero degli Esteri; l’altro, a seguire,  indica il fatto che Milano, senza questo lavoro, l’Expo del 2015 non l’avrebbe vinta. La Merkel, infatti, aveva dirottato i voti su Smirme e questa, tra i paesi dell’Unione Europea, in effetti prese più voti. Noi ribaltammo l’esito grazie al rapporto da noi lungamente coltivato con l’America Latina. Abbiamo potuto accertare che l’ago della bilancia a favore di Milano fu spostato grazie ai voti di 29 Paesi su 30 dell’area latinoamericana.

 

Un tuo grande successo personale, non c’è dubbio. Ti sei avvalso della preparazione che negli anni avevi maturato nella vita politica e nelle stituzioni. Parlamentare, sottosegretario, dirigente di partito… insomma, un curriculum invidiabile. Ecco, lasciami fare allora una domanda a chiusura di questa nostra conversazione, forse dettata da una affinità di pensiero e quindi di sensibilità, per cui azzerderei una tua battuta finanche prevedibile: cosa pensi della classe politica attuale?

 

Magari ti deludo, ma avendo fatto tutto quello che hai voluto amabilmente ricordare, mi picco di non dare nessun giudizio. Penso tuttavia che sia più avanti la società civile che i partiti. Ai nostri tempi, al contrario, erano i partiti che guidavano i processi e stavano più avanti.

Riforma agraria, quel modello di sviluppo che cambiò l’Italia

La riforma, frutto della linea De Gasperi–Segni, che cambiò il volto all’agricoltura italiana rivista in un libro e in un cortometraggio d’epoca partendo da due Comuni dell’Alto Lazio, Pescia Romana e Montalto di Castro

 

articolo comparso sul giornale online beemagazine.it del 10 Maggio 2022

 

Fu una riforma storica, che creò, in una Italia uscita dalla guerra e in un clima internazionale da guerra fredda,  scontri politici e visioni contrapposte di modelli di sviluppo dell’agricoltura italiana. Portata avanti tenacemente dalla Dc, suscitò fiere opposizioni da parte della sinistra unita che aveva perso le elezioni politiche del 1948.

Quella riforma è stata ricordata durante un pomeriggio di cultura  nel Teatro “Lea Padovani” attraverso immagini del libro di Daniele Mattei, in collaborazione con Emanuele Eutizi e Carlo Alberto Falzetti, e un cortometraggio d’epoca. Tante storie e testimonianze che hanno restituito l’atmosfera e lo spirito dei quegli anni della Ricostruzione del secondo Dopoguerra.

La  riforma agraria prese l’avvio dalle devastazioni della guerra, trasformò il paesaggio, l’economia, lo sviluppo e la politica del Comune – ha scritto il sindaco Sergio Caci – ma anche di vaste zone d’Italia:  800 mila ettari di cui 220 mila in Maremma.

È stata una sfida vinta, fatta di sacrifici, di determinazione, di quanti hanno creduto nello sviluppo della agricoltura. Oggi con le specializzazioni produttive se ne avverte ancora di più il significato.

In un tempo in cui si tende con facilità  a rimuovere il passato, rinverdire la memoria di ciò che il Paese è stato e ha vissuto, non è retorica, perché senza la preistoria non si costruisce la storia.

Negli scatti, nelle inquadrature, nei “colpi di obiettivo” si colgono i momenti più significativi della Storia, i criteri di priorità nelle assegnazioni, i sorteggi, come le firme, le consegne di contratti ai neo assegnatari, i futuri proprietari di terra e podere, gli animali, le radio, le biciclette, e sull’onda del successo di Mike Bongiorno, i quiz dell’assegnatario, la vita di comunità civile e religiosa. Naturalmente non può essere sottaciuto anche il clima di scontento strumentalizzato e amplificato dalla sinistra.

Nel borgo di servizi di Pescia Romana comprendente scuola, chiesa, circolo ricreativo, spacci (la prima pietra fu posta il 15 maggio 1958 dai ministri Andreotti e Colombo ndr) tutto era in linea con quanto veniva realizzato analogamente a Borgo Carige e a quanto sosteneva Giorgio La Pira che l’aveva fortemente voluto nella vicina Grosseto a Rispescia e a Castiglione della Pescaia: una comunità viva nella libertà. I pionieri, come nella Conquista del West, erano ancora senza acqua ed energia; verranno, poi, i pozzi, poi le riforme a corredo, con le bonifiche, gli acquedotti, le scuole, le strade e la elettrificazione, le infrastrutture civili con cantine, oleifici, caseifici, centrali ortofrutticole, officine macchine agricole.

 

Sulla riforma c’era una contrapposizione culturale tra democristiani e socialcomunisti.                                                            

I primi volevano una classe di proprietari coltivatori diretti e futuri imprenditori, la sinistra voleva realizzare il modello sovietico dei kolchoz espressione della proprietà agricola collettiva. Da una parte la persona e le sue libertà, dall’altro lo Stato e la sua invadente oppressione. La diversità emergeva a livello locale nella competizione elettorale con la lista “Vanga e Stella” contrapposta a quella “polli e poderi” .

Nella impostazione della Riforma vinse la linea De Gasperi- Segni. Li, in dieci anni dal 1951 al 1961 la popolazione quasi raddoppiò!

Un poderoso indicatore di sviluppo economico. Certo non tutto ha potuto trovare spazio nel libro, soprattutto il contesto nazionale. E qui subentrano le valutazioni dell’ osservatore.

Per esempio la corrispondenza tra il Ministro della Agricoltura Segni e De Gasperi è utile per comprendere i criteri della riforma, per evitare errori, così come i richiami alla migrazione interna per superare i divari i divari demografici, anche nelle competenze professionali, e alle scorte di grano e olio!

Così come non si può non evidenziare il quadro delle distruzioni della guerra che avevano portato in agricoltura ad un – 60 per cento sul prebellico. Questi erano i dati drammatici del nostro Paese:

  • 135 milioni tra viti olivi e frutteti

  • 67 milioni di pascoli

  • 800 mila macchine agricole

  • 600 mila bovini

  • 389 mila suini

  • 142 mila equini

  • Un milione ovino caprini

 Cosi come non può non essere ricordato il peso rilevante del Piano Marshall (erp) che gli autori hanno richiamato ma non evidenziato come sperato, perché gli Aiuti vengono prima della Riforma e della sua compiuta realizzazione.

Si perfezionarono infatti accordi con gli Usa per indirizzare il comparto verso una agricoltura più redditizia con utilizzo di fosfati e nitrati, agevolazioni ai combustibili, abolizione di soprattasse sui fertilizzanti, i crediti agricoli, gli aumenti delle superfici e l’ Expo verso la Germania occupata e la formazione professionale. Furono fornite 2000 tons di grano ibrido per la semina e per aumentare la resa per ettaro.

Su 38 milioni di ettari coltivabili solo 21 erano in pianura, mentre 37 erano in montagna e 42 in collina.

Erano 10 milioni di ettari da bonificare in tutto il Paese.

  1. McClelland, capo divisione agricoltura del piano Erp, monitorava lo stato di avanzamento del programma e constatò come c’erano “Contadini che strappano la sussistenza sui terreni rocciosi e chilometri senza contadini”. Questo era lo scenario che aveva di fronte.

Un quarto degli aiuti Erp andó alla agricoltura. Fondamentale fu poi il ruolo dei consorzi agrari nella gestione dei fertilizzanti per determinare riduzioni di prezzo così come nella meccanizzazione attraverso la diffusione dei trattori.

Nel 1956, quando la riforma era ormai a regime si registrarono 102 mila assegnatari non lontano dall’ obiettivo di 140 mila in sostituzione di 3 mila proprietari ex latifondisti agrari! Questa è la risposta a chi sostiene che vi furono cedimenti nella Riforma!

Interventi aggiuntivi si ebbero con lo strumento della Cassa per la piccola proprietà contadina. Ulteriore passi furono fatti con la creazione degli enti di sviluppo con la sapiente azione di Tommaso Morlino come capo del legislativo del Ministro dell’agricoltura Colombo.

I risultati furono visibili. La resa per ettaro passava da 14,8 al 19,6; nel 1955 i trattori si erano triplicati.

Quando scorrevano le immagini qualcuno si è ritrovato con nostalgia. Quando apparivano quelle di De Gasperi, Segni, Medici, Fanfani una signora ha energicamente interrotto il conduttore per ricordare con forza, orgoglio e apprezzamento che Fanfani veniva spesso a Pescia a vedere le realizzazioni!

Il migliore riconoscimento di una testimone del tempo.

Non è stato un Amarcord felliniano, ma un immergersi nel neorealismo alla De Sica, dove tante storie raccontate con i fotogrammi fanno una grande storia del progresso e delle conquiste del Paese.

 

Maurizio Eufemi

“Romanzo di formazione” politica di un “siciliano anglicizzato”, Calogero Pumilia

 

Moro su Donat Cattin aveva poteri da fachiro: lo sedava. Oggi in politica prevale il leaderismo: si cambia la linea senza cambiare leader. Con tutti i suoi difetti, la Dc aveva una grande virtù: era contendibile. La prova? di volta in volta persero il potere De Gasperi, Fanfani, Moro, De Mita.

 

Intervista tratta dal giornale onlibe "beemagazine" 4 Maggio 2022

 

Calogero Pumilia è stato presidente dell’Organismo Universitario Palermitano, dirigente nazionale dei giovani della Democrazia Cristiana. Giornalista pubblicista, poi redattore del periodico Sicilia Domani e direttore del periodico Sicilia Oggi. 

Dal 1972 è stato eletto alla Camera dei Deputati nella Democrazia Cristiana, per cinque legislature dal 1972 al 1992. Poi sottosegretario nei governi Andreotti IV e V e Cossiga I e II.

Sindaco di Caltabellotta in più mandati sia negli anni Settanta sia nella prima decade del 2000. Attualmente è presidente della Fondazione Orestiadi Istituto di Alta Cultura, di Gibellina. 

È autore di numerose pubblicazioni:

Attraversando la politica, Palermo, Centro Sturzo, 1997.

La Sicilia al tempo della Democrazia Cristiana, Rubbettino, 1998.

Ti la scordi la Merica!, Sciacca, Aulino Editore, 2016, Partecipazione e cambiamento. Un'(auto) biografia politica della Sicilia, in Sintesi e proposte, vol. 73, Lussografica, 2018.

 

Come è stato il tuo l’avvicinamento alla Dc negli anni Cinquanta?

Era il  1956. Nella direzione  nazionale eravamo Salvatore Saetta e io, tutti e due componenti della direzione. Era una cosa abbastanza insolita con due agrigentini su undici.

 

La scintilla che ti ha fatto entrare nella Dc; chi è stato il  tuo mentore?

Ho percorso la via normale, prima nell’ Azione Cattolica come dirigente diocesano per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. Il vescovo della  mia diocesi di Agrigento dopo la licenza liceale mi nominò dirigente  diocesano dei giovani di Azione Cattolica e della dottrina sociale. Cominciai una attività in cui si facevano tre conferenzine serali sui temi economici, sociali  e politici. Era una zona di confine con la politica, negli  anni di dura contrapposizione tra mondo cattolico e il Pci.

 

In quegli anni ho visto che c’erano  polemiche forti con il Pci, con Rinascita; e ancora prima ho visto quella tra Malfatti  e Zangrandi  sul periodico “per l’azione”! 

Sì, poi da lì passai al movimento giovanile della Dc nel momento in cui Fanfani costruiva il partito nuovo, lo radicava nel territorio molto strutturato, organizzato, lo rendeva simile al partito “leninista” con l’idea di competere con il mondo comunista, organizzarsi per prendere autonomia rispetto ai  comitati civici e alle gerarchie ecclesiastiche. Si costruiva il partito laico.

 

Venivi ogni settimana a Roma? 

Entrai in direzione nazionale con il congresso di Perugia nel 1962. Facevano riunioni costanti, ci occupavano ciascuno di un particolare settore.

 

Chi c’era con te che poi hai ritrovato in Parlamento? 

C’erano Pisanu, Gargani, Angelo Sanza, Franco Mazzola  di Cuneo, poi dopo Luciano Benadusi e Ettore Attolini, arrivò Bonalumi. L’attività  ci impegnava spesso nei fine settimana in convegni. Ricordo quelli con Tina Anselmi a Piacenza, con Moro a Bari, con Taviani a Genova. E tanti altri promossi da noi anche senza questi personaggi.

 

A livello siciliano chi ti orientava? 

Ero redattore di una rivista che ebbe un ruolo importante si chiamava Sicilia domani  che sostenne  il primo governo di centro sinistra. Ed ebbe in Giuseppe D’Angelo che fu presidente della Regione un grande ispiratore; fu quello che chiese la costituzione della commissione nazionale antimafia al Parlamento italiano con una scelta che era basata sul fatto che la mafia non poteva essere considerata una questione isolata, ma dovesse essere affrontata in sede nazionale con gli strumenti e poteri che l’istituzione nazionale aveva. Fu presieduta prima da Donato Pafundi  e poi da Francesco Cattanei. Fu anche una grande delusione. Feci molte polemiche sulla commissione sostenendo che non andava a fondo nei rapporti  tra mafia e politica, mafia e affari. Tanto è che fui  convocato dalla commissione di inchiesta nel 1970. C’è  una storia della mafia scritta da un magistrato comunista pubblicato da Editori Riuniti  che dice che l’unico siciliano a dare un contributo concreto sono stato fui io!

 

Hai scritto sull’organo dei giovani Dc per l’Azione? 

Sì, sui temi economici e sulla cultura.

 

Poi sei entrato in Parlamento  nel 1972 e sei stato rieletto fino al 1992. Come nasce la candidatura nel 1972? 

Creai una piccola corrente seguendo Fiorentino Sullo e Vito Scalia  che era segretario generale aggiunto della Cisl; si chiamava “nuova sinistra” ed ebbe un buon successo. Poi nella fase in cui stavamo confluendo in Forze Nuove di Donat Cattin nel 1972 ci fu il primo scioglimento anticipato della legislatura perché dopo la elezione di Leone con i voti determinanti dei missini alla Presidenza della Repubblica si determinò la rottura dei rapporti con i socialisti. Improvvisamente mi trovai di fronte alla scelta.

 

In quella fase ci fu una forte crescita della destra? 

Nel 1971 il MSI fu il primo partito a Catania. In sede regionale ci fu una forte  avanzata della destra. La Dc perse 7, 8 punti per la ventata a destra per due fattori: la legge Cipolla – De Marzi che stabiliva un diverso riparto dei prodotti agricoli e venne interpretata come attacco alla proprietà  contadina anche da parte di alcuni settori Dc e dalla Coldiretti che contribuì a creare questo clima e la ipotesi – che rimase tale –  di Fiorentino Sullo  di intervenire sulla proprietà dei suoli che avrebbe stroncato parte della speculazione. Non si fece nulla, ma creò questo clima.

Quando mi candidai fui accompagnato da questa scelta. C’era l’on. Volpe di Caltanissetta – che hai conosciuto -; per tentare di sminuire quando gli chiedevano di me diceva: “Ma niputi, picciotto intelligente, peccato che è comunista”. Ho avuto grosse difficoltà; qualcuno non ha voluto  neppure aprire sezioni di partito. Non smentii mai le mie posizioni perché ero consapevole che avrei perduto dignità e voti.

Nonostante questo fui ampiamente eletto, dimostrando  che nel partito – nonostante il potere degli uscenti  c’erano spazi di manovra con le preferenze multiple. Il capo elettore del mio paese aveva il riferimento in un deputato uscente però aveva sentito parlare me, mi aveva incontrato, e “tirava” una delle preferenze.

 

C’erano organizzazioni che ti sostenevano come le Acli, la Cisl la Coldiretti o le Confcooperative? 

La Cisl a Trapani e in parte a Palermo. La Cisl sosteneva candidati vicini al sociale.

 

Della esperienza parlamentare cosa ricordi? Ricordo la tua battaglia parlamentare sulla riconversione industriale che poi divenne la 675 del 1977? Già Moro anticipò il problema di una ristrutturazione industriale dopo lo shock petrolifero del 1973. Che ricordi hai di quella fase,  di quelle scelte rispetto al drenaggio di risorse da parte del Nord? 

All’inizio della seconda legislatura diventai  vicepresidente del gruppo Dc con la responsabilità delle commissioni economiche con Piccoli  capogruppo. Donat Cattin era ministro dell’Industria e anche il mio capo corrente. Queste battaglie le facevo, in parte, in accordo con lui.

 

Che ricordi hai di Donat Cattin? 

Donat Cattin era un uomo di straordinaria intelligenza, di grande forza, umanamente difficile, il rapporto con lui era molto complicato. Però valorizzava tanto  i deputati? Era un capo scuola come Marcora. Entrambi li possiamo considerare capiscuola.

 

Sono quelli che più valorizzavano i giovani? 

Sì, più di Marcora.

 

Partecipavi alle riunioni  di corrente del mercoledì sera di via Colonna Antonina? 

Sì, ci riunivamo nel salone riunioni,  Donat Cattin introduceva  in un tempo in cui i parlamentari non avevano grandi ruoli  e all’inizio della loro esperienza non è che conoscessero molte più cose di quelle che leggevano i giornali.

 

Non era come adesso con i potenti uffici  studi che sfornano documenti ricerca? 

Tu arrivavi in Parlamento e non avevi neppure un tavolo né una sedia! Donat Cattin dava a noi un tavolo, una sedia, non il telefono che te lo dovevi procurare da solo, e ti creava la opportunità di lavorare e di stare in comunità, una comunità politica! Faceva una relazione. Non amava molto essere contraddetto. Se dicevo cose in dissenso – aveva  un rapporto curioso con me – mi diceva che ero un siciliano anglicizzato: con i difetti dei siciliani e la freddezza degli inglesi. Mi piace ricordare che molto spesso annunciava  rotture, battaglie e poi la settimana successiva veniva con una posizione diversa, perché aveva incontrato Moro e Moro nei suoi confronti esercitava un potere da fachiro indiano, lo sedava; lo riconduceva ad una logica meno irruenta, più tranquilla.

 

Ho letto una intervista recente di Vito Riggio. Venendo dalle Acli lui aderì all’Acpol di Labor. Come andò la vicenda degli aclisti siciliani? 

Marini non aderì; Carniti era quello più spinto. Donat Cattin  rimase sempre Dc; non segui la strada della scissione. Immediatamente dopo le elezioni del 1972, dopo l’insuccesso elettorale eclatante del MPL, diventai deputato; cominciai a chiamare alle mie riunioni Riggio, Cocilovo  e D’Antoni. Tanto è che qualcuno  dei miei amici mi diceva che perdevo tempo con questi che non erano Dc, ma io capivo che  erano  dei ragazzi molto intelligenti.

 

Volevi fare una azione di recupero? 

Poco alla volta poi riuscimmo, insieme con  Nicoletti a fare intervenire Macario, segretario nazionale Cisl, sulla struttura di Palermo, che era molto fatiscente, molto compromessa, e fare nominare D’Antoni commissario della fib Cisl  e poi commissariare la Cisl, quindi entrarono nella Dc attraverso la Cisl.

 

Dopo questa esperienza sei andato al governo Che rimane di quella esperienza? 

Rimane quella del Ministero del Lavoro che è durata di più e dove ho avuto spazio notevole dal ministro Enzo Scotti nel seguire vertenze importanti, con visibilità notevole. Poi una bella esperienza all’Agricoltura  con la delega alla Comunità Europea, con Marcora, un ottimo Ministro!

 

Non mi hai dato un giudizio della 675? 

Come tutte le leggi che si facevano e dovevano  confrontarsi con la realtà economica che tirava verso il nord. Era difficile. La ristrutturazione andava laddove le imprese c’erano. Una legge che giocò  molto a privilegiare  l’esistente.

 

Non dove  andava creato il nuovo anche con industrializzazione forzata?

Appunto.

 

Poi hai fatto il sindaco a Caltabellotta prima e dopo. Che rimane di quella esperienza amministrativa? 

La considero l’esperienza politica più coinvolgente; è quella che ti mette a contatto con i problemi reali e con la gente vera. Mentre nell’ attività parlamentare non vedi risultati nella attività amministrativa ogni tua  scelta lo provoca, lo vedi. Se promuovi la raccolta della spazzatura o scegli le imposte in un certo modo, hai risultati diretti. A me come sindaco si attribuiva un potere che andava al di là! Non c’ è limite di legge che possa impedire o bloccare. Una bellissima attività.

 

È stata  facilitata dalla esperienza  parlamentare? 

Svolgevo un ruolo di coordinamento tra i sindaci. Voglio ricordare anche la bella esperienza  seppure breve nel Cda di poste.

 

Nella  fase della ristrutturazione e privatizzazione di Poste quando cominciavano a svolgere servizi finanziari e diventavano banca ? 

Le Poste finirono di essere una struttura dello Stato finanziata sul bilancio dello Stato, diventarono  una Spa; dovevano trovare sul mercato le risorse  per vivere; cominciarono a fare attività para bancarie e assicurative. Fu una fase di passaggio durissima. Immagina il tipico postale che era abituato da una vita a timbrare i francobolli che si è trovato improvvisamente  di fronte ad un computer!

 

C’è stato un salto tecnologico ! 

Una bella esperienza. Poi ho cominciato a organizzare  cultura, a fare il presidente di  una fondazione tra le più importanti nell’ambito dell’arte contemporanea  e del teatro. Abbiamo due Musei con molte iniziative.

 

Come è la Sicilia oggi? Quanto assistenzialismo c’è? 

Il livello della classe dirigente ovunque è  quello che è. Manca la selezione. La mia storia politica è come quella di tutta la mia generazione sia Dc sia Pci e Psi; facevamo la scuola, l’apprendistato e la gavetta. Oggi si diventa classe dirigente  per un like e  per cooptazione; manca poi un riferimento culturale e ideologico. La Sicilia è sempre più una terra che non trova in sé lo possibilità di un suo sviluppo autonomo, proprio, una terra di consumo; continua ad essere terra di emigrazione e di assistenzialismo.

 

Però in passato c’erano state scelte positive con i poli industriali. Ricordo Peppino Sinesio per Porto Empedocle. 

Sicuramente la Sicilia è cambiata come il resto d’Italia, con tentativi importanti. Purtroppo non  sempre hanno avuto seguito,  spesso sono state isolate. Non hanno diffuso cultura imprenditoriale. C’ è stata anche una brutta  devastazione del territorio. Oggi c’è una maggiore attenzione. La prospettiva del turismo – che non è risolutiva per lo sviluppo – tuttavia aiuta.

 

Però l’agricoltura ha fatto passi avanti notevoli, ci sono prodotti siciliani affermati nel mondo, c’è stata una specializzazione produttiva? 

Ci sono stati risultati importanti nel vitivinicolo, nell’ortofrutta, nella agricoltura.

 

Hai scritto un bel saggio sulla rivista Intrasformazione su mafiopoli  e tangentopoli, titolato “Dc e mafia: dalla ‘svolta di Agrigento’ allo stragismo”, che cosa emerge dopo 30 anni dopo queste drammatiche vicende giudiziarie? 

Il dato di fondo è quello che ho cercato di scrivere, che la penetrazione della mafia era assolutamente evidente, storicamente consolidata, ma non si capì il cambiamento che era intervenuto  a metà degli anni Settanta, con una mafia  che diventava sempre più potente, pericolosa, autonoma e sempre più protesa a controllare settori della politica, piuttosto che ad essere al servizio come lo era stata storicamente. Ci dovette essere lo sforzo enorme della magistratura, di personaggi straordinari – se leggi ciò che ho scritto – assecondati dalla politica in quegli anni.  Il tema ha finito per essere spesso uno strumento di lotta politica. Quella unità che si trovò per combattere il terrorismo, qui non si trovò mai,  anche se era più difficile e perché le metastasi erano diffuse. Però ci fu il tentativo del Pci di strumentalizzare un fenomeno esistente.

 

Però è stata criminalizzata la Dc e il suo elettorato!

Non c’è dubbio. È un disegno politico: insieme a tangentopoli doveva  esserci mafiopoli. Non era inventata come non erano inventate le tangenti.  Il problema non erano le tangenti, ma la strumentalizzazione; ad un certo punto si pensò che incriminando  Andreotti e Mannino, il gioco di buttare  dalla torre la Dc diventava più facile. C’è molta obiettività in quello che ho scritto.

 

Che manca al Paese, oggi, in cui ha prevalso il vaffa di Grillo, con i limiti dei cinque stelle? Come può riprendere questo Paese? 

Manca una destra europea, manca una posizione moderata; nel Paese se la destra è quella di oggi, hai voglia di creare un sistema bene equilibrato;  e manca una sinistra che riscopra il linguaggio e la vocazione della sinistra che non è solo  quella della Ztl o delle élite, ma riaccenda un rapporto con la gente e le esigenze reali. E soprattutto mancano i luoghi di incontro della politica e delle persone. Manca una cultura democratica. Prevale il leaderismo. Oggi cambiano linea senza cambiare leader! Noi – tu lo sai bene – veniamo dalla esperienza di una grande tradizione democratica. Quando un leader sbagliava si apriva il confronto interno. Una delle caratteristiche, insieme a tanti difettacci, era che la Dc era contendibile. È avvenuto con De Gasperi che perde nel 1953 e viene messo fuori, avviene con Fanfani nel 1959 quando è presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario del Partito  e perde tutto, con Moro nel 1968 quando finisce il primo centro sinistra e  con De Mita che nel 1989 viene messo da parte. Se il partito è personale ed è tuo chi te lo può contendere!

 

Come  può essere Salvini prima trumpiano o poi forse diventare popolare europeo? 

Non puoi cambiare la felpa ogni volta.

 

Emerge in Sicilia qualche personaggio in grado di affrontare i tempi nuovi o dobbiamo rassegnarci? 

Francamente non ne vedo. Basta vedere le vicende delle elezioni di Palermo. Per fortuna il Pd è riuscito a  tirare fuori un candidato credibile e fare una alleanza con i 5 stelle seppure nella loro friabilità assoluta, non si capisce cosa porteranno, ma a destra ci sono quattro candidati sindaci. Dunque una lotta di potere con il coltello tra i denti.

Quindi una polverizzazione  del voto senza un coagulo positivo…

 

Maurizio Eufemi

https://beemagazine.it/romanzo-di-formazione-politica-di-un-siciliano-anglicizzato-calogero-pumilia/

La storia non può essere distorta o ignorata.

Ricordare La Torre vuol dire anche riconoscere l’impegno della Dc contro la mafia.


Non è accettabile questa tendenza a cancellare il contributo determinante del mondo democristiano alla definizione di strumenti legislativi idonei a combattere i fenomeni di stampo mafioso. I fatti stanno a dimostrare che la Dc ebbe idee chiare e apprezzabile coraggio.

 Maurizio Eufemi

 

Leggevo ieri sulla rassegna stampa un articolo di Giancarlo Caselli, commemorativo del compianto Pio La Torre, che merita qualche puntualizzazione.

 

È veramente curioso assistere a uno stravolgimento della storia. Mi limiterò ad alcune osservazioni elementari. Cominciamo dal titolo della legge, che Caselli assegna a La Torre; riscontriamo perfino la rimozione di Virginio Rognoni, Ministro dell’Interno, promotore della iniziativa governativa sottoscritta anche da Clelio Darida e Rino Forrmica, rispettivamente Ministri della Giustizia e delle Finanze.

 

Anche uno studente delle medie sa che senza l’avallo del governo quella legge non avrebbe fatto passi avanti. Al contrario, c’era la ferma volontà della Dc di portare rapidamente all’approvazione quel provvedimento in materia di legislazione antimafia. È sufficiente leggere gli atti parlamentari. La legge Rognoni-La Torre fu approvata in sede legislativa, quindi in commissione, sia alla Camera che al Senato.

 

Anche un bambino sa che basta il diniego di un gruppo parlamentare per non concedere la sede legislativa, determinando di conseguenza il passaggio “normale” in Aula (con allungamento dei tempi e incertezza sull’esito). Il gruppo Dc fu in prima fila e con tutto il suo peso parlamentare, avendo presentato una mozione di indirizzo firmata da tutto il Direttivo, con un ruolo determinante di Calogero Mannino nella stesura, al fine di sostenere e strutturare una strategia di lotta alla mafia dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella.

 

Per capire il contesto è sufficiente leggere la relazione  Rognoni che accompagna il testo dell’articolato, compresi gli interventi nel processo penalistico. I relatori Dc furono Giovannino Fiori alla Camera e Learco Saporito e Mario Valiante al Senato. Nicola Mancino motivò la dichiarazione di voto Dc in Senato. Per la Dc intervennero nel dibattito La Penta, Agrimi, Coco, Vitalone, Calarco, La Russa e alla Camera Raffaele Russo, Zolla, Carlo Casini, De Cinque, Gitti, oltre ai Ministri anche i sottosegretari Giuseppe Gargani e Angelo Sanza.

 

Nelle commissioni riunite l’esame del testo inizia il 3 marzo 1982. Il 5 agosto viene esaminato in sede legislativa, poi subentra l’interruzione per la pausa estiva. A settembre sarà approvata. Dunque, molte congetture e scarsa adesione alla realtà: dobbiamo invece rendere omaggio all’impegno dei parlamentari Dc facendo ricorso correttamente, a dispetto di quanto detto o non detto da Caselli, a un atto di verità e di giustizia.

 

Semmai verrebbe da chiedersi, in questo frangente, dove sono gli amici di Virginio Rognoni. Perché non sentono il dovere di difendere la storia, prima ancora dell’ex Ministro? Per ora mi fermo più. Aggiungo solo che molti di questi avvenimenti li ho illustrati al Tribunale di Palermo sotto giuramento in un giorno particolarmente triste per me, il giorno successivo ai funerali di mio padre. E poi sono argomenti e rilievi che direttamente proposi, con precisione, al dott Caselli in un pubblico dibattito a Venaria Reale di fronte a centinaia di studenti. Troppo spesso, non potendo riconoscere i meriti della Dc, si tende a ignorare la storia.

 

Maurizio Eufemi

sul giornale online "Il domani d'Italia" del 2 maggio 2022

Luigi Gui e la formazione di una generazione di leaders cattolici democratici.

L’intervento di Renato Moro al convegno della Lumsa.

di Renato Moro - aprile 29, 2022


Un disguido, senza colpa di nessuno, ha portato alla pubblicazione non corretta del testo del prof. Renato Moro. La relazione che egli ha tenuto l’altro giorno (mercoledì 27 aprile) presso la Lumsa, è stata presentata in forma ridotta, con l’estrapolazione della sua prima parte. Ora, ritenendo questa soluzione non adatta alla lettura sul web, il prof. Moro ha chiesto di superare l’inconveniente attraverso la semplice sostituzione del testo: dunque, al posto dello stralcio viene qui riprodotta, sotto la responsabilità dell’autore, un’ampia sintesi della relazione. Si è altresì convenuto, in conclusione e comprensibilemte, di togliere dal sito la versione integrale della relazione.

 

Quello della formazione della generazione cattolica che entrò nella Dc al termine della seconda guerra mondiale e che sarebbe stata destinata a un ruolo di primo piano nella storia del paese rappresenta un problema affascinante al quale ho dedicato buona parte della mia attività di studioso.

In effetti, dopo il 1943, accanto agli ex-popolari, emerse, e fu decisiva (prima, nella fase costituente, poi all’interno del partito di governo e in una vasta serie d’istituzioni e associazioni), anche una élite realmente nuova. Luigi Gui fu uno di quei «giovani». Quello che sappiamo della sua formazione giovanile – lo vedremo immediatamente – corrisponde profondamente, direi quasi perfettamente, all’itinerario complessivo. Quali sono i caratteri di questa generazione?

Come tanti dei suoi giovani coetanei, Gui si forma essenzialmente all’interno del mondo cattolico, nelle sue associazioni e istituzioni, nella Gioventù Cattolica e nella FUCI, la Federazione universitaria cattolica. L’associazionismo giovanile cattolico degli anni del fascismo, dati gli spazi ristretti concessi dal regime, puntò necessariamente sulla formazione individuale dei giovani, sulla dimensione spirituale, sulla pratica caritativa. Parlare dunque dell’associazionismo cattolico degli anni trenta come di una realtà antifascista sarebbe assurdo. 

Certo, c’è nell’esperienza familiare di alcuni di questi giovani qualcosa che li riconnette al passato pre-fascista e introduce qualche riserva verso il regime. Per Gui conta molto il ricordo della «reazione psicologica familiare» – sono sue parole – per l’assalto quadrista alla tipografia dove lavorava suo padre, ex-popolare: «una mattina, – racconta Gui -, andando a scuola insieme con lui all’angolo di Via Dietro Duomo, vidi tutto il materiale della tipografia rovesciato dagli squadristi sul selciato». Molti di questi giovani (e anche Gui, come Moro) faranno la «dura» esperienza – così si esprime ancora Gui – dell’aggressività fascista verso l’Azione Cattolica nel corso della crisi del 1931. Tuttavia, per loro, ormai, è l’orizzonte fascista l’unico orizzonte conosciuto, tanto che sembra pressoché impensabile che si possa prescindere da esso. 

Un amico fraterno di Gui come Giuseppe Dossetti, un amico che, per ammissione di Gui stesso, avrà un’influenza politica su di lui e che ha posizioni profondamente critiche verso il fascismo, ha raccontato di aver, un volta, fatto «i baffi» a un ritratto di Don Sturzo trovato sulla copertina di un libro. Gui, nelle sue memorie, usa un tono più misurato ma riconosce anche lui che, ancora alla fine del 1944, non aveva letto Sturzo. I giovani, insomma, non riuscivano a comprendere come si potesse restare ancorati a quelle che sembravano, al più, generose illusioni di un passato seppellito e destinato a non ritornare. 

Detto tutto ciò, però, la questione di una qualche «incompatibilità di carattere» tra Azione Cattolica e fascismo, come la chiamò il conte Dalla Torre, direttore dell’«Osservatore Romano», rimane. È vero: la formazione che si riceveva in essa era, quasi esclusivamente, religiosa. Tuttavia, è evidente che questa formazione, tutta spirituale, poteva giocare anche come una diaframma differenziante dal regime totalitario. 

Se le cose stanno in questo modo, quali sono, allora, i momenti decisivi e i contenuti determinanti per il passaggio di questi giovani dall’appartenenza religiosa all’impegno politico? 

La nuova generazione era stata abituata a filtrare l’attualità politica e sociale attraverso la propria mentalità religiosa. L’unico elemento stabile della loro cultura, immutato dal 1936 al 1943, fu l’anti-nazismo. Anche Gui racconta di essere progressivamente divenuto «specialmente antinazista». Emblematicamente, questo elemento fondamentale non era frutto di una precisa cultura politica, ma era eminentemente pre-politico, nasceva cioè dall’applicazione immediata di una sensibilità religiosa che vedeva nei nazisti i protagonisti di un rigurgito neo-pagano e anti-cristiano. 

Fu dunque la guerra, la guerra di un’Italia alleata del nazismo, a mettere in discussione l’autosufficienza della formazione religiosa. Quando nel 1939 Gui partecipò ai Littoriali, lo fece «per sostenere che l’Italia non doveva entrare nella guerra già iniziata dalla Germania di Hitler». Contrari all’intervento (anche Moro scrisse in quella fase parole eloquenti per la pace e contro la guerra), questi giovani, una volta che il paese entrò nel conflitto, sentirono che la nuova drammatica realtà imponeva una presa di coscienza e una qualche assunzione di responsabilità. Molti di loro parteciparono personalmente alla guerra, e lo fecero con patriottismo. Fecero però anche diretta esperienza dell’impreparazione, della vuota retorica, del militarismo fascista. Ho lavorato intensamente negli ultimi anni nell’archivio personale di Aldo Moro. Esso conserva migliaia di lettere degli anni di guerra di questo giovani. 

Ebbene, il fascismo, Mussolini, il regime non vi hanno alcun posto. Anche coloro che sono in procinto di partire per il fronte e che si dichiarano pronti a sacrificarsi per i compagni e per la patria, chiedono semplicemente vicinanza umana e preghiera, esigono al posto del “cameratismo” attenzione personale e affetto, non parlano di vittoria, esprimono, invece che il mussoliniano «odio al nemico», condivisione per le sofferenze di tutti i popoli, e addirittura simpatia per tutti i ragazzi che combattono come loro anche dall’altra parte della barricata, si augurano una pace prossima. Questi ragazzi non fanno e non farebbero mai azione clandestina antifascista; riaffermano però la lontananza dei loro ideali (quelli di un mondo futuro più giusto e più libero) da quelli, come dicono per sfuggire alla censura, «della massa». È un po’ come se, tra il fascismo e l’anti-fascismo politico, questa generazione fosse “altrove”, portatrice di un rifiuto morale ed esistenziale, e, in un certo senso, proprio per questo, ancora più abissale, della prassi e dei valori fascisti.

Gui fu ufficiale degli Alpini, fu destinato tra fine ’42 e inizio ’43 sul fronte russo. Racconterà di aver sentito quale odio i contadini russi nutrissero insieme per i tedeschi invasori della loro terra e per il tirannico regime comunista. La guerra dell’Asse non aveva dunque alcun significato. Quando, la sera del 25 luglio 1943, i suoi alpini andarono da Gui «a gridare esultanti sotto le finestre: “Sior tenente, i gà butà zo ganassa!», lo fecero sapendo che la loro felicità era pienamente condivisa. 

Il patriottismo, l’antinazismo, la rottura con i valori del fascismo, ma (almeno in questa prima fase) l’assenza di un orientamento politico preciso, sono dunque caratteri largamente ricorrenti nella esperienza non solo di Gui ma di tutti gli esponenti della futura seconda generazione democristiana. Il ruolo della guerra nel favorire il passaggio verso l’impegno politico fu infatti essenzialmente negativo. Essa costruì una nuova sensibilità, ma solo in senso pre-politico. Gui partecipò, anche se sporadicamente, tra il 1942 e il 1943, all’iniziativa di riflessione che si tenne a Milano, a casa di uno dei suoi professori, Umberto Padovani, nella quale erano presenti i suoi amici Dossetti, Lazzati e La Pira. L’obiettivo era quello di riflettere sulla situazione italiana e «ristudiare il pensiero cattolico alla luce della dottrina tomista», senza però entrare direttamente in politica: si trattava solo di fornire un «servizio culturale per i cattolici italiani». 

Dopo l’8 settembre, la scelta della Resistenza si collocherà essenzialmente sulla scia di queste premesse. All’inizio, la maggioranza di questi giovani (da Dossetti, a Moro, a La Pira, a Fanfani) avrebbe voluto continuare a dedicarsi all’impegno religioso e agli studi. Gui stesso ricorda «allora era fortemente attratto da un serio impegno spirituale nell’Azione Cattolica». Si convinsero poi all’impegno politico, con l’argomento della necessità di una testimonianza dei cattolici nell’opposizione al nazifascismo, dell’«esigenza pressante» – come ricorda Gui –  che l’Italia potesse risorgere «dai disastri di Mussolini e Hitler». Difficoltà con la politica di partito, insomma, permanevano, ma fu proprio il contesto resistenziale a fungere da acceleratore e a spingere definitivamente verso la politica e verso la DC, pur con una autonomia nettissima. 

Gui entrò dunque nella Resistenza. L’opuscolo che scrisse nel dicembre 1944, La politica del buon senso, costituisce una vera piattaforma delle posizioni della giovane generazione cattolica.

Cominciava programmaticamente con una riaffermazione del valore dello stato. Gui rifiutava nettamente la visione fascista di uno stato che si faceva «tutto» o rivendicava a sé l’individuazione della legge morale, ma ribadiva che lo stato era «indispensabile per il bene dell’individuo». Secondo punto era la riflessione sul «regime democratico-liberale», considerato, senza messi termini, «benefico», ma allo stesso tempo, caratterizzato da imperfezioni profonde, sia sul piano della mancanza di eguaglianza reale sia sul piano dell’autorità di governo minacciata dal prepotere dei partiti. Gui esaminava quindi le grandi alternative ideologico-politiche sul tappeto, riconosceva i loro valori innegabili, ma metteva in evidenza i loro precisi limiti: il liberalismo aveva sganciato la libertà dalla giustizia «trasformandola in licenza sfrenata» e aveva reso lo stato «superfluo e indifferente di fronte ai problemi che agitano la società»; la democrazia cercava l’uguaglianza ma mancava di dare al popolo una vera coscienza dei suoi doveri; il socialismo voleva la giustizia ma finiva per trasformare il cittadino in «uno schiavo, un numero, una semplice rotella dell’immensa macchina». 

Il fascismo si era proposto di «rafforzare l’autorità dello Stato e la solidità del governo» ma aveva finito per sopprimere e opprimere la libertà e negare i principi di uguaglianza. Non si poteva però tornare semplicemente indietro. L’esigenza posta malamente dalle dittature autoritarie di rafforzare lo stato era giusta: occorreva dunque rafforzare il potere esecutivo, assicurandogli una sufficiente indipendenza dal potere legislativo e dai partiti, come avveniva nella democrazia presidenziale americana. Gui suggeriva quindi – e la cosa non stupirà, se si è compresa la prospettiva di questa generazione – di guardare agli unici due partiti “nuovi” emersi sulla scena: la Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione.

Partendo dallo scritto di Gui è facile comprendere perché una vera e propria querelle generazionale divise «giovani» e «anziani» (come li chiamava lo stesso Programma della Democrazia cristiana del 1943). Gli ex-popolari pensavano al cattolicesimo politico come ad un quid unitario, mentre i giovani sentivano come naturale la pluralità delle opzioni politiche. I primi pensavano al primato della politica, mentre i secondi preferivano il lavoro culturale e avevano una concezione della democrazia stessa in cui si insisteva sulla sua natura educatrice più che sulle regole del gioco ed il pluralismo (e proprio Gui, assieme ad Aldo Moro, sarà tra i più convinti e impegnati sostenitori della funzione centrale della scuola in questo senso). 

I primi proponevano come un dovere l’agitazione antifascista, mentre i secondi sentivano ancora un vincolo patriottico che impediva loro di sottrarsi al destino comune del paese. I primi guardavano al fascismo come a una parentesi, mentre i secondi ritenevano che il fascismo avesse dato risposte sbagliate a problemi nuovi e veri, ragion per cui non si poteva semplicemente «tornare indietro». I primi avevano come bussola la libertà politica, mentre i secondi insistevano sulla necessità di evitare il modello liberale in favore di una libertà “ordinata”. I primi volevano un sostanziale ritorno alla democrazia parlamentate, mentre i secondi consideravano quest’ultima responsabile della stessa vittoria dei fascismi, criticavano la «democrazia della scheda» e dei partiti, e preferivano forme nuove, «organiche», «economiche» di democrazia basate sulla rappresentanza professionale o tecnica, dai contorni – bisogna dirlo – piuttosto confusi. I primi insistevano sulla necessità di riportare lo stato super partes, i secondi insistevano sul grande valore di promozione, di mediazione, di iniziativa, di potenziamento e di completamento delle possibilità individuali fornito da uno «Stato nuovo» che risolvesse il problema cardine della politica del Novecento, quello del rapporto con le masse, trascurato dagli ex-popolari. I primi rivendicavano il primato dell’antifascismo nel suo complesso, mentre i secondi, pur non essendo nati antifascisti ma essendolo divenuti con la guerra e la Resistenza, insistevano sulla natura antifascista del partito cattolico, e sulla necessità di una dichiarazione antifascista di principio nella costituzione. I primi avevano un programma di restaurazione democratica, mentre i secondi aspiravano a dare un carattere “rivoluzionario” alla loro visione, anche con venature anticapitalistiche, e insistevano su un’idea della DC come partito “programmatico”. I primi si confrontavano con le sinistre nei termini politici dello scontro, del confronto o dell’alleanza, mentre i secondi provavano un’ansia di assimilazione dei valori del socialcomunismo e sentivano che la vera lotta non era sul terreno della repressione ma era essenzialmente battaglia sociale in mezzo alla classe lavoratrice. 

I «giovani» si collocarono non a caso pressoché tutti, come Gui, a sinistra nell’articolazione del panorama democristiano. Guido Formigoni, delineando il quadro politico dell’Italia della Guerra Fredda, ha delineato due grandi tendenze: il “partito dell’immobilismo”, che intendeva innanzitutto garantire lo status quo, e il “partito dell’evoluzione”, che pensava che, pur nelle condizioni difficili del paese, fosse possibile una strategia di riforme che allargassero gli spazi della democrazia. Luigi Gui, con il suo amico Aldo Moro, è stato certamente uno dei protagonisti di questo “partito dell’evoluzione”. Credo che questo non piccolo significato storico gli vada pienamente riconosciuto.

 

Renato Moro sul giornale online "il domani d'Italia" del 29 aprile 2022

Funzionerà il nuovo Parlamento ”amputato”?: Di Muccio, Eufemi, Gasparri, Pittella

Articolo di Mario Nanni tratto dal giornale online "beemagazine.it" del 20 aprile 2022

Intanto urge la riforma dei Regolamenti parlamentari. E poi sarà necessario modificare la Costituzione per eliminare il fenomeno delle Camere fotocopia. Ma non ci sarà riforma che valga se rimarrà la prassi "mostruosa" dei maxiemendamenti che strozza il dibattito parlamentare e svilisce il Parlamento. Bisogna tornare a Montesquieu.

Sono possibili “correttivi” del bicameralismo perfetto in termini di snellimento delle procedure, di una maggiore funzionalità delle Camere?

Certo, ma le procedure e i regolamenti non sono tutto, nel senso che non sono di per sé risolutivi. La funzionalità è anche, se non soprattutto, il prodotto di condizioni politiche, e di un effettivo rispetto della divisione dei poteri, senza l’abuso governativo del ricorso alle deleghe e dei decreti – legge, dei voti di fiducia e dei ripetuti casi “monstre” dei cosiddetti maxi emendamenti, che stremano e sviliscono al tempo stesso l’agibilità del lavoro parlamentare e gli stessi deputati e senatori.  E poi, sarà necessario porre mano alla riforma della Costituzione.

Fatta questa premessa, per chiarimento preliminare, e per evitare equivoci e sospetti di voler semplificare materie complesse, registriamo  dopo quelle pubblicate in un precedente sondaggio, altre risposte alle cinque domande poste da BeeMagazine.

Oggi rispondono: 

Pietro Di Muccio de Quattro, Direttore emerito del Senato e Ph. D. dottrine e istituzioni politiche, deputato nella XII legislatura;

Maurizio Eufemi, senatore nella XIV e nella XV legislatura;

Maurizio Gasparri, già deputato, oggi senatore di Forza Italia, già  capogruppo, ministro e vicepresidente del Senato;

Gianni Pittella, senatore del Pd, e già presidente del Gruppo socialista europeo e del Parlamento europeo;

1. Giorni fa si è vista questa scena (non nuova peraltro). Draghi la mattina è andato alla Camera per riferire sull’imminente Consiglio europeo e nel pomeriggio al Senato. Con il prossimo Parlamento ridotto, non si potrà evitare il doppione tenendo una seduta comune del Parlamento, tantopiù che i posti a sedere ci sono, quelli dell’attuale Camera (630)?

Di Muccio: Sono responsabile di aver coniato l’espressione “Parlamento amputato” per definire il Parlamento uscito dal referendum che ne ha ridotto a 600 il numero dei componenti. La definizione ha avuto un certo successo perché efficace nel linguaggio comune. Pertanto rispondo che, parlando in generale, le sedute comuni delle Camere amputate sono viepiù sconsigliabili perché mi appaiono prodromiche alla soppressione di una delle due. Sono un sostenitore del bicameralismo ed ho avversato l’amputazione del Parlamento anche perché sono certo che a breve (un decennio?) porterà (comporterà?) al monocameralismo.

Eufemi: Le comunicazioni del governo in quel caso prima del Consiglio Europeo sono disciplinate dalla legge relativamente alla fase ascendente e discendente sui rapporti con l’Unione Europea. Il problema è il voto dei documenti sotto forma di odg o risoluzioni, e le due Camere, pur con identiche procedure hanno rapporti di forza diversi nella composizione elettorale. Certamente alcune procedure potrebbero essere unificate. Analoga ripetizione si svolge per la fiducia al governo. Si pone il problema del monocameralismo che ha vantaggi ma richiederebbe la modifica costituzionale della forma di governo con il passaggio al presidenzialismo o semi presidenzialismo.

Gasparri: Il prossimo Parlamento dovrà rivedere molte cose, nelle sue regole, nei suoi riti. Certamente il taglio dei parlamentari produrrà effetti nefasti. Cittadini e categorie avranno meno interlocutori a disposizione. Il Paese capirà solo nel tempo di aver fatto un errore molto grave, che ridurrà la rappresentanza nei territori, prevarranno le grandi città, molte zone di provincia saranno senza voce, senza parlamentari. Molte categorie non sapranno con chi confrontarsi, e i pochi dovranno fare troppe cose. Il taglio dei parlamentari.

Pittella : Come noto, il bicameralismo perfetto o eguale fu immaginato dai padri costituenti dopo il fascismo per fugare scorciatoie decisioniste. Oggi tuttavia non trova paragoni nel mondo e non ha alcun senso. I cittadini hanno avuto prima la possibilità di esprimersi per la sua abolizione ma l’antirenzismo ebbe la meglio e poi viceversa hanno puntato su una riduzione del numero dei parlamentari senza modifiche delle  funzioni delle Camere. Una scelta totalmente irrazionale che aggrava semmai, di certo non risolve i problemi.

2. Per quali altre occasioni si potrebbe ricorrere, a parte quelle già costituzionalmente previste, a sedute comuni della Camera e del Senato?

Di Muccio : Nessun’altra.

Eufemi: Altre occasioni di unificare le competenze senza ricorrere a modifiche costituzionali sono le votazioni per i membri di autorità indipendenti, oggi votate separatamente. Faccio notare, incidentalmente, che il numero dei 630 deputati c’è dal 1963. Nelle precedenti legislature erano di meno. E cioè nel 1958 erano 596; nel 1953 erano 590; nel 1948 erano 574.

Gasparri: Le sedute comuni si potranno fare per tanti argomenti, non c’è dubbio. Però bisogna poi mettere mano alla Costituzione. Il che dimostra, e si evince dalle domande, che aver fatto il taglio dei parlamentari senza una riforma complessiva della Costituzione è stato un atto di idiozia vendicativa contro la rappresentanza parlamentare, e in definitiva contro la democrazia stessa. Il taglio dei parlamentari, lo ribadisco, è stato un idiozia, lo dico senza alcun interesse personale, dato che sto in Parlamento da varie legislature

Pittella: Certo oggi, col Parlamento a ranghi ridotti si potrebbero aumentare i casi di ‘sedute comuni’ per rendere il sistema più fluido ed efficace. Per cui rispondo positivamente ai temi che pone.

3. Anche per le audizioni di singoli ministri, che spesso vanno a riferire prima a una Camera poi all’altra, non si potrebbe ricorrere alle Camere riunite o a commissioni riunite del Parlamento.

Di Muccio: Per quanto detto sopra: commissioni riunite sì; Camere riunite no.

Eufemi: Le audizioni dei ministri già avvengono congiuntamente come avviene per la sessione di bilancio. Si potrebbe fare anche per la sessione comunitaria.

Gasparri: Già oggi avvengono audizioni nelle Commissioni Difesa ed Esteri in seduta congiunta dei ministri della Difesa ed Esteri. E’ una prassi già in voga e si può tranquillamente estendere.

Pittella: Penso che le audizioni del presidente del Consiglio e dei ministri ad esempio si potrebbero tenere ‘congiuntamente’. Così si potrebbe valutare se i regolamenti parlamentari possano prevedere anche dei limiti alla cosiddetta ‘navetta’ parlamentare.

4. Quali modifiche regolamentari Le vengono in mente per rendere più funzionale il lavoro parlamentare e più celere il meccanismo di decisione?

Di Muccio: Miglioramenti delle procedure parlamentari sono, ovviamente, sempre possibili, se sottoposti alla terapia dell’esperienza.  Tuttavia, l’idea che la funzionalità di un Parlamento sia l’altra faccia della celerità dei lavori parlamentari è sbagliata in sé, incoerente con l’essenza dell’istituzione, pericolosa negli effetti. Il “taylorismo normativo”, come lo battezzai trent’anni fa, appartiene alla degenerazione del “governo rappresentativo”. Il Parlamento è stato trascinato a fare cose che non dovrebbe fare, cioè “iperlegiferare”. Leggi copiose e migliori in minor tempo sono la contraddizione e l’illusione dei benintenzionati.

Purtroppo la disfunzionalità del Parlamento trova la causa ultima nel fatto di essersi trasformato in un “Grande Amministratore”, quale lo considerai già alla fine degli anni ’70 per effetto della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Da allora, alla luce dell’involuzione parlamentare, il mio giudizio è pure peggiorato, essendo il Parlamento assimilabile oggi ad una “Camera corporativa” in senso etimologico (senza allusioni!). Comunque, per dare un po’ di respiro all’elaborazione delle vere leggi e ai dibatti cruciali per la politica nazionale auspicherei che la procedura di discussione e approvazione del bilancio pubblico (certamente cruciale però insuscettibile di proficua discussione parlamentare per troppo evidenti motivi) fosse concentrata in un solo giorno di lavori parlamentari in ciascuna Camera: comunicazioni del governo, interventi politici, votazione nominale.

Così, prendere o lasciare. Governo viene da gubernator, cioè timoniere della nave. Il bilancio pubblico “pilotato” collettivamente da ministri e parlamentari ha una navigazione difficile, segue una rotta insicura, mette a repentaglio i naviganti, disperde il carico. Per forza di cose, come ognuno può vedere. A prescindere da eccezionali eventi.

Eufemi: Utilizzo più forte della sede redigente. Così da portare in Aula solo la fase deliberativa sugli articoli, lasciando al lavoro della commissione il compiuto esame istruttorio. Limitare il potere emendativo dei singoli, elevando il numero delle firme per potere presentare emendamenti oppure la firma del rappresentante del gruppo. Snellire la procedura della fase d’aula.

Gasparri: Bisognava cambiare prima la Costituzione e non fare questo taglio  lesivodei parlamentari per correre poi ai ripari. In successione, si è fatta prima la vendetta e poi si dovrà pensare alla strategia. Andava invece fatta una revisione strategica della Costituzione per rendere più funzionale ed efficiente la democrazia. Adesso si metteranno delle pecette, che saranno peggiori del danno fatto.

Pittella: Non sono particolarmente un esperto di regolamenti parlamentari. Però sento di dover dire due cose:la prima è che già oggi il bicameralismo viene di fatto parzialmente e surrettiziamente superato dal fatto che i principali provvedimenti arrivano a una sola delle due Camere e poi all’altra con testo blindato. La seconda è che per superarlo davvero tutte le strade regolamentari o di prassi sono vicolo senza uscita se non si cambia davvero la Costituzione.

5. Basterà cambiare i regolamenti o bisognerà modificare la Costituzione?

Di Muccio: La domanda è vasta e complessa. Rispondo sui Regolamenti parlamentari. Questi devono essere cambiati. Adattarli alle nuove Camere è indispensabile non solo affinché la composizione degli organi interni sia proporzionata, ma anche per le conseguenze che il proporzionamento determinerà sul loro funzionamento.

Eufemi: Entrambe le due cose. La riforma dei regolamenti è urgente e indispensabile per garantire la funzionalità delle Camere dopo la riduzione del numero dei parlamentari. Occorrerà ridurre il numero delle commissioni accorpandole per materia, altrimenti non saranno in condizione di operare. Per la costituzione è necessaria una assemblea costituente o in alternativa una grande convergenza delle forze politiche su punti essenziali della riforma costituzionale.

Gasparri: Ho già risposto alle domande precedenti. Ormai il danno è fatto. Vedremo che cosa si potrà fare. Ma forse è il Paese che ha fatto una scelta sbagliata, e deve prima assaggiare le conseguenze dell’errore fatto. Poi capiranno

Pittella: Non tutto si può fare cambiando solo i Regolamenti, che pure vanno aggiornati e adattati alla nuova fisionomia, anzitutto numerica, del Parlamento che verrà. Come ho detto, per incidere, bisognerà fare modifiche alla Costituzione. Spero che il prossimo Parlamento ci provi davvero poiché credo che ormai la coscienza pubblica è piuttosto matura ormai.

Mario Nanni – Direttore editoriale

L’impegno parlamentare? Vissuto con passione. Politicamente devo tutto a Fanfani”. Hubert Corsi conclude il suo racconto.

 

di Maurizio Eufemi - tratto  dal giornale online "Il domani d'Italia" (www.ildomaniditalia.it) -

 

Tra ricordi e considerazioni attuali, il dialogo con Hubert Corsi permette di tracciare il substrato dell’esperienza democristiana. Quel che viene rappresentato va oltre il dato locale: si rifrange in altre esperienze, diverse nelle forme e affini nei contenuti, che descrivono il “panorama” del partito cardine del secondo Novecento italiano. Di seguito riportiamo la seconda parte dell’intervista.

 

Che cosa ha fatto Fanfani per il collegio? 

Era il capolista del collegio. Ha fatto tanto per la riforma agraria come Ministro dell’Agricoltura. Era molto attaccato alla provincia di Grosseto. 

Quando aveva le “sue” pause in politica – nel 1959 voleva lasciare tutto! – era nel suo ambiente e territorio che trovava le motivazioni più forti per rimettersi in cammino. Sì, quando sentiva l’urgenza di un impegno rinnovato, partiva sempre dalla provincia di Grosseto dove sapeva che aveva tanti amici. E dunque era da qui che ripartiva galvanizzato. Aveva come riferimento Enea Piccinelli, parlamentare, un grande e bel personaggio della vita politica locale, sempre molto lucido, sempre pronto a muoversi in azione. Quando ha lasciato il parlamento nel 1983 è ritornato alle origini, all’impegno nella Azione Cattolica e nel sociale, alla famiglia. Adesso, per molti mesi all’anno, vive a  Piancastagnaio sull’Amiata tra la sua gente.  

 

Anche Malfatti  veniva spesso? 

Sì, veniva perché si era sposato con la marchesa Spinola che aveva una tenuta Orbetello. 

 

Veniamo a te. Quando sei entrato in Parlamento? Come la ricordi la esperienza? 

Vi entrai nel 1983 perché non si presentó più Enea Piccinelli, con il quale avevo molto e a lungo collaborato, sicché fu proprio lui ad aiutarmi lasciandomi il testimone. 

 

Sei stato relatore di diversi provvedimenti…

Ero in commissione Industria e nell’ambito della Dc avevo competenza sul comparto energetico-minerario. Tutti i relativi provvedimenti toccavano a me: l’Enea, la geotermia, l’energia, ecc… 

 

Nei giorni scorsi con la crisi energetica si è parlato in tv di geotermia del Monte Amiata come fonte di energia. Si potrebbe sfruttare di più o vi sono troppi vincoli? 

Si dovrebbe sfruttare di più sia la parte ad alta entalpia, che produce energia elettrica, come pure la bassa entalpia, con cascata di vapore per alcune industrie come le serre, gli allevamenti di pesce…Sono tanti gli impieghi da poter mettere in cantiere. Invece, è la parte che non è stata assistita abbastanza, neppure dall’Enel che su questa attività, nelle provincie di Siena Arezzo Grosseto e Pisa, aveva storicamente il monopolio. In particolare, nasce a Larderello l’esperienza più grande e significativa: da qui, addirittura a partire dal ‘700, si avvia lo sfruttamento finalizzato allo sviluppo del territorio. Ecco, invece di concentrarsi solo nell’alta entalpia, con una monocoltura che altro non dava, si dovevano sviluppare esperienze diverse, come quelle legate alle piccole imprese di teleriscaldamento. Dunque, la scelta di fornire energia gratis non doveva precludere la possibilità di incentivare e sostenere le piccole attività manifatturiere. 

 

Come un distretto? 

Non lo abbiamo realizzato ed è stato un errore gravissimo. 

 

Che si dovrebbe fare per rimuovere questi freni? 

Occorre un aggiornamento della legge del 1986, di cui per altro sono stato relatore. Le competenze in materia sono passate alle Regioni. Soprattutto in Toscana, in Alto Lazio  e in Campania sono diverse le zone dove si dovrebbe pensare ad usi diversi dalla (sola) produzione di elettricità. Non è facile, me ne rendo conto. Si tratta di far crescere una piccola imprenditorialità che al momento risulta poco diffusa o comunque non adeguatamente strutturata.  

 

Sono osservazioni molto puntuali, segno di studio e dedizione politica. Il compito del legiferatore non sempre è conosciuto ed apprezzato. A tale riguardo, quale è il sentimento più vivo della tua esperienza parlamentare?

Teniamo presente che nel 1983 la Dc aveva perso molti voti. Tra gli eletti serpeggiava un qualche avvilimento, ma nell’occcasione entrò una covata di giovani deputati ai quali fu data la possibilità di mettere in evidenza il valore della loro formazione. Si tratta di ex colleghi – non mi avventuro nelle singole citazioni – di cui ricordo bene lo slancio e la preparazione. 

 

Gli anni ottanta sono stati anni di sviluppo importanti per la crescita. Furono operate scelte importanti sia in politica estera che in politica economica. Adesso, con la guerra in Ucraina, riemerge il price cap. Rammento che tu ponesti questo problema nel 1992 nella famosa risoluzione parlamentare sulle privatizzazioni…

Quell’intervento ci costò parecchie nottate passate a discutere, a confrontarci sui vari passaggi, a limare le singole proposizioni. Fu svolto un lavoro di analisi e di sintesi particolarmente accurato. Se la risoluzione fosse stata rispettata, come d’altronde era nei nostri auspici, oggi avremmo molti meno problemi. 

 

Si riuscì comunque a difendere i settori strategici dello Stato.

Sì, parliamo delle telecomunicazioni, delle banche, delle autostrade: si convenne che l’interesse della comunità nazionale, e quindi dello Stato, dovesse pesare in questi ambiti oltremodo delicati. In effetti, la risoluzione fu anticipatrice delle esperienze che in seguito hanno avuto il loro corso. 

 

Non puoi lamentarti, hai collaborato alla definizione di una giusta e opportuna strategia di tutela a proposito di alcuni fondamentali “beni” del Paese. Lavorare in questo modo   rende tutti più soddisfatti, sia dal lato degli eletti che da quello degli elettori. Tuttavia, una volta conclusa l’esperienza parlamentare, a cosa ti sei dedicato?

Beh..non sono rimasto con le mani in mano. Ho avuto anche la fortuna di fare il sindaco di Monte Argentario. Guidare un comune vuol dire imparare a misurarsi con i problemi, stando quotidianamente a contatto con la gente. È fare politica, ancora una volta, ma con il fiato sempre sul collo. Un’esperienza unica, spesso complicata, che riserva amarezze non attese ma anche gratificazioni impensate.   Poi, finito il mandato amministrativo di Sindaco, dal 1995 mi sono dedicato totalmente alla Croce Rossa di Grosseto.

 

Mi pare di poter dire, conoscendo il lavoro da voi svolto come Croce Rossa, che siete all’avanguardia per quanto riguarda l’attività di sostegno al territorio. 

Devo dire che il nostro comitato e con esso i vari comitati territoriali – una decina in tutto – lavorano molto bene garantendo alle popolazioni un livello più che rispettabile di tutela e assistenza. 

 

Un fiore all’occhiello anche durante l’emergenza del Covid…

Direi proprio di sì. Abbiamo apprezzato la grande capacità dei volontari di vincere la paura. La grande paura di aiutare gli altri, nei modi possibili, come portare la spesa, le medicine, ecc…alle persone anziane o prestare soccorso agli ammalati di Covid, assistendoli nel passaggio da reparto a reparto. Sono stati eroici. In provincia di Grosseto abbiamo 5000 volontari. 

 

E i giovani ci sono? 

In effetti, nel periodo più duro del Covid si sono avvicinati molti giovani. L’accesso alla Croce Rossa non è facile. Non paghi una quota come per altre associazioni, ma devi fare  un corso e superare un esame. È una procedura complessa che non ha riscontro in campi analoghi. Altrove è tutto più semplice. 

 

Prendete figure particolari? 

Sono tutte figure specializzate. I soccorritori devono gestire le cosidddette manovre salvavita, per questo sono formati alla conoscenza e alla pratica delle specifiche procedure di sicurezza. Se li metti in condizione d’indossare una divisa, importante e rispettata, spetta ad essi dimostrare fin da subito di essere all’altezza della funzione assegnata. 

 

Siete andati in Ucraina? 

Alcuni di noi sono andati, ognuno con elevata capacità professionale. La CRI nazionale ha scelto una strada ben precisa: chiede fondi, non oggetti. In altri termini, preferisce evitare di “caricarsi” di donazioni che di per sé sono belle, ma nell’insieme possono dar luogo a combinazioni antieconomiche. Serve ottenere un corretto margine di efficienza. Non bisogna spendere più di quello che hai trasportato lungo un viaggio di oltre 2000 chilometri. Per questo anche la logistica è fondamentale: tende, medicinali, viveri, vanno organizzati e gestiti con la massima oculatezza. Allora, come dicevo, la professionalità non è un optional.

 

Bene. Permettimi di riprendere, andando alla conclusione, il filo della politica. Che cosa ti rimane di Fanfani? 

Devo tutto a Fanfani, è stato uno dei miei maestri. 

 

Raccontami un aneddoto…

Una sera, a chi tra di noi si lamentava perché dovevamo incidere di più sulla vita politica, anche del nostro partito, volle spiegare quanto aveva inciso la provincia di Grosseto nella storia della Dc. 

Il gruppo di amici che poi avrebbe dato vita alla “comunità del Porcellino” si era riunito a Bologna. Oltre a Lazzati, La Pira, Fanfani e Dossetti, ce n’era un altro che ho dimenticato: la memoria, purtroppo, non mi soccorre. Quella riunione, svolta nel periodo della clandestinità, doveva sciogliere la riserva circa la convenienza e correttezza dell’assegnazione alla Dc dell’aggettivo “cristiana”. Per loro era troppo impegnativa. Volevano un altro nome. Allora incaricarono Dossetti di andare a rappresentare questa posizione a De Gasperi. Dossetti parte con la macchina verso Roma e sceglie di prendere la strada per Firenze passando per Siena e Grosseto. Ebbe però un incidente a Civitella Marittima: la strada bianca e dissestata, quella tra Siena e Grosseto, era delle peggiori che si potesse immaginare. Non poté ripartire per Roma e neppure poté, di conseguenza, partecipare all’incontro di partito dove avrebbe dovuto informare De Gasperi del loro “verdetto”.

 

È un episodio conosciuto…

È vero, ma non sai quello che aggiunse Fanfani. “Attraverso le vostre strade così disastrate – disse – siete stati determinanti nella storia della Dc. Avete determinato un indirizzo che ha segnato nel profondo la nostra storia”. Immagina il suo sorriso sornione! Poi sarebbero arrivati  i finanziamenti per migliorarle. Civitella Marittima se lo meritava: per i camionisti passare di li, con quei tornanti pericolosi, era una maledizione. 

Fanfani ce lo raccontò a cena dopo un comizio. Così come ricordò la vicenda del rogito di Capalbio, quell’atto lunghissimo di venti pagine che aveva dovuto copiare da bambino. C’è un collegamento ideale. Da Pieve Santo Stefano, il suo paese d’origine, partivano le greggi transumanti verso la Maremma. Anche quel percorso doveva essere un incubo, forse per le greggi ma sicuramente per gli uomini.

 

Per leggere la prima parte dell’intervista (14 aprile 2022), clicca qui

 

A proposito di gas

Dopo il primo shock petrolifero del 1973, si pose il problema di garantire maggiori riserve di gas per soddisfare la più forte domanda invernale rispetto ai mesi estivi.

Il Ministro dell'industria Ciriaco De Mita presentó un disegno di legge (ac 2705) che fu approvato in due sedute in sede legislativa sia alla Camera che al Senato diventando la legge 36 aprile 1974 n. 170. Relatori furono Enzo Erminero alla Camera e Francesco Merloni al Senato.

L'Italia, in quel tempo, produceva 14 miliardi di metri cubi di gas, il 13 per cento dei consumi, diversificando gli ulteriori approvvigionamenti tra Olanda URSS Libia e Algeria. La Libia forniva 3 miliardi di metri cubi e L'Algeria ne avrebbe fornito 22 miliardi entro il 1978.

Lo stoccaggio fu individuato nei siti di gas naturale dismessi. Una soluzione intelligente e economicamente conveniente.

La prima repubblica sapeva dare risposte concrete senza clamori.

Dialogo di Maurizio Eufemi con Giacinto Urso, “Grande democristiano” con modestia

Ricordi di De Gasperi, Moro, dei protagonisti della Repubblica, del lavoro parlamentare, della politica vissuta "come servizio per il prossimo". "La politica è anche scienza. Va imparata con umiltà e serietà". La lezione morale di don Tonino Bello.

 

Caro Giacinto, ti sento in forma e con una voce squillante!

Caro Maurizio, mi difendo come posso. Sono in forma come i gelati, che però, facilmente si squagliano.

 

Tu che fai in Piemonte?

No, Presidente, non sono piemontese, ma sono stato eletto senatore nel collegio senatoriale di Chivasso, Chieri, Settimo Torinese, comprendente 44 comuni e 240 mila elettori con un sistema economico avanzato e plurisettoriale. Il mio collegio di deputato della circoscrizione elettorale delle Province di Lecce, Brindisi, Taranto contava, tra Comuni e frazioni, 160 centri abitati!

 

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato De Gasperi a Viterbo, lo hai conosciuto?

Sì. Venne a Lecce per un comizio nel dopoguerra. Precisamente il 22 febbraio 1948 in vista delle elezioni del 18 aprile. Tornò nel giugno del 1951. Visitò anche Taranto, dove pose la prima pietra per l’utilizzazione irrigua del fiume Tara, che rese coltivabili 4000 ettari!

 

Come lo ricordi?

Pronunciò a Lecce un bellissimo discorso. Concetti chiari e pensieri lunghi di grande Statista. All’inizio il suo dire sembrava stentato per poi esplodere in una oratoria densa di concretezza e di lungimiranza.

 

Come è stato il tuo avvicinamento alla politica?

Attraverso una intensa, ricca militanza nell’Azione Cattolica, che in quei tempi lontani concedeva appropriata formazione a vasto raggio e che faceva assaporare le bellezze dei sistemi democratici. Decisivo fu un corso formativo, tenuto nell’Arcidiocesi di Otranto, che ebbe illuminato relatore il giovanissimo Aldo Moro, docente universitario in quel di Bari.

I suoi pensieri – si era nel 1945 del secolo scorso – aprivano la mente verso conquiste democratiche e strumenti di comunanza politica, illuminati dal richiamo ai principi sociali e cristiani. In seguito, il mio impegno trovò consolidamento, seguendo gli insegnamenti di due grandi spiriti eletti: il giurista Giuseppe Codacci-Pisanelli e il docente di scienze naturali Beniamino De Maria.

 

Moro, che era nato a Maglie, che rapporti aveva con il Salento? I salentini lo consideravano ormai “barese”?

Anche se nella designazione dei candidati per l’Assemblea Costituente non si volle Moro candidato a Lecce, la radice magliese l’ha tenuta, la culla di Maglie non l’ha mai dimenticata, anche se ormai insegnava a Bari e li svolgeva la sua attività prevalente.

 

Cosa pensi della statua che Maglie ha dedicato Moro in figura intera con il quotidiano “L’Unità” sotto il braccio?

Lo scultore è stato ardito. Non c’era un fine politico; lo scultore non aveva una doppiezza politica. Era solo per ricordare la fase della solidarietà nazionale senza secondi fini.

 

Dopo l’Azione Cattolica che hai fatto?

Ho militato da dirigente nella Democrazia Cristiana nella mia natale Nociglia. Poi nella Segreteria provinciale di Lecce, che nel 1957, mi ebbe sua guida per passare nel 1963 a Deputato della Repubblica e a consigliere nazionale del Partito, facendo tutto, passo dopo passo.

 

Che ricordi hai della esperienza parlamentare?

Soprattutto ebbi la consolazione, io minuscolo giovane di periferia, di essere accanto a personalità di livello nazionale e internazionale. Si chiamavano, ne cito alcuni, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giovanni Leone, Berlinguer, La Malfa, Pacciardi, Saragat, Pertini, Malagodi, Almirante, e tanti altri di alto sentire e di grande tradizione democratica.

 

Chi era il tuo punto di riferimento?

In testa, Aldo Moro, nato a Maglie, cioè nella stessa provincia. In seguito, anche Paolo Emilio Taviani. Mi preme aggiungere che nelle collocazioni parlamentari seppi mantenermi un po’ al di fuori di radicali posizioni correntizie spesso esasperate e dispersive. Lo spirito unitario mi fu legge suprema e rispetto di tutti regola costante.

 

Che cosa seguivi in Parlamento?

Potrei dire tutto. Con diligente presenza e con misura del mio essere, mai disposto a strafare. Espressi specifico interesse per la sanità, per gli atavici problemi del Mezzogiorno, dimenticato, per gli Enti Locali, base della democrazia popolare, per i bilanci e i regolamenti interni della Camera, e spiccatamente per l’artigianato, forza propulsiva spesso dimenticata.

Nelle mie cinque legislature, ho preferito sempre far parte della Commissione Igiene e Sanità della Camera dei Deputati, che ho presieduto per sette anni e che mi ha concesso di contribuire al varo della grande legge 833 del dicembre 1978, che istituì l’attuale Servizio Sanitario Nazionale, una riforma epocale, compromessa in seguito, nella gestione pratica, affidata alle Regioni, che l’insigne Saverio Nitti, presidente del Consiglio, prima del nefasto ventennio fascista, considerava in sede di Costituente “funghi della confusione”. Colgo l’occasione per ricordare chi sostenne il mio lavoro con generosità: Tina Anselmi, Maria Eletta Martini e Danilo Morini.

 

Al termine dell’esperienza parlamentare quali altri incarichi hai ricoperto?

Mi piace precisare che – assolte cinque legislature – pur essendo in buona salute politica, rinunciai a rendermi nuovamente candidato, ritenendo che è doveroso il ricambio per agevolare, a buon diritto, altri meritevoli.

In più, ho sempre creduto, aspetto non facile, che conviene scendere da cavallo quando si è forte in sella e prima di incorrere in qualche ruzzolone obbligato. Terminato il periodo parlamentare, sono stato chiamato a Presidente della Provincia di Lecce, poi a Presidente della Società provinciale dei Trasporti e in seguito, per undici anni, a Difensore Civico della Provincia. Mi fu assegnata dal presidente della Repubblica, Oscar Scalfaro, la nomina “motu proprio” di Cavaliere di Gran Croce, massima onorificenza della Repubblica Italiana.

Anche io ho conosciuto a Treviglio un saggio, preparato efficientissimo difensore civico, che faceva tanto bene. Purtroppo, dopo una breve sperimentazione, la difesa civica, così necessaria sul piano del controllo è stata posta da parte, pur essendo valido scudo per i diritti dei cittadini e per il controllo del pubblico potere amministrativo.

 

Nei vari incarichi hai lasciato il testimone a qualcuno dei tuoi discepoli?

Non mi sono sentito mai un maestro. Ho avuto, però, molti preziosi collaboratori, che si sono fatti avanti per i loro valori e forse pure per quel poco che sono riuscito a fare e a concedere loro. La politica non può ammettere regie successioni.

 

Giacinto, chi fa politica deve sacrificare la famiglia. A te ha pesato?

Senza dubbio. Per 21 anni di attività parlamentare potrei dire che ho lasciato quasi “vedova” mia moglie Rosaria, ora nei cieli assieme all’unico figlio, Vito. È stato duro il sacrificio. Ogni settimana: due notti in treno. Ho usato poco l’aereo. Quattro giorni a Roma e tre giorni a Lecce e Nociglia. Porta di casa sempre aperta. Code di cittadini da ascoltare, che arricchivano la conoscenza dei problemi. Al Sud così si usa. Non si trattava di clientele, ma di utili raccordi popolari, fecondi per chi fa politica.

Ho accennato ai sacrifici, ma tante sono state le soddisfazioni. Servire, attraverso la politica, il prossimo. Si sparge carità, cioè amore. Lo ricordava don Tonino Bello, mio comprovinciale, di recente proclamato Venerabile.

 

Che giudizi dai di questa classe politica dell’oggi?

Senza atteggiarmi a giudice, non li condanno del tutto. Confiscati i partiti, sbiaditi i sindacati, quasi chiusi gli oratori, resa cioè esule la politica, si è spenta la formazione, agevolando la improvvisazione e l’avventura. La politica è anche scienza. Va imparata con umiltà e serietà. Non solo,  mai si deve scordare che una democrazia, che abolisce quello che chiede l’articolo 49 della nostra Costituzione è una democrazia stentata, che – tra l’altro – non può essere rimpiazzata dalla lebbra delle liste civiche o dell’attuale “civismo” ultima manifestazione dei voltagabbana di turno, impastata di cinismo.

 

Mi viene a mente De Gasperi che nella sua umiltà andava a casa di Sergio Paronetto in Via Arno ad apprendere lezioni di economia! Senza dubbio l’umiltà è il sale della buona politica.

 

Che ricordi ancora della Azione Cattolica?

Profonda nostalgia dei Gedda, dei Caretto, dei Bachelet, Veronese. Del servizio reso all’Italia e alla democrazia italiana, facendo amare la Chiesa, il Papa, ma anche le libertà civili. Al momento, con tristezza, vedo troppe noncuranze in proposito.

 

In finale, che ti piace ricordare?

Tanto e molto. Con un particolare. La grande amicizia con te, Maurizio, che salvavi tanti bisogni e tante mancanze di noi parlamentari, quando ti spendevi negli uffici dei gruppi della Democrazia Cristiana a Montecitorio. Eri un “salvagente” che accomuno all’On. Elisabetta Conci, deputata a sorvegliare le nostre presenze in Aula e nelle Commissioni.

Bei tempi. Straordinari davvero.

 

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Questo è Giacinto Urso, un quasi centenario che ha pubblicato Storia e Storie il suo costante dialogo con i cittadini attraverso il Nuovo Quotidiano di Puglia. Ricorda sempre i pensieri di don Tonino Bello, già arcivescovo di Molfetta, che veniva considerato un antipolitico mentre aveva il culto della politica.

In una lettera personale a Giacinto Urso scriveva: ” … continua ad alimentare le speranze della povera gente in un mondo più pulito e più libero e più giusto. Chi è incontaminato può farlo. Quindi tu lo puoi. ! Coraggio”.

Di don Tonino Bello voglio citare due massime:

“Dobbiamo vivere il presente come uomini venuti dall’avvenire”;

“Noi nasciamo vecchi, bisogna cercare di morire giovani”.

La nostra battaglia, per contrastare i comunisti, metteva in campo ragione e passione politica”. Intervista a Hubert Corsi.

 Cosa significava essere cattolici e democristiani in un territorio dominato dai “rossi”? Qual era il messaggio che la Dc portava tra la gente? Come è cresciuta una generazione di quadri militanti e dirigenti? Hubert Corsi, più volte deputato e sindaco del Comune dell’Argentario, ripercorre le tappe della sua esperienza pubblica fin dalle prime battute nel Movimento giovanile dc.

Di seguito pubblichiamo la prima parte dell’intervista.

 

Partiamo in questo viaggio retrospettivo, caro Hubert, da cose lontane nel tempo.

 

Oggi ho 84 anni, sono della generazione del 1938.

 

Ecco, parliamo degli inizi, grosso modo collocando la vicenda che ti riguarda attorno agli anni cinquanta: come nasce il primo impegno politico?

 

Mi sono iscritto  alla Dc perché ero molto interessato alla politica. Vivendo in un piccolo comune, quello di  Montepescali (Gr), venivano molti personaggi che facevano comizi: la gente si portava le sedie in piazza perché era anche un piccolo spettacolo.

Il primo episodio è del 1953. Venne Luciano Blanciardi  e Carlo Cassols. Il primo era direttore della biblioteca di Grosseto e il secondo era stato anche mio professore al liceo. Avevano aderito a Unità popolare, quella formazione che risultò decisiva nel 1953 per la sconfitta di De Gasperi e della sua “legge truffa”. Io in verità continuo a chiamarla legge maggioritaria: il tempo delle  truffe viene dopo.

Quella legge, infatti, assicurava stabilità poiché conferiva il premio a chi raggiungeva la maggioranza assoluta. Dopo si è passati all’attribuzione del premio a chi prendeva molto meno, tanto che la logica adottata assomiglia a un rovesciamento di quadro evocativa, intrinsecamente, di uno scenario da colpo di stato.

 

Mi raccontavi che De Gasperi venne dalle tue parti attorno 1951 e 1952. Quale fu la circostanza.

 

Era il tempo del centrismo, oggi rivalutato per il portato innovativo delle scelte compiute dalla classe dirigente raccolta attorno a De Gasperi. Pensiamo, ad esempio, alla riforma agraria. Grazie ad essa, ricaddero sulla Maremma investimenti dello Stato che non avevano riscontri nella storia. De Gasperi venne ed illustrò la riforma che incideva complessivamente su 742 mila ettari, di cui ben 178 mila riguardavano la Maremma (quasi il 18 per cento delle superfici coltivabili). I proprietari erano grandissimi latifondisti con 14 mila e 7 mila ettari.

Fanfani ci ricordò che uno dei primi atti che fece da piccolo – aveva 12 anni – su richiesta del babbo notaio, fu quello di copiare un atto notarile di ben 20 pagine, tanto era estesa la proprietà in oggetto. Quel rogito rimase impresso nella mente di lui adolescente. La fatica della trascrizione, avente per oggetto una tenuta di Capalbio colpita dalla riforma agraria, determinò la scoperta della maremma.

 

Quanto ha inciso la bonifica sull’Italia del dopoguerra?

 

Fu un fatto notevole, per quel che ci riguarda. Sorse l’acquedotto del Fiora, furono realizzati chilometri e chilometri di strade, si avanzò a grandi passi sulla via dell’elettrificazione. Non mancarono le tensioni tra maggioranza e opposizione. Lo scontro rivelò tutta la distanza esistente tra democristiani e comunisti. La Dc puntava sulla famiglia diretto-coltivatrice, e quindi su una classe media che poi sarebbe diventata imprenditrice di se stessa. Il Pci, invece, rifiutava l’assegnazione diretta delle terre alle famiglie preferendo il ricorso a cooperative immaginate alla stregua di Kolkhoz, ovvero delle proprietà collettive sul modello sovietico.

 

Diciamo…una visione culturale diversa.

 

Direi proprio di sì. Comunque la storia ci ha dato ragione, visti gli sviluppi e i riscontri successivi. L’aiuto dello Stato, specialmente attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione della riforma agraria, fece crescere una nuova generazione di coltivatori diretti. Gli Enti di sviluppo, cui si dedicò sapientemente Tommaso Morlino, fornirono agli assegnatari quel supporto che mai prima di allora era stato dato. Nacquero diverse cooperative di produzione, servizi e  commercializzazione.

Se vieni in provincia di Grosseto trovi il caseificio di Manciano, trovi la cantina del Morellino di Scansano, la cantina di Pitigliano. Trovi, in sostanza, i modelli che risalgono a quella intuizione.

Il Presidente della cantina di Scansano che fattura milioni e milioni di euro di un vino che è ormai famoso in tutto il mondo è figlio di un coltivatore diretto.

 

Hanno saputo adeguarsi ai tempi nuovi e diventare impresa agricola?

 

Esattamente!

 

Era la visione, appunto, di La Pira e di Fanfani…

 

Sì, quella che tu chiami visione entrava poi nel “concretismo” della politica. La Pira puntava al lavoro come esperienza che non doveva tradursi in concezione ed immagine di dannazione, ma come il principale fattore per esplicitare la dignità dell’uomo. Dunque, a conferma di tale impostazione, nascono i villaggi di assegnatari dove c’era la chiesa, l’officina, il bar, i vari punti di servizi…Le persone potevano riunirsi e fare vita sociale.

 

 

Diventavano comunità.

 

Se vai al centro del villaggio Rispescia, ex riforma agraria, al centro trovi una fontana che reca una scultura in bronzo di un cinghiale. È la riproduzione del cinghialino di Pietro Tacca che sta a Firenze. La portò La Pira come Sindaco di Firenze quando venne inaugurato il villaggio nel 1953 alla presenza dello stesso Fanfani.

 

E tornando agli aspetti più direttamente politici?

 

La battaglia tra noi e i comunisti era serrata. Teniamo conto che dovevamo misurarci con una presenza robusta dei nostri antagonisti. Noi, in realtà, le percentuali più alte le prendevamo in provincia di Arezzo.

Ricordo che nel 1951 De Gasperi venne a “metterci la faccia”, come si direbbe oggi, in piena campagna elettorale. La Dc aveva rinunciato ad alcuni collegi provinciali a favore delle liste di centro collegate. Era la dimostrazione che da parte nostra gli alleati ricevevano attenzione e rispetto.

L’intervento di De Gasperi confermò l’impegno che avevamo delineato, dando slancio e fiducia ai nostri militanti.

Di questo fummo orgogliosi.

 

E la tua specifica esperienza?

 

Io venivo da una famiglia cattolica e ho studiato dai salesiani. L’appartenenza a questo ambiente familiare e culturale accentuava le difficoltà: la strada era impervia, più difficile, perché significava essere minoranza che per emergere doveva lottare molto.

Sicuramente più di altri.

Partecipavo al Movimento giovanile e con altri, al villaggio La Vela a Castiglione della Pescaia, voluto e organizzato dal “solito” La Pira, prendevo parte ai corsi di formazione.

Dalla formazione alle piazze il passo non doveva essere lungo.

Il primo impegno pubblico verrà nel 1970 con l’elezione al consiglio comunale di Grosseto.

(1. Continua)

“Il 2020 l’anno più lungo”, piccole luci nella notte del covid

 

È il libro curato dai volontari del   comitato   di Grosseto della Croce Rossa Italiana per ricordare l’impatto del virus Covid 19, poi trasformato in Sars-Cov-2 che con il salto di specie aveva cambiato cavallo aggredendo la specie umana con una spaventosa capacità di replicarsi, di diffondersi e uccidere con conseguenze catastrofiche. 

Ai rischi mortali si univa la paura per il futuro, per gli effetti della crisi economica e sociale, per l’inadeguatezza dei sistemi sanitari ad affrontare le insidie del “nemico” invisibile. 

Il libro offre uno spaccato di cronaca lunga un anno con fatti, storie di generosità, itinerari di soccorsi di emergenza, l’incontro con le solitudini, i bisogni, le sofferenze, i lutti, i dolori. 

È un cammino di solidarietà di tante persone comuni che trovano il tempo nei ritmi del quotidiano per dedicarsi agli altri, al prossimo, vincendo la paura. 

“Nulla è più stupefacente della mano sconosciuta e inattesa che ti aiuta a rialzarti, della parola e del sorriso che non ti fa sentire solo” scrive nella prefazione Hubert Corsi, presidente provinciale della CRI di Grosseto, che, dopo aver servito le Istituzioni, prima come consigliere comunale di Grosseto, poi come sindaco di Monte Argentario, poi come deputato per tre legislature, dal 1995 guida la Croce Rossa portando con generosità nel volontariato tutta la sua esperienza. 

Il libro è arricchito di tanti racconti – vincendo le resistenze dei volontari a scrivere le loro esperienze – che hanno accompagnato i momenti della attività del comitato nell’anno “più lungo”. 

Una organizzazione di volontariato all’avanguardia con una articolazione territoriale in sedi decentrate affinché gli obiettivi possano essere raggiunti con la massima efficienza per utilizzare al meglio i doni di umanità. 

Le aree di intervento specialistiche sono la salute e la vita, la promozione dell’inclusione sociale, la preparazione delle comunità e le risposte a emergenze e disastri, la diffusione del diritto internazionale umanitario e la cooperazione con altri movimenti internazionali, la promozione dello sviluppo dei giovani e una cultura di cittadinanza attiva, la prevenzione delle vulnerabilità delle comunità. 

Una grande rete che merita di essere ricordata con la parole di Madre Teresa di Calcutta, ora Santa, pronunciate a Porto Santo Stefano nel maggio del 1989: “il frutto dell’amore è la solidarietà, il frutto della solidarietà è la pace”. 

 

Maurizio Eufemi

Articolo tratto dalla rivista online "beemagazine"  dell'8 aprile 2022 (https://beemagazine.it/il-2020-lanno-piu-lungo-piccole-luci-nella-notte-del-covid/)

La riforma dell'Onu è ormai ineludibile.


L'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa, con un effetto ritardato del "dopo URSS", ha posto in evidenza la crisi dell'Onu come organizzazione internazionale in grado di fermare e risolvere i conflitti che vedano protagoniste le superpotenze.

I voti dell'Assemblea Generale rappresentano solo ammonimenti privi di efficacia con sanzioni morali di valore mediatico e nulla più.

L'Onu oggi riesce a esercitare un ruolo efficace solo nei conflitti locali o regionali con poteri di controllo e di comando laddove le superpotenze sono disinteressate ai giochi di guerra. Soltanto lì può riuscire a collocare forze di interposizione con azioni di peace-keeping che evitano frizioni e contatti bellici. Più complicata diventa la situazione laddove siano coinvolti direttamente o indirettamente gli Stati rappresentati nel Consiglio di Sicurezza che finisce per trasformarsi in un paralizzante Consiglio di Garanzia per se stessi.

Vengono travolti i principi di sicurezza e di autodeterminazione dei popoli.

Che fare? L'auspicio è quello di un Nuovo Ordine Mondiale che superi Yalta e tenga conto delle nuove superpotenze economiche non solo militari.

Una riforma dell'Onu che dia forza alla Assemblea è un modifica innanzitutto alla composizione del consiglio di Sicurezza, allargandone la presenza ai G20, o alle organizzazioni regionali continentali, eliminando in primo luogo il diritto di veto o introducendo il conflitto di interesse.

In presenza di uno stato in conflitto non si dovrebbe avere diritto di voto per le questioni che lo riguardano direttamente. La guerra di Ucraina ha dimostrato che l'accordo di Yalta è ormai lontano nel tempo e richiede un aggiornamento della Carta delle Nazioni Unite.

Se non si rispettano i valori dell'ordine internazionale non è obbligatorio stare nell'Onu che richiede cooperazione.

La Santa Sede proprio per il valore della sua azione diplomatica alla ricerca della pace e difesa dei diritti umani potrebbe assumere una iniziativa di grande significato per costruire una più aggiornata organizzazione delle Nazioni Unite.


Maurizio Eufemi

De Gasperi e il metodo democratico nel partito e in Parlamento

Convegno  - Con le lenti di De Gasperi - Viterbo 2 aprile 2022

 

Questo momento di riflessione nell'anniversario della nascita di Alcide De Gasperi ci permette di approfondire alcuni passaggi storici e politici fondamentali per il nostro Paese anche alla luce degli avvenimenti attuali soprattutto sulla politica estera sulla NATO sulla Ced e sulla politica economica.


Intanto non solo legami di fede partitica, ma geografica per Viterbo e diró il motivo, poi ne subentrano altri personali e familiari, poi quelli politici.


La mia attenzione si è soffermata sul metodo democratico perseguito da De Gasperi Nei rapporti governo Parlamento e nel Partito direzione cn nei gruppi direttivi e assemblea. In questo ci aiutano le fonti.

La Dc ha lasciato un grande patrimonio culturale che per il valore dei fondi dei gruppi parlamentari e del partito custoditi dallo Sturzo rappresentano una miniera inesauribile.


I volumi curati da Andrea Damilano sono straordinari per vedere il metodo democratico degasperiano con il dialogo costante governo, gruppi direttivi assemblea e partito direzione consiglio nazionale. Chissà se il terzo volume quello dopo il 1967 che ricordo fu messo in cantiere è rimasto seppure in bozza nell'archivio di marco Damilano. ?


Ho respirato la stagione della grande vittoria degasperiana con molti punti di contatto.

Intanto i miei padre e zio erano iscritti alla stessa sezione di De Gasperi di borgo cavalleggeri, che negli anni cinquanta era a borgo santo spirito e poi di fronte all'aula Nervi che prima era oratorio San Pietro dove c'era don Giuseppe Bersani il fratello di Lello.

Per andare a scuola al pio IX passavo tutti i giorni sotto casa di De Gasperi.

Mio padre resistente alla leva insieme a tanti altri giovani si nascondevano nel posto più sicuro che era Villa abemeleck sede della ambasciata tedesca e confinante con la stazione San Pietro che collegava Roma con la ferrovia per Viterbo. In via delle fornaci c'era la sede operativa, oggi si direbbe il data base, della Azione Cattolica. Questo era il sentimento.


A Viterbo ...

 

Veniamo ai legami di de Gasperi con Viterbo.

Nelle lettere dal carcere, il 5 settembre 1927 De Gasperi, detenuto nel 1927 presso la clinica Ciancarelli, all'onomastico di Rosina, infermiera operosissima, ma rude nelle forme e nel linguaggio fa un dono con dedica:


"Offre alla sua feroce Secondina

Il detenuto questa fu Marina

E prega Santa Rosa di Viterbo

Di farle il becco dolce e meno acerbo"


Fece 3 visite:


una nel dicembre del 1944 appena dopo la formazione del secondo Bonomi. Viene come segretario della Dc e ministro degli Esteri. Ne scrivono due storici incontestati come Bruno Barbini e Attilio Carosi, direttore della biblioteca e padre del giudice costituzionale.

Si trattava di organizzare il partito laddove era possibile in attesa che tutto il Paese soprattutto il Nord fosse liberato.

De Gasperi diffondeva l'idea Dc e il programma ricostruttivo.


Si tenne la direzione il 30 novembre molto importante, in due manoscritti, per il richiamo alle libertà ai combattenti del nord, ma con una importante richiesta di modifiche alla struttura industriale a favore del lavoro e contro i monopoli plutocratici (influenza di Toniolo che in capitalismo e socialismo usa questo termine nei confronti dei gruppi detentori della nuova ricchezza ) ( plutocrazia Europa centrale Russia Australia America)


Un'altra visita fu il 7 giugno 1951 per le elezioni provinciali e comunali dell'11 particolarmente significative perchè la competizione era tra 3 raggruppamenti.

Una terza visita nel 1952 sulla riforma agraria di Segni. Veniva realizzato uno dei punti qualificati delle idee ricostruttive di enorme significato per Viterbo e Grosseto e per la maremma risanata. I mezzadri e i braccianti diventavano proprietari di poderi di circa venti ettari, nella media 15,3, i coltivatori diretti con produzioni e autoconsumi! Le province di Viterbo e di Grosseto erano particolarmente coinvolte perché per loro si trattava del 18 per cento delle superfici coltivabili con ben 178 mila ettari sui 743 mila totali della intera riforma.


I risultati elettorali erano diversi la Dc raggiunge oltre il 35 per cento a vt e il 17 a Grosseto.

Non è questa la occasione per affrontare le vicende elettorali che se si poneva già la questione delle aggregazioni che esploderà a Roma con la vicenda Sturzo e poi nel 1953 con la legge elettorale maggioritaria.

I voti devono tenere conto che la Dc non presentò candidati in tutti collegi provinciali sia a Grosseto solo 3 su 16 che a Viterbo ma solo 14 su 16 in alcuni lasciando spazio agli alleati di centro.

A Viterbo fu accompagnato da Andreotti e Angela Guidi Cingolani.

 

De Gasperi con la sue visite sottolinea il legame tra fiducia e deputato della Regione.

Nel 48 De Gasperi era capolista della circoscrizione Roma vt lt Frosinone e onorava il suo mandato.

La bandiera della democrazia come eredità.

Azione per allargare lo schieramento democratico

Grida "Viva Cesare Battisti" come risposta alla azione di disturbo dei Missini, Ricordando che fu l'unico che lo difese a Vienna!


Motiva l'adesione alla nato dicendo "Dobbiamo essere pronti a difenderci se qualcuno ci attacca per questo abbiamo aderito alla NATO truppe sotto il comando di un generale italiano "

V'è Atteggiamento di pace e di difesa nazionale

e la Compattezza di un popolo che vuole rimanere libero.

C'era preoccupazione per quanto avvenne con l'invasione della Corea "non è così lontana e può svilupparsi in incendio"

Sottolinea il paradosso che In Corea gli aggressori non sono i nord coreani che hanno attaccato il sud ma i coreani che si difendono e le nu che accorrono in soccorso

L'URSS è socialista e non imperialista mentre il Nord America che non ha fatto annessioni è proclamato imperialista.


La scelta della NATO che provocò una grave frattura politica e all'interno della Dc una linea antiusa, non ha impedito il miracolo economico. Questo dobbiamo dirlo.

Non sono state sottratte risorse allo sviluppo o alle conquiste sociali realizzate da de Gasperi nella fase del centrismo.


Un altro elemento che ci collega a Viterbo è collegato alla operazione Sturzo del 1952.

A Luigi Gedda fu offerto il collegio senatoriale di Viterbo che fu rifiutato.


Il patto Atlantico


Grande attenzione di De Gasperi verso il Parlamento con una informativa prima della firma di aprile.

Il 30 novembre 1948 si tiene il gruppo Dc alla Camera dei deputati. De Gasperi prospetta la NATO. Dossetti si oppone al progetto.

8 marzo 1949 consiglio nazionale sulla politica estera.


Nello stesso mese si tengono 5 riunioni tra direttivi congiunti e assemblee dei gruppi.

Al gruppo camera si vota odg Spataro Taviani con 292 votanti 283 si, 3 contro e 6 astenuti.


Nella visione degasperiana Il Patto Atlantico fu concepito nel quadro delle nazioni Unite come impegno di solidarietà in favore della pace e della sicurezza delle parti contraenti previa decisione del Parlamento quindi non automatico.

La prerogativa democratica del parlamento sulla pace e sulla guerra è salvaguardata.

È patto di sicurezza una garanzia di pace una misura preventiva contro la guerra. Nessun paese o blocco di paesi fino a quando non avrà mire aggressive ha nulla da temere da esso.

Intendiamo collaborare con pazienza e moderazione perché i problemi più generali tra Occidente e oriente si risolvano nella pace e nella distensione. (Trieste ndr)

Ricorda come l'Italia ha rinnovato con urss e altri paesi dell' oriente i rapporti commerciali (missione di Ugo la Malfa a Mosca 12 agosto 1948 ) su riparazione e consegna di aliquote della flotta delle navi per i rapporti economici con l'est nei settori metallurgici e metalmeccanico attenzione ai beni di produzione piuttosto che ai beni di consumo. Problema clausola nazione più favorita

Trasformazione di beni non derivanti dal piano Marshall, ma da materie prime scambiate; l'URSS voleva 8 petroliere da 1500 tonn

Il negoziato va avanti.


Il dibattito parlamentare fu aspro. Polemica con Nenni per avere in commissione Esteri maggiori elementi.

De Gasperi mantenne una posizione ferma. "non si tratta di deliberare su documenti segreti. Meglio una discussione serena pubblica. "


16 marzo 1949 inizia discussione generale

Dopo odg Gullo si riprende all'una di notte del 17 marzo.

Respinge Odg Togliatti.

Viene ratificato il 20 luglio 1949 dopo che c'era stato firmato il 4 aprile 1949 a Washington


Un altro esempio ...


La posizione comunista era demagogica. "Vi mettete in brutta compagnia fate blocco con i reazionari e i conservatori di tutto il mondo invece gli apportatori del progresso, della libertà della democrazia sono dall'altra parte e vi rovesceranno. "

 

"Non siamo dei deboli, dei vili che si adattano per opportunità "rispose de Gasperi!


Non si può tralasciare la questione dell'Articolo 2 del patto atlantico e dell'articolo 38 della Ced.


E qui veniamo ai problemi interni tra De Gasperi e Dossetti e non solo. La Sinistra Dc era succube dei comunisti. Paura della guerra civile.


Non dimentichiamo il contesto internazionale le preoccupazioni per la visita di Eisenhauer , per le mobilitazioni della piazza. (Colloquio de Gasperi Di Vittorio sulle manifestazioni) e i telegrammi di protesta.


Il progetto Ced poteva sembrare una utopia ma che allora era un grande atto di coraggio e responsabilità.


Le resistenze dei paesi nordici verso l'ingresso dell'Italia soprattutto Norvegia Regno Unito

Per loro Noi non eravamo abbastanza Atlantici.

La soddisfazione di De Gasperi alla comunicazione dell'ingresso alla Nato prima del 4 aprile 1949


La prospettiva degasperiana era politica. Il processo è stato affidato alla economia manca la dimensione politica.

La scelta occidentale poggia sul successo e sulla forza del 18 aprile

Nella realtà la sinistra voleva separare Europa da Stati Uniti come ci ha ricordato il migliorista Ranieri Umberto alla presentazione dello studio citatissimo e documentatissimo di Paolo Acanfora per il Mulino.


Le accuse di massimalismo al gruppo dossettiano sul rapporto partito governo al punto di rimproverargli di volere lo stato partito cn 18 20 dicembre 1949


Mondo nuovo, ordine nuovo, muova anima, nuovo corpo era l'armamentario lessicale come risposta alla crisi dello stato nazione.

In Dossetti il rifiuto di una aprioristica adesione al blocco occidentale era determinata dalla paura di spingere ancora più avanti la divaricazione interna e internazionale con le forze comuniste e con le masse da esse inquadrate (cronache sociali 1947. )

Mettevamo in discussione perfino il piano marshall per la diplomazia del dollaro!

Vedevano pericoli e fratture. Una scelta internazionale che approfondisse il solco con le sinistre avrebbe reso più difficile qualsiasi politica riformista. Appariva una lacerazione.

In quei giorni la tensione era accentuata dall'arresto del primate di Ungheria.


Per Dossetti nasceva Europa nel conservatorismo senza un profilo identitaria autonomo.

Le differenze non furono colmate (articolo 2 alleanza comunità solidale e fallimento Europa politica indipendente ) furono sconfitte dossettiane e per art 38 Ced, degasperiana perché la Ced era il coronamento patto atlantico.


Nella Dc c'era una articolazione di posizioni con la sinistra Gronchiana, profilo latino per superare est ovest, quella dei sindacalisti più legati alla attività di partito con il mondo del lavoro e di Dossetti per il superamento dello stato Nazione per una Europa unificata sul piano politico e con profilo autonomo.

Questa azione fu portata avanti con cronache sociali e politica sociale.

Se la Ced fu una battuta d'arresto De Gasperi ha ragione oggi!

C'erano visioni contrastanti sul ruolo del Partito sul Parlamento. In de Gasperi c'era lo schema paronetto del governo maggioranza gabinetto Partito.

Per Dossetti il partito strumento della rappresentanza, partito come veicolo della volontà del popolo. Purtroppo abbiamo visto la crisi della rappresentanza se non ci sono i partiti!

De Gasperi vuole riformare le coalizioni per sottrarsi ai condizionamenti del mondo cattolico e delle gerarchie ecclesiastiche.

Per Dossetti sottomissione dell'Italia agli Stati uniti con perdita della centralità mediterranea nella contrapposizione est ovest e per più dialogo con i paesi non allineati.

Nel settembre del 1946 Dossetti di dimette dalla Direzione perché era stato affidato a Corbino il Tesoro con questo giudizio "un uomo ottuso alle nostre idee" accusa De Gasperi di non curare l'Amministrazione e sul Partito che riteneva bloccato dalla disperata inerzia dei dirigenti. Il 18- 22 settembre 1946 i dossettiani abbandonano la direzione.

Nel cn del 9 -15 dicembre 1946 mozione di sfiducia Dossetti Lazzati alla Direzione del Partito! Fu posta per appello nominale e respinta. Attilio Piccioni fu eletto segretario con 43 voti su 63 19 schede bianche 1 a Cappi.

De Gasperi fu applaudito tracciando il quadro del partito in rapporto ai problemi del Paese.

Tre mozioni: solidarietà degli uomini liberi e dei partiti; politica economica e finanziaria; contro la stampa anticlericale.

Poi il gruppo il 16 17 e 18 approva odg di indirizzo per l'assemblea costituente.

Quello stesso Lazzati trascinó in Aula Dossetti sulla votazione del Patto Atlantico

Gli disse "già non siamo capiti. Un rifiuto a votare sarebbe per noi la perdita di ogni consenso" .


La unità europea era inconciliabile con il metodo funzionalista della integrazione per settori ma richiedeva un approccio politico.

La Ceca era quantitativa

La Ced era qualitativa


L'articolo 38 ipotizzava struttura militare con struttura politica.


Non la "via nostra"in economia, quella dell'economia mista, ma la terza via di una soluzione mediana che consacrasse italia come potenza Latina e mediterranea liberata dal franse gioco dell'alleato scomodo.

La terza via era il cavallo di battaglia di Dossetti e dei Gronchiani. Basta leggere i resoconti. Lo scontro era sulla politica economica.

Veniva messa in discussione anche la linea Pella del rigore.

C'era un vero e proprio tiro a segno verso Sforza, Pella e Pacciardi.
 

Sulla legge delega per la politica economica il 23 febbraio 1951 ci fu un voto qualificato interno al gruppo votanti 274 favorevoli 189 contrari 30 dossettiani astenuti 55 gronchiani e 30 dossettiani. La delega sarà abbandonata al senato.

De Gasperi disse la delega non è uno strumento che serve alla stabilità perché risiede nel parlamento che può revocarlo quando vuole.

 

Il governo va sotto per la prima volta su em Sannicoló 219 contro 214. Sono 81 Dc assenti e 30 franchi tiratori. 28 febbraio 1951 ministro industria Togni rel Iervolino dl n 1 potenziamento settori produttivi.


Ravaioli che era nello schieramento di sinistra, accusó Dossetti di atteggiamento antigovernativo.

 

Un episodio poco noto...

 

La rottura avviene con le dimissioni di 6 membri sulla riforma regolamentare del Gruppo sull'assenso preventivo alle iniziative.

Era un terreno di scontro decisivo tra le correnti e la maggioranza Dc su obiettivi di politica estera ed economica. Si allargava il solco tra Direzione e Gruppo.

Dossetti voleva Fanfani al Bilancio. Prevale un compromesso con De Gasperi e va alla agricoltura. Il dossettismo come gruppo organizzato era finito. Il 28 ottobre 1951 nasce iniziativa democratica.

 

Poi Dossetti si dimette ad aprile ma le rende pubbliche dopo le amministrative del 1951.

Dossetti riteneva ormai conclusa la esperienza con le vicende internazionali con la adesione al patto atlantico e perché la riforma dello Stato non era realizzabile senza una riforma della chiesa.

A Rossena nelle riunioni di agosto e di inizio settembre punta alla conservazione dell'esistente e manifesta profonda revisione critica per il suo tradizionale giudizio negativo su De Gasperi che era l'unico a garantire la continuità democratica.

Integralismo dossettiano del rinnovamento della società e dello Stato.

Dossetti voleva condizionare in positivo de Gasperi con riforme possibili dentro il sistema dalla "opposizione intransigente" alla "opposizione condizionante. "

 

De Gasperi spezza il quadrilatero dossettiano con la formazione del VII governo.

Al consiglio nazionale di grottaferrata del luglio 1951

De Gasperi dice a Dossetti "caro dossetti se non saremo uniti saremo travolti tutti dalla stessa valanga"!

Difende gli alleati minori

"Il partito più che una milizia è spirito di sacrificio".

 

Le elezioni del 1953

 

L'Europa unita non è una favola una fantasia o una teoria: è l'aspirazione di coloro che conoscono i rimedi necessari alla situazione economica attuale

Traguardo 1953

 

Al quinto congresso al neutralismo di Nenni de Gasperi rispondeva la unità politica nazionale possibile ə oggi di la politica di solidarietà internazionale ... su tali premesse poggia la nostra decisione di aderire al patto atlantico ma è sopratutto l'unione europea che sta in cima ai nostri pensieri e in testa si nostri interessi.

Per De Gasperi l'atlantismo era il contesto di riferimento per sviluppare la strategia europeista e non viceversa.

L'europeismo come idee forza per una nuova identità delle nuove generazioni.

Pur nelle difficolta la strategia degasperiana ha prodotto effetti decisivi nel lungo periodo radicati nella nazione.

 

Per De Gasperi "Non importa di avere sempre ragione.

Bisogna non avere torto domani. "
 

I contrasti con Dossetti sulla politica economica verso Corbino e verso Pella

Sulla politica estera sulla scelta euro-atlantica


Dopo le considerazioni sulle scelte di politica estera come NATO e Ced una ultima riflessione su De Gasperi e Paronetto che fu una figura straordinaria per il loro legame e per l'umiltà con cui De Gasperi seguiva le lezioni di Paronetto in economia "per imparare ed aggiornarmi con una sete del concreto e dell'elemento tecnico" che lo aiuteranno nelle scelte fondamentali.

 

Ma non abbiamo più un Montini in grado di costringere i cattolici a tessere la tela di Camaldoli che orienterà i costituenti. I committenti erano Montini e de Gasperi ; l'interlocutore costante e sistematico è Paronetto. Ricostruzione è la parola chiave.

 

Era competente e preparato. “Continua a consigliarmi con la tua coscienza illuminata sulla realtà oltre che con la tua bontà"è l’esortazione di De Gasperi in una lettera a Sergio Paronetto.

 

Il documento che è stato predisposto, è bene articolato e condivisibile soprattutto aperto perché senza pregiudiziali.


Si possono fare integrazioni sulle riforme realizzate che hanno portato progresso e grandi conquiste economiche e sociali

Alcune sottolineature


L'apertura agli scambi

le bonifiche collegate alla riforma agraria

L'elettrificazione come determinante dello sviluppo e del miracolo economico

Il fisco come valore di diritti e doveri

 

In politica estera

La scelta occidentale nell'area delle libertà e della democrazia,

poi Atlantismo poi europeismo.
 

Chi tesse oggi la tela che prima delle idee ricostruttive poggiava sul codice di Camaldoli e che aveva due committenti Montini e Degasperi?


Dov'è oggi un Paronetto?

Rileggere Alcide De Gasperi con le lenti di oggi, attraverso gli avvenimenti di 70 anni di storia permette ancora di più di apprezzarne la grandezza.

Furono scelte di libertà. Hanno consentito di ricostruire il Paese e dare un assetto moderno unito a sviluppo impetuoso. Tutto ciò nonostante i contrasti interni alla Dc che furono vivaci. Le spinte al neutralismo furono fine a se stesse .

Affrontò con coraggio la sfida energetica con il coraggio di Enrico Mattei, un partigiano Cristiano, allacciando rapporti con Algeria e Iran.
 

Bibliografia essenziale


Bibliografia

 

AA.VV., Cattolici al futuro, editoriale Rufus, 1984


Giulio Andreotti, De Gasperi visto da vicino, Rizzoli, 1986


Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Arnoldo Mondadori editore, 1956


Piero Craveri, De Gasperi il mulino, 2006


Donato Menichella, stabilitá e sviluppo dell'economia italiana, Editori Laterza, 1997


Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana a cura di Stefano Baietti e Giovanni Farese, Rubettino Editore, 2012


Sergio Paronetto, Prospettive sulla partecipazione operaia alla gestione dell'azienda, studium xl 1944 pagg 36, 37.


C. Vasale, i cattolici e la laicitá. Un contributo alla storia del movimento cattolico italiano, ed. Dehoniane, Napoli 1980 pag. 131)


Paolo Acampora, miti e ideologia della politica estera Dc Nazione europea e comunità atlantica il Mulino, 2013

 

Giovanni Galloni antologia di iniziativa democratica ebe edizioni, 1973

Giovanni Di Capua, il centrismo plurale, nuove edizioni Ebe, 2004


Atti e documenti dc 1943 1967 edizioni cinque lune, 1968

Il Parlamento italiano1961 -1988

Voll. 14,15,16


La Dc e la comunità europea di difesa tesi Luiss relatore G Orsina candidato Francesco Bechis 
Roma, 30 marzo 2022

Moro: l’autentica voce della civiltà europea e la Nato come garanzia di libertà
Maurizio Eufemi 18-03-2022 - articolo comparso sul giornale online "Il domani d'Italia"


Esiste  una Europa che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa


Il quarantaquattresimo anniversario della strage di Via Fani lo abbiamo vissuto in modo diverso dal passato.  Un clima diverso. Molte le corone di fiori “recapitate” in Via Fani; dunque minori presenze “istituzionali” rispetto alla consuetudine. 
Ma Aldo Moro è vivo con il suo testamento politico. Lo è ancora di più oggi che soffiano venti di guerra che martirizzano la Ucraina e la sua capitale Kiev, mentre il suo popolo sta dando prova di coraggio nella sofferenza per la fede nella libertà e nella democrazia. 
Si potrebbero rileggere il discorso di Moro da capogruppo Dc sul fallimento della Ced, del 29 settembre 1954, sul rimpasto di governo dopo le dimissioni di Piccioni, con il suo rammarico per il sacrificio della Ced da parte francese sulla base di una insensata valutazione, ossia per la preoccupazione di non opporre al blocco sovietico una grande unitaria potenza europea, nella quale la Germania avrebbe avuto una posizione di grandissimo prestigio. 


Vedeva la Ced come articolazione della Alleanza Atlantica in un nucleo europeo che significava la voce dell’Europa, la autentica voce di questa civiltà europea occidentale che si esprime e si fa valere nell’ambito della comunità dei popoli liberi. Un’Europa che acquisisce forza economica, sociale, forza politica e anche forza militare che permettano di esprimere una voce più autorevole e di maggiore peso nell’ambito del grande gioco della politica mondiale. 


Si potrebbero rileggere le sue pagine sulla Nato, garanzia di libertà, al Consiglio Atlantico del 1975, riconoscendo come l’Alleanza abbia consentito lo sviluppo pacifico e intenso e che potrà contribuire a un ordine internazionale più giusto – che significa un mondo più sicuro. 
Moro protagonista del Trattato di Osimo che normalizzerà i rapporti con la Jugoslavia di Tito. Mentre suscitavano clamore le manifestazioni in favore degli appelli degli intellettuali Sacharov e Solgenitzin, nel settembre 1973 da Ministro degli Esteri espresse fermezza associata a responsabile prudenza perché privilegiava la prosecuzione del processo di distensione internazionale, evitando ostacoli agli sviluppi della Conferenza per la sicurezza e cooperazione europea. 


Moro fu protagonista nella firma del Trattato di Helsinki come conclusione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea: “Esiste  una Europa – disse – che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa”. Firma l’Atto finale insieme a 34 paesi, compresa la Santa Sede, quale rappresentante dell’Italia e Presidente in esercizio del Consiglio della Comunità. 


Questa era la sua visione dell’Europa. Sogni infranti dall’invasione dell’Ucraina. Giulio Andreotti nei suoi ricordi (De Prima Re Pubblic) scriverà come avesse fatto impressione la dichiarazione di Aldo Moro: “È vero: può sembrare e forse è contraddittoria la firma del signor Breznev che continua a sostenere la dottrina della sovranità limitata. Ma Breznev passerà ed Helsinki resta”. 
Breznev fu il protagonista della cosiddetta Costituzione del socialismo sviluppato dell’URSS del 1977. All’articolo 71 la repubblica dell’Ucraina era al secondo posto dopo quella russa. All’articolo 72 quella Costituzione prevedeva che ogni repubblica federata conservava il diritto di libera separazione dall’URSS. Oggi la perestrojka di Gorbaviov sembra lontana così come il diritto dei popoli alla autodeterminazione! Eppure il valore del popolo ucraino sta a ricordarci il valore della democrazia e della libertà! 
I problemi della Nato, della Ced, della sicurezza europea, della distensione internazionale sono di tutta evidenza e di grande attualità. Purtroppo non abbiamo né Aldo Moro, né Sacharov, né Solgenitzin e nella Russia d’oggi Putin non è l’erede di Gorbaciov, ma di Breznev! Dunque, scontiamo un ritorno al passato con gravi preoccupazioni per il futuro.


http://www.ildomaniditalia.eu/moro-lautentica-voce-della-civilta-europea-e-la-nato-come-garanzia-di-liberta/

Una vita spesa in politica: dal Movimento giovanile al Parlamento. Righi, 84 anni, ci racconta il suo Veneto e la sua Dc.

Vicentino, classe 1938, Righi è espressione di quel Veneto bianco che ha visto la grande trasformazione da area prevalentemente agricola a quella manifatturiera, con un distretto industriale fortissimo nelle specializzazioni produttive. Cosa emerge dall’intervista? Si può dire che il dialogo prevaleva sullo scontro: questa era la cifra politica della Dc veneta.

 

Maurizio Eufemi

 

Di recente abbiamo ascoltato giudizi disinvoltamente sprezzanti nei confronti di Mariano Rumor, un personaggio illustre della tua terra, partigiano bianco, deputato costituente, un uomo di grande cultura cresciuto nelle Acli, ministro degli Esteri, degli Interni e dell’Agricoltura, vicesegretario della Dc poi segretario nazionale, cinque volte presidente del Consiglio. Quale è la tua opinione, per te che sei cresciuto con Rumor, in quella terra vicentina? Sei un testimone e superstite di quel tempo: che cosa ha rappresentato Rumor per te?

 

Ho cominciato il mio impegno con la rivolta d’Ungheria del 1956 da studente. Nell’ambito della Dc c’era il movimento studenti medi di cui sono stato delegato del mio comune, per poi diventarlo a livello provinciale Da noi c’erano i movimenti degli studenti ma erano apolitici, con una impronta cattolica. Ricordo che nel nostro Movimento giovanile si entrava a 21 anni. Anche se ne avevo 19 mi fecero entrare cambiando la data di nascita. Questo dimostra quanta fedeltà c’era al partito.

 

La rivolta d’Ungheria è stata la scossa ?

 

Certo, la sentivamo in modo forte anche perché vicini all’Austria e vedevamo i profughi alle frontiere. Le nostre manifestazioni coinvolgevano tutti gli studenti della città e della provincia. Lo facevamo dialogando con i presidi. Allora gli istituti erano concentrati nelle città, non c’era ancora questa ricchezza di istituti superiori in tutte le città. Una fiumana di studenti convergevano a Vicenza. Ero un piccolo leader e ancora oggi ci ritroviamo con i superstiti di quegli anni.

I delegati provinciali rimanevano in carica due anni e poi venivano inseriti negli organi provinciali con incarichi vari. Il delegato provinciale del giovanile adocchiava quelli che erano i leader del movimento studenti medi ed erano “sedotti” dal partito: io sono stato uno di quelli. Purtroppo sono stato assorbito dalla politica e ciò mi ha impedito di fare l’università (cosa che poi ho fatto in tempi successivi).

Successivamente sono entrato nel consiglio nazionale dei giovani guidato all’epoca da Luciano Benadusi. C’era anche, come delegato regionale, Lillo Orlando di Venezia. Tra i delegati provinciali c’erano Carlo Bernini a Treviso, Pasetto a Verona, Ettore Bentsik professore universitario, poi sindaco di Padova. Erano tutti del giovanile. Una squadra meravigliosa. Poi sono entrato nel partito assumendo la carica di dirigente organizzativo.

 

A chi facevi riferimento?

 

Nel giovanile eravamo fuori dalle correnti o meglio avevamo la nostra corrente. Era naturale che dopo fossimo chiamati a schierarci. Facevo parte della sinistra, ma sempre in un quadro di gestione unitaria. Si registrava una preponderanza di dorotei, mentre gli andreottiani non esistevano. Ricordo altresì la presenza fanfaniana storica con Fabbri e Corder e quella della sinistra unitaria tra Forze nuove di Cengarle, espressione del sindacato, la Base e molti giovani che facevano riferimento a me. Quando essi sono entrati nel consiglio nazionale il coordinatore riconosciuto ero io.

 

Rumor che cosa rappresentava per voi?

 

Nel giovanile, ripeto, non eravamo schierati. Rumor veniva dalle Acli e quindi dal mondo cattolico. Il vescovo era interventista, insisteva perché facessi parte del gruppo doroteo di Rumor.

Risposi fermamente che come espressione dei movimento giovanile non mi potevo schierare.

In alcune foto che ho visto pubblicate mi ha colpito un piccolo tavolo sobrio con personaggi illustri alla presidenza, con lo scudo crociato sullo sfondo e tanta partecipazione. Una sala stracolma.

Organizzai come movimento giovanile un convegno sui patti agrari e sul Piano Verde con Mariano Rumor ministro dell’Agricoltura, il quale aveva appena approvato quelle riforme.

 

Che cosa ha rappresentato, dunque, il Movimento giovanile come avvicinamento alla politica?

 

È stato fondamentale. Perché organizzai i corsi di formazione, essendo fondamentale per giovani. A riguardo, predisposi una convenzione con il centro studi sociali di Milano gestito dai gesuiti. Padre Macchi di Aggiornamenti sociali, padre Perico, padre Rosa, padre Reina, tutti sono venuti a Bassano del Grappa. Il sabato pomeriggio si iniziava il convegno su temi preordinati, si cenava sobriamente con prezzi tirati all’osso e poi si lavorava fino a tardi. La domenica c’era la Messa con meditazione appropriata alla giornata di studio, poi si finiva la domenica nel tardissimo pomeriggio per potere far rientrare tutti a casa.

 

Avevate una pubblicazione?

 

Il ciclostile non poteva mancare. Era un lavoraccio. Tutto volontariato. Avevamo uno spazio dentro la sede della Dc.

 

Una volta, se non sbaglio, avete portato un gruppo del Veneto al centro studi della Camilluccia, a Roma.

 

Noi avevamo un nostro programma formativo annuale. Facevamo cinque o sei conferenze con il centro studi sociali. Il prof. Conforti, consigliere comunale con me, ma più anziano, nonché docente di diritto amministrativo, illustrava i problemi delle Regioni in via dì costituzione, poi  alcuni di noi, su invito del dott. Cesaro che dirigeva il centro studi della Camilluccia, venivano mandati a Roma. Una volta il raduno fu fatto, per il Triveneto, al passo della Mendola in una full immersion – utilizzando le ferie – con Rumor, all’epoca vice segretario nazionale, Gui che era capogruppo della Camera, Flaminio Piccoli, Bruno Kessler e altri. Per 15 giorni si svolgevano lezioni che ruotavano attorno a tesine preparate ad hoc. All’esame finale arrivai primo del corso e fu per me una grande soddisfazione.

La Dc veneta era un partito federato. Alle elezioni politiche potevamo ottenere 5-6 seggi, ma un posto era bloccato per i sindacalisti, come per Girardin a Padova e Cavallari a Venezia; un posto andava a quelli della Coldiretti, il terzo era per le Acli di Dall’Armellina poi un posto per l’Azione cattolica con Breganze, sostenuto direttamente dal Vescovo. Su sei, i posti realmente in gioco erano solo due. Il segretario provinciale Dc non è stato mai eletto. L’unico eletto fu Renato Corà, tutti gli altri no.

Poi, io e te, ci incontriamo alla Camera. Sì, c’erano i Presidenti del mio periodo: “Gingio” Rognoni,  Scotti, Gava, Bianco…e tu, Maurizio!

 

Nella storia della Dc vicentina affiora il nome di Treu…

 

Renato Treu, il papà di Tiziano, svolgeva la funzione di segretario provinciale quando io ero delegato provinciale. L’ho poi ritrovato senatore. Fu emarginato da Rumor. Treu non fu ricandidato: se la prese molto quando Rumor fu candidato nel suo collegio senatoriale. I Treu erano di origini friulane. Renato insegnava matematica e fu anche presidente dell’amministrazione provinciale. Tiziano invece, dopo essere stato Ministro, fu Presidente dell’istituto di scienze sociali e religiose fondato da Gabriele De Rosa.

 

Pensa che ho trovato una straordinaria comunità di friulani a Chieri, nel mio collegio in Piemonte, che erano apprezzati imprenditori di successo nell’edilizia, soprattutto perché i piemontesi, per parte loro, erano prevalentemente imprenditori tessili.

Se osserviamo gli indicatori socio economici della provincia di Vicenza al tempo della Ricostruzione, essi ci colpiscono per la loro assoluta rilevanza. Risultati davvero straordinari e poderosi.

 

La provincia di Vicenza era prevalentemente agricola salvo alcuni poli industriali di fine ottocento e inizio novecento, come la Lanerossi ex Marzotto a Schio e Valdagno.

Il 95 per cento della forza lavoro operava nell’agricoltura. In pratica, parliamo di povertà e miseria. Hai presente i famosi discorsi sui “metalmezzadri”? Il dato storico ci dice che da contadini passano ad operai, poi ad artigiani e in ultimo ad imprenditori.

Oggi abbiamo il 97 per cento di pmi. Siamo la più grande provincia esportatrice: industria orafa, legno, artigianato ceramico erano e sono le specializzazioni dei nostri distretti produttivi.

 

Cosa rimane, in termini di più grande soddisfazione, della tua esperienza parlamentare?

 

La legge quadro dell’artigianato di cui sono stato relatore. Riuscimmo a vararla dopo due legislature di tentativi infruttuosi. Rappresenta, vista anche oggi, una legge di sistema. Aggiungerei la riforma delle pmi (la 317) con scelte molto innovative, come l’introduzione della defiscalizzazione per gli interventi produttivi, i consorzi all’esportazione, l’attenzione alla ricerca.

È stata dura perché il titolare del dicastero dell’Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, legato alla Confindustria, difendeva la grande impresa.

Riuscimmo comunque a spuntarla. A prevalere fu la volontà del Parlamento. Perfino i comunisti, dall’opposizione, contribuirono a superare le difficoltà.

 

Anche i deputati del PCI diedero una mano?

 

Sì, soprattutto gli emiliani si dimostrarono sensibili alle pmi e alla struttura produttiva della loro regione.

A distanza di tempo, devo ringraziare soprattutto Viscardi e Bianchini, e poi Guido Bodrato, subentrato a Battaglia, che varò i decreti attuativi. Una fatica non da poco, essendo numerose le deleghe inserite nella legge.

 

Torniamo al partito, alla tua regione, al ruolo di Mariano Rumor.

 

Ecco, Rumor aveva una scuola di cultura cattolica e la domenica, dopo i vespri, la frequentavamo. Uno dei relatori fu anche Cossiga. Dal 1955 al 1970 si alternano i nomi di tutta la variegata e complessa compagine dorotea. A Vicenza erano di casa Gava, Antoniozzi, Signorello, Colombo. Si andò avanti in questo modo fino a che non si consumò il “tradimento” – così lo avrebbe definito Rumor nelle sue memorie – di Tony Bisaglia.

 

Quando è maturata la rottura?

 

Teniamo conto della “costruzione” politica della Dc veneta. Prima di Bisaglia, il polesano Romanato veniva eletto con i voti dei cattolici vicentini, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche. Questo spiega l’avvento sulla scena di Tony Bisaglia, esponente dell’unica provincia rossa del Veneto, e cioè Rovigo. Fu portato di peso da Rumor perché la sua affermazione rispondeva a un criterio di “regolazione” degli equilibri su scala regionale.

 

Ma la  rottura quando ci fu?

 

A cavallo tra il 1968 e il 1969, nel mezzo della contestazione giovanile ed operaia.

 

Perché Rumor si sentì tradito?

 

Bisaglia scava la sabbia sotto i piedi di Rumor senza che Rumor ne abbia nell’immediato la percezione. È un movimento sotterraneo, portato avanti con lucidità e determinazione. Molti sono attratti nell’orbita bisagliana. Un uomo come Zoso nasce di sinistra ultrà, di contestazione anche nei miei confronti e si converte ai Dorotei, insieme a Zampieri, Dal Maso e Giacometti. E altri ancora.

 

Tu che pensi, qual è l’eredità di Rumor? Ha fatto molte cose oppure una grande cosa?

 

Ha organizzato la direttissima Arsiero-Tonezza, la prima grande opera che ha superato difficoltà viabilistiche, unendo le comunità di due altipiani. Come ministro rivendicava a sé la promozione del Piano verde: un grande momento di programmazione.

Rumor appartiene alla generazione che “pensa” lo sviluppo del Paese. Nel Movimento giovanile noi studiavamo lo schema Vanoni. Cosa rappresentava? Con “schema” s’intende la correlazione tra sviluppo del reddito e sviluppo dell’occupazione. “Non ho usato il termine pianificazione – disse Vanoni – per non usare un termine marxista”. Questa è stata la grandezza di Vanoni come la sua umiltà! Altro che ricordarlo per la dichiarazione dei redditi!

 

Hai fatto due legislature in Regione Veneto e poi sei stato eletto alla Camera. Sei entrato preparato, non come gli eletti di questi tempi?

 

Sono entrato in Regione nel 1975, per essere poi rieletto nel 1980. Tuttavia non completai il mandato perché nel 1983 il partito mi obbligó a candidarmi alla Camera.

In quella elezione si registrò una flessione sensibile, sebbene la Dc a Montecitorio riuscisse ad eleggere 226 deputati. Fanfani simpaticissimo e autoritario ci considerava dei ragazzetti. Lo incontrammo con Hubert Corsi. Ci disse che l’errore principale del 1983 fu quello di sguarnire le Regioni candidando gli uomini più forti sul piano elettorale.

 

Fai parte della generazione di parlamentari che è entrata nel 1983 insieme a Mattarella, Castagnetti, Bianchini, Corsi, Carrus, Puja, Astori, Pietro Soddu, Casini. Nella flessione del 1983 era entrata…molta qualità! Il bilancio definitivo, come vorresti presentarlo in forma sintetica?

 

Dal ‘64 al ‘75 sono stato in Comune, a Vicenza, poi in Regione dal ‘75 al ‘83, infine ho avuto l’onore di essere eletto al Parlamento.

L’esperienza comunale mi è servita molto per il successivo lavoro in Regione, quella regionale, a sua volta, è stata validissima per l’imoegno parlamentare. Il processo è stato ideale.

La prima vera formazione è stata quella politica, fatta con umiltà e sacrificio, perché bisognava studiare Maritain, De Gasperi, Sturzo, poi Vanoni per la parte economica. Nel consiglio nazionale era un fortuna per me stare con Moro, Zaccagnini, Fanfani, Colombo, Rumor, Piccoli, Gava.

Due vite parallele, insomma: quella amministrativa e quella parlamentare. In seguito, dopo la Camera, ho continuato a fare politica in altro modo, andando a guidare l’Istituto Niccolò Rezzara e svolgendo attività di volontariato di vario tipo. Fino a qualche tempo, sempre per amore della politica, mi sono ritrovato coordinatore regionale degli ex parlamentari. Che dire? Pur con i miei 84 anni…non mi risparmio.

 Moro, commissione stragi bloccata su via per Hammamet

dalla rivista online "www.beemagazine.it" del 18 febbraio 2022


Misteri d’Italia. Quando la Commissione Stragi era pronta ad andare ad Hammamet, perché Craxi aveva detto di voler raccontare alcune cose su Moro. Ma qualcosa bloccò il viaggio. Mario Tassone, ex sottosegretario Dc, racconta questo episodio in una intervista al sen. Maurizio Eufemi, in cui parla dei giovani e della politica, e ricorda la figura di Moro leader della Dc

di Maurizio Eufemi


Mario Tassone, classe 1943, parlamentare per nove legislature, sottosegretario ai Lavori Pubblici nei governi Craxi 1 e 2 e Fanfani, viceministro delle Infrastrutture e Trasporti, un moroteo da sempre. Con Mario Tassone ripercorriamo alcuni momenti dei suoi rapporti con Aldo Moro, e dei giovani e la politica


Come nasce la tua esperienza politica nel movimento giovanile Dc?


Nasce con una lunga militanza nell’associazionismo cattolico. Sono stato impegnato intensamente nella Giac. Ho fatto il delegato diocesano della Giac; ho fatto il movimento studenti; ho contribuito a fondare insieme ad Arrigo Rossi il movimento turistico giovanile; poi esperienza nella FUCI; esperienza nella campagna elettorale nei comitati civici dove si era impegnati a votare la Democrazia Cristiana; impegnato nell’associazionismo a tutti i livelli, ma certamente non pensavo di scegliere la strada della politica.

Questo in che anni avviene?

Negli anni 1963-64. La mia prima tessera di iscrizione alla Dc risale al 1963. La mia adesione alla Dc, il mio impegno alla politica fu dovuto ad una sollecitazione paterna che mi fece il mio arcivescovo di Catanzaro Armando Fares, che mi invitò a fare politica, a iscrivermi, a impegnarmi.

Quello è il periodo del centro sinistra. Iniziano i Governi Moro.

Sì certamente, fallisce il primo governo Moro per i problemi della scuola. Erano gli anni di un grande dibattito politico, di una grande intensità politica. Questo è il dato più significativo che è venuto fuori in quel periodo. Mi impegnai e fui cooptato nel 1964 nell’esecutivo provinciale del Movimento giovanile. Mi fu attribuito l’incarico della formazione, poi feci il dirigente organizzativo eletto della sezione Vanoni di Catanzaro della Dc, poi ho fatto il vice commissario provinciale, poi il delegato provinciale nel 1966, poi nel 1968 delegato regionale del Movimento giovanile della Dc, poi nel 1970 nel congresso nazionale di Rimini fui eletto segretario amministrativo; a quell’incarico si aggiunse il ruolo di vice delegato nazionale. Segretario amministrativo per il semplice fatto che ero moroteo. Non c’era il posto. Eravamo pochini. Moro ci teneva moltissimo. Pregò Leopoldo Elia e Ranieri Benedetto di venire ad assistermi a quel congresso e trovarono l’escamotage di farmi entrare in direzione nazionale come segretario amministrativo.

Negli anni ‘60 l’organo del Movimento giovanile era ancora “Per l’Azione” che non usciva più con la cadenza degli anni ‘50. Come mai?

C’era un problema di risorse! Un problema di costi. C’erano difficoltà finanziarie.

In tutta quella fase chi ricordi come interlocutori del movimento giovanile nazionale?

Erano ovviamente De Mita e Forlani.

E per i giovani?

Ezio Cartotto, Gilberto Bonalumi che fu delegato nazionale, Piero Pignata, Emerenzio Barbieri,  Giuseppe Pizza, Egidio Pedrini, Ettore Bonalberti, Franco Bruno, Giorgio La Pira, che era il nipote di La Pira, facemmo entrare anche Marco Follini. Fui  invitato da Moro per farlo coinvolgere, per fargli fare esperienza nel Movimento giovanile, cosa che gli feci fare. Un sacco di gente che poi è diventata classe dirigente del Paese.

Dove vi riunivate?

Avevamo una grande sede a Largo Arenula. Avevo una grande stanza che dividevo con Giorgio La Pira, vice delegato nazionale. Ci vedevamo tutte le settimane e ognuno aveva il suo settore di lavoro: chi curava l’organizzazione, chi la formazione, chi aveva i contatti con il territorio, io seguivo anche il Mezzogiorno come vice delegato nazionale, ed erano frequenti le mie puntate in Sicilia. Ho fatto il commissario del Movimento giovanile a Palermo, a Catania.

Prima di andare al Congresso di Palermo del 1974 parliamo del tuo incontro con Aldo Moro…

Eravamo tutti con Iniziativa Democratica, quindi nel campo Doroteo. Quando Moro uscì fuori, noi lo seguimmo. C’era a Catanzaro il responsabile del gruppo doroteo che era legato a Rumor; passò con Moro. Era il senatore Elio Tiriolo che è deceduto mentre era sottosegretario ai Trasporti.

Come erano gli incontri con Moro?

Ho avuto incontri sia in Via Savoia (dove Moro aveva il suo studio, ndr) sia nella piccola sede del gruppo moroteo in Via Po, dove c’era anche l’agenzia giornalistica Progetto Dc gestita da Vittorio Follini, che era giornalista della Rai, il papà di Marco. Era un gruppetto non numeroso.

Chi partecipava?

Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, Corrado Belci, Tommaso Morlino, Franco Salvi che era il riferimento forte del gruppetto; aveva un grandissimo carisma. Contava moltissimo nel gruppo moroteo. Per un certo periodo di tempo fu anche responsabile del “Centro studi e formazione Alcide De Gasperi” alla Camilluccia.

Da questi incontri con Moro che cosa ne ricavavi?

Di una persona di un grande equilibrio, di grande saggezza, serenità, tranquillità; la vita di Moro è stata contrassegnata da grandi riconoscimenti, di grandi richiami quando si aveva bisogno di lui. Quando non si aveva bisogno di lui ovviamente c’era disinteresse, soprattutto disimpegno  nei confronti di una azione che Moro portava avanti.

Quando facevamo i congressi le altre correnti era attrezzate, compravano le tessere.

Ricordo che una volta raggiungemmo il 3,5 per cento: una esiguità rispetto agli altri. Non avevamo i signori delle tessere. Moro disse: come abbiamo fatto a prendere tutti questi voti, queste tessere?! Si era meravigliato che ci fossero state tante adesioni.

E quali ricordi hai del congresso di Palermo del Movimento giovanile del 1974?

L’ho presieduto io. C’era il vicesegretario del partito Attilio Ruffini. Non fu un bel congresso!  Anzi, fu un brutto congresso. C’erano delle liste rigide concorrenti, con intemperanze di qualcuno che mi misero in difficoltà, dando una brutta immagine.

C’era la logica dei numeri rispetto al confronto delle idee?

Uscì fuori delegato nazionale Giuseppe Pizza. Dovevo farlo io il delegato nazionale, ma Moro non me lo fece fare. Mi consigliò di non farlo perché ero stato eletto a fine 1973 segretario regionale della Dc della Calabria e lui mi disse: “A te conviene rimanere segretario regionale e non dimetterti perché come segretario regionale – mi disse – ti fai le ossa, ti fai una esperienza sul territorio. Il delegato nazionale dura due anni invece tu devi attrezzarti a fare politica e presentarti alle elezioni. Se non hai contatto con il territorio queste prospettive in questa direzione non ci sono, non si concretizzano”. Questo è stato il consiglio paterno di Aldo Moro.

È stata una utile indicazione perché poi nel 1976 entrerai in Parlamento.

Certo. Nel 1972 mi ero candidato alla Camera dei Deputati. Venne Moro a Catanzaro. Volle venire per sostenermi nella campagna elettorale nonostante molti gli dicessero di non venire, che non era il caso. Una grande testimonianza di stima, di affetto, di considerazione che mi ha accompagnato e mi accompagnerà per tutto il resto della mia vita.

Certo questo è bellissimo. Torniamo al congresso di Palermo del 1974. C’era già  Piersanti Mattarella. Lui, Mannino e Renzo Nicolosi erano entrati giovanissimi in Regione Sicilia e venivano considerati i giovani leoni della Dc.

Non avevo cittadinanza nella sede della Dc. Quando ero commissario del Movimento giovanile a Palermo tenevo le chiavi dello studio privato di Piersanti Mattarella dove potevo fare riunioni. Sono sempre stato ospitato da Piersanti, che segui quel congresso. In quel congresso ci fu la scorrettezza – lo debbo sottolineare – di alcuni amici che hanno dimostrato una certa immaturità politica e inconsistenza, così è se si fa la rissa per avere un posto… sparì la lista. Ci furono delle cose non esaltanti.

Quel congresso espresse Pizza come delegato nazionale ma fu commissariato dopo un anno da Fanfani.

Infatti fu nominato un commissario in Giuseppe Fornasari fino al congresso di Bergamo che poi elesse Marco Follini. Il congresso di Bergamo, ma io ero uscito dal Movimento giovanile, normalizzò la situazione con una generazione nuova di giovani dirigenti.

Dopo la strage di  via Fani e l’assassinio di Moro, voi morotei, in senso stretto, come l’avete vissuto quel dramma?

Come una grande tragedia, di sofferenza perché trovammo la chiusura di Piazza del Gesù. Ricordo che con il compianto collega Benito Cazora cercammo contatti per perlustrare anche le zone imperlustrabili di Roma per raccogliere notizie in una situazione di grande difficoltà, ma balzò alla nostra attenzione la rassegnazione di taluni ambienti politici anche del mio partito. Dell’uccisione di Moro si parlerà sempre perché non è che sia tutto chiaro e illuminato!

Ci sono ancora molte zone d’ombra…

Sono stato cinque anni nella commissione stragi. Avevo qualche idea. Anche lì emersero confusioni, incertezze, nebbie e ombre in più. La Commissione presieduta da Giovanni Pellegrino, che era una brava persona, non presentò un documento conclusivo ma solo la relazione del presidente, che non fu approvata. Poi con grande amarezza fui bloccato dopo che Craxi mi aveva fatto sapere che voleva incontrarci ad Hammamet e noi eravamo pronti ad andare. Avevo convinto l’ufficio di Presidenza a decidere perché Craxi voleva comunicare qualcosa su Moro. Era considerato un latitante. Ciononostante superammo alcuni blocchi procedurali e quant’altro per ben due volte. Era un periodo in cui in Tunisia c’era Umberto Ranieri che allora era il responsabile Esteri del Pds. Si pensa che ci sia stato qualche influsso che ha fatto scattare l’operazione del diniego, che ci fu perché, si disse, “Craxi stava male”. Ma Craxi mi disse: “Io sto male da tempo”.

Quindi hanno bloccato la visita della commissione stragi in Tunisia.

Sì, per due volte. Tanto è vero che mi scagliai due volte contro il ministro degli Esteri che venne in commissione stragi. Lamberto Dini disse che lui non c’entrava niente e portò una comunicazione della struttura sanitaria dov’era Craxi e che diceva che Craxi stava male. Ovviamente non ci abbiamo creduto. C’è stata anche un’altra cosa che balza agli occhi: quando volevo scavare su quella che passa per la seduta spiritica in casa Cló con Prodi e fu indicato Gradoli, perché noi eravamo convinti che non c’era stata alcuna seduta spiritica ma soprattutto c’era stata qualche soffiata di alcuni circoli vicini alle Brigate rosse e Università volevamo sapere di questa soffiata. Chi ha parlato allora di seduta spiritica era un modo per dire di non essere obbligato a dire chi erano gli informatori. Non fu scavata questa cosa, per il motivo che si era già interessata la magistratura ordinaria.


Se la commissione stragi ha i poteri della commissione di inchiesta e i poteri dell’autorità giudiziaria perché non si è andati avanti? significa che c’è stato un blocco politico che ha impedito di scavare la ricerca di elementi di verità?

Certo. Vale sia per quanto riguarda il viaggio ad Hammamet sia per la vicenda della seduta spiritica.  Io ero minoranza e in minoranza sono restato.

Il possibile viaggio ad Hammamet a quando si fa risalire? A ridosso della morte di Craxi?

No, risale a qualche anno prima. Ricordo bene quegli anni.

E la vicenda di Via Gradoli come la vedi?

Lavorando e impegnandomi nelle Commissioni bicamerali mi sono fatto la convinzione che questo Paese fu preso alla sprovvista. C’erano già state molte iniziative che avevano segnato molte violenze delle BR. Il Paese non era attrezzato a contrastare il fenomeno che avanzava e che aveva lasciato molte vittime. Ci sono dichiarazioni, espressioni di desolazione e di impotenza rilasciate dal ministro dell’Interno Cossiga, che non aveva trovato nulla al ministero. E pensare che Cossiga era stato indicato da Moro dopo che Gui era stato bloccato dalla vicenda Lookheed. Moro designò Cossiga che passò dal Ministero della Riforma burocratica a quello degli Interni.

Hai posto il problema di Cossiga. Come valuti il suo atteggiamento rispetto al memoriale Morucci? Quasi a mettere una pietra tombale?

C’è stato un tentativo sul piano “culturale” di dire “chiudiamo con il passato” per abbassare le tensioni e le conflittualità. Un filone di tesi che è avanzato e che avanzava e su questa posizione onestamente ho espresso qualche dubbio. Università, circoli e media. Molti di questi li abbiamo anche interrogati in Commissione. Non avevano perso l’arroganza. Erano depositari di una verità e di una cultura dichiarandosi sconfitti, perché l’idea non era andata avanti. Ma avevano ammazzato tanta gente, persone innocenti, avevano portato lutti. Abbiamo avuto uccisioni di agenti di polizia, magistrati, imprenditori, giornalisti, sindacalisti. Abbiamo avuto uccisioni di tutti i tipi.
 

Maastricht 30 anni dopo, tra passato e futuro: ciò che è vivo e ciò che è morto

dalla rivista online "www.beemagazine.it"

 

Tra pochi giorni,  il prossimo 7 febbraio, celebreremo il trentennale del Trattato di Maastricht, una tappa fondamentale nel cammino della costruzione della Unione Europea. Viene ricordato più per il vincolo esterno, con i suoi parametri sul disavanzo, sul rapporto debito Pil, sull’inflazione, sul livello dei tassi che come atto politico base della moneta unica attraverso i programmi di convergenza. 

La politica monetaria degli anni Novanta di Banca d’Italia, pur nella difficoltà delle crisi valutarie, è stata indirizzata per rispettare quei parametri. 

Quel Trattato ha posto le premesse per la costruzione dell’Euro, la moneta unica, simbolo di identificazione collettiva di 447 milioni di cittadini europei. 

Un Trattato che poggia sul percorso costruito con il rapporto Werner del 1970 e con l’Atto Unico di Jacques Delors del 1986. 

La spinta al Trattato viene anche da scelte geopolitiche dopo la caduta del Muro di Berlino, avvenimento che segnerà la storia mondiale e i rapporti Est Ovest, la fase di disgregazione dell’URSS e la rapida riunificazione tedesca in cambio della europeizzazione del marco per merito del cancelliere Helmuth Kohl. Quel Trattato fu la migliore soluzione possibile al riemergere della questione tedesca. 

La scelta funzionalista cara a Monnet in un costante equilibrio tra realismo e utopia ha consentito di procedere per piccoli passi, progressivi avanzamenti; rinnovamento continuo e progressivo dei progetti è stato il carburante per la crescita. 

Come non riconoscere che il successo del mercato europeo ha attirato sempre più Paesi nell’Unione accrescendo il numero degli Stati, allargando frontiere, imponendo una moneta unica che avrà bisogno di un governo economico. I passi avanti in questa direzione sono stati finora modesti. Il metodo intergovernativo ha finora prevalso su un governo autenticamente europeo e democratico.

Dovranno essere fatti passi in avanti nella governance europea senza la quale sarà difficile affrontare nuove crisi economiche e sociali. Al deficit di governance economica ha svolto azione di supplenza la Banca Centrale Europea, come è stato con il quantitative easing, che ha saputo affrontare con la guida di Mario Draghi – pur nei vincoli dello Statuto – i momenti di difficoltà per la crisi economica con coraggio e determinazione. La pandemia ha fatto maturare la consapevolezza che le crisi planetarie richiedono sempre maggiore integrazione. 

Il riposizionamento e il riadattamento delle strutture produttive, l’interdipendenza nelle catene del valore, le scelte energetiche, la transizione ambientale, il solco tecnologico che divide le aree del mondo, richiedono un approccio nuovo e diverso di cui cooperazione e solidarietà sono strumenti essenziali. 

L’Europa ha un grande ruolo se afferma i suoi valori che sono quelli dell’ umanesimo cristiano. 

Vi sono stati anche incidenti di percorso e pesanti battute d’arresto come il fallimento del progetto di Trattato di Costituzione Europea – per il voto referendario negativo di Paesi come la Francia e Olanda – perché il governo economico ha bisogno di una Costituzione. 

L’Italia e i suoi governanti hanno saputo guardare lontano. Molti dei protagonisti del Trattato di Maastricht sono scomparsi. Andreotti presidente del Consiglio, Guido Carli ministro del Tesoro, Gianni De Michelis ministro degli Affari Esteri hanno scritto una pagina di storia incancellabile nella fase di negoziazione degli accordi, poi Emilio Colombo nella fase del processo ratifica insieme agli altri 11 Paesi. De Michelis con il vertice italo- tedesco dell’Argentario contribuì a rimuovere gli ostacoli nel cammino per la riunificazione tedesca. 

Alla vigilia della ratifica parlamentare di Maastricht in una riunione della Dc Emilio Colombo, di fronte alle critiche e alle preoccupazioni dei deputati Dc soprattutto per i riflessi sull’agricoltura e sulle aree deboli disse: “Si può dire sì o no”;  “se dovesse giudicare sulla base degli obiettivi che pensava si dovessero conseguire e che si sono conseguiti modificherebbe il Trattato almeno del 50 per cento”;  e ancora “… qualunque possa essere il giudizio delle singole norme è sempre un altro passo sulla via europea … in più contiene tutto il percorso per l’arrivo all’Unione economica e monetaria”. 

Il Trattato era il coronamento di un sogno e insieme l’orizzonte dell’Europa riunita, ma finirà per incidere fortemente sul modello di crescita. Si fissavano le tappe del processo di Unione Economica e Monetaria che dieci anni più tardi, nel 2002, vedeva l’Euro come moneta, poi nel 2004 un poderoso allargamento di Stati membri con riflessi negativi sul processo decisionale comunitario, ma si manifestavano anche le insidie pericolose della globalizzazione. 

Non tutti i Paesi erano nelle stesse condizioni per affrontare il mare aperto. 

Il modello Italia soffriva il suo nanismo imprenditoriale e la sua struttura produttiva di pmi familiari. Purtroppo si verificherà quello che Antonio Fazio aveva individuato come “bradisismo” cioè come abbassamento della crescita non avendo più flessibilità sul costo del lavoro per la perdita di manovra sul cambio! 

Tra il 2000 e il 2003 il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) aumenta in Italia del 9,9 per cento, in Germania  dell’1,7 e in Francia dell’1,5. Tra il 2000 e il 2004 la produzione industriale scende del 2,8. In Francia sale del 2 e in Germania del 3 per cento. Gli investimenti produttivi tra il 2006 e il 2014 sono diminuiti del 27 per cento in Italia  e aumentati in Europa. 

Il dividendo di pace ha portato innegabili benefici. L’Unione ora dovrà affrontare problemi vecchi e nuovi: dalla cessione di sovranità dei singoli Stati alla governance istituzionale europea, dal rafforzamento dei poteri del Parlamento e della Commissione, alle maggiori dotazioni e autonomia di bilancio, dalle asimmetrie fiscali al dumping infrastrutturale, dal debito europeo al recupero e rafforzamento del principio di sussidiarietà. 

Leggi anche: Geopolitica nell’Est europeo, un affresco di Alessandro Duce. 

Lo scenario europeo vede nuovi protagonisti. 

Dopo il ritiro di Angela Merkel, Macron si trova al centro di nuovi equilibri europei sia con il semestre francese sia con le elezioni presidenziali di aprile. Ha la possibilità di coniugare politica interna e politica estera su temi europeisti decisivi. 

Resta sospesa in Francia la riforma delle pensioni bloccata dai movimenti di piazza. La revisione del Patto di stabilità insieme alla transizione ecologica e digitale possono essere le occasioni per affermare una centralità francese coinvolgendo l’Italia, dopo il Trattato dell’Eliseo, più di quanto fatto in passato con l’asse Francia Germania.

Un rinnovato europeismo può essere determinante per ridare slancio all’Unione Europea che ha bisogno di nuovi coraggiosi protagonisti. 

L’autonomia strategica dell’Europa presuppone di riconsiderare la definizione di un esercito europeo. L’attenzione verso l’Africa richiede innovazione nei rapporti nord sud. 

Riuscirà Macron al caminetto dell’Eliseo, come fu fatto prima di Maastricht da altri protagonisti come Mitterrand, Kohl, Andreotti, a far fare all’Europa quel salto in avanti indispensabile a farsi adulta aggiungendo una “idea” alla moneta, al mercato e ai diritti? 

Perché – come disse Kohl a Palazzo Giustiniani – non c’è una via comunitaria senza compromessi. Se riconosceremo di avere commesso errori (Trattato di Maastricht, ndr) non dovremo vergognarci di avere concepito una opera ed ammettere che essa era circoscritta ad un periodo limitato, che comunque ha spianato la strada verso il futuro. 

 Maurizio Eufemi

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Bibliografia essenziale 

 

A.Fazio, La grande inflazione tedesca e la grande crisi. L'Euro, 2015 Trento; 

I. Tarolli, Antonio Fazio e i fatti italiani,  in corso di stampa 2022; 

M.Eufemi,  Pagine Democristiane, il laboratorio Edizioni 2018; 

G.De Michelis documenti personali, 1996; 

Gruppo Dc Camera dei Deputati, verbali del comitato direttivo, 1992; 

Senato della Repubblica, l'Idea dell'Europa, Rubettino 2003 

Elezioni presidenziali, parla Gerardo Bianco

 

Un illustre veterano apre il cassetto dei ricordi politici Quando la Dc nel ’71 preferì Leone a Moro e Craxi nel ’92 disse no ad Andreotti. Scalfaro non fu eletto perché era successa la strage di Capaci

 

di Maurizio Eufemi (senatore nella XIV e XV legislatura)

 

Dopo l’approvazione della manovra di bilancio per il 2022, l’inizio del prossimo anno vedrà l’elezione del nuovo Capo dello Stato, essendosi concluso il settennato di Sergio Mattarella. Ne parliamo con Gerardo Bianco, parlamentare dal 1968 al 2006, dopo il genetliaco festeggiato nei giorni scorsi. Ha partecipato alla elezione di ben sei Presidenti della Repubblica, quindi un grande conoscitore della storia democratica del Paese. Con lui vogliamo aprire il cassetto dei ricordi politici e delle vicende parlamentari che hanno caratterizzato quegli appuntamenti.

 

Partiamo dalla elezione di Leone nel dicembre del 1971. Che ricordi ci sono della elezione di Leone?

Ricordo l’Assemblea dei senatori e dei deputati Dc nella sala dei Gruppi parlamentari a Montecitorio: ci fu un ampio dibattito. Ero entrato a Montecitorio nel 1968, chiesi la parola e mi fu data, parlai in favore di Moro nel gelo dei presenti. Dopo di me intervenne anche Donat-Cattin che sostenne la tesi; gli interventi prevalenti, fra cui quello di Franca Falcucci, Fiorentino Sullo, non furono favorevoli a Moro, poi però fu fatta la votazione a scrutinio segreto – ed essendo segreto  non si seppero precisamente i voti- e  prevalse Leone, ma pare che Moro prese moltissimi voti. Leone fu eletto dopo moltissimi scrutini (23). La cosa che mi ha colpito fu la discrezione, la misura, in un certo senso, perfino il distacco di Moro, il quale non partecipò a quella Assemblea. Chi non era sfavorevole a Moro nel 1971 seppure con una posizione sfumata e prudente era Arnaldo Forlani, segretario politico della DC. Era tutt’altro che contrario. Aveva un atteggiamento di grande misura e prudenza. Teneva conto del clima politico.

 

Questo ci riporta in un certo senso a un metodo che era quello delle designazioni interne dentro i partiti attraverso le votazioni interne. Adesso invece si lanciano nomi senza nessuna verifica.

Accade esattamente quello che stai dicendo. Quando in sostanza si doveva decidere il Presidente della Repubblica il partito di maggioranza relativa forniva una indicazione. C’è da ricordare, per esempio, la indicazione che dette De Gasperi con Einaudi come elemento di garanzia dell’unità nazionale. Non si sceglieva un candidato interno al partito, ma si sceglieva un nome che poteva raccogliere il consenso ampio delle altre forze politiche.

La stessa cosa, va ricordato, se andiamo indietro nel tempo, venne con la scelta che fece Fanfani, che indicò Merzagora, ma all’interno ci fu la fronda antifanfaniana anche con l’appoggio delle forze esterne al partito democristiano. Importante fu l’apporto del partito comunista. La preferenza cadde su Gronchi che rappresentava in un certo senso la posizione più aperta alle istanze della sinistra. Sembrò, ad un certo punto, che Gronchi potesse rinunziare e invece ci fu una riunione in casa di Salvatore Scoca in cui parteciparono alcuni leader della DC tra cui Pella, Andreotti etc; fu riconfermata la candidatura di Gronchi sulla quale ovviamente fu costretto anche Fanfani a convenire, e Gronchi fu eletto. Scoca era un avvocato generale dello Stato,. Dovendo fare recentemente la sua commemorazione leggendo alcuni documenti storici emerse che ci fu la voce, pare diffusa da Fanfani, che Gronchi avesse rinunziato e invece ci fu, appunto, la riunione a casa Scoca nella quale usci un comunicato che diceva una cosa molto semplice: che Gronchi non poteva rinunziare non avendo posto la candidatura e quindi rimaneva in lizza. A questo punto Fanfani ne prese atto e fecero macchina indietro.

Va anche ricordato che nelle elezioni presidenziali del 1964 Donat- Cattin e De Mita furono sospesi per sei mesi dall’attività di Gruppo perché sostenevano la candidatura di Fanfani rispetto al candidato ufficiale del partito.

 

Dopo Leone, con la vicenda delle dimissioni, la strage di Via Fani e l’assassinio di Moro, nel luglio 1978 arriviamo a Sandro Pertini, che nel discorso alle Camere disse appunto “ alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro” “ quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea; se non fosse stato crudelmente assassinato, lui non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi”. 

Fece un nobile discorso, Pertini. La scelta di Pertini avvenne su indicazione di Zaccagnini. Fu data questa indicazione, ma nel voto interno, poiché le scelte del Segretario del Partito non è che venivano accolte senza una verifica interna, si fecero le votazioni interne e un gruppo di noi sosteneva la candidatura di Ugo La Malfa. Prese un certo numero di voti. Trenta, quaranta voti, poi La Malfa si ritirò e anche lui fece convergenza su Pertini che era presidente della Camera e in un certo senso la scelta fu oculata, dimostrando come si sapeva indirizzare, orientare, fare una regia. Sembra che La Malfa abbia poi chiesto a Pertini di portare come persona di garanzia Antonio Maccanico alla segreteria generale del Quirinale, cosa che poi avvenne. Maccanico è stato un elemento fondamentale. Ritengo Pertini un grande Presidente. Mi rinfacciava di non averlo votato. Non lo feci nel voto interno, ma ovviamente lo feci in Aula quando la scelta fu decisa. E con Pertini ho avuto uno dei rapporti migliori con i Presidenti della Repubblica da presidente del Gruppo;  meglio con Pertini che con gli altri Presidenti democristiani.

Pertini aveva un sentimento popolare forte. Era molto amato.

Fu accusato di andare oltre quelle che erano le sue funzioni. Invece era accuratissimo. Quando ci fu la vicenda dei controllori di volo lui continuava a dirmi: “ma io sono intervenuto perché me lo ha chiesto il Presidente Cossiga” di intervenire per tamponare un fatto che era molto grave. Al contrario di ciò che si pensa, era scrupoloso. Aveva un grande consigliere che era Antonio Maccanico che nelle sue memorie ha raccontato questi episodi. C’era un bilanciamento molto importante e secondo me la presidenza di Pertini va valutata come una delle più belle presidenze anche perché riconciliò le Istituzioni con il sentimento popolare. E’ una funzione che non gli si può negare nel modo più assoluto.

 

Dopo il settennato di Pertini giungiamo alla elezione di Cossiga.

Cossiga fu una idea intelligente di De Mita che concordò immediatamente con il Partito Comunista l’ intesa sul suo nome. L’operazione riuscì pienamente. Si votò all’interno per Cossiga e fu eletto con una grande maggioranza. Fu una operazione intelligentemente costruita da De Mita con una rapporto diretto con il partito di opposizione allora guidato da Natta.

 

Dopo Cossiga, un giovane presidente che esce di scena. Una volta non si eleggevano i Presidenti perché troppo giovani perché si diceva: dopo che escono dal Quirinale che fanno?. Cossiga infatti uscì giovane

Ugo Stille disse una cosa molto interessante che la costituzione italiana aveva intelligentemente risolto il problema facendo in modo che i Presidenti della Repubblica diventino senatori a vita, mentre il problema rimaneva per gli Stati  Uniti d’America dove i presidenti giovani non avevano più un ruolo pubblico e invece i Presidenti divenuti senatori potevano svolgere un ruolo di mentori, di guida, di suggerimento, non è che perdessero ruoli e funzioni. I Costituenti italiani erano stati lungimiranti. Non lasciavano il Presidente della Repubblica che aveva rappresentato la Nazione senza un ruolo politico. Quindi era stata una scelta molto accurata e intelligente.

 

Dopo Cossiga, che è anche il Presidente della Repubblica nella fase della caduta del Muro di Berlino, dei nuovi rapporti tra Est e Ovest, con crepe sullo scenario internazionale e sul versante della costruzione europea dopo l’Atto Unico di Delors ci si muove verso l’integrazione monetaria con il Trattato di Maastricht, si arriva al 1992 e alla elezione di Scalfaro.

La elezione di Scalfaro avviene dopo la rinunzia di Arnaldo Forlani al quale mancavano – se non vado errando – 29 voti per essere eletto. Forlani ci riunì (la delegazione dei presidenti dei Gruppi parlamentari e De Mita, presidente del Partito, a Piazza del Gesù e come se si fosse liberato di un peso disse: No, io non intendo più mantenere la candidatura, facciamo altre scelte e consultò perfino Valiani che venne alla Camera dei Deputati. Poi  ci fu la proposta dei socialisti. Se il candidato democristiano non ce la fa, lo proponiamo noi e si propose Vassalli. Il quale fu votato ma si vide che c’era una grande distanza dal quorum per essere eletto. Mancavano parecchi consensi, centinaia di voti per raggiungere la maggioranza mentre il PCI era inchiodato su De Martino.

Craxi indicò Vassalli mentre il Pci si orientava su De Martino per cercare di dividere i socialisti. Il problema della mancata elezione di Forlani fu determinato da due vicende: ci fu, non va dimenticata, una esplicita dichiarazione di Segni che non votava Forlani e alcuni lo seguirono; poi ci fu un dato: mancavano 30-40 voti del gruppo vicino ad Andreotti, il quale aspirava chiaramente a subentrare alla candidatura, ma la candidatura non è mai decollata perché nel gruppo parlamentare la maggioranza a favore di Forlani era schiacciante. Andreotti prese pochissimi voti e poi la esclusione della candidatura di Andreotti a Presidente della Repubblica fu netta da parte dei socialisti. Andai da Craxi perché Andreotti mi aveva chiesto di fare una verifica e Craxi, presente Martelli, rispose che non era possibile. Martelli fu perfino molto deciso. La cosa mi infastidì perché non era garbato il modo in cui liquidava la candidatura di Andreotti. Il nome di Andreotti non è mai esistito come candidato tra quelli possibili. Poi un altro nome che era circolato era quello di Martinazzoli che era stato accennato da qualcuno come punto di incontro, ma fu subito escluso dal capogruppo D’Alema in una conversazione. Disse che non poteva andare. In realtà a sciogliere il nodo a favore di Scalfaro fu Craxi il quale aveva un disegno ben preciso. Immaginava il presidente della Repubblica democristiano, il presidente della Camera comunista e indicò come nome su cui convergere Napolitano e il presidente del Consiglio socialista, che doveva essere lui. Poi le cose andarono diversamente. Craxi mostrò molta lungimiranza. Accettò che fosse Amato il presidente del Consiglio. Adesso si dice che la scelta di Scalfaro fu fatta sulla base dell’attentato criminoso di Capaci che uccise Falcone.

Sono dubbioso su questo. Mi pare di ricordare che la intesa su Scalfaro era già avvenuta. Già ci si orientava su Scalfaro . La vicenda di Capaci acceleró tutto, ma la convergenza era già stata raggiunta. Purtroppo non ho un diario su cui ho registrato questi passaggi. Abbiamo ricordato molte cose. Alcune le ho rimosse, ma fino a Scalfaro ho una memoria precisa e puntuale.

La scelta definitiva avveniva – lo sai perché facevi parte dell’equipe – con voto segreto nominale e poi le schede venivano bruciate. Quando ci fu la scelta di Forlani ero presidente del Gruppo e come membro della delegazione partecipai allo scrutinio interno.

 

Dopo Scalfaro, nel 1999 abbiamo la elezione di Ciampi  che ha registrato un nuovo punto di incontro ampio in sede parlamentare.

La elezione di Ciampi vide una convergenza successiva. Marini continuava a ripetere che il candidato nostro era la Iervolino, ma si sapeva benissimo che non poteva essere eletta perché mancava il consenso soprattutto di Forza Italia; c’era una sorta di veto di Berlusconi su Iervolino perché la ritenevano molto vicina a Scalfaro e il loro atteggiamento nei confronti di Scalfaro assolutamente era negativo; era quindi una specie di candidata di bandiera. Quando ci riunimmo alle Botteghe Oscure sollecitati all’incontro da Veltroni; Veltroni uscendo disse: il nome che sarà scelto è Ciampi . Ebbi una telefonata di Ciampi che voleva capire quale era il nostro atteggiamento; gli dissi Presidente sarai tu il candidato. Ci fu una convergenza su Ciampi. Non fu il Partito Popolare a fare da kingmaker.

Lo fece Veltroni il kingmaker.

Si, Veltroni giocò bene la partita. Non escludeva il candidato democristiano, ma puntava su Ciampi. Ciampi era stato scelto – non va dimenticato – come presidente del Consiglio da noi. Come ha ricordato Martinazzoli nelle sue memorie, fui io ad indicare Ciampi come candidato alla presidenza del Consiglio nel 1993. Era una indicazione che veniva dal nostro gruppo parlamentare.

Quindi se andava bene come presidente del Consiglio, un andava bene anche come presidente della Repubblica!

Era assurdo, incredibile potere dire di no. E’ come quello che accade oggi per Draghi. Come fate a dire di no a Draghi dopo che sono stati al governo con lui.!

Poi Ciampi era stato un presidente del Consiglio attentissimo alle posizioni del nostro partito. Non c’era scelta che faceva se non consultava noi. L’asse portante del governo Ciampi –  come tu ricorderai – era il gruppo democristiano. Eravamo noi l’asse portante, qualsiasi movimento, qualsiasi scelta qualsiasi decisione la comunicava in anteprima. Sotto certi aspetti Ciampi è stato attento alle posizioni della Dc perfino più di Prodi.

Il candidato che poteva passare, ma il tempo era scaduto, era il nome di Mancino. Il nome fu fatto ma non decollò. Il nome di Mancino era un nome che Berlusconi aveva detto accettabile, ma non fu mai candidato dalla DC.

 

Non superò il vaglio interno?

Esatto e direi che Mancino con grande classe fece un comunicato stampa dicendo che ritirava la candidatura. Fu correttissimo.  In un certo senso favorì con questa presa di posizione la opzione Ciampi.

 

 Dopo Ciampi c’è l’elezione di Napolitano a maggio 2006. Si ritorna a una votazione più risicata.

Oltre essere elettore, su Napolitano non ebbi alcun ruolo. Dovevano uscire un po’ di voti dall’UDC in favore di Napolitano.

 

Un ruolo lo ebbi io, perché lo votai. Ero convinto che ne dovessero uscire pochi solo per raggiungere il quorum, allora tanto vale farne uscire di più! 

E’ stato un atto di responsabilità. Il Presidente della Repubblica più ha vasto consenso, più ha quel ruolo di garanzia, ecco perché le elezioni risicate del Presidente  della Repubblica non sono una buona cosa.

 

 Adesso c’è un problema rispetto al passato. Nella Prima Repubblica fino a Scalfaro si votava per scheda che si depositava nell’urna, poi furono introdotti i ‘’catafalchi’’ per garantire la segretezza del voto. Abbiamo però visto che attraverso la scrittura del nome nelle varie combinazioni nome cognome sono stati posti in atto mezzi per controllare il voto ed identificarne la provenienza di gruppo.

Oggi dunque c’è il problema del controllo del voto. I rischi della pandemia farebbero ipotizzare una sola votazione al giorno tanto da far avanzare il voto a distanza per garantire il voto a tutti i grandi elettori. 

Il voto a distanza è molto discutibile.

Quello che si può immaginare è di far votare quelli che hanno problemi, alla fine della seconda chiama. Mi sembra più logico. Saranno un numero limitato di grandi elettori. Si potrebbe prevedere un turno per quelli in difficoltà o per quelli non vaccinati adoperando quelle che sono le misure prudenziali, facendoli votare con tutte le garanzie.

 

Anche aumentando i catafalchi?

Appunto con tutte le misure prudenziali, allungando i tempi del voto.

 

 

 

Un pensiero a Francesco Forte

 

Ci ha lasciati in questo fine d’anno Francesco Forte, docente universitario, ordinario di Scienza delle Finanze a Torino nella cattedra che fu di Luigi Einaudi , economista insigne, parlamentare, Ministro. 

 

Quando giungono notizie così tristi pensi ai momenti di incontro, alle occasione che nella vita ti hanno portato a contatto con personaggi così straordinari e poi ti portano a seguirlo nel tempo attraverso i suoi scritti, le interviste che propagano un pensiero mai banale così come è avvenuto fino ai giorni scorsi sul Sussidiario con prese di posizione sui temi di attualità economica e politica, dove forse più liberamente riusciva ad esprimersi senza remore con una visione globale. 

 

Mi aveva colpito la sua attenzione alla economia sociale di mercato e la sua disponibilità a collaborare con filosofi ed economisti (tra questi voglio ricordare i lavori con Flavio Felice) di più giovane generazione come a rinvigorire la ricerca economica attraverso un confronto intergenerazionale mai chiuso in se stesso. C’era l’impronta degli anni di insegnamento trascorsi alla Cattolica nella cattedra di Ezio Vanoni e alla collana editoriale di Vita e Pensiero. Poi certo l’influenza di James Buchanan con le teorie delle scelte pubbliche, ma anche attenzione a Roepke. Anche nelle riunioni politiche di maggioranza nelle quali partecipava in rappresentanza del PSI il suo atteggiamento era sempre costruttivo, mai impositivo. Faceva prevalere il valore profondo delle idee alla forza dei numeri. 

 

Voglio però ricordarlo con un pregevole lavoro che fece nel 1981 per una riflessione sul convegno economico di Perugia del 1972 che curai per la collana Studi e Documenti del Gruppo Dc per le edizioni Cinque Lune, che definì di spessore  molto grande. Era titolato “Verso una economia intermedia avanzata” . 

Pose attenzione sulla deresponsabilizzazione  della spesa degli enti locali, la lotta alla evasione fiscale, il superamento della cassa integrazione e la configurazione delle Agenzie del Lavoro, il rapporto tra imprese pubbliche e private, il drenaggio di risorse finanziarie da parte delle imprese pubbliche, la troppa attenzione culturale alla macroeconomia e alle macrostrutture anziché alle microeconomia e alle microstrutture, la consapevolezza che il riformismo illuminato è una strada facile da perseguire in teoria è difficile da praticare nella realtà. 

 

Rifiutava la teoria che il nostro meccanismo di sviluppo si fosse inceppato sostenendo  invece la validità costruttiva e dinamica del modello di società intermedia di cui l’Italia fin dagli  anni settanta ha assunto i tratti. Voleva dire non solo presenza di piccole e medie imprese ma un dosaggio con le grandi senza trascurare le tecnologie intermedie. Cioè avere il compito di diventare una economia intermedia avanzata riformando “stato sociale” e “stato fiscale”. 

Ricordi di quel dicembre 1971, quando prevalse Leone nella scelta per il Quirinale.

Articolo di Maurizio Eufemi apparso sulla rivista online "Il domani" del 17 dicembre 2021

Ricorda icasticamente l’autore che fino al “9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone”. In realtà, nelle votazioni interne al gruppo dei Grandi Elettori democristiani, la competizione si svolse tra il futuro Presidente della Repubblica e Moro. Su quest’ultimo pesava la pregiudiziale di quanti ritenevano troppo condizionata dal Pci la sua candidatura. Tuttavia, come ricorderà anni dopo Giorgio Amendola, l’unico a non chiedere nel 1971 l’appoggio dei comunisti fu proprio Moro.

L’intervista di Giancarlo Leone, ieri sul Mattino di Napoli, a proposito della elezione del padre Giovanni, già senatore a vita, a Presidente della Repubblica, mi ha fatto aprire il cassetto dei ricordi su quel dicembre del 1971. 

Posso dire di essere uno dei testimoni diretti. Partecipai infatti al rito della distruzione delle schede con le quali i grandi elettori della Dc avevano indicato alla delegazione composta da Forlani, Segretario Politico, i due presidenti dei gruppi camera e Senato, Andreotti e Spagnolli, e Benigno Zaccagnini presidente del Consiglio nazionale del partito, il nominativo del designato. Non doveva rimanere traccia del voto per non indebolire la candidatura, garantendo perciò unità e compattezza. 

Le schede di colore diverso tra Camera e Senato, tutte timbrate e vidimate dai componenti del seggio, dei 423 grandi elettori Dc, dopo  il voto espresso nella sala che sarà poi dedicata ad Aldo Moro al secondo piano, furono bruciate nella segreteria del Gruppo parlamentare al primo piano del Palazzo dei Gruppi in via Uffici del Vicario. Guidava le operazioni Luigi Salsedo, un napoletano di origine ma teutonico nel lavoro avendo sposato una bolzanina, mitico capo della segreteria del Gruppo insieme a Mario Salerno e al sottoscritto. In seguito ci saremmo dotati di macchine distruggi documenti, come avvenne per Cossiga nel 1995 e Scalfaro nel 1992, ma quella volta (si finì a notte inoltrata intorno alle tre del mattino) le schede furono bruciate a piccoli blocchi in un piccolo contenitore di metallo tenendo bene aperte le finestre per potere fare uscire il fumo, evitando che potessero scattare i dispositivi antincendio. Va detto che c’era un turno di notte dei commessi che ad orari prestabiliti faceva il giro degli uffici per marcare l’orario nei diversi ambienti e verificare lo stato dei luoghi. 

Giancarlo Leone ha fatto bene a ricordare la sua trepidazione. Ricordo che il fratello Mauro, già giovane docente universitario, venne al Gruppo e restò per molte ore nel salottino in attesa dei risultati degli incontri della delegazione. Non dimentichiamo che i figli di Leone erano cresciuti a Montecitorio e, raccontavano i commessi, da ragazzi andavano a giocare a pallone sulle terrazze. 

Ma veniamo alle questioni politiche. Durante la prima fase, quella della contrapposizione tra Fanfani e De Martino, pesarono i tentativi diretti ad incrinare l’unità della Dc. Fu pubblicata sull’Avanti la notizia che Scelba non avrebbe votato Moro come possibile candidato gradito alle sinistre, con conseguente rinuncia alla “opzione De Martino”. 

Mario Scelba  venne al Gruppo. Scrisse di suo pugno una smentita che chiese di far pubblicare sul Popolo, garantendo quella unità che fu poi mantenuta negli scrutini fino alla elezione. 

Andreotti rivelerà nel suo libro De prima Repubblica che il margine a favore di Leone “non fu  molto alto”. Giocarono a suo vantaggio la compattezza dei senatori e per taluni la preclusione verso Moro per la sponsorizzazione comunista.  Il 9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone. 

Se c’è un insegnamento da quelle vicende riguarda il metodo e le procedure, soprattutto quelle interne che erano granitiche in tutte le fasi. Elezioni interne a scrutinio segreto, mandato alla delegazione convocata in permanenza, riunione degli organi direttivi congiunti interni ai gruppi parlamentari, riunione della direzione. I grandi elettori venivano costantemente informati da circolari che venivano inviate nelle caselle dell’ufficio Postale al Piano dell’Aula. Tutte le regole erano rispettate. La democrazia interna della Dc non era un optional, ma un metodo! 

Per l’Azione

(Articolo apparso sul periodico www.democraticicristiani.com)

Non è soltanto un sottotitolo, ma qualcosa di più. È stata una rivista, un luogo di elaborazione culturale, è stato lo spazio anche critico dei giovani Dc, è stato il confronto intergenerazionale tra ex popolari e i nuovi fermenti della società civile; era un “crocevia affollato di gioventù che non  è mai stato uno spazio per trasmigrare, ma un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del mondo nuovo’’

È oggi anche il riferimento per il nostro giornalino ad un preciso momento storico, quello del dopoguerra del novecento definito il “secolo delle riviste”. 

Per l’azione, come periodico dei giovani democristiani guidati da Franco Maria Malfatti, rientra tra queste. 

Dopo gli anni della limitazione della libertà, quando l’organo di divulgazione clandestino era La Punta diretto da Giorgio TUPINI (ne erano protagonisti i liceali del sant’Apollinare e del San Gabriele) che sospese le pubblicazioni nel giugno 1947 il dibattito si fece vivace, coinvolgendo il mondo cattolico nelle attività culturali, politiche e religiose, sia con la ripresa di tante pubblicazioni di tante riviste prima sospese, poi con la nascita di tanti nuovi quotidiani a Torino Firenze Napoli. 

Dopo Cronache Sociali di Lazzati, Fanfani, Dossetti e La Pira che dal 1947 al 1951 si poneva in modo critico rispetto alla linea del quotidiano ufficiale della Dc il Popolo, emergeva la contrapposizione tra la “democrazia governante” di De Gasperi con una gestione efficiente del potere  e la “democrazia partecipata” con il partito inteso come collegamento tra Governo e società civile. Sullo sfondo v’era la concezione del rapporto con il PCI, non di semplice contrapposizione ma, per i dossettiani, di competizione intellettuale e politica. 

In quel tempo nasceranno anche il settimanale La Discussione di De Gasperi e il quindicinale Concretezza di Giulio Andreotti. Su posizioni più articolate Tempo Nuovo, San Marco, Humanitas, Adesso,  orientato da don Primo Mazzolari e la Voce operaia di Rodano,  Ossicini e Felice Balbo. 

Se si pensa a Per l’Azione non si può non pensare a Bartolo Ciccardini che ne fu direttore nel periodo 1950-1952 prima di dirigere  Terza Generazione (1953-1954 e La Discussione (1969-1977)

Bartolo Ciccardini fece proprie le tesi di  Balbo. A scorrere i nomi di quelle vicende vengo i brividi. Gianni Baget Bozzo, Signorello, Franco Nobili, Ettore Ponti, Evangelisti, Scoppola, Donat Cattin Arnaldo Forlani Andreatta  giovanni Galloni, Ruffini, Ardigó, Morlino, leopoldo Elia, Franco Grassini ed tanti altri ancora.  Non si può non riandare con la memoria alla Comunità del Porcellino, alla Chiesa nuova, alle Sorelle Portoghesi, alla Congregazione dei Filippini, alla colonia  dei bresciani. 

Il leit motiv era la “dichiarata autonomia dal partito” con una linea politica spostata a sinistra. 

Il pensiero ci riporta al confronto intellettuale di quegli anni in cui la libertà di pensiero era più forte di qualsiasi compromesso. 

Bartolo Ciccardini ha voluto ricordare quando nonostante il Congresso di Venezia e il tentativo di pacificazione tra De Gasperi e Dossetti con Fanfani chiamato al ministero del lavoro, La Pira sottosegretario e Dossetti vicesegretario del Partito Cronache Sociali esce con una minuscola didascalia “soluzioni di fondo che non si lasciano catturare”. De Gasperi si irrita. Ci sono momenti di tensione anche artatamente alimentate. Tutto sembra precipitare. Quei momenti vengono vissuti da molti dei protagonisti al tavolo delle sorelle Portoghesi. 

Bartolo Ciccardini, assumendo la direzione di Per l’Azione, un titolo dolcemente leninista, scriverà di “avere pagato un prezzo a De Gasperi” . Per Bartolo i gruppi giovanili non dovevano essere una specificazione organizzativa bensì uno strumento cioè una funzione specifica per insegnare un metodo di formazione. Fa proprie le tesi del filosofo Balbo; nel frattempo un gruppo di giovani Cattolici comunisti torinesi nel travaglio  “dell’inveramento  del pci” scende a Roma in dissenso con il Partito;  una rottura che avvenne per usare le parole di Del

Noce perche “Non si è cattolici comunisti, ma comunisti perché cattolici,”. Felice Balbo cercherà di dare una nuova interpretazione del comunismo, sostituendo al materialismo dialettico una teoria dello sviluppo dell’essere, non più fondata sul contrasto fra tesi ed antitesi di Hegel, ma fondata sulla filosofia dell’essere di San Tommaso. Si intensifica in quella fase il dialogo con Terza generazione (dopo quella fascista e quella antifascista) e con quanto ruota intorno a quella rivista e alla influenza di padre Gino Del Bono. 

Andreotti nella sua biografia autorizzata di Massimo Franco ricorderà di avere visto due volte piangere De Gasperi e furono…lacrime dossettiane. 


Maurizio Eufemi
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Bibliografia 

 

All’insegna del Porcellino www.BartoloCiccardini.org

 

Il movimento giovanile Dc daDe Gasperi  a Fanfani, Andrea Montanari, Franco Angeli Editore  2017 ; 


Per l’Azione, Istituto Sturzo Digital, periodici ; 


Le riviste nel secondo dopoguerra, www.Treccani.It enciclopedia ; 


www.centrostudimalfatti.Eu

Geopolitica nell’Est europeo, un affresco di Alessandro Duce

 

Alessandro Duce, una vita per la politica estera tra Università di Parma e Parlamento. I suoi libri sono manuali di grande successo internazionale.

È un professore moderno. Utilizza il podcast per comunicare le sue riflessioni tematiche di politica estera in ogni angolo del mondo. Ne cito alcuni: “esercito europeo e autonomia strategica”;  “la geopolitica dei canali”, “il canale di Kiel”;  “un missile ipersonico da Pechino” o quello recentissimo sul “Trattato italo francese”.

Si tratta di uno strumento nuovo ed efficace perché la Rete diviene un servizio utile ad approfondire valorizzando la globalizzazione delle idee.

Ciò acquista un più forte significato perché la politica estera appare sempre più marginalizzata sui grandi quotidiani. Sono questioni che richiedono studi approfonditi e analisi penetranti che non possono essere semplificate come tende a fare l’informazione radiotelevisiva, che affronta la politica per “slogan” e questo è ancora più pericoloso nella politica estera.

Vi è un degrado non solo nella professione ma anche nei gruppi editoriali e solo  riviste specializzate riescono ad affrontare argomenti che vanno studiati.

Della situazione internazionale in particolare di quanto sta avvenendo in Ucraina parliamo con Alessandro Duce, che non è solo docente di politica internazionale ma è stato parlamentare della Repubblica nella decima legislatura. L’Ucraina vede al momento una contrapposizione tra alcuni Stati europei, Stati Uniti e Russia. L’oggetto del contendere è proprio l’Ucraina nel contesto delle relazioni europee.

 

Quale è la tua posizione rispetto al problema delle guerre invisibili e del contesto di autodeterminazione dei popoli, tutte questioni che riguardano implicitamente l’Ucraina?

La questione Ucraina vede una contrapposizione tra alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti e Russia.

Quale é l’oggetto del contendere? La posizione che l’Ucraina potrà e dovrà assumere nel contesto delle relazioni europee. Si tratta di una questione di sostanza. Nel momento in cui l’Ucraina nel 1991 attraverso un referendum scelse di uscire dall’Urss e di proclamarsi indipendente come altre ex repubbliche dell’Unione Sovietica, si pose immediatamente una questione delicata ossia la collocazione di questo Stato nel contesto europeo ed internazionale.

 

Perché è cosi importante e vissuta in maniera cosi pesante da parte russa e occidentale? 

Per capire cosa significhi per i russi, occorre tener presente la storia dell’Ucraina, che è stata da sempre una culla della Russia. I legami storici sono profondissimi, oltre quelli linguistici e culturali. Basti pensare quello che scrisse Gogol. Per venire ai problemi politici successivi a questa indipendenza. L’Ucraina non ha sempre avuto  al suo interno atteggiamenti coerenti e chiari; ha avuto governi che guardavano verso Mosca e altri come quello attuale che guardano verso occidente. Negli ultimi tempi la situazione è andata peggiorando. Putin ha ritenuto che la esautorazione di un governo filorusso sia stata un atto di violenza di politica interna mentre da parte occidentale si è sottolineato il diritto alla  totale sovranità. Questa situazione è andata via via degenerando in due direzioni precise. Una rivolta interna di alcune regioni ucraine che hanno proclamato la loro indipendenza: alludo alle due regioni del Dombas e Luhansk, entrambe nella parte orientale, e lì si è accesa una guerra dal 2014 che ha portato a 15000 morti. Le forze secessioniste di queste regioni sono sostenute dai berretti verdi, volontari russi senza distintivi. Putin li disconosce perché dice che non sono forze armate russe. Contemporaneamente la Russia di Putin ha preso iniziativa con molte riserve in occidente. Come l’annessione della Crimea alla Russia,  che è stata sempre parte della repubblica russa anche all’origine quando c’erano tutte le repubbliche russe, donata da Nikita Krusciov nel ‘64 essendo lui ucraino. La reazione ucraina è stata che è stato tolto un pezzo di territorio e un’azione di forza che la Russia non doveva fare nel rispetto del trattato di Helsinki e delle regole Osce sull’uso della forza.

Da li le sanzioni verso la Russia avviate a livello europeo e da parte degli Stati Uniti.

 

Quali conseguenze ha comportato tutto questo?

La Crimea ha un collegamento terrestre con l’Ucraina, Collegamento che è stato subito bloccato. E di conseguenza, visto che arriva vicino alle frontiere della Crimea, la Russia ha attivato un ponte che è stato inaugurato due anni fa con il quale si può passare dalla Russia alla Crimea senza  dover passare dall’Ucraina. E questo apre un problema strategico che è al centro della crisi di cui stiamo parlando. Credo che l’obiettivo di Putin possa essere non quello di occupare tutta l’Ucraina ma  semplicemente di prendere atto dell’indipendenza di queste due regioni più un corridoio meridionale che lo porterebbe verso Odessa senza prendere Odessa ed avere un collegamento anche terrestre con la Crimea.

 

Di fronte a questa annessione l’Occidente cosa può fare, sta fermo oppure può reagire? 

Ora veniamo alle posizioni politiche. Quali sono le posizioni di Putin e di Biden di fronte a queste emergenze? Entrambi  si sono parlati e questo è già un aspetto positivo perché vuol dire che la carta diplomatica è sul tavolo. Si gioca ancora e ci si parla. Quali sono le richieste di Mosca? Sono semplici e sintetizzabili. L’Ucraina non deve entrare nella Nato e non deve ospitare armamenti Nato. La seconda richiesta è di fare dell’Ucraina una realtà cuscinetto. Non solo politico come la Bielorussia, quindi non legato alla UE da interessi economici e alla NATO e ciò potrebbe rappresentare una esperienza nuova.

Questa richiesta mette in discussione la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. A tal proposito Mosca chiede che venga rispettato l’accordo del 2015. Il cosiddetto patto a 4 fra Russia, Francia, Germania e Ucraina.

 

L’accordo a 4 firmato a Minsk. Cosa prevedeva?

Prevedeva la concessione di una sorta di autonomia a queste due regioni come l’Italia ha fatto con l’Alto Adige, che il Parlamento ucraino non ha mai attuato sia perché sono continuati gli scontri militari lungo la linea calda fra queste regioni e il resto dell’ucraina sia perché i nazionalisti ucraini non ne vogliono sapere di dare l’autonomia a queste due regioni, chiedendo prima il rispetto dell’accordo di Minsk.

Putin quando si rende disponibile a questo incontro con Biden rinuncia a questa prospettiva a 4 e mette sul tavolo quella a due, un accordo bilaterale per riprendere un dialogo strategico che riconosce la Russia come grande potenza nei giochi internazionali.

Putin che discorso fa con Biden, come lo imposta?

C’è un aspetto politico meno noto. Putin mette sul tavolo un argomento che non è stato ripreso perché la gente non segue, non legge. In occasione della crisi di Cuba dell’ottobre 1962 questa era uno Stato indipendente e sovrano sotto il regime di Castro e non confinava neanche con gli Stati Uniti perché c’era un braccio di mare. Gli Stati Uniti dissero: noi non possiamo accettare che ci siano missili nucleari adeguati ad un’azione offensiva fino all’interno degli Stati Uniti. Alla fine Krusciov ha accettato di ritirarli anche se Cuba era uno Stato sovrano. Allo stesso modo Putin dice: voi dovete capire che per noi l’Ucraina armata è un pericolo.Dovete accettare che l’Ucraina non entri nella NATO e non installi armamenti di questo tipo. Ricambiate in Ucraina quello che ha fatto Krusciov a Cuba.

Quello che fece Kennedy viene riproposto da Putin?

Esattamente questo. Guardando all’aspetto geopolitico bisogna tenere presente che a differenza di altre Regioni l’Ucraina si incunea profondamente in Russia.

Putin il luglio scorso ha presentato uno scritto che non è stato ripreso in Italia sull’unità storica tra Russi e Ucraini in cui si rappresenta la storia fra i due popoli, la dipendenza energetica, le tradizioni, la letteratura. Si tratterebbe per lui di una eredità indivisibile.

L’Unione Europea che può fare, come può agire? 

I Paesi dell’Unione europea hanno posizioni diverse nei confronti sia della Russia sia del problema ucraino. Ci sono i Paesi baltici ed altri Paesi  che hanno al loro interno importanti minoranze russe, i quali temono che cosi come è stato fatto con la Crimea e queste due regioni un domani la Russia possa farlo anche nei loro confronti. Poi ci sono Polonia e Romania che hanno avuto insediamenti sia di carattere radaristico sia missilistico da parte della Nato che ha mandato su tutte le furie Putin (“a cosa serve avere armamenti puntati contro di noi se noi non vi minacciamo”). Dalla Nato  sono stati giustificati come mezzi contro il terrorismo.

E gli altri Paesi come hanno reagito?

Gli altri paesi hanno approvato sanzioni dopo l’attacco alla Crimea. Al momento noi stiamo aspettando di sapere cosa deciderà la commissione europea. Starebbe mettendo a punto un piano per respingere le pressioni e le coercizioni  nei confronti di uno Stato terzo da parte di un’altra potenza. Stanno esaminando quali potrebbero essere le reazioni in caso di pressioni da parte della Russia  nei confronti di altri Stati e nella fattispecie dell’Ucraina. Gli Stati Uniti hanno precisato che non sarebbe accettata un’iniziativa militare nei confronti dell’Ucraina e nel caso avvenisse Biden ha detto che sarebbero adottate misure adeguate non l’invio di truppe, ma forniture di armamenti per rafforzare le difese ucraine.

Ci sono diverse opinioni a questo riguardo?

Secondo alcuni analisti, questa operazione contro l’Ucraina ammassamento delle truppe ecc. sia da mettere in relazione alle pressioni cinesi su Taiwan. Per cui i due Paesi avrebbero trovato un accordo che i russi danno una zampata all’Ucraina limitatamente a quello che ho detto, i cinesi verranno a Taiwan per cui gli Stati Uniti si troverebbero in difficoltà a rispondere su due fronti.

Come se ne esce allora?

La principale misura sarebbe di escludere la Russia dal circuito SWIFT (sulle transazioni finanziarie) che comporterebbe conseguenze, come bloccare la convertibilità del rublo, sui finanziamenti per le società petrolifere compresa Gazprom e sulle banche di Stato russe, mantenendo inoperante il gasdotto North Stream che collega la Russia alla Germania, che è ultimato ma non è operativo. Sarebbe un doppio danno: alla Russia per i ricavi energetici e all’Europa per le forniture di gas.

Ci avviamo alla conclusione di questa lunga conversazione.  Non si possono affrontare questioni complesse di politica per slogan come riscontriamo nei media. Gli argomenti di Putin vanno studiati.  E sulla Polonia? L’immigrazione è un capitolo diverso e va affrontato separatamente. 

Non è stato forse un errore l’allargamento verso Est sia dell’Unione europea sia della Nato?

L’allargamento dell’Unione Europea è stato un errore perché c’è stata un’ apertura affrettata. Tutto è stato molto rapido così come per l’Euro. Tutti volevano essere ricordati nella Storia, ma con le aperture c’è stato un cocktail difficile da gestire. La Unione a 27 Stati ha problemi di funzionamento soprattutto se non si afferma in tutti gli Stati la divisione dei poteri; non si può accettare di camminare con chi schiaccia il potere giudiziario, legislativo che è fondamentale in un sistema democratico, altrimenti torniamo ai sistemi assolutistici e autocratici.

 Questa intervista di Maurizio Eufemi ad Alessandro Duce è stata tratta dal giornale online https://beemagazine.it/

Finanziaria a tempo di record in un Parlamento quasi esautorato.

La manovra di bilancio 2022 tra scadenze istituzionali e prospettive elettorali


La Sessione di bilancio ha preso avvio con la pronuncia del Presidente del Senato il 16 novembre scorso sul contenuto proprio del disegno di legge 2448 con lo stralcio di alcuni articoli riguardanti norme ordinamentali. I tempi sono stati inesorabilmente compressi dai ritardi tra l’approvazione in Consiglio dei Ministri dello scorso 28 ottobre e la presentazione in Parlamento.

I documenti sono completi nella forma della relazione tecnica e nella sostanza con la bollinatura a conferma della serietà del lavoro fatto dal Governo senza le disgustose e irritanti polemiche del passato verso la Ragioneria. Puntuale è la rappresentazione degli obiettivi e delle singole azioni. È articolata in 34 missioni e in 721 programmi di spesa suddividi in azioni.

La manovra di 199 articoli oltre quelli per gli stati di previsione dei dicasteri è accompagnata unicamente dal decreto fiscale 146 che definisce le misure per l’assegno universale e per i servizi e valorizzazione della famiglia insieme alla dotazione finanziaria per la riforma fiscale.

È su questo punto che le posizioni sono divergenti nella maggioranza e con le forze sindacali sul come destinare gli otto miliardi, le risorse disponibili per la riduzione della pressione fiscale con un triplice ventaglio di ipotesi: contenimento del cuneo fiscale, Irap, oppure rimodulazione della curva irpef con intervento sulle aliquote intermedie.

Non sono scelte facili nel trovare un equilibrio politico tra forze con visioni divergenti perché si ripropone il dilemma se privilegiare l’impresa o le famiglie e quindi se guardare a migliori condizioni per lo sviluppo agendo sui fattori di competitività intervenendo sul cuneo fiscale oppure con misure più generose per le famiglie di lavoratori e pensionati.

Questo intervallo non è stato tempo sprecato se è vero che la cabina di regia di Palazzo Chigi ha proceduto alla ulteriore messa a punto di alcune misure legislative perfezionando disposizioni che avevano generato allarme e preoccupazione come nel caso dei bonus e degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni in edilizia.

La drastica riduzione dei bonus in questo comparto avrebbe determinato una confusione generale nel sistema trattandosi di investimenti che richiedono orizzonti pluriennali e tempi di realizzazione che non coincidono con le scadenze temporali fiscali.

Del resto il bonus nell’edilizia ha determinato un volume di oltre 57 mila pratiche e quasi 10 miliardi di investimenti.

Una pericolosa asimmetria tra cronoprogrammi dello stato di avanzamento dei lavori e scadenze fiscali avrebbe determinato incertezze e confusione. Tutto ciò in un momento di ripresa economica che ha evidenziato la lievitazione dei costi dei materiali con conseguenze sui preventivi di spesa, su procedimenti complessi come le delibere assembleari, sulla revisione prezzi, sui tanti soggetti coinvolti (amministratori progettisti, famiglie, condomini, banche, imprese).

Alla lievitazione dei costi si è aggiunta la carenza di materie prime come ferro e legname, di materiali come i ponteggi per le costruzioni e perfino di manodopera che preferisce il reddito di cittadinanza piuttosto che affrontare esperienze lavorative fuori sede.

Non c’è solo il problema dei chip per la manifattura dell’automotive o delle integrazioni nelle catene di fornitura e di valore. Di questo è bene tenere conto. Non è sufficiente porre lo sguardo ad episodi diffusi di truffe nelle erogazioni a chi non ne aveva diritto. C’è anche un problema culturale che merita di essere affrontato. In questo senso appaiono positivi i correttivi per limitarne gli abusi rafforzando i controlli preventivi.

Il lavoro della cabina di regia ha consentito di aggiustare la manovra facilitando il procedimento legislativo in senso stretto, eliminando tensioni politiche, anche se le norme regolamentari che disciplinano la Sessione di Bilancio ormai saranno rispettate solo formalmente.

In poco più di un mese si dovrà fare quello che un tempo si faceva in tre mesi!

Altre questioni sono ancora sospese come la riforma delle pensioni su cui le posizioni sono divergenti.

Le commissioni parlamentari, soprattutto la commissione Bilancio, non potranno svolgere quella azione penetrante sulle singole disposizioni legislative così come il lavoro istruttorio e di “lettura” della politica piuttosto che operato dalle strutture tecniche parlamentari.

Le forze politiche non potranno svolgere quel confronto di merito che consente di entrare nello specifico, di valorizzare la propria cultura programmatica e valoriale, ma dovranno limitarsi a guardare le grandi scelte, i grandi aggregati finanziari cercando di alzare qualche effimero successo.

Del resto, sono molti anni che il Parlamento è chiamato a ratificare la decisione di bilancio senza incidere sui saldi di bilancio perché la Finanziaria è nelle sole mani del Governo stretto tra vincoli europei e vincolo interno del debito pubblico. La finanziaria ha ormai perso il significato che aveva quando fu predisposta per la prima volta nel 1978 da Filippo Maria Pandolfi dopo la riforma della legge di contabilità 468 del 1978 e successive modifiche e integrazioni.

Con la pandemia è cambiato il mondo!

Oggi il Parlamento è ulteriormente svuotato sia nella rappresentanza che nella funzione.

L’azione parlamentare ed i relativi interventi saranno assolutamente marginali e non incideranno sulla sostanza e sulla realizzabilità della manovra come avviene ormai da anni; l’integrità della manovra per il 2022 sarà salvaguardata.

Questa situazione del Parlamento è destinata a peggiorare se non si affronteranno per tempo i problemi legati alla riduzione dei seggi parlamentari.

Ciò richiede infatti una riforma urgente dei regolamenti parlamentari che investa la questione dei numeri della rappresentanza costruita su un Parlamento diverso da questo che si aprirà con la diciannovesima legislatura.

Senza interventi profondi, coraggiosi e responsabili, si determinerà una paralisi con un Parlamento frammentato e svuotato nelle sue funzioni di organo legislativo. Questo è un lavoro che dovrebbe essere affrontato da subito.

Dubito che i due Presidenti delle assemblee legislative abbiano la forza, la competenza, il carisma, la autorevolezza per perseguire questo obiettivo. Naturalmente questo è il risultato di chi voleva questo stato di cose favorendo l’affermazione di una Costituzione materiale cancellando progressivamente quella formale.

È una situazione che dovrebbe generare allarme e preoccupazione.

E invece troviamo silenzio negli organi di informazione ormai avvitati in una spirale di crisi dell’editoria come dimostrano i recenti dati delle vendite dei quotidiani e la stessa riforma dell’inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti italiani) che trova spazio nell’articolo 29 della finanziaria sancendo il passaggio all’INPS con la salvaguardia dei diritti acquisiti nel vecchio regime del Fondo previdenziale autonomo.

Cade con rammarico l’ultimo baluardo dell’autonomia dell’informazione addossando facili responsabilità.

C’è poi un altro elemento da sottolineare.

Questa decisione di bilancio si realizza alla vigilia della scadenza presidenziale.

Il presidente del Consiglio si è mosso in modo accorto, evitando che fossero affrontate questioni divisive che avrebbero alimentato tensioni tra le forze politiche anche interne alla maggioranza. La scelta di rinviare alcune questioni è stata saggia. Ha significato, come dire. vedetevela voi se siete in grado di farlo e quando sarete chiamati a decidere perché questo non fa parte del programma di governo che verte sulla lotta al virus e alla emergenza COVID e sul PNRR.  Questa è la mission istituzionale del governo di Mario Draghi e il presidente del Consiglio la sta realizzando con pieno successo, come dimostrano i dati inoppugnabili.

Le stesse previsioni dell’Unione Europea confermano un orizzonte di crescita sostenuta e stabile oltre le due cifre nel prossimo biennio che poggia sul pieno utilizzo del RRF, negli investimenti pubblici accompagnandola con il piano nazionale degli investimenti complementari e delle condizioni di finanziamento che hanno determinato la crescita dei prestiti bancari con tassi applicati dalle banche ai minimi storici.

La pandemia ha colpito i movimenti dell’export e i settori contact intensive (commercio, trasporti, ricezione, spettacolo, sport) non hanno recuperato i livelli precedenti alla crisi sanitaria.

Le incertezze sulla inflazione e soprattutto sui prezzi energetici non mettono tuttavia in discussione il percorso di crescita.

Se c’è un dato che in questa manovra colpisce è la spinta agli investimenti (ben 112 miliardi aggiuntivi tra il 2022 e il 2036) e il nuovo rapporto tra spesa per interessi e investimenti.

La spesa per investimenti per il prossimo anno (143 md) è doppia rispetto a quella per interessi (76 md). Ciò significa che non ci stiamo solo dissanguando per adempiere al costo del servizio del debito, ma guardiamo al futuro con prospettive di crescita solida e duratura.

Per gli investimenti privati si è agito sui beni strumentali attraverso la legge di grande successo come la nuova Sabatini e sulla ricerca e sviluppo. Non va infine dimenticata la lettura dei saldi finanziari e la dimensione annuale del forte ricorso al mercato (478 miliardi nel 2022) impone attenzione costante e scelte oculate nella gestione del bilancio e nell’uso razionale delle risorse.

L’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica significherebbe non solo il riconoscimento di meriti storici della persona che ha guidato il Paese nella fase difficile della crisi internazionale, ma anche la migliore garanzia per il perseguimento degli ideali europei nella integrazione comunitaria, il consolidamento dei legami transatlantici e sul piano interno una valorizzazione del merito in risposta alle bislacche e dannose teorie dell’uno vale uno!

Sarebbe la migliore garanzia di proseguire la linea Draghi anche senza Draghi, senza i fantasmi del presidenzialismo materiale e quindi fuori dal dettato costituzionale.

Dalla decisione di bilancio 2022 matureranno le condizioni per la elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Se il percorso sarà agevole si elimineranno future tensioni, altrimenti la via delle elezioni anticipate nel 2022 appare inevitabile.

Maurizio Eufemi

pubblicato sul giornale online "beemagazine"

https://beemagazine.it/finanziaria-a-tempo-di-record-in-un-parlamento-quasi-esautorato-la-manovra-di-bilancio-2022-tra-scadenze-istituzionali-e-prospettive-elettorali/

Quirinale, eleggere Draghi al primo scrutinio. Evitare le ‘’lotte tra comari’’ Parlamento più debole nella prossima legislatura. Parla Gerardo Bianco

(articolo pubblicato sul giornale online beemagazine.it)

 

Gerardo Bianco, nove legislature in Parlamento, ministro della Pubblica Istruzione, vicepresidente della Camera, capogruppo della Dc nel 1979 -1983 e nuovamente dal 1992 al 1994, poi segretario del PPI, europarlamentare, docente universitario di letteratura latina. Quindi un protagonista e un testimone di eccezione.

Quale metodo ricercare per la elezione del Presidente della Repubblica? 

In questo momento di ‘’eccezione della logica’’, per l’emergenza politica determinata dalla pandemia, con tutti i partiti con culture diverse al governo del Paese come in uno stato di guerra, a mio parere si debbono mettere da parte le differenze partitiche. In una situazione di guerra la risposta giusta dovrebbe essere la elezione immediata al primo scrutinio di un rappresentante di grande autorevolezza interna e internazionale con una alta ispirazione europeista.

Il nome c’è ed è quello dell’attuale presidente del Consiglio.

 Stamane Guido Bodrato ha detto che serve un nome anche giovane che si faccia carico della Costituzione senza stracciarla. 

La grande lezione etico- politica che viene da Sergio Mattarella è lo scrupoloso rispetto della Costituzione nella lettera e nello spirito.Ritengo positivo eleggere subito il presidente della Repubblica e non con tatticismi. Quando non c’è accordo si procede con schede bianche nelle prime votazioni per andare al quarto scrutinio quando la maggioranza si abbassa.  Sarebbe una scelta sciagurata.

 E allora qual è la strada maestra? Quale metodo seguire?

 Il metodo è trovare un nome al quale le forze politiche non possono dire di no.

 Draghi apre un problema, ed è la continuità del governo fino al 2023. 

Non si devono sciogliere le Camere quando si deve realizzare compiutamente il PNRR con la piena messa a terra. Le soluzioni possibili per realizzarlo ci sono. Se la soluzione della Presidenza della Repubblica è unitaria con una stragrande maggioranza parlamentare diventa più facile trovare la soluzione che arrivi alla scadenza naturale.

 Quali rischi paventa?

Quello che trovo inaccettabile, in questo momento così delicato, sono le preclusioni e i litigi personali. Per la dignità della politica le lotte fra comari vanno assolutamente evitate ragionando sugli interessi principali del Paese che è duplice: rafforzamento dell’europeismo come ha detto Mattarella e ripresa economica guardando alla questione ecologica che richiede anche un profondo ripensamento della cultura economica.

 Che Parlamento sarà dopo la riforma costituzionale che ha ridotto un terzo dei seggi? 

È una riforma che dal mio punto di vista poteva essere positiva in un quadro generale che coinvolgesse le autonomie locali come Regioni e Comuni. Se inquadrata, così come è ora, senza riforme verso le altre realtà, punitiva verso la rappresentanza, è concettualmente profondamente sbagliata.

 Questa riforma ha rafforzato o indebolito il Parlamento?

 Non c’è il minimo dubbio: ha indebolito il Parlamento. La riforma doveva essere recuperata come asse portante della democrazia repubblicana, invece è stata presentata anche nella opinione pubblica come forma punitiva di riduzione della rappresentanza, e prende strada verso un semipresidenzialismo e presidenzialismo che è una pericolosa tentazione che riemerge per rafforzare l’efficacia di governo

In realtà è una forma di destrutturazione che favorisce il populismo, cancella il ruolo fondamentale dei corpi intermedi tra Governo e la organizzazione politica. I corpi intermedi sono essenziali, come si è visto in Francia, dove si è determinato un conflitto tra vertice dello Stato e di governo e la folla. Favorisce le Jacquerie che caratterizzano le manifestazioni politiche francesi.

 C’è chi prevede, o teme, che con un Parlamento ridotto e forse indebolito si rafforzi il ruolo del governo

Il rafforzamento del Governo è necessario in Italia, ma dovrebbe seguire la logica del sistema parlamentare italiano. La Democrazia Cristiana propose la sfiducia costruttiva. Quasi tutti questi problemi furono già individuati e affrontati con provvedimenti presentati in Parlamento. Si trovano già le risposte.

 Un ricordo di passate elezioni presidenziali? 

Posso fare riferimento alla elezione di Scalfaro avendo fatto parte della delegazione come capogruppo Dc.La elezione di Scalfaro non fu una pagina esaltante per quello che accadde in quelle giornate. È stato un buon Presidente della Repubblica, ma tutto ciò è successo prima, i franchi tiratori, l’idea di imporre il proprio candidato dopo aver tradito, fu una visione miope. Chi sbloccò la situazione fu poi Bettino Craxi con l’accordo globale raggiunto con la delegazione Dc che prevedeva Scalfaro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano presidente della Camera e un socialista a Palazzo Chigi.

Di quella delegazione, dopo il ritiro di Forlani, facevano parte tre irpini: De Mita presidente del Partito, e i due Capigruppo Mancino e Bianco. Se Forlani non si fosse ritirato poteva essere eletto.

 Intervista di Maurizio Eufemi, Senatore nella XIV e nella XV legislatura

https://beemagazine.it/quirinale-eleggere-draghi-al-primo-scrutinio-evitare-le-lotte-tra-comari-parlamento-piu-debole-nella-prossima-legislatura-parla-gerardo-bianco/

La lezione di Donat-Cattin secondo Aimetti. Una biografia accurata alla luce della storia politica del secondo Novecento

(articolo di Giorgio Merlo tratto dalla rivista online "Il DOMANI")

 

Il libro scritto da Giorgio Aimetti pubblicato recentemente da Rubbettino, “Carlo Donat-Cattin, la vita e le idee di un democristiano scomodo”, non ripercorre soltanto il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale – e privato – del leader democristiano piemontese e di un importante e qualificato statista della prima repubblica, ma ha il merito di rileggere anche le costanti che hanno caratterizzato la politica italiana per quasi 50 anni.

 

 

Certo, sono molti gli aspetti che si potrebbero trarre da una vasta ed interessante pubblicazione come questa. Ma c’è un aspetto che a volte viene dimenticato, o volutamente sottovalutato, e che invece merita di essere ripreso e approfondito perchè non ha una scadenza temporale nè può essere banalmente storicizzato. Parlo del rapporto tra i cattolici e l’impegno politico, o meglio il ruolo dei cattolici democratici, popolari e sociali nella cittadella politica italiana nelle diverse fasi storiche e che resta un tema di grande attualità. Moderno e contemporaneo. E nell’epoca storica che ha visto protagonista Carlo Donat-Cattin – cioè dall’inizio degli anni ‘50 sino all’inizio degli anni ‘90 – il rapporto dei cattolici con la politica e soprattutto con la gerarchia ecclesiastica e i suoi insegnamenti è stato un elemento costitutivo per lo stesso impegno nella società e nelle istituzioni democratiche.

 Un rapporto che è stato comune e simile per molti leader democratici cristiani ma non per tutti. In sintesi, per uomini come Donat-Cattin essere un cattolico impegnato nel pubblico – nell’Azione cattolica come nel sindacato, nella politica come nelle istituzioni – è sempre stato ispirato a 3 criteri di fondo che rispondono anche alla sua concreta esperienza nelle varie fasi della sua vita.

 Innanzitutto un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e sindacale. Differenza dei ruoli e dei “piani”, come si diceva un tempo, ma sempre ispirati ad una concezione che affondava le sue radici nell’umanesimo cristiano e, per quanto lo riguardava, nel filone del cattolicesimo sociale. Per questi motivi la dottrina sociale della Chiesa, nella sua diversa e continua evoluzione, ha sempre avuto un’importanza centrale per tutto il suo magistero pubblico. E coniugare la laicità dell’azione temporale con una coerente aderenza all’insegnamento della Chiesa è sempre stato il faro che ha illuminato la sua militanza concreta.

 In secondo luogo nessun cedimento al clericalismo e al confessionalismo. Atteggiamenti, invece, che hanno contraddistinto, nella lunga stagione politica democristiana, il comportamento politico di molti altri esponenti che a volte confondevano l’aderenza all’insegnamento della Chiesa e, nello specifico, di alcuni settori della gerarchia, con il condizionamento della concreta azione politica. Una sorta di clericalismo strisciante che era apprezzato nelle segrete stanze delle varie Curie disseminate in tutto il paese ma che non incrociava gli interrogativi e le domande che una società, sempre più laica e secolarizzata, poneva ai politici. Anche e soprattutto cattolici. E Donat-Cattin, su questo versante, ha sempre privilegiato i contenuti e il progetto politico di cui si faceva portatore rispetto a indicazioni che provenivano da altri settori. Qualsiasi essi fossero.

 In ultimo, ma non per ordine di importanza, la rettitudine morale e personale di Donat-Cattin senza mai scivolare nel moralismo sciatto e avaloriale. Di qui la celebre distinzione tra i “moralisti” che indicano un problema e individuano se stessi e il proprio clan come gli unici titolari ad affrontarlo e risolverlo, e i “moralizzatori” che, al contrario, si battono per la soluzione del problema senza anteporre mai la propria persona e il proprio cerchio di amici coma la via miracolistica e salvifica da perseguire. Sotto questo aspetto, la lunga, complessa e difficile militanza politica di Donat-Cattin ha sempre concentrato la sua attenzione sui contenuti dell’azione politica e sindacale senza mai farsi affascinare o condizionare dai richiami moralistici frutto di una sub cultura che ha caratterizzato, al contrario, alcune esperienze riconducibili al mondo cattolico tradizionale.

 Mi sono soffermato solo su tre aspetti, tra i tanti, che si potevano ricordare attorno a questo tema. Ma, comunque sia, anche per intraprendere oggi una nuova e rinnovata azione politica da parte dei cattolici italiani non possiamo – e non dobbiamo, a mio parere – dimenticare lo straordinario magistero politico e culturale di uomini come Carlo Donat-Cattin. Che hanno anche pagato personalmente un duro prezzo per aver sempre conservato nella loro vita una coerenza esemplare e cristallina nell’azione sindacale, politica e istituzionale.

Giorgio Merlo

http://www.ildomaniditalia.eu/la-lezione-di-donat-cattin-secondo-aimetti-una-biografia-accurata-alla-luce-della-storia-politica-del-secondo-novecento/

I diritti civili, il progetto Zan, il divorzio e l’aborto.

Stamattina ascoltavo un dibattito - su La7 dopo l’outing dell’ex ministro  Spatafora - con la rappresentante del Pd Alessia Morani che faceva la lezioncina sui comportamenti parlamentari per gli applausi alla bocciatura parlamentare del progetto Zan.
Anziché prendersela con gli errori strategici del suo partito che ha impedito la ricerca di un possibile compromesso parlamentare, puntava il dito contro gli avversari politici a suo dire insensibili ai diritti civili, come se i sostenitori di tali diritti fossero solo a sinistra. Alessia Morani dimentica gli applausi della sinistra alla approvazione della legge sul divorzio nel 1970 e sull’aborto nel 1978 come certificano i resoconti parlamentari. !!!
Una maggiore compostezza sui voti d’Aula sarebbe necessaria e opportuna  da parte di tutti gli schieramenti senza eccezioni e senza lezioncine smentite dalla storia!

Roma, 8 novembre 2021

Draghi e il Quirinale

Mario Draghi ha presentato la Nadef premessa della legge finanziaria e della manovra di bilancio. È un documento, frutto della capacità di governo in una fase critica per le conseguenze della pandemia e soprattutto di mettere in campo le scelte razionali per un consolidamento della crescita economica attraverso la leva degli investimenti.
È un significativo cambiamento di rotta dopo gli anni di assistenzialismo degenerativo senza selezione degli interventi e conseguente spreco di risorse pubbliche.
La fase politica che ci separa dalla elezione in febbraio del nuovo Presidente della Repubblica sarà agevolmente superata dal governo Draghi. Le fibrillazioni, inevitabilmente si apriranno successivamente a quella scadenza. È paradossale che la elezione di Mario Draghi al vertice delle Istituzioni repubblicane venga ostacolata da quanti temano per le elezioni politiche anticipate che metterebbero a rischio la rielezione di deputati e senatori in una rappresentanza parlamentare compressa dalla riduzione dei seggi parlamentari!
Il timore di perdere il seggio e i privilegi parlamentari soprattutto per i cinque stelle spingerà a cercare un compromesso al ribasso cercando di tenere Draghi a Palazzo Chigi non per realizzare una agenda per il Paese ma per sopravvivere ai privilegi fintamente combattuti (indennità e pensione). Con le elezioni anticipate nel 2022 perderebbero tutto ciò.
Ma è un calcolo illusorio perché comunque vada l’appuntamento presidenziale le fibrillazioni nella larga maggioranza tenderanno a crescere per il riposizionamento delle forze politiche sui temi cruciali come il fisco e la casa.
È inaccettabile quanto si sta perpetuando tenendo un Parlamento sotto ricatto di quanti hanno fallito nelle riforme e nel governo del Paese. Tutto ciò accade perché sono stati cancellati i presidi di libertà del Parlamento e dei parlamentari, che consentivano di potere svolgere il mandato senza condizionamenti, come dimostrano le elezioni anticipate fino al 2008.
Poi è tutta un’altra storia. Si è assistito ad una progressiva erosione della democrazia parlamentare.
Dall’altro lato v’è chi vede Draghi al Quirinale non per i suoi altissimi meriti come sarebbe giusto, ma come occasione per affermare un semipresidenzialismo materiale aggirando la Costituzione senza avere il coraggio di realizzare le adeguate riforme costituzionali.

 

Maurizio Eufemi

In Ricordo di Mino Martinazzoli uomo di Stato e legislatore.

In occasione del decennale della scomparsa di Mino Martinazzoli c’è stata la corsa delle tifoserie a ricordarne la figura con un eccesso di strumentalizzazione concentrandosi in modo prevalente sulla fase finale del suo impegno politico. Come se quelle sue responsabilitá finali potessero cancellare la Sua storia  personale e politica che era quella di un intellettuale che nella Dc aveva potuto portare avanti gli ideali del solidarismo cattolico di cui Brescia era la esaltazione in un terreno fertile ricco di valori e tradizioni.
E ho trovato tutto ciò molto stucchevole. Una tale impostazione ha finito per fare un grave torto all’Uomo Martinazzoli prima che al politico. Si è perciò finito per dimenticare Martinazzoli ministro della Giustizia, Presidente del gruppo parlamentare dei deputati Dc, ministro Difesa, ministro delle Riforme Istituzionali, Presidente della Provincia, Sindaco.

Ho ricordi nitidissimi della sua azione politica e legislativa. Era un uomo che pensava molto, in solitudine, prima di decidere. La sua decisione era “sofferta”. Quando però aveva maturato il convincimento, la sua linea era nitida, senza incertezze.
Oltre che fine giurista guardava con attenzione ai problemi economici e finanziari con una razionalità tutta sua. La sua sensibilità politica lo portò a “firmare” alcune proposte di legge che responsabilmente coinvolgevano l’intero Gruppo e il Partito della Democrazia Cristiana .
Mi riferisco alla legge quadro sul volontariato, alla tutela dell’embrione umano, agli interventi per la Piccola e media impresa o la riforma del trattamento fiscale per la famiglia compresa la detrazione del canone per le nuove famiglie e la lotta alla evasione fiscale. Come si può vedere temi di strettissima attualità.
Presentò una mozione per difendere la cultura della vita che si scontrò con il fronte abortista della legge 194. Non rinunciava pertanto a “sollecitare la politica ad assumere consapevolezza delle proprie responsabilità nei confronti della vita e ad intendere che per una indifferenza o per una rinuncia o per cinismo su queste frontiere si consumerebbe il suo declino irrimediabile, né più né meno la sua insignificanza”. Siamo convinti – affermava Martinazzoli – che la politica deve avere precisa coscienza dei propri limiti e che non le tocca alcun arbitrio nei confronti della libertà della scienza. Le compete però un dovere di tutela ultima di fronte al rischio di offese irrimediabili alla condizione umana …”
Non si può tralasciare il suo impegno nella riforma della contabilità di stato, la cosiddetta 468 del 1978, che sotto la sua presidenza sarebbe stata ampiamente modificata divenendo la legge 362 del 1988. Volle un momento di grande dialogo istituzionale nella Sala delle Capriate della Biblioteca della Camera, con la partecipazione di Carli, Amato, Andreatta, Guarino, Tarabini, Macciotta e tecnici di grande valore come Zaccaria, Salvemini, Giarda e Gaboardi. Aveva bene presente che occorreva la ricerca di buone regole insieme a impegni e comportamenti politici accettabili. Aveva il senso della responsabilità e del gesto personale e come Presidente del Gruppo dovesse dare il buon esempio evitando che nella legge Finanziaria delle scorrerie di quegli anni, nessuna iniziativa dovesse essere targata Brescia. Così come la riforma delle regole dovesse partire dai Regolamenti parlamentari.
Va ricordato come primo firmatario del progetto di legge del 14 aprile 1989 che prevedeva la riduzione del debito dello Stato e disposizione sul capitale di enti pubblici economici. A ben vedere si trattò di iniziative legislative lungimiranti con l’introduzione del fondo di ammortamento del debito pubblico rispetto a decisioni che saranno prese solo con grande ritardo.
Ma Mino Martinazzoli si pose con forza il problema della questione morale come momento di riconciliazione tra i cittadini e le istituzioni. La questione morale come momento di riordino istituzionale, economico e sociale. Volle un grande momento di mobilitazione intellettuale con Leopoldo Elia, Giuseppe De Rita, Roberto Ruffilli per superare la “quotidianità” e guardare con la necessaria tensione culturale e morale oltre l’orizzonte attraverso un aggiornamento della Costituzione, il recupero di efficienza dell’istituto parlamentare attraverso la revisione dei regolamenti, insieme alle grandi questioni come decreti legge e voti di fiducia che muovevano pericolosamente verso una progressiva alterazione.
La sua sensibilità istituzionale è fuori discussione. Nella sua analisi si percepiva una linea di movimento precisa, quella di considerare il Parlamento il luogo del confronto, di interpretazione e di rappresentazione della domanda sociale. Una visione ben lontana da chi voleva una marginalizzazione del Parlamento e una compressione dei corpi intermedi e delle formazioni sociali.
La fine della esperienza storica della  DC non ha un solo responsabile ma tanti responsabili!

Maurizio Eufemi

Lettera aperta al senatore Mirabelli

 

Onorevole senatore Mirabelli,

Ho letto la Sua dichiarazione ieri alla notizia della scomparsa dell’onorevole Nadir Tedeschi e l’ho trovata bella nella forma,  ma vuota nella sostanza. Nulla più che parole di circostanza. Ho conosciuto Nadir nel 1976 quando fu eletto alla Camera sull’ondata del rinnovamento zaccagniniano con 101 nuovi deputati su 265! Portó la sua esperienza e formazione  professionale in Commissione Industria insieme a valorosi colleghi come Citaristi, Merloni, Brini, Tesini Aristide Sangalli e tanti altri. Ricordo in particolare il suo penetrante impegno nella indagine conoscitiva sull’elettronica, allora ai primi passi!


E ho trovato molto ipocrita la dichiarazione del Presidente Fico che si ricorda degli ex a seconda delle circostanze o forse delle sollecitazioni di qualche alleato. E allora mi domando e domando che cosa Ella ha fatto per onorarne la memoria quando Nadir era in vita e quando veniva accusato come tutti noi di essere “ladri di privilegi” “ladri di vitalizi”, Lui Nadir deputato diligente, riservato, discreto ma fermo nelle convinzioni e nella azione politica. A Lui che era stato decurtato il vitalizio con l’insensato  metodo Boeri di oltre il 70 per cento avendo lasciato il Parlamento 34 anni fa! Nadir vittima dell’odio e della violenza brigatista! Io come parlamentare mi sono battuto affinché alle vittime del terrorismo fosse simbolicamente assegnata una medaglia d’oro!

E Nadir  ebbe questo riconoscimento insieme alle centinaia di altre vittime. Perché la Storia non si cancella!


E Nadir ha continuato a fare politica come Ella ha ricordato nella sua nota, anche con i suoi libri pubblicati in proprio perché con ci si separa dalla politica con la conclusione dei mandati elettorali. Fino a quando gli è stato possibile venire a Roma non rinunciava a passare alla sede della nostra associazione allora in vicolo Valdina per scambiare opinioni con il Presidente. E il vitalizio serviva anche a questo: a garantire una vita dignitosa e a mantenere un legame con la propria comunità.
Quale credibilità possono avere le Sue parole se non viene difesa la dignità di persone come Nadir offese da scelte demenziali avallate da quel Presidente Fico che pronuncia lacrime di coccodrillo!
Un Parlamento che sia alla Camera che al Senato mentre è impegnato nella riforma della Giustizia e del giusto processo non riesce - a distanza di tre anni - a chiudere i vari gradi di giudizio sui vitalizi impedendo a persone come Nadir di avere Giustizia!
Se avessi potuto sarei venuto ai funerali con lo stendardo della Associazione  ex parlamentari per onorarne la memoria!
Dunque caro senatore Mirabelli, meno ipocrisia e meno lacrime di coccodrillo. C’è un momento della vita in cui bisogna avere coraggio, quel coraggio che Nadir aveva!


Distinti saluti
On. Maurizio Eufemi

Salvatore Rebecchini è stato un grande sindaco, nonché un lucido interprete del centrismo degasperiano nella Capitale.

Il video dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), presente sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”, inquadra bene la figura del Primo cittadino di una Roma appena uscita dalla catastrofe del fascismo e della guerra. Occorre tuttavia ricordare lo stretto legame tra Rebecchini e la Dc di De Gasperi, altrimenti il profilo dell’uomo e dell’amministratore pubblico non corrisponde appieno alla giusta verità storica.

Ho riflettuto sulla bella presentazione di Salvatore Rebecchini, sobria, senza enfasi ma al tempo stesso attenta a rimarcare i tratti distintivi del personaggio, uomo di cultura, cattolico, modernizzatore, capace di scelte urbanistiche funzionali allo sviluppo della città e in prospettiva dellarea metropolitana. Il merito dell’iniziativa è dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) che ho avuto l’onore di presiedere fino a qualche mese fa, per poi passare la staffetta all’amico D’Ubaldo. Questa opera di ricostruzione storica è fondamentale. Forse alcune vicende avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, come ad esempio quella che all’epoca interessò la costruzione dell’hotel Hilton a Monte Mario, scatenando una delle prime aggressioni politiche alla Dc in nome di una esasperata e grezza questione morale. Nondimeno sarebbe stato interessante, su un altro piano, illustrare l’operazione che portò a realizzare il tunnel di Porta Cavalleggeri, funzionale al collegamento tra PonteDuca DAosta, via Gregorio VII e via Aurelia, verso il Grande Raccordo Anulare.  

Lo stesso successo non ebbe lipotizzato tunnel da Piazza di Spagna a Via Veneto per lopposizione dei radical–ambientalisti prima maniera, sempre guidati dallEspresso. Lidea in forma più ridotta e parziale sarà infine adottata per collegare il parcheggio di Villa Borghese a Piazza di Spagna e quindi alla stazione della Metro A. Si potrebbe andare avanti, cercando insomma di capire meglio, a beneficio di un’analisi più compiuta, cosa significasse negli anni ‘50 lafame di case per limpetuosa immigrazione e la crescita esponenziale della popolazione della città.

Tutto ciò premesso, è mancata a mio parere l’indicazione circa la collocazione di Rebecchini nel preciso contesto storico e politico. Era un civico prestato alla politica, ma fece una scelta di campo. Si presentò con le liste della Dc altrimenti non avrebbe potuto fare il sindaco con le sue sole forze. Governò la città nell’ottica di una grande opzione democratica, magari con una certa inclinazione al moderatismo, con ciò interpretando da par suo la funzione del centrismo degasperiano. Alla luce delle successive evoluzioni, ovvero con l’avvento del centro-sinistra in Campidoglio, la sua figura apparve consegnata a un tempo contrassegnato dalla subalternità del partito alla visione e alla iniziativa dei blocco moderato-clericale.

La scelta della famiglia sarà confermata anche dal figlio Francesco, senatore per cinque legislature, poi più volte sottosegretario, eletto a Roma, ma anche in Lombardia per volere di Albertino Marcora (uno dei leader della sinistra di Base). Posso anche comprendere che poi Gaetano, di fronte alla catastrofica diaspora della Dc, sia stato protagonista della nascita e della evoluzione di Alleanza Nazionale, cui ha dato un rilevante contributo culturale con il suo Centro di orientamento politico e con gli interessanti incontri di Palazzo Colonna. La stella polare della famiglia, tuttavia, non può che rimanere la Dc. E tralasciare questa appartenenza fa un torto al sindaco e alla Dc, nonché si potrebbe dire un torto a quanti di noi genitori zii e nonni lo hanno votato, Dalvatore Rebecchini, e sarebbero oggi orgogliosi di scelte come quelle da lui compiute nell’interesse della città.

Queste sono alcune puntualizzazioni semplici e modeste, in spirito di amicizia. Non rappresentano una critica, in definitiva, ma una amara riflessione perché spesso tocca fare i conti, ma stavolta incidentalmente, con le troppe remore che gravano sulla memoria della complessa vicenda democristiana.

Maurizio Eufemi e Mario Tassone, articolo pubblicato sul sito: "Il Domani d'Italia"

http://www.ildomaniditalia.eu/salvatore-rebecchini-e-stato-un-grande-sindaco-nonche-un-lucido-interprete-del-centrismo-degasperiano-nella-capitale/

ENZO CARRA, DAVIGO E IL 1993

IL FATTO

L'intervista

IL DOCUMENTO

L'interrogazione

IL DIBATTITO

Il resoconto integrale

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L'odiosa pretesa di Sofri: dettare la linea al Presidente della Repubblica e riscrivere la storia

Le parole di Sofri confermano che la stagione della Verità e della Pacificazio9ne è ancora lontana, lontanissima.

L’articolo di ieri su “Il Foglio” dell’ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, lascia basiti.

Condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, egli non si perita di richiamare il Presidente della Repubblica su ciò che deve dire e quanto deve dire.

Prende spunto dal Giorno della memoria per compiere sottilmente un’operazione di riscrittura della storia. Contrappone infatti il 9 maggio 1978 (via Caetani) al 12 dicembre 1969 (Piazza Fontana). La data, in ogni caso, è stata decisa da un libero Parlamento e va rispettata.
Coincide con la ricorrenza della uccisione di Aldo Moro, espressione più alta del sacrificio di un uomo di Stato, ed è dedicata a Lui e a tutte le vittime del terrorismo.

Le parole di Sofri confermano che la stagione della Verità e della Pacificazione è ancora lontana, lontanissima.
Permangono in vasti ambiti della cultura della sinistra ancora le teorie stragiste che hanno creato l’humus da cui è germogliato Il terrorismo che negli anni settanta ha insanguinato il Paese.

Schiere di intellettuali che assicuravano facilmente la loro firma a questo o quel manifesto, hanno indottrinato tanti giovani lungo un percorso di violenza e destabilizzazione, travolgendo ideali e scelte di civiltà. Hanno immolato, cioè, la loro vita inseguendo un disegno rivoluzionario, strumento di capi che si sono adagiati sull’onda di una fama e di una considerazione più o meno camuffata, certamente inaccettabile.

È questa la colpa più grave di cui si dovrebbero vergognare, facendo autocritica e raccogliendosi in un dignitoso silenzio.

Quando Aldo Moro il 6 aprile 1977, in un clima di escalation terroristica, parla a Firenze richiamando all’unità contro la violenza, lo fa perché erano state devastate sedi di partito e luoghi d’incontro. La sua denuncia è contro la “cieca ed irrazionale violenza sulle cose e sul significato profondo umano e politico che queste cose hanno“.

A cosa si riferiva? In verità erano state colpite sette sedi della Dc a Firenze, oltre quelle di Grosseto, e due di Roma. “Si contesta la Dc – disse Moro – perché essa è oggi come era ieri un grande ostacolo per coloro che volessero realizzare taluni obiettivi che noi non riteniamo non utili al Paese. Perché la Dc è la difesa non di interessi particolari, ma di intuizioni, di ideali, di valori che sono presenti nella società italiana: valori , ideali, intuizioni che il corpo elettorale ha dimostrato di non volere vedere trascurati”.

Moro aveva ben presente che “questa battaglia scatenata contro di noi è in fondo il segno di una nostra presenza efficace nella vita nazionale che si cerca di scardinare in qualsiasi modo“. Forse sarebbe bene rileggere l’articolo ritrovato in via Fani, non finito di correggere, sulla polemica tra due generazioni di comunisti (quella di Amendola e quella di Petruccioli) sulla esperienza del governo Tambroni, sulla rivoluzione del ‘68/69, su chi ha cercato con fermezza di respingere l’equivoca indulgenza verso chi voglia costringere con la forza ad una nuova forma di libertà, di convivenza e di consenso.

Perché Sofri insiste sul 12 dicembre 1969 e non sul 9 maggio 1978? Evidentemente perché vuole condannare una determinata matrice politica per la strage di Milano, con ciò preferendo “saltare” il riferimento all’assassinio di Aldo Moro. Vale la pena precisare, a riguardo, che il gesto terroristico veniva clamorosamente a colpire, con crudeltà, chi rappresentava il sistema di libertà e di democrazia, ovvero l’anima politica dello Stato che si voleva abbattere.

 

Maurizio Eufemi e Mario Tassone, articolo pubblicato sul sito: "Il Domani d'Italia"

http://www.ildomaniditalia.eu/lodiosa-pretesa-di-sofri-dettare-la-linea-al-presidente-della-repubblica-e-riscrivere-la-storia/

La concertazione di Ciampi, suggerita da Letta a Draghi, non è facilmente replicabile. Oggi serve ricostruire la centralità del Parlamento.

Solo un ruolo centrale del Parlamento può consentire di ripensare e ridefinire “regole del gioco”

 

Ieri il segretario del PD Enrico Letta con un articolo sul Corriere della Sera ha gettato un sasso nello stagno della politica con una proposta di indubbio valore politico. Ha richiamato il modello Ciampi dell’estate del 1993 come nuovo Patto Sociale per uscire dalla crisi. Va detto tuttavia che era stato preceduto dall’accordo sul costo del lavoro del luglio 1992.
Purtroppo – e lo riconosce lo stesso Letta – le condizioni oggi sono diverse. È indubbio che ne rendono difficoltosa la realizzazione. È diversa oggettivamente la situazione dei soggetti coinvolti a partire dai sindacati rispetto alla loro capacità di rappresentanza; poi i partiti della coalizione di governo lontanamente paragonabili alla struttura di Dc e PSI che in quegli anni, fino all’ultimo giorno della legislatura fecero il loro dovere senza titubanze nelle gravose decisioni parlamentari con forte senso di responsabilità.

La crisi del 1993 colpiva occupati e dipendenti e settori che avevano una proiezione sindacale, mentre oggi siamo una società polverizzata dalla tumultuosa crescita del terziario avanzato che è priva di rappresentanza perché lavoratori autonomi e partite IVA. Una crisi congiunturale nazionale di allora rispetto ad una crisi sistemica globale di oggi. Coloro che ritengono di interpretarne il disagio e le difficoltà non si assumono le responsabilità politiche fino in fondo come dimostra perfino il decreto sugli orari di chiusura dei ristoranti dove non si è riusciti a trovare un consenso bipartisan!
In quella fase congiunturale l’industria perse (soltanto!) 180.000 posti di lavoro nel 1992 e un 5-6 per cento di produzione industriale soprattutto nei settori più esposti alla concorrenza dopo Maastricht.

La crisi dei profitti delle imprese era attribuibile da un lato alla forte crescita della fiscalità complessiva cresciuta di dieci punti dal 1980 al 1990 superando il valore medio europeo soprattutto per l’incidenza delle imposte dirette cresciute di 5 punti e dall’altro ai crescenti oneri finanziari.
L’accordo con le parti sociali del luglio 1993, consolidando la politica dei redditi determinò una marcata riduzione del clup dal 3,8 all’1,6! Quello fu il grande merito di Ciampi, di porre le condizioni della ripresa negli anni successivi fin dal 1994.

Il 1993 sarà ricordato come l’anno dei “minimi” nel grado di utilizzo degli impianti, negli investimenti fissi lordi e in quelli netti ma anche l’anno della ripresa delle esportazioni.
Il segretario del PD pone poi, sullo sfondo e con forza una questione di grande rilevanza: la partecipazione dei lavoratori agli utili e alla governance dell’impresa. Anche se preferisco la dicitura “partecipazione alla vita e al destino dell’impresa” un principio determina un più forte coinvolgimento tra lavoratori e imprenditori e che riuscimmo ad inserire in un aspro confronto dialettico tra Parlamento e Governo nella legge delega di Tremonti nel 2003 ma che non fu poi esercitata dal governo!

Oggi riscoprire un nuovo modello di relazioni industriali e di democrazia economia può rappresentare l’occasione per guardare al futuro in modo innovativo superando i retaggi del passato. Enrico Letta ha avuto il merito di avere posto problemi che vanno oltre la pandemia e che necessitano di un consenso vasto per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo perché oltre le risorse c’è bisogno di un nuovo sistema di relazioni tra tutti i soggetti politici, sindacali ed economici del Paese.

Solo un ruolo centrale del Parlamento può consentire di ripensare e ridefinire “regole del gioco” che richiedono un coinvolgimento largo delle forze politiche e sociali riscoprendo la sede naturale del confronto politico.

Maurizio Eufemi - articolo pubblicato sul sito "Il Domani d'Italia"

http://www.ildomaniditalia.eu/la-concertazione-di-ciampi-suggerita-da-letta-a-draghi-non-e-facilmente-replicabile-oggi-serve-ricostruire-la-centralita-del-parlamento/

La storia della Dc è più complessa delle semplificazioni di Aldo Cazzullo

 

Ad una lettera coraggiosamente provocatoria di Cirino Pomicino pubblicata oggi sul Corriere risponde Aldo Cazzullo.
Pensavo di leggere un romanzo e di essere in confusione. Poi l’irritazione è scemata. È bastato rimettere le cose a posto.
Mi sono convinto che Cazzullo ha sbagliato le stagioni non quelle meteo, ma quelle politiche.
Non ha saputo distinguere tra il Fanfani, ministro di De Gasperi dell’etá del centrismo con il Fanfani del centro sinistra, dimenticando perfino Aldo Moro, protagonista assoluto degli anni sessanta.
Si finisce per confondere le idee dei più giovani se il piano casa di Fanfani non si colloca nell’azione dei governi De Gasperi e se la nazionalizzazione dell’Enel non si inserisce nell’accordo di centro sinistra così come le riforme sulla scuola.
Il tentativo maldestro di Cazzullo di ridurre una grande opera infrastrutturale come l’autostrada del sole, esempio virtuoso e anticipatore di financial project, a vicenda di clientelismo elettorale fa sorridere. Basta guardare la cartina geografica per rendersi conto che il tracciato della vecchia Cassia non era idoneo alla nuova infrastruttura. E il tracciato dell’alta velocità con fermata ad Arezzo, non è forse parallelo all’autosole senza che Fanfani abbia potuto intervenire per la sua Arezzo?
Si dimentica la democrazia interna, le regole statutarie della Dc, il congresso di Napoli, il tradimento degli alleati sulla legge elettorale dopo avere perseguito la politica delle alleanze, la nuova linea politica congressuale.
Si finisce di evitare ogni approfondimento sul dossettismo e sulla diffusione e penetrazione di Cronache Sociali.
E come dimenticare il carteggio tra Sturzo e De Gasperi con le preoccupazioni del 26 agosto del 1954 sui rischi per l’unità del Partito e per la instabilità di governo! Del resto già richiamato nella intervista al Messaggero del 1952 allo “ Stato forte”sulla “democrazia protetta”. Avrebbero potuto aiutare le letture dei diari di Nenni e l’intervista di La Malfa.
La storia della Dc è più complessa delle semplificazioni Cazzulliane.
Purtroppo ci accorgiamo come manchino le basi culturali per capire la Storia!


Possono essere di conforto le parole di Giovanni Spadolini, laico, storico e giornalista che da Presidente del Consiglio scrisse: “Oggi più che mai l’insegnamento che De Gasperi seppe trasmetterci e l’esempio che riuscì a dare alla nostra classe politica ci rende responsabili di fronte al paese; l’attaccamento alle Istituzioni, il senso dello Stato, il rispetto di ogni ideologia, l’accettazione di diverse esperienze che distinsero la sua opera, devono farci meditare ed indicarci la via da seguire”.

Maurizio Eufemi

Bisogna uscire dal ciclo perverso del populismo

Purtroppo i problemi non si risolvono solo indagando sui precursori dei populisti e del movimento del VDay.

 

Ad un acuto e incontrovertibile articolo di Marco Follini sul populismo ha replicato Michele Prospero sul “Riformista” invitandolo a smettere di sognare lo scudo crociato, per consolarsi con il triste epilogo degli eredi di Gramsci in una logica di mal comune mezzo gaudio!

 

Purtroppo i problemi non si risolvono solo indagando sui precursori dei populisti e del movimento del VDay. La lista sarebbe infinita. Sono cambiati gli interpreti, ma lo spartito era sempre l’antiparlamentarismo, esasperato da uno scandalismo senza limiti, fino all’uso di strumenti più sofisticati come quelli referendari e fino al sistema elettorale maggioritario, con sullo sfondo il presidenzialismo.

Poi in questi due lustri abbiamo visto colpito a morte il Parlamento nelle sue funzioni primarie – quelle legislative – dominate dall’Esecutivo, insieme ad una progressiva disarticolazione dei corpi intermedi compresi i Partiti che ne rappresentano la funzione più rilevante.

In nome dell’antiparlamentarismo veniva portata a compimento la demolizione di ogni memoria, utilizzando gli argomenti sulla Casta e della lotta ai privilegi. Sono stati i detonatori per un bombardamento progressivo e conventrizzare Montecitorio e Palazzo Madama. Cosicché oggi la Politica è nuda e chi ha responsabilità di governo o istituzionale non può essere né vaccinato nè tutelato per il furore giacobino imperante. Deve attendere il turno dell’età! È un grave errore, frutto di chi ha assecondato queste pulsioni senza avere il coraggio di fermarle per tempo.

Avverrà per i Cinque Stelle ciò che si registrò con l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini nell’immediato secondo dopoguerra quando la incapacità di darsi una qualsiasi struttura organizzativa ne provocò il declino. Purtroppo questa volta non sarà rapido come allora. Non c’è più la Dc! Restano i ricorsi della storia. Siamo passati da un commediografo Giannini ad un comico Grillo. Del resto, la Dc di De Gasperi usò la fermezza delle idee e la forza del Partito.

Ci soccorrono le parole del giovane Aldo Moro che nel settembre del 1945 sull’Osservatorio di Studium, affermava: ”Vorremmo essere benevoli per la politica dell’Uomo Qualunque, la quale non è poi una tattica contingente, ma una forma mentale e un abito di vita decadente (…) L’Uomo Qualunque, per non essere se stesso, è pronto a tutto, così ad accettare qualsiasi dittatura che nasce fatalmente dove al posto della ansiosa libertà dello spirito c’è il vuoto”.

Dunque prima di ogni altra cosa, prima ad esempio della parità di genere, c’è bisogno di riprendere il cacciavite per rimettere a posto gli ingranaggi del sistema, partendo dalla difesa delle Istituzioni e soprattutto dal Parlamento, sede della rappresentanza non solo di genere ma dei valori costituzionali. Il Governo Draghi può essere una utile occasione per ciò che rimane dei partiti e per guardarsi allo specchio, ripensando agli errori compiuti così da affrontare bene le sfide nuove.

 

Maurizio Eufemi - articolo pubblicato sul sito "Il Domani d'Italia"

Lettera aperta a Lucio D’Ubaldo presidente della Associazione Nazionale democratici cristiani in occasione della iniziativa politica per ricordare il 700 anno anniversario di Dante.

 

DANTE... TRA TOGLIATTI E DE GASPERI

Caro Lucio
Ho seguito l’interessante dibattito con Laporta su Dante partendo dalla citazione di Martinazzoli. Mi sono imbattuto - stimolato dalla riflessione odierna di Follini sul qualunquismo - in un discorso di Alcide De Gasperi che pronunció in un convegno dell’Alta Italia della DC il
1 luglio del 1945 a Palazzo Clerici a Milano integrato con quello di Venezia. Era sulle basi dello Stato democratico e la battaglia di domani. Erano i giorni dell’incarico a Parri di formare il nuovo breve governo. De Gasperi nel sottolineare la caratteristica di quella crisi evidenziava la “indissolubile, la indiscussa solidarietà tattica e sostanziale tra socialisti e comunisti” . Aggiungeva “Quando venne posta la candidatura di Nenni sono tutt’uno quando si discuteva sulla assegnazione dei dicasteri socialisti e comunisti si presentavano come due quindi bisognava dividere e assegnare i mandati, tre ai socialisti, tre ai comunisti. “
De Gasperi allora obietta a Togliatti: Ma siete due o uno? Togliatti che sa di letteratura rispose ricordando la frase da testa “ ed eran due in uno e uno in due”
De Gasperi va a controllare la frase dantesca. Si tratta di Bertrando De Born che appare a Dante col capo trovo che egli stesso tiene per le chiome e se lo porta innanzi a guisa di lanterna”


e il capo tronco tenera per le chiome,
di sè faceva a se stesso lanterna,
ed eran due in uno e uno in due:
com’esser può, quei sa che sì governa.
(Inferno, xxvIII)

Poi De Gasperi prosegue chiosando “Com’esser può “ anche oggi lo sa solo il Cielo; ma sarebbe decisivo anche sapere: la lucerna a chi fa la luce? a Nenni o a Togliatti?
questo passaggio dantesco forse  aiuta a riflettere più su De Gasperi che su Dante, sulla sua chiarezza delle posizioni politiche rispetto alla doppiezza, la sua religiosità, l’affidarsi alla Divina Provvidenza.
Dunque anche De Gasperi  possiamo associarlo alle celebrazioni del settimo centenario.
Non so se sono  andato fuori tema. Mi sembra giusto ricordare questo passaggio di una polemica politica del passato aspra ma elegante, forte ma con un linguaggio culturale profondo che va forse recuperato.

Poi De Gasperi al primo congresso della Dc quello celebrato nel 1946 alla città universitaria fa riferimento alla Cappella Sistina e usa l’immagine per illustrare quella immensa sinfonia biblica. “Si direbbe che Michelangelo dipingendo il volto grave del Padre abbia pensato al noto verso dantesco:


Lo Motor primo a lui si volge lieto
Dovrà tant’arte di natura, e spira
Spirito novo, di virtù repleto.

(Purg. XXV)


Se mai avvenisse che in Italia si spegnesse l’idealismo cristiano dovremmo temere che il popolo italiano non comprenderebbe più il suo Dante e il suo Michelangelo e passerebbe dinanzi a questa volta con la stessa freddezza e indifferenza come oggi si passa dinanzi alla storia degli “dei falsi e bugiardi del Belvedere” .
 

Maurizio Eufemi

http://www.ildomaniditalia.eu/dante-tra-togliatti-e-de-gasperi/

Marco Vitali: Il Sud esiste

In un tempo in cui il meridionalismo sembra cancellato dal dibattito politico, leggere il libro di Marco Vitale “il Sud esiste” con la raccolta di scritti e testimonianze offre spunti di meditazione sulle nuove vie da percorrere.
La pandemia nella sua drammaticità ha unificato il Paese - più di quanto appaia - nella lotta al virus superando retaggi ed egoismi diffusi. Cinquanta anni di impegno professionale nel Mezzogiorno come economista di impresa, offrono una lettura disancorata da pregiudizi ideologici.
L’economista lombardo accompagna il lettore in un lungo viaggio sul modello di Guido Piovene, con il racconto di tante storie vissute in prima persona, nel contesto in cui ha operato. È un libro di storia economica con dentro tante storie vissute, studiate, meditate, ragionate prima di pervenire alla definizione del piano di impresa che si scontra con il contesto socioeconomico di Regioni e di Comuni. Sono storie di agricoltura, di distretti agroalimentari o industriali, di trasporti, di porti e di aeroporti.
Pur partendo da lontano l’economista bresciano nel filo rosso che lega i suoi racconti, si muove con convinzioni profonde maturate nella vita quotidiana, ma ancorate a letture profonde. Così ritroviamo il livornese Leopoldo Franchetti, con le sue considerazioni sulla Sicilia, con le sue lotte all’analfabetismo, il bresciano Giuseppe Zanardelli, primo presidente del Consiglio a scendere di persona in Basilicata, attraversando il fiume Agri su carri agricoli trainati da buoi, l’inglese Norman Douglas con i suoi straordinari racconti sulla Vecchia Calabria. E troviamo anche l’ancoraggio teorico di molte convinzioni ad un libro recente di Daron Acemoglu e James Robinson rispettivamente del Mit e di Harvard sul “Perché le Nazioni falliscono. Alle origini di prosperità , potenza e povertà” . L’attualità della questione meridionale viene posta nella contrapposizione tra circuito virtuoso e circuito vizioso e tra prosperità e povertà in un gioco di specchi tra élite minacciose e persistenti.


Leopoldo Franchetti fu anche fondatore insieme a Giustino Fortunato dell’Animi, la prestigiosa Associazione ora guidata da Gerardo Bianco, che per prima sollevó la questione meridionale coinvolgendo i maggiori esponenti della cultura da Salvemini a Benedetto Croce, da Zanotti Bianco a Rosario Romeo e Manlio Rossi Doria.
Marco Vitale ci racconta del polo farmaceutico di Latina, Pomezia, Aprilia con gli investimenti di Pzizer e di altre aziende attratti da generosi contributi statali fiscali e finanziari della Cassa per il Mezzogiorno i cui confini si fermavano alle porte di Roma, ma determinarono un fiorire di imprese lungo l’autosole compresa l’area di Cassino e Frosinone. Crearono di certo sviluppo e occupazione e migliori standard di vita.
Erano di certo investimenti americani gestiti da troppo lontano con il supporto di manager pendolari che nella sociologia rurale facevano il paio con gli operai-contadini marchigiani e abruzzesi. Ci racconta delle porcellane tedesche a Teramo con la tedesca Villeroy & Boch che rileva due moderne fabbriche di piastrelle e sanitari con il disinteresse delle autorità locali rispetto all’entusiasmo del governatore di Detroit di fronte ad un investimento di una fabbrica veneta di minore dimensione nel ricco Michigan.
Illuminante è la storia dei 15 faldoni relativi alla operazione terminal container di Gioia Tauro della Contship di Angelo Ravano una storia di successo che si scontrava con le resistenze endemiche fino al punto che un Ministro di sinistra manifestó la sua contrarietà al collegamento ferroviario con il terminal di Gioia Tauro per comprimerne le potenzialità di sviluppo!
Ci racconta del caseificio di Corleone, dell’aeroporto di Comiso del rione Sanità e delle catacombe di Napoli e molto altro.
Sullo sfondo emerge con forza il pensiero sturziano sui temi sociali, politici, istituzionali e morali, racchiuso in alcune massime: “servire, non servirsi” come pure “il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno” ovvero “non vale la pena istituire la Regione per fare un copione della inabilità amministrativa dello Stato italiano” .
Marco Vitale non nasconde il suo modello di riferimento in Carlo Cattaneo con la convinzione profonda che lo sviluppo non è frutto del capitale, ma è soprattutto frutto della intelligenza, della conoscenza, della volontà, della autonomia, delle buone istituzioni.

Maurizio Eufemi - articolo pubblicato sul sito "Il Domani d'Italia"

http://www.ildomaniditalia.eu/marco-vitale-racconta-la-vitalita-del-meridione/

Là dove nacque la Costituzione Italiana: La Comunità del Porcellino: La Pira, Dossetti, Fanfani... e tanti altri. Un esempio da rivalutare.

 

La casa delle sorelle Portoghesi in via della Chiesa Nuova 14 a Roma, è stato uno dei cenacoli più straordinari d’Itala del dopoguerra:la cosiddetta “comunità del porcellino”.

Tra gli anni ’40 e ’50,il periodo delle grandi speranze della neonata repubblica, alcuni dei massimi rappresentanti del cattolicesimo politico italiano,trovarono qui una calorosa accoglienza. Nell’appartamento delle sorelle Portoghesi transitarono molti protagonisti dell’irripetibile stagione dell’Assemblea Costituente:da Giuseppe Dossetti, vicesegretario della D.C., a Giuseppe Lazzati, futuro Rettore dell’universita cattolica di Milano; da Giorgio La Pira futuro sindaco di Firenze, ad Amintore Fanfani. Nella Comunità si poteva passare per mangiare un piatto di paste e fagioli, essere ospitati a lungo, programmare, dissentire, proporre, discutere.

E FARE LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA!!

Ma in quell’appartamento, in quella vicenda vi era un particolare legame Emiliano perchè la figura centrale di tutto fu certamente Giuseppe Dossetti, ma a quella comunità si legarono anche altri come Paolo Prodi, futuro Rettore dell’università di Trento e fratello del piu celebre Romano, Piero Morselli, allora giovane reduce di guerra, passato dalla tragica esperienza dei campi di concentramento tedeschi, impegnato a Reggio Emilia nel primo dopoguerra in consiglio comunale prima e provinciale poi e chiamato a Roma proprio da Dossetti a far parte del suo staff nella vicesegreteria nazionale della Democrazia Cristiana, infine esponente di spicco del movimento cooperativo, infine Iolanda Armani, cuoca tuttofare della casa reggiana anche lei, mandata da Ines Dossetti, mamma di Giuseppe, in aiuto alle sorelle Portoghesi nella gestione della casa.

Attraverso quella straordinaria avventura umana,politica, legislativa e istituzionale di quel gruppo di persone che nei primissimi anni del dopoguerra, anni in cui in trattoria si mangiava maluccio e gli alloggi erano scarsi, si ritrovarono ospiti delle sorelle Pia e Laura Portoghesi in due appartamenti al civico 14 di via della Chiesa Nuova a ridosso di Corso Vittorio Emanuele II nel cuore della Roma barocca.

Ma perchè quel gruppetto di persone si diede il nome di comunità del “porcellino”? L’Italia appena uscita malconcia da una guerra perduta era in condizioni disastrose; un bracciante polesano pagato 11 mila lire al mese, doveva lavorare dodici ore per comprare una dozzina di uova; un operaio milanese 6; un impiegato 4: Noto l’episodio raccontato dallo scrittore Gesualdo Bufalino che raccontava come una vicina di casa avesse tolto il saluto a sua madre accusandola di averle restituito un uovo più piccolo di quello preso in prestito!

Sui giornali campeggiava la pubblicità dell'”Ovomaltina”, con un uovo umanizzato che sedeva su un trono , con una corona regale in testa: ”Il signor Uovo è diventato ricco a forza di essere caro e guarda tutti dall’alto in basso:evitate uova e usate Ovomaltina!”

Anche in casa delle sorelle Portoghesi si mangiavano abbondanti minestre, poca carne, molte patate. E quando l’allora Presidente dell’Azione Cattolica prof.Vittorino Veronese si presentò con un bel porcellino farcito, sembrò a tutti un apparizione.Che si combinò con il tormentone di Laura Bianchini, prima ospite della casa, bresciana d’origine, partigiana, deputata della D.C. alla Costituente, donna di modi spicci con un carattere montanaro che quando perdeva le staffe etichettava i suoi interlocutori e soprattutto i suoi commensali con l’epiteto “TU SEI UN PORCO!”. Detto fatto la comunità fu ufficialmente costituita con tanto di pergamena controfirmata da padre Caresana in qualità di “notaio”. E la programmazione di una festa per celebrare l’avvenimento con un invito giuridicamente barocco che diceva :”Alle ore 21 del giorno 11 giugno 1947, tutti li abitanti onorevoli o no,di via della Chiesa Nuova 14 piani I e piano IV et loro eventuali et gradevoli amici, trovar debbonsi alli festeggiamenti che terransi nei saloni…”

Quella casa non fu soltanto la fisica abitazione di Laura Bianchini, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Angela Gotelli, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, ma soprattutto il luogo in cui queste persone dettero vita ad una comunità fraterna ed operosa, la “COMUNITA’ DEL PORCELLINO” che costituì il crogiuolo dello spirito e delle idee che essi portarono nell’Assemblea Costituente. Inoltre c’era un idea del BENE COMUNE e della necessità di cercare, cercare ed ancora cercare sempre una sintesi, perchè la politica non si fa con slogan, emozioni, paure, ma con una sintesi del pensiero di ciascuno che abbia il senso della cittadinanza. Senza rimuovere il proprio passato, le proprie idee, la propria cultura, le proprie aspirazioni, ma cercando sempre e comunque una sintesi. Basti pensare a come Fanfani e Lazzati fossero provenienti da esperienze molto diverse, opposte!:il primo travolto quando era un giovane professore da una “sbandata” fascista e si era spinto a scrivere che:”Per l’Italia l’impero non è un lusso, ma il necessario completamento delle nostre possibilità”. Il secondo per aver rifiutato il giuramento alla Repubblica Sociale Italiana, era stato internato nei lager nazisti. Con i criteri della politica di oggi avrebbero dovuto scannarsi e non lo fecero. Anzi. Cercarono al contrario insieme a tutti gli altri, così diversi l’uno dall’altro, di trovare sempre punti in comune.

Una lezione di politica, di sobrietà e di dedizione istituzionale straordinaria una lezione di vita oggi inesistente nella politica attuale forse perchè manca il prerequisito: IL PENSIERO!

Anzi mi viene in mente a proposito dell’immagine tenera e pura del Porcellino di casa Portoghesi che sia attuale il sarcasmo di Carlo Alberto Salustri, in arte TRILUSSA:

 

“La vorpe, ner compone un ministero chiamò tutte le bestie meno er porco:un portafojo a quello? Ah no davero, dice, Nun ce lo vojo: E’ troppo sporco.E difatti pr’ io lo stimo poco, je disse er cane, e nun je do importanza: ma un majale ar governo po fà gioco p’avè l’appoggio de la maggioranza!”

 

Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto Mounier – Italia

Articolo tratto dal sito dell'Istituto Mounier.

Il mio ricordo di Ombretta Fumagalli Carulli

Affrontó il problema del debito dei paesi del terzo mondo portando all’Onu il grande tema della giustizia sociale

Ho conosciuto Ombretta Fumagalli Carulli fin dal 1987 quando fece il suo ingresso a Montecitorio nella decima legislatura dopo il mandato parlamentare al consiglio Superiore della Magistratura.
Entró in Parlamento nel pieno della maturità con un forte bagaglio di esperienza professionale.

Era docente di diritto canonico alla Universita Cattolica. Eppure in quella sua prima legislatura fu impegnata nel duro lavoro istruttorio delle Commissioni: dalla Giustizia alla Giunta delle Autorizzazioni a procedere per finire alla Commissione Antimafia guidata da Gerardo Chiaromonte. E non mancó di manifestare nelle sedi interne le sue forti preoccupazioni rispetto ai tentativi palesi ed occulti di criminalizzare la storia della Dc associandola a connivenze con la mafia. Un giorno, in una riunione interna espresse una posizione dura, durissima come sanno fare le donne forti dei loro convincimenti, anche scontrandosi con uomini e donne del suo stesso partito. Si avvalse della collaborazione femminile di Fiorella Pellegrini che aveva una grandissima esperienza maturata con Amos Zanibelli per tanto tempo Vicepresidente del gruppo Dc. Quindi un tandem al femminile molto solido e determinato.

Dunque nella Dc prima si maturava nell’esercizio delle funzioni parlamentari, poi si veniva catapultati in funzioni di governo. Questa era la regola che premiava il lavoro parlamentare.

Non proprio come oggi dove assistiamo alla investitura di personaggi collocati in posti di responsabilità di governo senza alcuna esperienza e conoscenza professionale.

Poi Ombretta verrà la chiamata al Governo, prima in quello Ciampi al Dicastero delle Poste, poi alla Protezione Civile nel governo D’Alema dove portò innovazione e modernità, quindi alla sanità nel governo Amato due.

Mi piace ricordare il suo forte impegno per l’Intergruppo parlamentare che partito nel 1998 in occasione del ventennale del pontificato di Papa Wojtyla, in occasione del giubileo del 2000 determinò la costituzione di cinquanta intergruppi di cinque continenti. In 7.000 saranno in Vaticano nel segno di Thomas Moore per il Giubileo dei rappresentanti del popolo.

Poi l’Intergruppo affrontó il problema del debito dei paesi del terzo mondo portando all’Onu il grande tema della giustizia sociale e del dialogo tra i popoli. Era una questione affrontata scientificamente dal grande economista Luigi Pasinetti fin negli anni ottanta.
È anche il segno della forza della cultura cattolica e della Cattolica che sa guardare ai problemi planetari privilegiando il bene comune agli egoismi.

Maurizio Eufemi

Articolo di Maurizio Eufemi pubblicato sul giornale online "Il Domani d'Italia"

Assemblea Associazione democratici cristiani

 

Mercoledì scorso 10 marzo si è tenuta l’Assemblea della Associazione democratici cristiani fondata nel 1999 da Carlo Alberto Ciocci. 

Ho svolto una relazione sullo stato della situazione politica, sulle iniziative svolte durante la mia presidenza che consideravo di transizione e rassegnando le dimissioni per ragioni strettamente familiari ho proposto che l’amico Lucio D’Ubaldo fosse eletto in mia sostituzione. Tutti i soci sia in presenza che per delega hanno alla unanimità convenuto sulla mia proposta. 

Di questo sono particolarmente felice perché passo il testimone ad un amico capace di svolgere con passione e competenza quel ruolo culturale che l’associazione si propone nelle sue finalità statutarie. 


Lucio D’Ubaldo, anche come direttore della testata "il domaniditalia" sarà altresì in grado di garantire la continuità della azione politica salvaguardando la testata proseguendo nella difesa dei valori e della nostra storia. Potranno essere altresì cooptate nuove figure e personaggi per rilanciare la azione politica. 

Da parte mia continuerò ad essere vicino con un impegno culturale così come ho sempre fatto. 

C’è anche un collegamento tra il nuovo Presidente Lucio e il fondatore Carlo Alberto  e sta nelle responsabilità che entrambi hanno avuto a diversi livelli nel comune di Roma. 

 

La scomparsa di Franco Marini

Voglio ricordare Franco Marini con questa foto del luglio 2013 quando alla Sala del Cenacolo in Palazzo Valdina abbiamo celebrato con Bartolo Ciccardini, Gerardo Bianco, Roberto Mazzotta in una sinergia tra Istituto Sturzo e Associazione Nazionale Partigiani Cristiani il settantesimo del Codice di Camaldoli. Era lì a testimoniare la sua Fede nei principi ricostruttivi dei democratici cristiani.
Potrei aggiungere tanti altri ricordi privati e pubblici che affondano negli anni settanta e ottanta  del sindacalismo, poi in quello parlamentare e ministeriale. Infine quelli  più intensi di collaborazione nell’Ufficio di Presidenza quando Franco Marini rivestiva la alta funzione di presidente del Senato.
 

Dal Governo Ciampi al Governo Draghi

Il quadro politico attuale è profondamente diverso

 

Si fa un paragone improprio quando si accosta il governo Ciampi con quello in formazione di Mario Draghi.

Il Governo Ciampi del 1993 ottenne alla Camera 309 voti favorevoli , 185 astenuti e 60 contrari. Per la nascita del Governo Ciampi fu determinante il ruolo della Dc che non abdicó alle sue responsabilità di partito di governo ponendo al centro della azione politica, il rigore nei conti pubblici per recuperare fiducia e credibilità, una politica dei redditi con il concorso dei sindacati e delle imprese. Ciampi fu proposto al Presidente della Repubblica Scalfaro da Martinazzoli su indicazione del capogruppo Bianco come ha testimoniato lo stesso Martinazzoli nel suo libro memorialistico.

Non mancarono con Ciampi momenti di vedute significativamente diverse come alcune scelte sulle privatizzazioni e in particolare sulle public company.
Il quadro politico attuale è profondamente diverso.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il fallimento della esplorazione del Presidente della Camera sulla riproposizione di un Conte ter, si è assunto la responsabilità di affidare l’incarico a Draghi, per il suo prestigio internazionale, al fine di formare un governo di salvezza nazionale, partendo dalla assenza di una base parlamentare che dovrà essere costruita con la forza di Draghi, del suo programma, della sua credibilità .
Non vediamo oggi una forza politica che si assuma quel gravoso onere che ebbe con coraggio e determinazione la Dc.

Si stanno infatti smarrendo su questioni minori e pregiudiziali politiche piuttosto che affrontare i tre grandi obiettivi indicati da Mattarella.
Il Presidente incaricato Mario Draghi supererà agevolmente la difficile prova perché tutte le forze politiche sono senza via d’uscita. Assisteremo a turbolenze in tutte le forze politiche; si determineranno scissioni e ricomposizioni perché è in gioco il futuro del Paese che non può essere affidato a dilettanti. Le risorse europee richiedono programmi, valutazioni idonee, piani esecutivi controlli stringenti.
Il Paese guarda con fiducia alla nuova fase che rimuove equilibri più avanzati, quelli si legati ad una visione demartiniana, non legittimati dal voto popolare che hanno portato ad uno spreco assistenzialista riponendo al contrario la necessaria attenzione a rideterminare le condizioni per lo sviluppo del Paese.

 

Maurizio Eufemi

Articolo di Maurizio Eufemi pubblicato sul giornale online "Il Domani d'Italia"

L’esploratore

Il mandato esplorativo si avvia alla conclusione dopo quattro giorni di “confessioni” e di riunioni collegiali. La location è stata ambientata al piano nobile di Montecitorio con Biblioteca del Presidente, Sala della Lupa e Sala della Regina utilizzate dall’esploratore per dipanare il filo della crisi e portare al Quirinale una difficile ricomposizione della maggioranza.
Si sono intrecciati temi impropri come il contratto di programma che spetterebbero al Presidente del Consiglio incaricato e la struttura del governo che è stata trattata in un tavolo parallelo a livello di partiti anziché di gruppi parlamentari.
Sono stati adottati accorgimenti per salvare la forma con l’esploratore che appare e scompare nella collegiale e un programma che diventa un verbale!
Può bastare tutto ciò per superare i contrasti sulla governance del Recovery, sulla inadeguatezza della composizione del governo, sui veti e controveti, sulla riduzione dei superpoteri paralleli, sulla rimozione delle cause della crisi?
Crediamo di no. Ecco perché il Conte ter è difficile che possa vedere la luce dopo il mandato al l’esploratore, ma solo dopo un incarico formale in cui le trattative tornino nella sede del piano dell’Aula di Montecitorio.
Non è allora il problema del rigoroso rispetto delle procedure costituzionali quanto la necessità di passare da una accentuata fase mediatica ad un concreta volontà di affrontare le ragioni della crisi che richiedono riserbo, disponibilità e serietà.

Il gruppo marmellata

 

Nonostante il buco di 14 miliardi sul Recovery plan l’argomento del giorno è la Costituzione di un gruppo marmellata con 4 sigle di fuorusciti da destra e sinistra con l’aggiunta di prestiti da sinistra.
Emerge che questo gruppo è guidato da un senatore Merlo sottosegretario agli Esteri che usa la Farnesina per riunioni di partito. Questo stesso Merlo è quello  che si è contraddistinto nel marzo scorso per i ritardi nel ritorno dei nostri connazionali bloccati in Argentina.
Questo stesso Merlo dovrebbe decidere sulle nostre scelte di investimento con le relative condizionalitá e sulle nostre tasse compresa la riforma del catasto, lui che è eletto in Argentina e li dovrebbe pagare le imposte certamente diverse dalle nostre imposte tasse e addizionali varie ?
E lo scontro di questo gruppo marmellata di 10 persone di cui 4 gruppetti è un prestito verteva sulla sigla perché alla sen Lonardo moglievdi Mastella è stato impedito di inserire la figlia del suo partitino campano.
Tutto era ed è finalizzato ad avere il riconoscimento giuridico che i gruppi parlamentari costituiti nei due rami del Parlamento di potersi presentare alle prossime elezioni politiche senza raccogliere le firme!
Dunque il pacco e il contropacco!
Questa è la miseria della giornata di ieri.
Altro che Ricovery plan. !
Altro che europeismo di fuorusciti che fino a ieri demonizzavano l’Europa!
E si eviti di macchiare una parola nobile come il centro democratico che ci riporta alla nobiltà degasperiana, con lo squallore di questi giorni!

Ps centro democratico oggi è il partitino di Tabacci, era la formula governativa con cui De Gasperi varó alla Assemblea Costituente il 19 dicembre 1947 il
Suo governo con PRI e Psli per un allargamento della base ministeriale alle forze di democrazia socialista e della tradizione repubblicana, nominando Saragat e Pacciardi vicepresidenti del Consiglio Facchinetti ministro della Difesa e Tremelloni ministro dell’Industria.

 

Mediobanca nello sviluppo del Paese.

Ieri è stato presentato il volume dello storico economico Giovanni Farese “Mediobanca e le relazioni internazionali dell’Italia” sulla internazionalizzazione dell’istituto di credito fra il 1944 e il 1971, dunque per tutto il periodo della ricostruzione e del miracolo economico.

Ne hanno discusso, dopo il saluto del Ministro dell’Università Manfredi, Giorgio La Malfa, Sabino Cassese, Valerio Castronuovo, Sergio Romano.

Un parterre di grande qualità e competenze che a vario titolo ha vissuto quegli anni e ha consentito di arricchire il dibattito con ricordi ed esperienze personali. Con questo libro si prosegue l’azione di divulgazione di Mediobanca aprendo gli archivi alla conoscenza di fatti determinanti per le scelte economiche del Paese. Sono emerse le caratteristiche di un gruppo finanziario, coeso, con una forte rete diplomatica, proteso alla internazionalizzazione non solo come maggiore capitalizzazione, ma come arricchimento di esperienze manageriali, con un alto concetto dello Stato, con un interesse per il Mezzogiorno, l’attenzione al vincolo esterno, lo sguardo all’Africa e alle sue potenzialità di sviluppo, con scelte che favorivano tutto il sistema industriale, dal settore energetico a quello automobilismo, a quello della infrastrutturazione come la diga sullo Zambesi e le vie di comunicazioni verso il porto di Dar es Salaam nel contesto di raffinerie e attività portuali.

La linea guida era di “capire le imprese studiando i bilanci”.
Mediobanca è stato il luogo del sindacato di controllo dei grandi gruppi privati ma anche il collo di bottiglia delle grandi operazioni pubbliche e private.
Tutto ciò guardando ai principi di una economia di mercato piuttosto che ad una economia pianificata, all’interesse pubblico, allo Stato Regolatore e non alla deriva di uno Stato imprenditore che accentua i salvataggi e perde di vista l’economicità di gestione come purtroppo avverrà sul finire degli anni settanta e nel successivo decennio, con l’Iri come conglomerata che non poteva sopportare il peso delle perdite di alcuni comparti industriali.
Nel dibattito il grande assente è stato il ruolo della politica. Potrebbe essere un merito nascosto quello di avere avuto rispetto per l’Istituzione Mediobanca interloquendo prevalentemente in modo corretto con la Autorità di vigilanza, la Istituzione Banca D’Italia come dimostrano i rapporti De Gasperi, Einaudi e Menichella. È stato opportunamente sottolineato il rapporto distaccato del Gruppo con il regime fascista e soprattutto l’opportunismo mussoliniano nel concedere spazio senza interferire guardando ai vantaggi generali. Cuccia “avversó il regime senza farne postumo sfoggio” scrisse recentemente Vincenzo Maranghi.
Se c’è un rammarico in quanto ascoltato ieri è stato nel non vedere adeguatamente evidenziato il ruolo fondamentale dell’Iri attraverso le le Bin (Credit Comit e Banco di Roma) le tre banche di interesse nazionale presenti nel capitale, nel patto di sindacato, con quote maggioritarie e fondamentali nel fornire i mezzi finanziari nelle operazioni di raccolta del risparmio e di valorizzazione del risparmio a medio e lungo termine. Così come il fondamentale legame tra politica industriale e politica fiscale per determinare il successo di politiche di sviluppo. Come non ricordare il successo dei certificati di deposito di Mediobanca nella raccolta per favorire impieghi produttivi.
È sufficiente scorrere l’elenco degli amministratori di Mediobanca fino al 1982 nel volume dedicato a Cuccia con le sue relazioni al Bilancio per trovare Saraceno, Ventriglia, Stammati, Barone, Guidi, Alessandrini, Ferrari Aggradi. Per non parlare di Giordano dell’Amore o Massimo Spada ex Ior dal 1950 al 1975.
L’internazionalizzazione è stata possibile per le non facili scelte europeiste del dopoguerra che furono politiche e non erano scontate. Luigi Einaudi nel 1897 aveva scritto su La Stampa un articolo per gli Stati Uniti di Europa! Era un europeismo in chiave transatlantica anche per le remore postbelliche di Regno Unito e Francia verso il nostro paese stringendo la nostra azione.
Il progressivo spostamento di attenzione dalle grandi imprese alle medie imprese era in linea con la evoluzione del sistema economico che richiedeva risposte nuove così come trovavano anticipazione seppure limitata strumenti come il venture capital joint venture e l’attivitá di merchant banking.
Poi naturalmente, come è ovvio che fosse, lo sguardo è stato rivolto alla attualità, alla assenza di una politica industriale, la caduta delle grandi imprese nella struttura produttiva, alla perdita di posizioni nello scacchiere internazionale, dall’Africa al Medio Oriente dal Corno d’Africa fino a Mare Nostrum, ma soprattutto alle grandi capacità e conoscenze di uomini di valore che ponevano al primo punto l’interesse pubblico.

Maurizio Eufemi
 

Articolo di Maurizio Eufemi pubblicato sul giornale online "Il Domani d'Italia"

La governance e il Recovery Plan

Il punto ancora scoperto del Recovery Plan è la governance!
Cancellata quella iniziale che cristallizzava tutto il potere a Palazzo Chigi esautorando il
ministro dell’Economia, ancora non sappiamo quale direzione si vorrà prendere.
Potrebbe essere quella della delega alla Ricostruzione come nel Governo Parri con Enesto Rossi sottosegretario da luglio a dicembre del 1945 e nel Primo De Gasperi con il Ministero che fu affidato a Ugo La Malfa, da dicembre del 1945 a luglio 1946, non proprio un dilettante come dimostrerà la sua storia personale e politica. De Gasperi seguiva da vicino i dossier economici e finanziari anche per superare le valutazioni non concordanti tra Pella e Vanoni. Per coordinare la politica economica e finanziaria aveva rilanciato il CIR comitato interministeriale per la Ricostruzione nominandone segretario generale Mario Ferrari Aggradi! De Gasperi aveva l’umiltà di farsi dare lezioni di economia da Mario Ferrari Aggradi come ha ricordato Giorgio Tupini nelle sue testimonianze.
Oppure c’è la strada del Cipe comitato interministeriale della Programmazione economica ora diventato anche per lo sviluppo Sostenibile oppure del Cipi comitato interministeriale programmazione industriale che fu istituito con la legge 675 del 1977 per la riconversione industriale, soppressò nel 1993 con la legge 537.
I modelli non mancano.
Importante è fare una scelta in cui sono chiare e trasparenti le responsabilitá verso il Parlamento evitando la proliferazione di Authority che sfuggono a qualsiasi controllo.
I cosiddetti costruttori dovrebbero prendere esempio dai veri ricostruttori del dopoguerra.

Roma, 16 gennaio 2021

De Gasperi ha dato molto all'Italia

 

Il confronto Ortolina-Tarquinio, riproposto ieri da “Il Domani d’Italia”, sulle affermazioni di Gramellini a proposito di De Gasperi “uomo di destra liberale”, offre notevoli spunti di riflessione. Per De Gasperi parla la storia, anche quella “parlata”, nel senso di testimonianze orali e scritte.

Ne ho ritrovata una che Andreotti pronunciò a Milano, in occasione dei cinquant’anni dal decesso, per il ciclo delle iniziative della Fondazione De Gasperi. Andreotti metteva in evidenza lo stretto collegamento tra politica estera e politica interna nell’opera dello statista trentino. Fondamentale la concezione di un Patto Atlantico collegata alla costruzione dell’Unione Europea, superando le resistenze di ambienti cattolici contrari a patti militari grazie al colloquio dell’ambasciatore Tarchiani, azionista, non uno “della nostra parrocchia”, con Pio XII.

Poi il riformismo, con una socialità vera e concreta, con iniziative sociali come la riforma fondiaria, spezzando il latifondo, e la Cassa per il Mezzogiorno, per superare i divari nord-sud, tutte cose che toccavano grandi interessi. Se ne ebbe prova con il calo di voti nel 1953. Non va dimenticato, a tale proposito, il ruolo degli agrari nell’avvento del fascismo.
Inoltre aggiungiamo il metodo democratico, nel significato più proprio, ovvero come metodo incentrato sul criterio che le regole non possono essere aggirate. Il concetto di De Gasperi era quello presente nella Bibbia: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

Va detto con chiarezza che De Gasperi respinse sempre le spinte della destra, non propriamente malagodiana, ma più ben più accentuata e aggressiva. Respinse anche le suggestioni antidemocratiche di alcune strutture dello Stato che temevano di non riuscire a fronteggiare i comunisti con mezzi ordinari. C’era il cruccio del 1922, quando si produsse inusitatamente la sconfitta del metodo democratico proprio perché in tanti si erano illusi di potere far cadere il governo in Parlamento dopo la Marcia su Roma.
De Gasperi, uomo delle coalizioni, fu abbandonato dai suoi alleati – da Saragat e dagli altri – nelle elezioni del 1953. E quando fece un estremo tentativo di ricomporre il quadripartito, chiedendo ai monarchici una non belligeranza sotto forma di astensione, la risposta fu No. Andreotti riporta un giudizio di Achille Lauro su De Gasperi: “È veramente ‘sta persona così importante? Ma è uno che ha più di 70 anni e non ha una lira?”. Un giudizio incongruo, senza dubbio, che a tutti sembrò il modo migliore di elogiare la personalità di De Gasperi.

Vorrei concludere con una bella frase di Giorgio Rumi, storico cattolico di affinato ingegno, sull’uomo della Ricostruzione: “De Gasperi era il presidente del Consiglio di tutti, compresi i liberali, gli azionisti, i socialisti, i comunisti, con un senso di uomo di tutti, di uomo che ha tale funzione, in cui il partito, la fazione, la corrente, il raggruppamento ecclesiale non vincono mai su questa signoria della coscienza, senza paraventi e difese se non la dignità”. È un grande insegnamento di cui possiamo e dobbiamo far tesoro ai giorni nostri.

Articolo di Maurizio Eufemi pubblicato sul giornale online "Il Domani d'Italia"

comunicati 2020

Il Parlamento sotterraneo di Mario Nanni

 

Mario Nanni, una vita in Parlamento come cronista parlamentare  della Agenzia Ansa  ci ha deliziato con ricordi che in noi hanno suscitato altri ricordi. Attraverso i personaggi della Prima Repubblica Mario Nanni racconta il Parlamento che era e che non è più, così come i protagonisti coinvolti nella vita parlamentare e il mondo di allora. Lo fa attraverso aneddoti personali che diventano però momenti storici incancellabili. Ne viene fuori un senso di rammarico,  di disagio, di sofferenza  per la situazione attuale che ha finito per ferire, lacerare, indebolire la sede più alta della rappresentanza popolare. 

Cinquanta anni di vita parlamentare sono raccontati con scrittura agile da Mario Nanni che ha riversato  ricordi del suo cassetto della memoria.

C’è un invito, una esortazione ai giovani cronisti che si tuffano in questa professione a darsi un  metodo di lavoro ad un sacrificio ulteriore in difesa della “memoria” per non disperdere la conoscenza dei fatti che nella società liquida e nella velocità del progresso tecnologico rischiano di diventare una perdita irrecuperabile. Il passaggio dalla nota cartacea al post di fb non è senza conseguenze.

Oggi, attraverso le piattaforme tecnologiche di istituti di cultura o di Fondazioni,  noi ritroviamo le note stampa di Giulio Andreotti che aveva il metodo dell’archivio e del diario, consentendo di ricostruire il percorso dalla fase di elaborazione a quella della pubblicazione sui quotidiani del tempo. Oggi tutto  annega in un eccesso di comunicazione di difficile ricostruzione. Le note dei diversi leader politici erano poi più pensate, più accurate nella forma e nel linguaggio perché frutto di maggiore meditazione e di confronto. L’aspetto più preoccupante è il venire meno della figura centrale del cronista che in piena libertà elaborava la notizia dopo averla cercata e trovata dando spazio alle diverse opinioni,  consacrando una piena libertà di stampa che oggi appare compromessa da una verticalità che limita il confronto relegando la figura del cronista impossibilitato agli accertamenti doverosi dalla compressione dei movimenti interni al Palazzo. Nel periodo di Mario Nanni il cronista, con intelligenza e determinazione, poteva trovare la notizia. Oggi gli resta solo la condivisione. !

Mario Nanni affronta i  temi dell’antiparlamentarismo come fenomeno degenerativo più recente partendo dal qualunquismo di Giannini. Vengono ricordati i momenti del decisionismo craxiano che era sottostante alla idea di una grande riforma che portò alla abolizione del voto segreto per le leggi di spesa e a successivi processi di  delegificazione e semplificazione più di facciata che reali; così come la progressiva crisi nella selezione delle classi dirigenti, fino al ventennio del  giustizialismo.  Nanni riconosce la cristallina chiarezza e semplicità lessicale della Costituzione rispetto agli eccessi di tecnicismi, alle citazioni, ai rinvii come “catene di Sant’Antonio” che fanno perdere il filo al cittadino.

Lo fa attraverso episodi che riguardano grandi personaggi Craxi Spadolini Andreotti Berlinguer, De Mita, Cossiga, Violante, Leone, Togliatti, Tatarella, Almirante, Sciascia Pochetti,  Pecchioli,  Pertini,  Prodi,  Martelli,  Berlusconi,  Conte e tanti altri. Lo fa attraverso il Transatlantico il luogo politico per eccellenza, la Commissione di Inchiesta, perché le “vasche” consentono di farsi vedere, di dimostrare la tua amicizia il tuo interlocutore, l’argomento della conversazione che il cronista attento cercherà di sviluppare per trovare la “notizia”. Lo fa attraverso luoghi del potere come lo studio di Andreotti o lo studio di Moro in Via Savoia lontano dai Palazzi del Potere, la residenza di Craxi sia il Raphael che Hammamet. Lo fa attraverso episodi e vicende collegati ai delfini politici di De Martino, di Craxi, di Berlusconi,

Il libro di Nanni è una difesa del Parlamento nel suo decoro, nel suo linguaggio, nell’abbigliamento rispetto a quello d’oggi e dei nuovi  protagonisti. 

Le riflessioni di Nanni affrontano anche le fasi del passaggio dalla velina al retroscenismo e soprattutto un tema spinoso come la commistione tra comunicazione e informazione, due mondi che dovrebbero restante distinti e che invece rischiano di distorcere il sistema informativo, anche per i riflessi delle fonti di finanziamento dirette e indirette come i veicoli pubblicitari. La crisi della informazione è dimostrata dalle conferenze stampa senza domande, che sono la rappresentazione plastica della crisi e della progressiva disintermediazione informativa. 

La risposta di Nanni è di puntare ad una informazione di qualità. 

Il libro di Mario Nanni, sulla scia del precedente come “il curioso giornalista”, è una lezione di giornalismo con una etica del dovere cioè quella di dare notizie vere, verificate.

Articolo di Maurizio Eufemi pubblicato sul giornale online "Il Domani d'Italia"

 

PANDEMIA: Lo Stato tra sussidi e sviluppo

 

 

 

articolo comparso sul giornale online "democraticicristiani"

La Federazione di Centro, un passo avanti nella ricomposizione


La pregevole, articolata relazione del Presidente della Federazione di Centro, Giuseppe Gargani, messa in rete anticipatamente ha permesso di determinare un confronto più compiuto tra i partecipanti alla video discussione.

Sono stati affrontati i temi centrali e le relative criticità che colpiscono il Parlamento, la Magistratura e il pericoloso conflitto istituzionale tra Stato e Regioni conseguenza della avventata riforma del Titolo V della Costituzione.

V’è stato un generale apprezzamento per una riflessione profonda, ad ampio spettro, che ha posto nel preambolo una strategia culturale prima che politica.

Personalismo ed individualismo come cause della crisi con perdita di identità e di moralità.

Oggi, Gargani, proprio nel suo articolo sul Dubbio pone l’accento sul metodo democratico dei Congressi DC, sulla partecipazione viva. Un partito che fa Congressi con il metodo democratico, non con il sorteggio degli oratori che si confrontano con la videocamera piuttosto che con le persone.

Dunque non possiamo essere alleati neppure con quanti si alleano con chi rifiuta lo Stato di diritto.

Perché qui è in gioco il Parlamento e la sua funzione, che é stato progressivamente demolito attraverso i suoi istituti vivi, poi delegittimato con la campagna mediatica anti casta, fino alla riduzione della rappresentanza.

Dunque l’esigenza è ripartire da quel trenta per cento che ha rifiutato slogan propagandistici e vuole affrontare i reali problemi del Paese con serietà e rigore. È da lì che si deve ricomporre e riaggregare.

Gargani faceva riferimento a Montesquieu che non è una firma fantasiosa, ma un civil servant che difende i principi della divisione dei poteri in contrapposizione a Rousseau che non è solo una piattaforma, ma un pensiero populista e giacobino.

Gargani ha affrontato anche il deterioramento della funzione giudiziaria, ma aggiungo anche quello degli organi di garanzia come la Corte Costituzionale con sentenze opache e contraddittorie che alimentano dubbi e incertezze senza dire quelle parole chiare che sarebbero necessarie.

È stato molto significativamente fatto riferimento alla questione morale posta da Enrico Berlinguer negli anni settanta e alla deriva giustizialista degli anni novanta con Tangentopoli che portò alla delegittimazione del Parlamento di partiti storici e di una intera classe dirigente.

Siamo in una fase storica in cui i desideri sono diventati realtà; la uguaglianza é diventata una pretesa. Si utilizza il Covid per realizzare uno Stato dove prevalgono protezioni, garanzie e politiche di sussidi senza anticorpi. Ciò produrrà cicatrici profonde nel tessuto economico e sociale se contestualmente non si fa una operazione di verità sui conti pubblici e non si affronta il problema del debito pubblico generato da uno Stato mamma, uno Stato Protettore.

Il siamo tutti uguali porta all’appiattimento, alla mediocritá, alla assenza di competizione, a scelte di basso profilo.

È stato approvato un documento per verificare entro il 15 dicembre i risultati delle riflessioni interni dei singoli partiti e delle associazioni. La piattaforma programmatica è quella formulata dalla Fondazione delle idee elaborate dal Prof. Giannone.

La spinta è quella - pur avendo la storia e gli ideali nel cuore - verso un soggetto nuovo, con un simbolo nuovo, per porsi come novità nella credibilità per dialogare con quanti si riconoscano in questi ideali senza pregiudiziali.

Nessuno pensi di fare una M&A con prelievo di sangue fresco di Associazioni e corpi vitali.

È stato compiuto un deciso passo in avanti nella ricomposizione, nella riaggregazione di forze che si ispirano alla dottrina sociale, al personalismo mounieriano e mariteniano, ai valori costituzionali, all’europeismo e alle scelte di progresso green.

Siamo allo snodo di un percorso difficile. Forse ci è di aiuto rileggere le parole scritte da Aldo Moro su Vita e Pensiero proprio 76 anni fa, il 25 novembre del 1944 sul “dinamismo del centro” tra Camaldoli e le idee ricostruttive di De Gasperi.

Il centro non è una posizione per nulla comoda e facile, non è di riposo... il vecchio si adatta e si rinnova ed il nuovo si svolge in collegamento continuo e fecondo con il passato.... Il centro non è un punto immobile, ma un processo, faticoso, impegnativo e ricco di incognite...

...Si tratta di assicurare la continuità del processo e perciò accelerare il nuovo, potenziarlo nel suo vigore, ma controllarlo al tempo stesso. ...Si tratta di educare generazioni nuove e classi che accendono in modo confuso verso il potere.


Roma, 26 novembre 2020

In ricordo di Bruno Lazzaro

 

Ieri nella chiesa di San Gregorio Nazianzeno  in Vicolo Valdina abbiamo ricordato i nostri colleghi defunti nell’anno 2020. Un lungo elenco di nomi, di uomini e donne, personaggi della prima Repubblica, ciascuno di loro con una storia imponente, straordinaria. 

Lo abbiamo fatto per rispettare una tradizione e dare continuità tra passato e presente, proprio quello che taluni vorrebbero cancellare. Ci siamo stretti insieme al celebrante don Francesco Pesce che ha avuto parole significative per tutti noi. L’elenco era interminabile e ogni figura, nota e meno nota, ha svolto un ruolo significativo nelle Istituzioni democratiche.

 

La pandemia ha impedito che questi nostri defunti potessero avere la larga partecipazione di quanti ne hanno apprezzato le virtù e le opere. 

 

Nel leggere i nominativi l’attenzione mi è caduta su Bruno Lazzaro di cui non sapevo della scomparsa il mese scorso. Era una persona gioviale, comunicativa al tempo stesso riservata. Lo incontravo quasi quotidianamente perché abitava a pochi passi dal Senato e dalla Camera che continuava a frequentare con altri colleghi come Riccardo Triglia, già presidente dell’Anci, Alberto Spigaroli, il repubblicano Claudio Venzanzetti. Non era un tavolo di reduci ma di uomini  che avevano servito le Istituzioni  con disciplina ed onore. 

Bruno Lazzaro era un esponente della Dc del Lazio che aveva maturato la ricchezza della conoscenza dei problemi. Era stato eletto sindaco di Nettuno a 28 anni. In quella consiliatura aveva un Eufemi, non del ramo democristiano, ma laico, come assessore. Aveva affrontato i problemi dello sviluppo economico impetuoso con scelte lungimiranti, tra queste vanno ricordate l’idea del Porto turistico  di Nettuno, costruito non senza difficoltà da Impregilo dell’ing. Gilardini e il Piano Regolatore comunale. Il ministro dei LLPP  Fiorentino  Sullo garantì la prima tranche di finanziamenti statali. Nettuno anticipò con quella scelta la soluzione delle problematiche che sarebbero emerse su vasta scala con la  forte diffusione della nautica da diporto. Pose attenzione alla realizzazione di infrastrutture primarie come le fognature e i servizi di pubblica utilità. 

Dopo la guida del Comune entrò  nella neonata Assemblea Regionale del Lazio dove fu eletto per tre legislature con importanti incarichi negli assessorati al Bilancio, alla Pubblica Istruzione e alla Sanità e in ultimo alla Presidenza del Consiglio Regionale. Candidato alle elezioni europee del 1989 pur prendendo oltre 120 mila voti di preferenza, fu primo dei non eletti. 

Poi l’elezione al Senato e l’esperienza della legislatura breve, quella della cancellazione della Dc. Rimase orfano, ma il suo cuore era sempre per lo scudo crociato. È in quella fase che i nostri rapporti furono più stretti perché si interfacciava con  la Camera sui problemi quotidiani. Seguiva la Commissione di inchiesta su bnl Atlanta. 

Eppure su Wikipedia di Bruno Lazzaro non troverete nulla, se non scarne notizie. Eppure Bruno Lazzaro insieme a tanti validi amministratori rappresentava il cuore pulsante della Dc quello che portava esperienza, sensibilità, saggezza nella risoluzione dei problemi della Regione e del Territorio. Quella classe dirigente,  oltre i grandi leader,  è stata la forza di un partito la Dc che portava nelle Istituzioni persone, competenti e valide, ricche di passione, capaci di affrontare la decisione politica dopo avere ascoltato gli iscritti nelle sezioni la sera, e affrontato il confronto delle correnti di partito. Era una escalation di competenze nei diversi gradi di governo locale e nazionale. 

Bruno Lazzaro anche dopo l’esperienza parlamentare, abitando a due passi dai Palazzi, della Politica voleva ancora stare dentro i problemi, viverli, parteciparli. Apparteneva a quelle persone che nella riservatezza trovavano il modo per operare concretamente come era nello stile della originaria  corrente fanfaniana.

 

 

Maurizio Eufemi

 

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia"

http:://www.ildomaniditalia.eu/In ricordo di Bruno Lazzaro

Oggetto: Riflessioni sulla federazione di centro

Federazione di centro

Cari amici per l’incontro di oggi 20 ottobre c.a. avevo predisposto questo breve intervento che sottopongo alla vostra cortese attenzione solo per non disperderlo.
Lo avevo scritto domenica mentre il mio amico Flavio Felice pubblicava una bellissima nota su Röpke, e questo aveva stimolato ancora di più la mia riflessione. La grandezza di Röpke è sconosciuta ai nostri giovani eppure é stato ispiratore di Adenauer e di Erhard nella ricostruzione della Germania. Era grande amico di Einaudi e ammiratore  di De Gasperi. i suoi scritti sono straordinari soprattutto sul rapporto tra economia e politica. Sostenitore dei corpi intermedi e critico verso Rousseau, per stare nella attualità. Ha offerto una lettura interessantissima della Enciclica Mater er Magistra.
E allora,  fatta questa premessa,  ecco cosa avevo meditato.

Sarò breve.
Questo incontro si colloca a cento anni dal famoso discorso di Sturzo del 1 ottobre 1920 a Milano,  quello sulla crisi economica e crisi politica. Rifletteva la situazione di rifiutare l’alleanza con i liberali affiancati ai fascisti. Anche allora uscivamo da 90 miliardi di debiti.

Siamo chiamati ad un passaggio credo scontato: la presa d’atto di un fallimento, fallimento politico e culturale.
Abbiamo assistito ai soliti giochetti, alle solite furbizie, non da prima Repubblica,  ma da bassa Repubblica.
La Federazione é morta nella culla dell’atto costitutivo a cui hanno purtroppo creduti quanti come voi che siete qui rappresentanti di Associazioni culturali e del terzo settore e del volontariato che sentivano la esigenza di riaggregare nel solco di un filone culturale quello spazio politico oggi negato e potersi contare per contare.
Quale prospettiva di Congresso si può avere se in questi mesi abbiamo assistito al tradimento dell’idea di quanti con il retro pensiero hanno privilegiato la scelta egoistica rivelatasi fallimentare  raggiungendo percentuali tali da assicurare piccole rendite di posizione e di potere locale. È inutile portare casi specifici.
La idea della Federazione è stata tradita non presentando il simbolo con meschine giustificazioni. È stata negata la speranza a quanti di Voi non credono alle porte girevoli, a chi entra ed esce dalle alleanze indifferentemente di destra o di sinistra pur di conquistare qualcosa ma  senza alcuna credibilità.
Voi volevate la affermazione di una cultura, di una idea senza baratti senza compromessi presenti e futuri.
Oggi é il momento di fare chiarezza. Oggi dobbiamo dare risposte credibili ripartendo da zero, con nuovi uomini, nuove idee, nuovo simbolo gettando pesanti zavorre compromettenti.
Non voglio ripetere quanto ha detto in modo puntuale ed apprezzato Mario Tassone sia nei giorni scorsi che a   Saint Vincent.
Oggi è in discussione la democrazia parlamentare vulnerata nella rappresentanza e nella funzione con la rottura dell’equilibrio del rapporto con il Governo fissato nella Carta.
Oggi va combattuto il centralismo propagandistico di Conte. Altro che illusione di partecipare alla creazione del partito contiano!
Oggi sono in discussione con l’alibi del Covid le libertà fondamentali con i tentativi di comprimerle con i DPCM.
E veniamo alle alleanze.
C’è uno spostamento verso il Centro senza alcuna coerenza. Lo abbiamo visto nelle giunte rinnovate. Nessun riconoscimento a forze moderate forti nei valori.
E sposto in ultimo quello che nelle riunioni Dc era al primo punto: la politica estera. Si partiva da lì per inquadrare la presenza dell’Italia nel panorama internazionale.
Oggi invece è tutto precario. Sembriamo collocati sui non allineati, senza prese di posizione sul Venezuela, sulla Armenia, ondeggiando tra Cina e Stati Uniti.
C’è il fatto nuovo della scelta di Salvini su suggerimento di Pera di avvicinarsi al PPE. Sarebbe una soluzione numerica e non politica. Sorprende che  non sia stato fatto rilevare il problema della democrazia interna e l’adesione non dovrebbe maturare sui programmi e sugli ideali del PPE?
Non viene forse replicato l’errore fatto con Berlusconi quando aderì al PPE con sommo rammarico del pentito Buttiglione che si è sentito tradito più volte ! Chi si sentirà tradito da Salvini?
Salvini ha la grande responsabilità di avere fatto il governo con i cinque stelle con Di Maio, Toninelli, illudendosi di guidare l’agenda.
Dovrebbe cedere sovranità all’Europa non solo a istituzioni democratiche ma questo dovrebbe valere per tutti i partiti personali: Salvini Meloni Berlusconi e Casini

Assisteremo al paradosso di un Salvini dentro il PPE e e noi europeisti da sempre popolari della migliore  tradizione in continuità con gli ideali degasperiani   fuori dalla porta senza possibilità di incidere il corso della storia.
Non basta peró  passare disinvoltamente da Peron a Pera...
come direbbe Bartali l’l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare.
La federazione se vuole nascere deve farlo con uomini nuovi credibili. Dunque senza Cesa e senza Rotondi che hanno altri obiettivi e altri interessi.
Con un simbolo nuovo, con un programma innovativo, ma un programma politico non si inventa si vive come direbbe  Sturzo ma  con  i contrasti e le lotte nella audacia delle affermazioni e nella fermezza delle negazioni.
Gli avvoltoi della Dc ancora volteggiano su brandelli del partito e della sua storia per un pasto a basso costo. Forse c’è ancora qualcosa di nascosto su cui volteggiare impedendo la ricomposizione dell’unità e nell’oblio  del testamento politico di

Aldo Moro.
Scusate il disturbo.

Maurizio Eufemi

20 ottobre 2020

In ricordo di Vittorio Mathieu

È deceduto Vittorio Mathieu nella sua casa di Castiglione.Un filosofo, un pensatore straordinario, professore di filosofia a Torino. Maestro di generazioni di studenti. Ricordo la sua eleganza e la sobrietà. Amava e viveva in campagna dove trovava ispirazione. Ho  avuto la fortuna di conoscerlo negli anni ottanta quando scrisse “la filosofia del denaro” per i tipi di Armando,l’editore che ha diffuso in Italia con successo il pensiero di Popper, presentandolo in un istituto culturale sul Gianicolo vicino a Porta San Pancrazio, oggi quell’edificio è stato  trasformato in un albergo stellato.
Poi altre occasioni di incontro con la Rivista Fondamenti guidata da Gerardo Bianco Valerio Verra e Massimiliano Pavan per cui scrisse un saggio su una monografia dedicata ai Principi dell’economia che vedeva tra gli altri gli scritti di Lawrence Klein, pimpante Nobel, Sergio Ricossa Henri Lepage Bernard Schmitt Antonio Fazio.
Per Mathieu il denaro non è altro che libertà quantificata. Portava l’esempio delle api che non scelgono il loro comportamento in vista del proprio vantaggio e in funzione del comportamento altrui. Per loro sceglie la natura.Nel rapporto economico ciascuno sceglie ciò che vuole fare del proprio vantaggio. Ciò connette l’economia al diritto privato: la libertà contrattuale.
Manifestava delusione per i modelli macroeconomici che derivavano da confusioni concettuali sua per l’economia keynesiana che per quella monetarista per le difficoltà di prevedere il futuro ma anche il passato.
Perché le formule matematiche sino meccanismi che elaborano ciò che uno gli mette dentro: da sole non bastano, nè a produrre concetti, nè tanto meno a correggerli.
Poi ci sarebbe molto altro, soprattutto il richiamo ad occuparsi dell’uomo , rimuovendo teorie che hanno portato trincerandosi dietro sofismi alla spoliazione del risparmio e del lavoro.
L’estremo saluto alla Gran Madre di Torino.


 

Si allarga lo Schieramento del NO

Se si vuole arginare la deriva anti casta e antiparlamentare c’è una sola via

 

Oggi con un lungo articolo sul messaggero anche Romano Prodi si schiera sul fronte del No.

 

È una scelta significativa per l’autorevolezza della persona che dal 1996 ha caratterizzato la fase del sistema elettorale maggioritario e della contrapposizione con la leadership di Silvio Berlusconi.

 

Oggi anche Romano Prodi, alla vigilia di un referendum costituzionale che riduce gli eletti in nome di un furore antiparlamentare riconosce i limiti di un sistema che non garantisce la libertà di scelta dei cittadini dei propri rappresentanti. Questa libertà di scelta è stata soffocata attraverso le candidature multiple, con le liste bloccate esaltando la negatività dei nominati e comprimendo il libero esercizio della funzione parlamentare.

 

Anche Renato Brunetta richiama aspetti sottovalutati come il maggiore peso del nord rispetto al Mezzogiorno e al resto del Paese come pure il rafforzamento dei poteri forti. Si tratterebbe di un clamoroso autogol di chi ha fatto nascere un governo in opposizione a Salvini che sarebbe beneficiario di scelte contraddittorie e paradossali.


La riforma costituzionale determina una rottura degli equilibri costituzionali subordinandola ad una legge elettorale che dovrebbe avere il consenso largo delle forze politiche.

 

Gli equilibri vengono rotti sul voto del Presidente della Repubblica, sugli organi costituzionali, sulle autorità di garanzia.

 

Il Pd ha compiuto un grave errore politico senza via di uscita. Non ci sarà compromesso accettabile per uscire dall’angolo, neppure un voto in commissione sulla legge elettorale a ridosso del referendum. La legge elettorale richiede consenso e tempi di maturazione che non possono essere i pochi giorni che ci separano dalla data della celebrazione del referendum confermativo.

 

Se si vuole arginare la deriva anti casta e antiparlamentare c’è una sola via: quella di una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento sufficientemente alta, con principi che rispettino la rappresentanza territoriale, il pluralismo culturale del Paese, e sopratutto la reintroduzione delle preferenze cioè il momento più alto della libertà di scelta.

Solo così si potrà ricreare un nuovo rapporto tra cittadini e Istituzioni facendoli ridiventare arbitri, per citare il libro di Roberto Ruffilli, delle loro scelte.

 

Maurizio Eufemi, Mario Tassone

http://www.ildomaniditalia.eu/si-allarga-lo-schieramento-del-no/

La rete unica nelle telecomunicazioni

In una esaustiva intervista al quotidiano La Stampa, Vito Gamberale, affronta i problemi della rete unica nelle Telecomunicazioni con uno sguardo al presente ma anche con obiettivi giudizi sugli errori del passato.
La questione di fondo che Gamberale pone senza pregiudizi è l’assetto proprietario della ex Telecom che ha avuto un assetto diverso dal modello perseguito con Eni e con Enel con OPV laddove la presenza dello Stato è stata garantita con una quota inferiore al trenta percento, tale da aprire significativamente ai privati, ai fondi di investimento, ad investimenti di lungo periodo, mantenendo la guida operativa, le scelte operative e la strategicitá.
Vito Gamberale per il ruolo di protagonista avuto nella storia di Telecom ripercorre i momenti storici, in particolare quelli del 1994 e del 1998. Lo fa senza sconti anche nei confronti dell’uomo di governo Ciampi, presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro protagonista di precise scelte politiche, distinguendo dal Ciampi apprezzato Presidente della Repubblica.
Nel marzo del 1994, infatti, nella fase finale del governo Ciampi, la licenza del secondo gestore delle telecomunicazioni fu assegnata senza gara.
Nel processo di privatizzazione del 1998 fu decisa l’uscita della presenza dello Stato dalle Telecomunicazioni con la formula del nucleo stabile o nocciolino duro che portò alla scalata a debito di Telecom con tutto le conseguenze che abbiamo registrato compreso il depauperamento del poderoso patrimonio immobiliare che fu polverizzato.
Dunque la strada indicata è quella di una forte presenza dello Stato nella costruzione e gestione della rete unica delle telecomunicazioni ioni. Ciò richiede manager di livello a garanzia degli investimenti e dei risultati gestionali.
Pur nelle difficoltà politiche del 1992 - 1994 la Dc ebbe il coraggio di guardare oltre il presente e in una lettera al Presidente Ciampi, Bianco, come capogruppo alla Camera, d’intesa con Martinazzoli, ribadiva l’adozione di provvedimenti in linea con il parere parlamentare delle tre commissioni riunite Bilancio Tesoro e Attività produttive, sul riordino delle PpSs con scelte in materia di azionariato diffuso e di voto di lista, tutela degli azionisti di minoranza, regime fiscale per favorire la destinazione del risparmio verso il capitale di rischio. Tutto ciò era in coerenza con l’affermazione di una democrazia economica partecipativa.
Del resto Romano Prodi nel suo libro “missione incompiuta” riconobbe che il suo ruolo era chiaramente quello di chi deve smontare il motore. L’Iri andava smantellata perché erano maturati gli ultimatum europei e sul modo di privatizzare il dibattito era aperto, golden share, nocciolo duro, elenco dei settori da conservare.
Dunque la navigazione fu a vista con tutte le conseguenze che vediamo sotto i nostri occhi. Ecco interrogarsi come fa Gamberale su questi trenta anni di politica economica non è un esercizio retorico, ma una operazione di verità di cui abbiamo bisogno e che non dovrebbe riguardare solo manager affermati ma anche esponenti politici di tutte le forze politiche.

Cinque stelle per l’ignoranza

Geografia
Storia
Diritto
Economia
Lingue 

Brillano le stelle dell’ignoranza in geografia scambiando Il Venezuela con il Cile, il Libano con la Libia, Matera come provincia della Puglia; collocano la Russia nel Mediterraneo; in Storia non va meglio definendo la Francia una democrazia millenaria; fanno combattere Napoleone a Auschwitz invece che ad Austerlitz; i Mille sbarcano a Quarto! il leader cinese chiamato per nome invece che per cognome; in economia per l’ex ministro del Mezzogiorno  il pil sarebbe cresciuto  per consumo di Energia dei condizionatori; scambiano il latino con l’inglese.
Bilancio alla mano volevano dare 5.000 euro a pensionato!
Infine per combattere la casta scomodano anche i morti di percepire il Vitalizio.

E queste stelle dell’ignoranza vogliono fare la riforma costituzionale del Parlamento! La lista potrebbe essere infinita, ma per dirla a cinque stelle sono stato breve e circonciso!

Recovery fund e controllo parlamentare

"Non c’è bisogno di inventarsi delle nuove cose, basta applicare il buonsenso e le regole che già abbiamo”.

Così afferma L’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, in Parlamento dal 1983. Tutto vero se il Parlamento funzionasse come dovrebbe e svolgesse le funzioni di indirizzo e di controllo.
La questione è stata posta rispetto all’utilizzo del Recovery fund, con l’accentramento di tutto alla presidenza del consiglio, tagliando anche le funzioni proprie del  Dicastero del Tesoro.
Eppure l’idea della commissione bicamerale non è peregrina. Quando fu emanata la legge sulla ristrutturazione e riconversione industriale la cosiddetta legge 675 , fu costituita una commissione  di controllo ad hoc proprio per valutarne la applicazione insieme ai programmi per le partecipazioni statali. La presidenza fu affidata ad un senatore del PCI Milani. Era la fase della solidarietà nazionale.
In quella commissione furono designati autorevoli rappresentanti dei partiti: da La Malfa a Napoleoni, da Barca a Colajanni da Grassini a Merloni, da Eugenio Peggio a Mario Ferrari Aggradi.
Eppure Casini é lo stesso che nella scorsa legislatura si è dimesso da Presidente della Commissione Esteri per andare a presiedere la commissione di inchiesta sulle banche. Quella azione di indagine avrebbe potuto farla benissimo la commissione Finanze!
Per non parlare di quando nella decima legislatura ha rivestito la carica di vicepresidente della commissione Stragi, presieduta da Gualtieri. Anche quel lavoro avrebbe potuto svolgerlo la commissione Affari Costituzionali.
Ah la coerenza! A giorni alterni, anzi a legislature alterne!
 

Maurizio Eufemi e Mario Tassone: Esiste ancora lo Stato di diritto?

È tempo di perseguire i veri trafugatori dei malloppi!

A leggere le prese di posizioni di esponenti grillini, anche di quelli con responsabilità istituzionali e di governo sembrerebbe di No!
Tutto diventa un optional che può essere preso a piacimento! Non v’è rispetto per le Istituzione che rappresentano.
Tutto può e deve essere cancellato in nome del populismo e della demagogia!
Come se il Coronavirus possa diventare un utile alibi per sospendere la democrazia prima e i diritti dei cittadini poi!
Facciamo il punto. I cinque stelle hanno tenuto una manifestazione il 15 febbraio a Piazza Santi Apostoli in piena emergenza sanitaria! Hanno impedito il funzionamento corretto della Commissione contenziosa con le dimissioni di una loro rappresentante, alla vigilia della sentenza con pretestuose motivazioni politiche e non giuridiche; poi il blocco del Coronavirus ha impedito il normale svolgimento delle attività che sono riprese in Senato come nel resto del Paese.
Hanno preteso di utilizzare il percorso della Autodichia perché i componenti rispecchiavano lo stesso orientamento del’Ufficio di Presidenza! Quindi la pretesa di imporre una decisione di maggioranza. Come se vi potesse essere un automatismo politico sganciato da ogni responsabilità giuridica. Poi con il risultato negativo pretendono di mettere tutto in discussione in nome del giacobinismo grillino piuttosto che di uno stato di diritto!
C’è da preoccuparsi per il livello di ignoranza che possono e potranno utilizzare nell’agire quotidiano. Poi abbiamo il responsabile politico protempore Vito Crimi nella doppia funzione di viceministro degli Interni, quella si immorale che accusa gli ex parlamentari di “avere preso il malloppo! “ con il significato spregiativo che ne sottintende.
Ci piacerebbe conoscere il tasso di presenza del viceministro al Ministero degli Interni!
Tutto ciò dopo la sentenza di una articolazione di un organo costituzionale dello Stato.
Una tale dichiarazione rappresenta qualcosa di eversivo che dovrebbe far sobbalzare commentatori televisivi, e della carta stampata non solo persone di buon senso!
Ecco allora che tutta la vicenda assume un problema più vasto e profondo che non quello del ricorso di ex parlamentari in età avanzata che hanno servito con onore e dignità le istituzioni e che qualcuno vorrebbe infangare e bruciare nel falò della storia.
Non lo permetteremo costi quel che costi.
Crediamo nello Stato di diritto e faremo tutti i passaggi che l’ordinamento prevede per difendere lo Stato di diritto. !
Se Crimi, Di Maio, Taverna non sono in grado di capire i principi del diritto possono sempre chiedere aiuto ai collaborazionisti o ai Cozzoli di turno!

Articolo comparso sul giornale online Il domani d' italia

http://www.ildomaniditalia.eu/esiste-ancora-lo-stato-di-diritto/

Gli Stati generali dell’economia e la palazzina Algardi.

Immaginate la contentezza dei romani per la location di Conte per gli Stati generali dell’economia per un tempo così lungo: ben 10 giorni.
La Palazzina Algardi con lo splendore dei suoi giardini si trova all’interno di Villa Pamphili ormai parco pubblico con unico ingresso stradale su via Aurelia Antica, la strada che unisce il Gianicolo e Porta San Pancrazio e la Via olimpica passando con via Piccolimini, un balcone sulla Basilica di San Pietro.

 

È una bretella lunga e stretta con alti muri ai lati. Non lontano dall’ingresso della residenza di rappresentanza del Governo ci sono gli ingressi pedonali dei visitatori che  vanno nel parco con i bambini oppure a correre. Immaginate le misure di sicurezza cosa hanno comportato.? Poi verso porta San Pancrazio si trova Villa Abemeleck, meravigliosa residenza dell’ambasciatore prima delle repubbliche Socialiste Urss e poi della Federazione russa a Roma, con un grandissimo parco di decine di ettari che costeggia via delle Formaci e arriva fino a Porta Cavalleggeri. Poi prima di arrivare a Porta San Pancrazio si trova il Vascello la sede del Grande Oriente d’Italia.  Tutta quell’area fu luogo della guerra per la Repubblica Romana tra i garibaldini e i repubblicani guidati da Giacomo Medici del Vascello e le truppe pontificie con l’ausilio dei francesi. Senza dimenticare poi sulla destra lo storico ristorante lo Scarpone, antica trattoria romana nata con la Repubblica Romana celebrata da Petrolini e Trilussa.


Sono luoghi densi di significati storici che non possono essere banalizzati.
Oggi quel quadrante è una area di collegamento tra i quartieri di Trastevere Monteverde, Aurelio, e il non distante Stato del Vaticano.
La Palazzina  Algardi diventa da oggi la sede degli stati generali dell’economia, ma i primi a domandarsi cosa sta succedendo saranno i romani abituati a passare distrattamente su Via Aurelia Antica mentre li si sta discutendo su come impegnare i programmi di sussidio e di debito con risorse europee, vedendo straordinarie misure di sicurezza in una zona lontana dai clamori della politica.

Attualità politica e metodo Ciampi

 

Oggi Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di fronte alla attualità politica con Stati generali, piani di rinascita , libri dei sogni, ha ricordato il metodo Ciampi.
Forse è bene rileggere uno dei due interventi che Ciampi fece da senatore a vita nel 2006, uno in Commissione Finanze è quello successivo in Aula a distanza di pochi giorni sulla Legge Finanziaria.
Ebbi il privilegio di parlare prima del Presidente Ciampi e di osservare e ascoltare le Sue parole che restano scolpite.

Seduta del 26 novembre 2006 commissione Finanze sede consultiva  sulla Legge Finanziaria 2007. Tabelle 1 e 2

CIAMPI (Misto). Signor Presidente, l’ambiente confidenziale mi induce ad una riflessione sui lavori della Commissione, di oggi e dei giorni prossimi, e sul futuro della discussione del disegno di legge finanziaria nell’Aula del Senato. Sono argomenti sui quali ho impegnato una vita di lavoro e credo di conoscere abbastanza la loro evoluzione storica.
La prima considerazione si ricollega a quanto detto dal senatore Eufemi sulla procedura di bilancio. Ritengo che sia ora, anche in base ad un’esperienza ormai decennale, di ripensare e di riconsiderare la procedura attuale: dal DPEF di primavera si arriva fino agli ultimi giorni dell’anno per approvare la legge finanziaria, evitando così l’esercizio provvisorio.

Questa procedura va rivista.
Nel rivederla, per semplificarla, forse sarebbe necessario porre l’attenzione anche sul momento della realizzazione. Anche se non mancano gli elementi conoscitivi, non c’e` un momento in cui si faccia il punto su quanto si proponeva la legge finanziaria; su quali provvedimenti siano stati realizzati, su quali abbiano raggiunto gli obiettivi e su quali invece non ci siano riusciti. Cio` e` particolarmente importante adesso che i Governi, piu` di una volta, sono governi di legislatura (prima poiche ́ ogni anno il Governo cambiava, il rendiconto in qualche misura non avveniva piu` con l’Esecutivo in carica). Il Governo in carica dovrebbe essere tenuto a presentare al Parlamento, che dovrebbe prenderne atto, una relazione chiara e conclusiva su quanto realizzato.

Per quanto riguarda la manovra in atto, noi ereditiamo questo disegno di legge dalla Camera dei deputati. In occasione della discussione in Assemblea del decreto fiscale e` gia` stata evidenziata la necessita` di approvare qualche emendamento, di comune intesa tra Governo ed opposizione.
Mi permetto di suggerire, nel fare questo, di orientarsi verso due criteri. L’economia italiana ha bisogno di crescere e tale obiettivo e` il principale. Per troppi anni abbiamo registrato una crescita bassa, tanto che oggi gli stessi modelli per il potenziale di crescita (siccome sono fatti in base al passato) estrapolano per l’Italia tassi di crescita potenziale inferiori alla media europea.
Non capisco perche ́ l’Italia debba essere condannata a crescere meno della media europea, quando invece dovrebbe essere in condizioni di crescere quanto, e forse di piu`, di tale media. Infatti, essa ha un potenziale, a cominciare dalla manodopera, per avere uno sviluppo maggiore.
Senza crescita, l’equita` fiscale non puo` essere realizzata facilmente, anche perche ́ cio` avviene piu` facilmente lavorando sull’addizionale. Se cresce la torta, come suol dirsi, la parte aggiuntiva di tale torta puo` essere ridistribuita secondo le occorrenze sociali; se la torta non aumenta, la ridistribuzione del reddito diventa piu` difficile dal punto di vista economico, influendo sulla pace sociale.
Per realizzare la crescita, bisogna riequilibrare i conti dello Stato, che indubbiamente hanno subito un peggioramento, come dimostra l’andamento negativo del rapporto debito/PIL, che avrebbe dovuto ridursi gradualmente fino a raggiungere il «mitico» 60 per cento, al quale siamo moralmente impegnati. Invece, tale rapporto ha cominciato a risalire.
L’equilibrio dei conti dello Stato ha un significativo, oltre che obiettivo, elemento di segnalazione nell’avanzo primario. Come tutti sappiamo, l’avanzo primario e` rappresentato dalla differenza fra entrate e spese al netto degli interessi. Noi ci eravamo impegnati, quando abbiamo aderito alla moneta unica europea, a mantenere mediamente l’avanzo primario sopra il 5 per cento. Oggi l’ avanzo primario e` al di sotto del 2 per cento. L’avanzo primario rappresenta una sorta di assicurazione al fine della ri- duzione del rapporto debito/PIL.
Il risanamento operato in occasione dell’adozione della moneta unica ha portato un beneficio enorme. Di interessi pagavamo mediamente, dato il rischio Italia, il doppio rispetto agli altri Paesi europei, con un notevole danno sul bilancio dello Stato e per le imprese che si indebitavano ai tassi di mercato. I tassi di interesse sono diminuiti in maniera rilevante non solo per la riduzione dei tassi europei ma perche ́, praticamente, si e` annullato il differenziale dei tassi fra Italia e gli altri Paesi. Faro` un esempio in cifre. Nella prima meta` degli anni 90, pagavamo di interessi una percentuale del prodotto interno lordo superiore al 10 per cento. Nel 1996, quando ero Ministro del tesoro, e` stato pagato per interessi un importo pari all’11,5 per cento del PIL (pari a 113 miliardi di euro).
Oggi, per l’annullamento del rischio Italia, il differenziale con gli altri Paesi europei e` di pochi decimali (mediamente circa lo 0,20), mentre prima era di 600 punti base. Oggi, noi paghiamo per interessi il 5 per cento del prodotto interno lordo; il sottosegretario al Tesoro potra` fornire l’importo esatto. L’anno scorso abbiamo pagato di interessi circa 65-70 miliardi di euro, non piu` i 113 miliardi di euro del 1996, anche se il debito e` aumentato.
Questo e` stato il grande vantaggio del risanamento e dell’adozione della moneta unica europea. Se noi avessimo un avanzo primario non dico del 5 per cento, ma di 4 punti percentuali, avremmo un bilancio pubblico con un disavanzo complessivo non superiore dell’1-2 per cento.
A questo dobbiamo mirare, perche ́ ci consente di addivenire ad una riduzione del rapporto debito/PIL. Se si riduce il disavanzo e al tempo stesso c’e` un incremento del reddito nazionale (cioe` aumenta il denominatore del rapporto) il rapporto debito/PIL torna a diminuire.
Questo, secondo me, e` importante: la crescita economica ed il riequilibrio dei conti pubblici. Gli emendamenti dovrebbero essere volti proprio al raggiungimento di questi obiettivi e, facendo gli interessi del Paese, dovrebbero registrare la convergenza di ogni parte politica.
Concludo, scusandomi per queste mie «divagazioni», in gran parte dovute ai miei precedenti professionali.

Ex DC insorgono contro trasmissione Atlantide, insulta storia 

Ex DC insorgono contro trasmissione Atlantide,insulta storia Cirino Pomicino, non era partito mafia, La7 deve ora ascoltarmi (ANSA) -

ROMA, 21 MAG - "Ieri sera sulla rete 7 e' andata in onda una trasmissione pensata e condotta da Andrea Purgatori ingiuriosa e calunniatrice della storia della Democrazia Cristiana indicata come il partito della mafia con la quale avrebbe fatto un patto scellerato insultando cosi' tutti i suoi uomini compreso l'attuale presidente della repubblica Sergio Mattarella, leader indiscusso della democrazia cristiana siciliana". Lo afferma Paolo Cirino Pomicino ex ministro e storico esponente della DC a proposito della trasmissione andata in onda ieri su La7. "Bugie ed omissioni - prosegue - si sono susseguiti ininterrottamente durante tutta la trasmissione falsificando cosi' la storia repubblicana senza alcuna impudenza. Chiedero' alla cortesia della direzione della rete 7 di ospitarmi per una intervista con giornalisti indipendenti per evidenziare i grossolani falsi di una trasmissione che tenta di riscrivere la Storia del paese con la penna di quelli che furono vinti dalla politica democratica del cattolicesimo politico". Dello stesso avviso anche altri due ex DC Mario Tassone,e Maurizio Eufemi: "Durante la trasmissione di Andrea Purgatori - scrivono in una nota congiunta - su La7 sono state fatte ieri sera ricostruzioni e affermazioni sulla opacita' della azione della Democrazia Cristiana nel contrasto alla mafia che vanno fermamente respinte. Si tratta di volgari falsi storici! Purgatori nel rispetto della correttezza della informazione e della deontologia professionale dovrebbe sentire il dovere di aprire un confronto su un tema cosi' delicato, che non puo' essere manipolato violando Verita' e Storia! Siamo pronti a confrontarci in qualsiasi sede per riaffermare la verita'! Si rimuova finalmente il fango su cui molti hanno costruito le loro fortune!". (ANSA). IRA-COM 21-MAG-20 12:08 NNNN

Dichiarazione on. Mario Tassone, ex Vicepresidente della commissione Antimafia e Maurizio Eufemi ex senatore

Durante la trasmissione di Andrea Purgatori su La7 sono state fatte ieri sera ricostruzioni e affermazioni sulla opacità della azione della Democrazia Cristiana nel contrasto alla mafia che vanno fermamente respinte.
Si tratta di volgari falsi storici!

Andrea Purgatori nel rispetto della correttezza della informazione e della deontologia professionale dovrebbe sentire il dovere di aprire un confronto su un tema così delicato, che non può essere manipolato violando Verità e Storia!
Siamo pronti a confrontarci in qualsiasi sede per riaffermare la Verità!
Si rimuova finalmente il fango su cui molti hanno costruito le loro fortune!

Roma, 21 maggio 2020

Il decreto rilancio,  tardivo e inutilmente complicato.

Abbiamo già detto detto della montagna di articoli e di pagine del decreto cosiddetto rilancio. Rischia di alimentare illusioni per la complessità delle norme re il Governo non ha colto  l’occasione per sburocratizzare,  accentuando la complessità e le difficoltà.
Il Governo ha puntato sulla dimensione e sulla dimensione delle risorse per battere record del debito inutili piuttosto che sulla qualità degli interventi. Non vale neppure il confronto con la manovra Amato perchè quella era di contenimento e di riduzione del deficit!
Il governo ha puntato sul tutto compreso piuttosto che ad un esame parlamentare costruttivo con le opposizioni come la gravità della situazione richiederebbe.
In caso contrario avrebbe perseguito una strada diversa come quella di più provvedimenti incrociati tra Camera e Senato consentendo di approfondire le questioni nelle commissioni di merito così come avrebbero meritato distinguendo tra sanità e sicurezza, aiuti ai lavoratori  e al lavoro, sostegno alle imprese e alla economica, enti locali, Fisco e tutela del risparmio, turismo ed editoria, infrastrutture e trasporti, sport giustizia, istruzione e Universitá e innovazione tecnologica, personale pubblica amministrazione.
Ce n’è per tutti. Quale sarà la commissione di merito chiamata a esaminare gli oltre 250 articoli. La Bilancio? E allora tutte le altre saranno espropriate della loro competenza specifica sulla materia.
La marmellata legislativa serve solo al Governo ad imporre senza approfondire!
Ed é un gravissimo errore di metodo e di merito! Mai come in questo momento ci sarebbe stato bisogno di un salto di burocrazia e di semplificazione.


Una occasione sprecata.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 30 aprile 2020

Il risveglio del Parlamento

Ieri in Senato si è levata alta la voce di Luigi Zanda. È stato un intervento che è andato al di lá dei contenuti pur rilevanti in esame che non dimentichiamo riguardavano i numeri del Def e lo scostamento del Bilancio. Sono previsioni drammatiche rispetto al Pil, alla mortalità delle aziende, ai consumi delle famiglie, alla occupazione, alla tenuta sociale del Paese. Ha opportunamente sottolineato le parole di Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale.
Luigi Zanda, per cultura e per esperienza parlamentare ha voluto richiamare il ruolo del Parlamento rispetto alle scelte debordanti del Governo Conte che ha provocato una rottura nell’equilibrio di poteri sui principi delle libertà costituzionalmente garantite.
Lo ha fatto con toni fermi ma preoccupati, difendendo la storia del Parlamento di fronte a campagne populiste denigratorie che hanno finito per delegittimarlo progressivamente. L’intervento di Zanda era anche rivolto al suo partito il PD a prendere coraggio, a uscire dalle secche, a ritrovare il sentiero della sua storia che ha guardato al Parlamento come luogo della centralità politica sulle grandi scelte politiche, economiche e costituzionali.
Zanda ha gettato un sasso nelle acque stagnanti che si sono mosse con una piccola onda provocando iniziali apprezzamenti. C’è da augurarsi che l’onda si alzi e che possano suscitare ancora più larghi consensi affinché i decreti all’esame del Parlamento possano essere corretti adeguatamente recuperando l’indispensabile riequilibrio tra potere legislativo ed Esecutivo.
Non basta l’emendamento Ceccanti con il pallido parere preventivo su DPCM. C’è bisogno di qualcosa di più! Forza Zanda.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 26 aprile 2020

La polemica sul 25 aprile

Cirino Pomicino ha sollevato una opportuna e vivace polemica sullo speciale sulla ricorrenza del 25 aprile per avere l’autore del servizio Rai fatto scomparire dalla ricostruzione ogni voce sul ruolo del cattolicesimo democratico. Una storia scritta dai vinti!

Dunque un problema di pluralismo informativo e culturale che non può essere sottaciuto soprattutto se avviene nel servizio pubblico!
L’autore del servizio si è giustificato dicendo che lo speciale partiva da una intervista ad una storica di matrice cattolica: Lucetta Scaraffia.

Basta essere solo un docente di storia contemporanea per garantire il pluralismo o forse è richiesta una forte specializzazione sui temi della Resistenza e sulla storia del Movimento Cattolico? Si è preferita una scelta più legata al femminismo, forse distorsiva conoscendo le recenti polemiche tra la stessa studiosa e l’Osservatore Romano piuttosto che la ricerca di un equilibrato giudizio sulle vicende della Liberazione.

Dunque il problema non è avere garantito una presenza purchessia – ma quale presenza! Una presenza per garantire il pluralismo o per determinare una linea editoriale? Questo è il punto.

Non c’erano altre figure per divulgare una raffigurazione autenticamente pluralista delle vicende legate alla Liberazione, sul ruolo fondamentale dei partigiani cristiani e dei volontari della libertà, da Luigi Bignotti a Enrico Mattei a Mario Ferrari Aggradi, da Paolo Emilio Taviani a Gian Luigi Rondi?

Non c’erano forse storici come Nicola Antonetti presidente dell’Istituto Sturzo o Francesco Malgeri? Ci saremmo accontentati di Piero Craveri che pur laico sarebbe stata una voce autenticamente libera ed obiettiva per la ricostruzione di vicende complesse che richiedono la presenza di studiosi piuttosto che di divulgatori.

Dichiarazione di Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi

Ritrovare uno slancio vitale e uno spirito ricostruttivo

C’è bisogno di un risveglio delle coscienze e di spirito vitale, come accadde nel secondo dopoguerra per ritrovare un nuovo spirito ricostruttivo - come ha ricordato saggiamente Giuseppe De Rita - per reagire alla profonda crisi economica e sociale.

Non ci si può infatti illudere che il Paese possa ritrovare la via della ripresa dello sviluppo se si affida all’assistenzialismo di Stato. Sarebbe una Italia senza prospettiva e senza futuro se non si risvegliano le forze morali e gli spiriti vitali fondamentali anche per dare vigore alla vita economica del Paese.
Non mancano le risorse e una generazione di uomini e donne capaci di affrontare le sfide del presente con coraggio e determinazione.

C’è bisogno anche di individuare un modello di sviluppo adeguato alle nuove condizioni per sostenere le imprese con iniziative anche innovative.

Il Paese sarà condannato inesorabilmente al declino se non consoliderà il sentimento civico dei doveri e delle responsabilità verso la società a partire dalla grave evasione fiscale.

Soltanto con sussidi di Stato non c’è un grande generale risveglio per il quale tutti gli italiani devono sentirsi impegnati.
 

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 19 aprile 2020

L’orizzonte lontano dello sguardo di Guarino

Con Giuseppe Guarino scompare un Maestro del diritto, un accademico con cui si sono formate intere generazioni di studenti poi diventati manager e classe dirigente del Paese. Era un uomo cordiale, aperto al dialogo e pronto ad ascoltare, ma fermo nei suoi principi. Aveva il grande pregio di guardare il futuro con grande anticipo rispetto agli avvenimenti perché aveva una visione globale. Era moderno ed elegante come il Suo sito che incorniciava i suoi scritti, i suoi interventi, che restano una memoria incancellabile.

L’ultimo volta che l’ho incontrato è stata nell’Auletta  dei Gruppi stracolma quando insieme a Giorgio La Malfa e Paolo Savona illustrò i suoi studi sulle norme europee istitutive dell’Euro, con il futuro leghista Borghi che lo invitava rozzamente a concludere, non comprendendo la grandezza del personaggio e la profondità del pensiero (che certamente non si misura con il tempo!).

Mi preme però soffermarmi su Guarino studioso dell’intervento pubblico in economia. Il problema delle Partecipazioni Statali non è tanto quello del “ruolo”, quanto quello del loro “modo di essere”. Dopo il periodo d’oro fino al 1965, in cui i meccanismi dello sviluppo erano stati favorevoli per gli ampi spazi interni e la minore capacità verso quelli esterni, riteneva che si erano generate molte illusioni.

Era per Guarino la stessa situazione di chi “veleggiando in mare aperto [scopre come] si sommino gli effetti del vento e di una corrente. Il timoniere può credere che tutto dipende dalla sua abilità a raccogliere il vento, quando molto del successo è da attribuirsi ai movimenti profondi del mare”.

Era mutato lo scenario perché era entrata la CEE – è questo lo diceva nel  luglio 1980 – e la libertà di apportare capitali per interventi pubblici non esisteva più perché aiuti anche indiretti possono alterare le condizioni della concorrenza. Il settore in quel momento coinvolgeva 1.000 imprese e 700.000 famiglie.

Forti erano le sue critiche alla classe politica che aveva capovolto il proprio rapporto non solo nei confronti degli imprenditori privati, ma anche dei grandi imprenditori pubblici. Ribadiva la funzionalità del modello organizzativo più sviluppato della società capitalistica con il gruppo di imprese, la formula che ne ha consentito il successo.

Vedeva il pericolo della amministrativizzazione spinta con i controlli preventivi nei fondi di dotazione e con vincoli eguali a quelli degli enti pubblici economici, quindi in contrasto con la formula originaria delle PPSS intese come gruppo volto ad operare  a mezzo di imprese ispirate ai criteri di economicità.

Si poneva il problema della direttiva e la sua risposta era: “Possiamo fare perno su un bastone, ma se il peso è troppo forte, il bastone si spezza e cadiamo in terra”. Se chiediamo troppo, più di quanto possano dare l’organismo si incrina, lo scopo non viene raggiunto e per di più avremo distrutto lo strumento.

Per Guarino la direzione era un’altra, quello della grande impresa, badando però ad evitare gli errori compiuti con la chimica costrette a vendere per il cambiamento del vento e dunque “costrette ad una provincializzazione spinta del settore”. E aggiungeva, con parole profetiche: “Ne avvertiremo gli effetti negativi, temo, tra non molto”.

Dunque ricapitalizzare le imprese pubbliche significava per Guarino  non tanto pagare i debiti, bensì gettare le basi per dimensioni future, incidendo nei settori civili, coinvolgendo i risparmi  verso le imprese, anche dei dipendenti, con i fondi pensione, istituti di assicurazione, grandi fondazioni. V’era il richiamo ad una funzione nuova con i caratteri del dinamismo per il conseguimento di utili che non è fine a se stesso, ma metro di validità e insieme strumento per il perseguimento dell’interesse pubblico.

Nel 1987, dopo la sua elezione alla Camera dei Deputati manifestò in modo elegante la sua candidatura alle primarie per la Presidenza della Commissione Bilancio in contrapposizione a quella di Nino Andreatta al Senato. Erano due visioni diverse delle PPSS e sull’intervento pubblico in economia. Il metodo democratico della DC, con voto segreto, portó a una scelta diversa.

Nel 1988 volle una grande momento di riflessione della Dc sull’Atto Unico di Delors, che dal 1993 avrebbe determinato modifiche strutturali, innovazioni istituzionali e politiche, superamenti di squilibri e inefficienze. Guarino sapeva guardare oltre l’orizzonte comprendendo i limiti della utilizzabilità dello schema di sviluppo domestico perché privava “il Sistema Italia della quasi totalità dei mezzi sin qui impiegati per il sostegno diretto o indiretto, dimostratatisi  indubbiamente efficaci al sistema industriale italiano”. Le difficoltà si determineranno proprio per le pmi per la loro debolezza strutturale e incapacità di affrontare i processi di ristrutturazione.

Nel 1993 al seminario della Camilluccia promosso da Gerardo Bianco disse che “le privatizzazioni andavano fatte due anni prima, ma allo stesso modo dobbiamo preoccuparci se fra dieci anni il nostro sistema industriale sarà competitivo, dopo che è nato e cresciuto nella bambagia di un mercato interno protetto. Bisogna cambiare strategie di lungo periodo nelle dimensioni pubbliche e private, negli investimenti per la ricerca, nella abitudine ai mercati finanziari”.

In un intervento in Commissione Bilancio espresse preoccupazione per gli effetti sulla occupazione in conseguenza dell’accordo Andreatta-Van Miert, che porterà di lì a breve alla chiusura dell’Iri.

Da Ministro della Industria e ad interim delle PP.SS.  nel 1992 sui decreti Amato portò avanti le sue idee sulle privatizzazioni divergendo dal Ministro del Tesoro Barucci per il quale “il programma di privatizzazioni consentirà la liberazione di energie da rivolgere allo sviluppo del Paese e permetterà la creazione di un mercato assai più vitale”.

Purtroppo non sarà così! Infatti nel successivo governo Ciampi fu sostituito da Savona. Guarino si domandava infatti se “si privatizzava a diritto variato o invariato”, perché il diritto variato implicava di adottare decisioni che modificano opportunamente l’ordinamento giuridico. Dunque, vedeva i pesanti effetti sulla occupazione per una dimensione fino a 200 mila occupati; così come vedeva i pesanti effetti della seconda direttiva comunitaria che nel rapporto delle banche con l’industria elevava il limite fino al 60 per cento del patrimonio netto.

Poi verrano i suoi magistrali studi sull’Euro che resteranno incancellabili, ma non possono essere strumentalizzati. Illuminano, come mai era stato fatto, la storia dell’Europa, i rapporti fra gli Stati, la moneta unica e le prospettive per tutti noi. Possono essere utili a chi è in grado di maneggiarli per migliorare le Istituzioni europee.

Infine, giova menzionare l’occasione dei suoi novant’anni festeggiati dall’associazione ex parlamentari nella Sala delle Colonne, con il suo sorriso bonario che ci accompagnerà come ricordo incancellabile.  Ho avuto il pregio di conoscerlo, di frequentarlo di apprezzarne le virtù. Ogni occasione era una lezione universitaria che ti arricchiva! Guarino volgeva il suo sguardo nell’orizzonte lontano!

     

Il divorzio Tesoro -Banca d’Italia, la tassa da inflazione e il debito pubblico

Il dibattito aperto sulle conseguenze del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia impone qualche considerazione, soprattutto se la valutazione complessiva porta  a sostenere che “ il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione”.
Perche il Parlamento aveva autorizzato la tassa da inflazione con la grande fiammata inflazionionistica  tra l’estate 1946 e l’autunno 1947 quando i prezzi raddoppiarono portando a circa il 50 per cento il coefficiente di aumento rispetto a prima della guerra?  In una situazione come quella del primo dopoguerra in cui le banche detenevano ingenti riserve liquide, ma con le strozzature della carenza di materie prime e fonti di energia e trasporti disastrati.
Quell’inflazione provocò un drastico abbattimento del valore reale del debito pubblico e dell’indebitamento delle imprese.
Quella azione di stabilizzazione portata avanti dalla Banca di Italia e da Donato Menichella portò frutti innegabili negli anni successive. Uomini come Menichella e Carli avevano idee e inventarono strumenti. Menichella, con  la missione con De Gasperi  negli Stati Uniti, insieme con Carli e Campilli, nascosta come discorso a Cleveland,  determinò  prestiti per 231 miliardi. Per Menichella, parlando all’ABI,   i prestiti dovevano essere a 25 anni, con i primi anni solo rimborso di interessi, senza rimborso di capitale. (Questo solo come termine di paragone rispetto alle misure indicate nel decreto liquidità) .
Carli inventò il Mediocredito centrale e i mediocrediti regionali; c’erano le banche pubbliche i certificati di deposito con la raccolta delle Bin allo 0,50 che servivano a Mediobanca per finanziare il sistema industriale.
Questo per memoria. Torniamo agli anni settanta. Come si puo’ dimenticare che l’onda della spesa pubblica si ebbe per il consenso politico, sindacale, confindustriale a cui si è aggiunto spesso l’effetto di sentenze della magistratura, corte costituzionale compresa, con impatti devastanti sul bilancio! Per non parlare del sistema delle indicizzazioni per i lavoratori e per i pensionati  dopo  l’accordo Lama -  Agnelli del 1975. 
Le conseguenze del cosiddetto “divorzio” Tesoro-Banca d’Italia  derivarono da un aumento dei tassi di interesse reali, che contribuirono alla crescita del fabbisogno del Tesoro quando ormai il finanziamento dipendeva dal mercato.
Quella decisione  sul divorzio fu presa con una lettera a Ciampi del 12 febbraio 1981, che rispose il 6 marzo. Gianni Goria nella richiesta al Parlamento della anticipazione straordinaria di 8.000 miliardi disse che:”l’intervento restituiva flessibilità al Tesoro, ma non affrontava le cause del disavanzo”. La decisione fu presa “ senza consenso politico” come riconobbe Andreatta dieci
anni più tardi. “Gli effetti del divorzio non sono quelli sperati” riconoscerà Mario Draghi nel 2007.
Errore politico degli anni ottanta fu di puntare sulla capacità della crescita di finanziare il debito.  Il bilancio pubblico ha accentuato la pace sociale. La spesa pubblica passò dal 34 per cento del Pil nel 1970 al 55 per cento del Pil nel 1985. Il livello del debito lievita dal 59 per cento del 1980 all’84 per cento nel 1985. La spesa per interessi cresce dal 5,3 a quasi il 10 per cento del Pil.
Non va poi dimenticato che nel 1985 il 40 per cento dei titoli erano posseduti da banche e istituti di credito. Il 57 per cento degli utili Fiat e il 62 per cento degli utili Olivetti per il 1984 venivano da titoli di stato ci ha ricordato Napoleone Colajanni nei suoi scritti.
Quando in gennaio 1983 il Tesoro chiese l’anticipazione straordinaria alla BI per 8.000 miliardi i tassi veleggiavano sul 18 per cento. Nel 1986- 1987 la spesa per interessi raggiunse l’ 8, 2 per cento del Pil rispetto al 4,5 del 1981. Nell’imminenza della crisi finanziaria del 1992 il tasso di sconto si cifrava al 11,5 per cento. Nino Galloni ha ricordato l’importanza degli investimenti sia pubblici che privati peraltro di poche grandi imprese. Sappiamo bene la spunta demolitrice verso le Partecipazioni Statali in nome di liberalizzazioni senza regole!
Quando in Francia nel 1925-26 si verificò la crisi nel collocamento dei titoli vi furono emissioni al 7 per cento che furono un successo. Fu creato un fondo di ammortamento con la devoluzione di importanti entrate come reddito dei monopoli del tabacco, le imposte di successione e proprietà.  Le spese di ridussero da 58 md a 34 md.
Nella esperienza italiana ricordiamo la rendita Italia 5 per cento del 1935, regio decreto n. 60/34,  Ministro delle Finanze Jung.
Nel caso italiano in una economia aperta e globalizzata con un debito collocato per il 50 per cento ad investitori internazionali o a non residenti non vi è un “trasferimento dalla mano destra alla mano sinistra” ma da un paese ad altri, come era in passato per l’Italia con un debito tutto domestico. Il Paese diviene più povero se paga l’interesse con un trasferimento di ricchezza verso l’esterno, di qui l’errore di non avere affrontato il problema del debito in una fase economica più favorevole attraverso quelle misure come contenimento della spesa corrente dal lato della  spesa militare, e delle entrate con la dismissione di beni patrimoniali.
Ora se rompi i ponti con l’Europa e sogni di fare da solo, devi fare un piano finanziario che non può poggiare su un modesto contributo di solidarietà, ma con un robusto Piano Italia di titoli di stato  a lunghissimo termine che mobiliti la ingente liquidità degli italiani a tassi remunerativi. Per raggiungere questo obiettivo  c’è bisogno di credibilità della classe dirigente e soprattutto di idee ricostruttive. Purtroppo non abbiamo né De Gasperi, nè Menichella.

Maurizio Eufemi

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 10 aprile 2020

 

Manovra economica: per la DC la più grande rivalutazione della storia.

 

Ieri il governo Conte ha approvato, con molta enfasi, dopo non poche tensioni nella stessa maggioranza, il decreto liquidità Italia. Si tratta di una cifra imponente: ben 400 miliardi di euro, pari al 25 per cento del Pil.
Viene fatto riferimento a due Istituti e strumenti: i Confidi e la Sace.

 

Fanno parte dell’armamentario economico costruito dalla Dc durante le varie fasi del governo del  Paese, per favorire le esportazioni e il credito alle PMI e la crescita del Paese. Entrambi questi strumenti furono inventati negli anni sessanta e settanta, poi affinati nei decenni successivi.

 

Del resto analogo apprezzamento pubblico è venuto ieri sera in tv dal filosofo Massimo Cacciari che riconosceva esplicitamente il valore degli uomini della Prima Repubblica rispetto allo scenario sotto i nostri occhi.

 

Quale è il pericolo che abbiamo di fronte? La preoccupazione è che quello che è successo all’INPS con il sito paralizzato dall’enormità dei collegamenti informatici, possa riprodursi nella applicazione del decreto liquidità, quindi sul versante bancario, che procedure farraginose possano creare disagio e poi malessere sociale, che molte aspettative possano andare deluse. Le banche però non sono  istituti di beneficenza. Devono tutelare i risparmi dei depositanti. Devono rispettare i vincoli di bilancio, che non possono essere elusi.

 

Il nodo del merito del credito resta seppure per una percentuale bassa, ma comporterà conseguenze sulle istruttorie che non avranno percorsi agevoli. Dunque evitiamo facili illusioni.
C’è bisogno di procedure snelle e rapide se si vuole raggiungere l’obiettivo di assicurare la liquidità alle imprese, dietro le quali ci sono i lavoratori, gli occupati e le loro famiglie,  nonchè la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.

Quanto alla dimensione dello stock finanziario messo sul tavolo si tratta di debito che si aggiunge ad altro debito, in attesa che l‘UE decida come intervenire e come affrontare la crisi epidemica che colpisce tutti.
In ogni caso il decreto liquidità dovrà passare al vaglio del Parlamento e in virtù dello sforamento del Bilancio richiederà una maggioranza qualificata. Li si vedrà se il testo sarà rispondente alle attese dei cittadini che dei rappresentanti delle forze sia della maggioranza che delle opposizioni, perché sulle prospettive della tenuta del Paese non si può giocare!

 

Uno spettacolo indecoroso

Il Consiglio dei Ministri è stato dunque sospeso. Speriamo che riprenda presto e assuma le decisioni che necessitano al Paese per superare la emergenza non solo sanitaria ma soprattutto economica e sociale. Non ci sono ritardi ammissibili. Le ragioni della sospensione stanno dentro il contenuto del nuovo decreto per un conflitto tra il titolare del’Economia e il M5S che ormai, partito di potere non vogliono cedere sulla Sace, attualmente in capo alla holding Cassa Depositi e Prestiti.
Bisogna ricordare che la Sace nacque negli anni settanta, durante il governo Andreotti della solidarietà nazionale, per azione del Ministro del Commercio Estero Rinaldo Ossola, un competente, ex Banca d’Italia  al posto giusto. Non uno vale uno, ma uno che esprimeva competenze e professionalità; il modello di riferimento costruito da Ossola era la exim Bank degli Usa che garantiva gli esportatori nelle operazioni all’estero.
Ora il conflitto è se la Sace debba avere come riferimento il Ministero dell’Economia come sarebbe più logico o debba rientrare nella sfera di influenza di qualche rampante politico a cinque stelle per allargare il proprio potere.
La cosa non è di poco conto. Purtroppo dopo avere demonizzato in questi anni  la Banca di Italia, è tutto ciò che rappresentava, sono venuti meno quegli istituti che avrebbero potuto risolvere questioni delicate con un confronto serio ma senza cadute di stile come quelle che stiamo vedendo.
L’eredità dei partiti della prima Repubblica sono stati anche istituti come la Sace, uomini come Ossola. La Sace non può essere un terreno di conquista, ma deve servire ad assicurare le garanzie per i nostri esportatori!
Decidete in fretta per il bene del Paese.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 04 aprile 2020

Lo shock petrolifero del 1973

La guerra del Kippur tra arabi e israeliani determinò lo shock petrolifero del 1973 con pesanti conseguenze sulle economie mondiali. Viene ricordata come il periodo delle domeniche a piedi degli italiani. Fu molto di più.

I prezzi dei prodotti petroliferi aumentarono di cinque volte con uno sconvolgimento che si era unito alla cancellazione nell’agosto del 1971 degli accordi di Bretton Woods contagiando l’economia mondiale. Giá nel dicembre del 1972 Siro Lombardini nel grande convegno economico della Dc, partito di maggioranza relativa, a Perugia, aveva posto l’esigenza di una politica di programmazione che avesse al centro la politica industriale, ponendo attenzione su nuove linee di sviluppo.

La crisi energetica maturata dai nuovi rapporti tra produttori e consumatori determinava: il rincaro dei prezzi di tutte le materie prime; la crisi dell’assetto monetario internazionale con i nuovi rapporti di scambio e grave deterioramento per il nostro Paese; una nuova divisione internazionale del lavoro. Lo sviluppo impetuoso degli anni cinquanta e sessanta veniva messo in discussione da variabili esogene, fuori dal nostro controllo. Il saggio di sviluppo dei paesi Ocse sarebbe passato negli anni sessanta dal 5 per cento al 3,3 degli anni settanta, mentre per l’Italia sarebbe passato dal 5,7 al 3,1 per cento; una inflazione da costi si abbatteva sul sistema industriale italiano che veniva colpito al cuore, anche da una crisi della domanda. La chimica che aveva puntato sul credito agevolato ne fu travolta. Così come l’industria siderurgica a più alta intensità di energia subì colpi pesantissimi. Mentre era forte il dibattito tra congiunturalisti e strutturalisti che cercavano di piegare il dibattito alla strategia delle alleanze, così come quello tra restrizionisti, preoccupati dalla realtà dei vincoli esterni ed interni ed espansionisti, tra chi voleva incidere sull bilancia dei pagamenti riducendo importazioni e tra chi voleva bilanciare la tassa sul petrolio con maggiore spesa pubblica. Il culmine si raggiunse in occasione della lettera d’intenti al Fondo Monetario Internazione nel 1974. Prevalse la linea di rigore della Banca di Italia. Furono approntate misure per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso tagli sulla domanda, deposito obbligatorio sulle importazioni e politica fiscale restrittiva, nonché controllo del credito totale interno. Il fabbisogno del tesoro che veniva superato rispetto all’ammontare programmato costringeva la Banca dItalia a finanziarlo con la creazione di ampia base monetaria.

Il quadro di governo in quegli anni è rappresentato dalla azione del quarto e del quinto governo Rumor. Nel 1975 intervenne anche l’accordo Lama -Agnelli su punto unico di contingenza che permetteva ai lavoratori di recuperare la dinamica inflazionistica a due cifre. Moro espresse preoccupazioni perché “ più delicati problemi e rischi più attuali per la stabilità della economia pone invece l’andamento della dinamica salariale. Il governo non può, davanti a questi grandi round contrattuali, rimanere estraneo, poiché il loro risultato tocca piuttosto il livello generale dei prezzi e dei cambi che la distribuzione del prodotto fra profitti e salari”.

Ai governi Rumor segui il governo della piccola coalizione Moro – La Malfa, il bicolore DC- PRI che gettò le basi della ristrutturazione industriale che si concretizzò con la legge 675 del 1977. Dopo la recessione profonda, nel quinquennio 1975-1980 si è registrato uno sviluppo degli investimenti con dimensioni consistenti in parte destinati all’ampliamento della capacità produttiva e una larga parte destinata alla razionalizzazione dei processi produttivi. Si misero in campo misure per fronteggiare la crisi delle grandi imprese anche per la forza del sindacato, mentre il saggio di mortalità delle aziende piccole e piccolissime fu elevato. Nello stesso periodo gli interventi della Cassa Integrazione guadagni aumentarono di sei volte.

Si privilegiarono misure di stabilizzazione senza quelle incisive politiche strutturali che andassero verso la riduzione della bolletta petrolifera, nella ristrutturazione dell’apparato produttivo che l’aumento del prezzo del petrolio aveva bombardato nelle strutture alterando il prezzo dei fattori, e il rafforzamento della produttività, per aziende costrette alla competizione nonostante l’aumento dei costi.

La crisi sanitaria del 2020 che stiamo vivendo, diventerà crisi economica e sociale. Alcuni settori come quello turistico, alberghiero, ristorazione e quello dei trasporti di massa saranno pesantemente colpiti nelle attività economiche. Rispetto agli anni settanta non vi sará la distinzione tra garantiti e non garantiti perché i riflessi negativi saranno per tutti indistintamente. Quello che sapientemente fece in quegli anni la Banca d’Italia, dovrebbe essere nella responsabilità della Banca Centrale Europea superando incertezze ed egoismi. Si imporrà un nuovo modello di sviluppo. Da questa crisi potrà ritrovarsi una nuova idea di Europa comunitaria, non sarà facile, ma é l’unica strada percorribile. Nessun Paese può resistere da solo ad una paralisi così prolungata. Sarebbe profondamente sbagliato pensare di affrontare la crisi economica solo con misure assistenzialistiche senza gettare le basi per una ripartenza che segnerà una svolta per la interdipendenza tra le aree economiche del mondo.

Conteranno soprattutto - per usare le parole di Moro propio all’atto di nascita del suo governo - “ lo scatto di volontà, il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l’economia ai nuovi equilibri internazionali, di inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, di mobilitare all’estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni”.

Sono stato sollecitato a prendere posizione su un possibile governo di unità nazionale.

La situazione è talmente grave che appare inevitabile, nonostante l’indecoroso spettacolo di questa mattina in Senato allorquando il clima di bon ton è stato rotto dall’intervento conclusivo del sen. Perilli (M5S) che ha voluto polemizzare ad ogni costo, non comprendendo l’inutilità della forzatura dei toni, dimostrando scarsa capacità di vedere la dinamica della informativa di Conte in Senato, costruita dopo un ampio gioco istituzionale.

Casini dietro di lui si è messo le mani nei capelli in una smorfia di rassegnazione.

Abbiamo il migliore uomo sul mercato mondiale per governare l’emergenza e la ripartenza: Mario Draghi, che, come ha salvato l’euro potrebbe ancora una volta salvare il suo paese e l’Europa politica.

Eppure di fronte a questa possibilità e alla domanda se serva un governo di unità nazionale, il reggente del M5S sen Crimi ha risposto “No” in modo secco e categorico.

Se le cose stanno così il governo di unità nazionale potrebbe nascere con le forze che ci stanno, tagliando quelle estremiste e trovando una piattaforma politica tra quanti hanno a cuore il destino del Paese.

L’operazione non sarà indolore perché probabilmente avrà effetti sulla unità della Lega, nonché dello stesso M5S, in cui i falchi potrebbero essere sconfitti dalle colombe.

Di certo il governo Conte non ha la forza di affrontare una epidemia che sta portando migliaia di morti e pesanti conseguenze economiche, con il rischio di fratture sociali insanabili.

Sarebbe veramente sciocco avere un italiano come Draghi e non servirsene per la salvezza del Paese.

 

Pandemia: Parlamento Protagonista!

Lettera dell’Associazione Ex-parlamentari della Repubblica

ai Presidenti delle Camere ed ai Parlamentari

Il  Consiglio direttivo dell’Associazione degli Ex-parlamentari della Repubblica si è riunito il 25 marzo 2020 in videoconferenza per esaminare le conseguenze, sotto il profilo costituzionale e istituzionale, delle misure adottate per affrontare l’emergenza Coronavirus. Il Consiglio ha condiviso il comunicato, adottato dall’Ufficio di Presidenza lo scorso 17 marzo, che invitava il Parlamento ad essere protagonista anche in questa fase, ed ha dato mandato alla Presidenza perché reiteri questo appello con una lettera ai Presidenti delle Camere e ad ogni singolo parlamentare

 


PARLAMENTO PROTAGONISTA 

La lettera ai Presidenti delle Camere e ai Parlamentari:

             Illustre Presidente del Senato, On. Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati,

             Illustre Presidente della Camera, On. Roberto Fico,

             Illustri on.li Senatori,

             Illustri on.li Deputati,

 

in un periodo così grave e difficile per il nostro paese, l’Associazione degli Ex Parlamentari si rivolge a Voi, rappresentanti democraticamente eletti della Nazione, perché nei giorni duri in cui la Repubblica è inevitabilmente governata nel segno della necessità e dell’urgenza, ciascuno di Voi si assuma le responsabilità che gli competono perché ciò avvenga nel pieno rispetto della Costituzione, confermando al Parlamento il ruolo di elaborazione delle leggi e insieme quello di indirizzo e controllo dell’esecutivo, nella consapevolezza che la situazione straordinaria  che stiamo vivendo, e che tanti sacrifici richiede a ogni cittadino, non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra Democrazia. 

Mentre ribadisce la più convinta solidarietà e gratitudine a quanti - medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, imprese, ricercatori, forze dell’ordine, forze armate, uomini e donne delle Istituzioni - sono impegnati, a rischio della loro incolumità, per garantire il pieno funzionamento dei servizi pubblici essenziali e delle fondamentali attività produttive, l’Associazione ritiene che anche il Parlamento, quali che siano le misure legislative e amministrative da approvare, debba essere protagonista della vita politica del Paese, e debba anche apparire tal agli occhi dell’opinione pubblica.

Non spetta solo ai Presidenti delle Camere, ma anche a ogni singolo parlamentare, che ha il privilegio di rappresentare la Nazione, il dovere di garantire, oggi come non mai, il pieno funzionamento delle assemblee elettive di cui fa parte, utilizzando tutte le attribuzioni che la Costituzione e i Regolamenti mettono a sua disposizione.

Come tutto il personale che si trova in prima linea sul fronte sanitario per custodire e salvaguardare la nostra salute, così i parlamentari sono responsabili della libertà e della democrazia di cui godono tutti i cittadini.

Perché il Parlamento possa svolgere il ruolo che gli compete, devono ovviamente essere garantite alle Camere e ai parlamentari tutte le misure di sicurezza collettive e personali necessarie e opportune.

Le provvisorie limitazioni delle libertà costituzionali di circolazione e di riunione per ragioni sanitarie non possono, in alcun modo, essere prese a pretesto per impedire al Parlamento di funzionare a pieno regime.

A questo proposito, non possiamo non manifestare la nostra fortissima preoccupazione per l’uso di strumenti normativi che non appaiono assolutamente coerenti con i principi costituzionali e con le sentenze che li hanno ribaditi.

La Costituzione italiana non impedisce, come si tende a far credere, che si possano affrontare situazioni di emergenza, indicando con chiarezza limitazioni temporanee di alcuni diritti e i necessari strumenti di intervento, e a quelle indicazioni non vi possono essere deroghe. 

A parere della nostra Associazione, i DPCM, i Decreti Ministeriali, le Ordinanze, le Circolari, l’insieme, cioè, degli strumenti amministrativi necessari a fronteggiare l’emergenza sanitaria (che ormai costituiscono un vasto corpo normativo, complesso e non sempre omogeneo),  non possono – anche nel rispetto di una consolidata giurisprudenza costituzionale - essere affidati al governo, come sta accadendo, su generici fondamenti normativi, ma solo ricorrendo ai Decreti-legge o a deleghe definite nell’oggetto, nei tempi, nei principi e criteri direttivi.

Il Parlamento deve essere messo nella condizione di controllare, emendare e convalidare la decretazione d’urgenza, in modo pieno.

Non è possibile che il Parlamento possa accontentarsi di generiche e sporadiche “informative”, che costituirebbero piuttosto un’offesa alla sua autonomia e sovranità.

È necessario evitare che le decisioni causate dall’emergenza sanitaria siano assunte in forme tali che possano costituire un precedente pericoloso.

L’Associazione degli ex-parlamentari della Repubblica avverte l’esigenza che, passata la crisi attuale, si possano sviluppare approfondimenti e adottare decisioni in relazione ai problemi istituzionali, economici e sociali che l’epidemia ha portato drammaticamente alla attenzione del Paese.

Occorre affrontare subito i problemi che sono emersi con una più chiara disciplina dello “stato di emergenza”, in modo da rendere efficaci gli interventi, nel quadro di un rapporto costituzionalmente corretto tra Parlamento e Governo, facendo anche chiarezza nella ripartizione dei compiti tra Stato e Autonomie regionali e locali, e rifuggendo da pericolose tentazioni di immaginare che una qualche forma di autoritarismo, basato su deleghe in bianco, sia la via più facile per governare l’emergenza.

Una particolare attenzione va posta al tema della Sanità che, com’è ormai evidente, non potrà più subire i tagli indiscriminati e sciagurati del passato e che dovrà assumere i reali bisogni della salute come riferimento di una politica di spesa efficace ed accorta e al tempo stesso, pienamente rispettosa dei doveri di solidarietà, anche sociale, fissati dalla Costituzione della Repubblica.

          Signori Presidenti, On.li Senatori, On.li Deputati,

nel momento in cui siete chiamati a esercitare la Vostra alta funzione in uno dei momenti più difficili della nostra vita democratica, l’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica avverte il dovere di esprimerVi ogni sostegno morale e civile perché possiate adempiere in modo fermo e consapevole alle funzioni che il voto popolare vi attribuisce, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse del popolo italiano, perché tutti insieme riusciamo a superare l’impegnativa prova che il Paese sta affrontando.

per Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica

Il Presidente

Antonello Falomi

No al MES, si agli Eurobond per rafforzare l'Europa della coesione e della solidarietà

 

Viviamo gli impedimenti della epidemia costretti alla lettura anche senza entusiasmo per le abitudini di vita stravolte, la stessa domenica sembra un giorno uguale agli altri senza i riti della festività.
Dopo l’ultimo decreto che restringe ulteriormente la mobilità sociale s’é aperto il dibattito sulle scelte economiche per superare la emergenza. L’amico Attilio Lioi ha richiamato la mia attenzione su una intervista di Giulio Tremonti al quotidiano la Veritá. Particolarmente interessante per le indicazioni che offre. Innanzitutto di fronte ad un Parlamento chiuso per paura da questi prodi apritori di scatole di tonno, c’é il pericolo tentativo dell’uomo solo al comando così come si sta verificando con i poteri derivanti da decreti legge che autorizzano ripetuti DPCR perfino con norme penali senza passaggi e controlli parlamentari!
Già questo dovrebbe far sobbalzare sulle sedie. Tremonti volge lo sguardo al caso Tsipras e alla esperienza della Grecia. Già questo è illuminante. Collega il tutto al Mes, che allo stato non è né negoziabile né accettabile. Deve essere semplicemente messo da parte per evitare ricatti sul sistema paese in particolare sui risparmi degli italiani e sul sistema finanziario. Per superare la crisi c’è bisogno di una idea forte di Europa con un salto adeguato alla gravissima situazione. Gli eurobond ipotizzati da Tremonti in epoca non sospetta possono essere un valido strumento di intervento per affrontare la crisi è come sostegno reale alle famiglie e alle imprese. La crisi si supera con più Europa, con più forte coesione e solidarietà.
Il Coronavirus ha cancellato gli egoismi.
Una ultima considerazione. E con l’epidemia é finita la fase del trentennale free trade. Si apre una fase di fair trade che dovrà essere garantita e sviluppata se non si vuole alimentare disordine economico che rischia di essere destabilizzante a livello planetario.

C’era in passato chi aveva colto ed esposto queste preoccupazioni, ma purtroppo invano!
 

Coronavirus e Università Telematica
 

I pericoli nella diffusione del virus cinese stanno imponendo nuove forme di insegnamento soprattutto con il ricorso a nuovi strumenti tecnologici.

Sono ormai lontane le tesi estremiste e distruttive di Ivan Illich propugnate in “Deschooling Society” nel 1971 che partendo da una critica severa della educazione “istituzionalizzata” giunge ad una formula radicale di “descolarizzazione” totale della società.

Una tesi da rifiutare perché non può esistere una società senza scuola.

Poi venne la Commissione dell’Unesco presieduta da Edgar Faure del 1970 che redasse un rapporto voluminoso (“Apprendre à être”, Parigi 1970) rilevando le insufficienze radicali spaziali, temporali e della comunicazione.

Le tecniche moderne aprono nuove prospettive nei processi educativi. Del pari, si apre allora il problema delle risorse da destinare allo sviluppo delle società umane.

In tempi di emergenza è necessario ricorrere a mezzi alternativi non dimenticando che l’università è il principale modello di insegnamento fin dal Medio Evo. È concepita da sempre, infatti, come Istituzione fondata sulla concentrazione spaziale di un microcosmo intorno a una Autorità incaricata di diffondere la conoscenza e di attribuire attestati” come sottolineava Henri Dieuzeide nel 1972.

Dunque non basta seguire sullo smartphone. Importante è cosa si segue e chi insegna.

Falomi: Lo scandalo di un Ministro della Giustizia che manifesta contro organi di giustizia 

Pubblichiamo l'intervista del presidente dell'Associazione degli ex parlamentari, Antonello Falomi, a Radio Radicale (https://www.radioradicale.it/scheda/598645/il-ministro-della-giustizia-alla-manifestazione-del-m5s-contro-i-vitalizi-intervista) in cui si stigmatizza lo scandalo, passato inosservato, del ministro Alfonso Bonafede, titolare del dicastero della Giustizia, che manifesta per impedire che l'organo giurisdizionale del Senato si pronunci in modo libero e imparziale sui ricorsi relativi al ricalcolo retroattivo dei vitalizi e in cui si biasima, non per la prima volta, la faziosità e scorrettezza delle trasmissioni del conduttore televisivo Massimo Giletti.

Centro di Cultura e di Iniziativa Politica “ Leonardo da Vinci”

 

Da: Centro Studi Leonardo da Vinci

Via della Colonna Antonina 36, Roma

Tel 06.6794253

COMUNICATO STAMPA

GLI ONOREVOLI GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI CHE HA APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

 

RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato. Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
 È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

 Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

La prescrizione rinvio su rinvio.
 

Ieri è andata in scena la ennesima sceneggiata sulla prescrizione. Il veicolo utilizzato da Costa è stato mandato su un binario morto, quello del rinvio in Commissione.

Non poteva essere altrimenti. Quella norma regolamentare che assegna uno spazio parlamentare alle minoranze è fasulla, è una presa in giro, una norma manifesto. Non ha mai funzionato, come dimostrano i dati e i precedenti ogni volta richiamati dai presidenti della Camera.

Sarebbe meglio cancellarla. È un residuo della riforma Violante che voleva dare negli auspici una dignità al ruolo delle opposizioni tenendo conto delle istanze delle stesse, ma le maggioranze tendono ad aggirare ogni tentativo di far approvare qualcosa che non condividono.


Ora il Gruppo di Renzi vuole utilizzare il milleproroghe con un emendamento.

Sarà una pia illusione che lo stesso possa essere approvato semplicemente perché la maggioranza eviterà di metterlo in votazione. Sarà utilizzato lo strumento della fiducia e così si eviteranno spaccature nella maggioranza e tutti salveranno la faccia nel veicolo,  questa volta blindato.

 

0L’unica possibilità di fare approvare una norma sulla prescrizione è un accordo condiviso che soddisfi innanzitutto la maggioranza. In tal caso il milleproroghe potrà passare anche senza ricorso alla fiducia, ma conterrà molti frutti indigesti per le opposizioni.

De Masi, Di Maio Berlinguer e il Master.

di Maurizio Eufemi - articolo pubblicato su: "Il domani d'Italia" - gennaio 24, 2020
 

Oggi il sociologo De Masi, già consulente per il Movimento Cinque Stelle dice in una intervista al Giornale, moltissime sciocchezze. Ne citiamo due.

Attribuisce a ruolo di Berlinguer, come oppositore, avere ottenuto lo statuto dei Lavoratori.

Anche i sassi sanno che è una legge attribuibile a Donat Cattin, a Giacomo Brodolini e a Gino Giugni, per volontà della Dc e dei socialisti. In quella fase Berlinguer non era neppure segretario del PCI.

 

L’altra assurdità è relativa ai consigli inascoltati dati a Di Maio.

“ Avrebbe dovuto prendere un Master ad Harvard o alla London School o Economics, “dice De Masi.

Che Di Maio dovesse approfondire gli studi è fuori di dubbio, che possa accedere a quelle prestigiose università è un poco più complesso.

Non è una passeggiata. Richiede una preparazione di base in economia che forse Di Maio non ha, così come una laurea di partenza. Non è che per un Master si può essere cooptati come nelle cariche pubbliche.!

 

Sorprende che queste affermazioni così disinvolte vengano da un sociologo, docente universitario con esperienze internazionali come De Masi!

Popolari 101

Celebriamo oggi il centunesimo anniversario dell’appello di Luigi Sturzo a tutti gli uomini Liberi e Forti. 101 e sei decimi come i deputati che i Popolari matematicamente avrebbero dovuto conquistare rispetto a 1.178.473 di voti su 5 milioni e mezzo di votanti. Furono invece 100 rispetto ai 410 candidati. Non si presentarono in 3 circoscrizioni: Chieti Potenza e Aquila. Il successo sorprese anche Sturzo di fronte a così tanti voti e troppi seggi. Chi rilegge oggi gli scritti politici di Luigi Sturzo riesce ad immergersi nella storia del nostro Paese per la profondità del pensiero, la lucidità della analisi, le indicazioni prospettiche. Oggi come allora il Parlamento vive una crisi profonda. Scrive Sturzo “è stata sottratta al Parlamento quasi tutta la tumultuosa legislazione, fatta con decreti legge”; e ancora ” questo Parlamento deve essere rifatto da un lavacro elettorale, che non può lasciare permanere le torbide acque del personalismo politico; abbiamo bisogno di elevare il corpo elettorale dalla pressione elettorale alla concezione delle idee e dei partiti. La legge elettorale appariva dunque a Sturzo il mezzo per ridare vigore al Parlamento. E c’era bisogno di un partito nuovo, avente da sè stesso forza di organizzazione, luce programmata ed energia combattiva. Oggi forse siamo nella stessa situazione del 1919. Solo che non viviamo i tormenti del mito della “ vittoria mutilata” della prima guerra mondiale, ma le ferite della guerra finanziaria globale, con le macerie degli apparati industriali, dei risparmi distrutti, della disoccupazione crescente. Come non guardare alla correlazione nel pensiero sturziano tra politica interna e politica estera! Sturzo anticipa la diagnosi sui totalitarismi di ogni tipo senza distinzione. La forza del Partito Popolare è stato il suo programma innovativo fondato sulle libertà, sulla organicità e sulla giustizia, in contrapposizione allo Stato liberale accentratore in cui i ceti medi cercavano spazio di rappresentanza. Dunque il popolarismo come risposta alla demagogia e al populismo, perché il pensiero sturziano poggia sulle comunità intermedie, sui corpi sociali, su una visione poliedrica della società. Il popolo di Sturzo non è quello di Rousseau, perchè è un popolo autentico, non c’è leader o un capo, ma c’è articolazione, c’è pluralismo della società. C’è un rapporto inscindibile tra libertà e Istituzioni, perché la libertà individuale senza Istituzioni non esiste. Merita di essere ricordato il suo appello a proseguire nella loro interezza ideali di giustizia e di libertà. Così come il suo richiamo alla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione. Tutto questo ci riporta alle vessazioni fiscali ai processi infiniti di cui sono piene le cronache. Come sino validi i richiami di De Rosa secondo il quale “ per Sturzo ogni difesa delle istanze sociali e civili passa attraverso il ruolo fondamentale delle Istituzioni parlamentari senza le quali è facile l’attrazione verso interpretazioni populistiche-agitatorie. Di qui il nostro rifiuto a forme di democrazia diretta che minano la democrazia parlamentare.

Roma, 18 gennaio 2020

comunicati 2019

IL RITORNO DELLA BALENA BIANCA

articolo di Maurizio Eufemi sul giornalino "Democratici Cristiani" di dicembre 2019

apri "democraticicristiani" dicembre 2019

CINQUANTENARIO DELL'ASSOCIAZIONE: IL SALUTO DEL PRESIDENTE MATTARELLA

Cinquantenario dell'Associazione: il saluto del Presidente Mattarella

Cinquantenario dell’Associazione: il saluto del Presidente Mattarella

Pubblichiamo il testo del telegramma inviato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Presidente Antonello Falomi in occasione dell'Assemblea generale del 17 dicembre :

L'anniversario del cinquantenario di fondazione dell'Associazione ex parlamentari della Repubblica è occasione per segnalare il servizio reso da quanti hanno servito la democrazia italiana svolgendo il mandato loro affidato dai cittadini.

L'identità dell'Associazione è segnata dal ruolo centrale che la Costituzione assegna al Parlamento, espressione della volontà popolare e di quella libertà, conquistata con coraggio e sacrificio nella lotta di liberazione e che ora è affidata alla responsabilità delle Istituzioni, alla partecipazione attiva dei cittadini, ai limiti che l'ordinamento pone a garanzia e tutela dei diritti di ciascuno.

Opportunamente  l'attività dell'Associazione è orientata a rafforzare la relazione di fiducia tra cittadini e funzione parlamentare, una relazione che presuppone ed esige che le funzioni pubbliche siano sempre adempiute con disciplina, onore, per servire la comunità.

Il funzionamento e il futuro stesso delle Istituzioni democratiche sono necessariamente basati sulla dignità, il prestigio e al dedizione con cui gli eletti corrispondono alla responsabilità di cui la comunità li ha investiti.

A tutti i dirigenti e ai presenti alla assemblea generale dell'Associazione giungano i migliori auguri per i vostri lavori e per la vostra attività.

Sergio Mattarella 

 

MES

Quel dicembre del 1978 dallo SME al MES.

Paragonare il M5S alla Democrazia Cristiana, seppure “con minore consapevolezza e ancora meno capacità di manovra”, come fa Marco Imarisio stamane sul Corriere appare un atto di eccessiva generosositá verso i grillini e una grave offesa alla Dc.

Quaranta anni fa, di questi giorni, il 12 dicembre del 1978 il Parlamento veniva chiamato ad una scelta difficile e di traguardo storico come era l’adesione allo SME. Dunque Mes come SME. quella decisione fu preceduta dal consiglio nazionale della Dc dell’1 e 2 dicembre. L’11 dicembre si riunisce il Direttivo Dc della Camera con il Presidente del Consiglio Andreotti che relaziona sullo SME, ma non anticipa la linea perché sono ancora in corso contatti. Galloni, presidente del Gruppo afferma:” Non illudersi che il non aderire si allontani il calice amaro dei sacrifici. Non vale la pena allontanarci dall’Europa”. Partendo da “una inflazione superiore a quella degli altri Paesi chiedevamo un margine non del 2,5, ma più largo; si é riusciti ad avere il 6 per cento non solo per noi ma per tutti i Paesi che lo chiedevano. Dalla riunione di Bruxelles emergeva una situazione di delusione, ma c’era il dato positivo di un prestito di 5 miliardi di dollari in cinque anni con la limitazione alle sole infrastrutture e non esteso alla riconversione industriale”. Andreotti replica agli intervenuti dicendo che i “contatti proseguiranno nella notte. Appartenere all’Europa di serie A o B non dipende dallo SME, ma dal tasso di deflazione che riusciremo a raggiungere”.

Del resto stare in Europa era inimmaginabile senza convergere sui minori tassi di inflazione delle altre economie così come richiamato dal Piano triennale Pandolfi, Ministro del Tesoro, titolato “una proposta per lo sviluppo, una proposta per l’Europa” con misure programmatiche volte a colmare il fabbisogno di investimenti e la riduzione dei lavori di lavoro con il Mezzogiorno.

Nei suoi diari Giulio Andreotti ricorda come il Partito di De Gasperi “non può mancare di coraggio di fronte a scelte europee”.

Rifiutare quella scelta avrebbe significato per la DC avrebbe significato andare contro la propria storia.

Il 12 dicembre 1978 l’adesione allo SME fu votata alla Camera, con un PCI ancorato ad una visione neutralista. Si aprirono profonde crepe sulla intesa politica DC-PCI.

Pandolfi non mancava di ricordare l’ammonimento di Guido Carli:”si ricordi il vero nemico è il populismo”.

Il 12 dicembre 1978 si va al voto e come affermerà poi Barca nella ricostruzione di quei giorni “senza che nulla ci venga comunicato da Andreotti su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno”.

Una ricostruzione storica di Castronuovo portò a un giudizio severo per il quale “con il voto contro lo SME suonò come una conferma della immaturità del PCI sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’Occidente”. Le vicende di quaranta anni fa pongono il problema di come muoversi nel processo di integrazione europea.

Dunque nei prossimi giorni si avrà la cartina di tornasole di chi vuole stare in Europa e di chi invece privo di cultura europeista spinge sulla paura e sul catastrofismo, per lo scivolamento su una posizione terzomondista carica di rischi e di pericoli.

La Dc seppe dimostrare coraggio nelle gradi decisioni politiche dalla CEE allo SME, dall’atto unico al trattato di Maastricht, dall’euro al fondo salva stati e a tanti altri passaggi che richiedono responsabilità piuttosto che populismo a basso costo.

Accostare il M5S alla DC è una offesa alla storia non solo di quel Partito, ma a quella del nostro paese per la straordinaria crescita economica, sociale e civile del Paese realizzata con il concorso rilevante dei democristiani.

Maurizio Eufemi

L'articolo è stato pubblicato sul giornale "Il domani d'Italia" ed è rintracciabile al seguente iindirizzo:

http://www.ildomaniditalia.eu/quel-dicembre-del-1978-dallo-sme-al-mes/

Quel che Conte non ha detto su Taranto.

Il presidente del consiglio è andato a Taranto a incontrare i cittadini, associazioni, sindacati, movimenti. È stato un gesto di umiltà apprezzato dai commentatori e dalla opinione pubblica. Non può però dire che non ha la soluzione e chiede che gli stessi Ministri gli offrano indicazioni. Di fronte alla situazione drammatica di Taranto con il rischio di chiusura e spegnimento degli altiforni del quarto centro siderurgico italiano un governo che nasce con la prospettiva della scadenza naturale della legislatura deve avere ben chiaro cosa deve fare. Avrebbe dovuto innanzitutto procedere con un consiglio dei ministri per rimettere d’urgenza lo scudo penale! Avrebbe eliminato immediatamente alibi ai gestori degli impianti. Pensare di ingaggiare una battaglia giudiziaria tra Stato e Ancelotti Mittal significa, con i tempi della giustizia italiana, vincere forse una battaglia tra chissà quanto tempo, ma perdere la guerra della siderurgia, mettendo in ginocchio non solo l’economia di Taranto, ma della intera filiera della meccanica che coinvolge numerosi distretti industriali. 
Quello che Conte non ha detto è una rappresentazione della realtà che non sono solo i numeri del Pil in discussione ma il futuro degli impianti, la loro riconversione con fonti energetiche a gas piuttosto che a carbone, i volumi produttivi, sia per il mercato domestico che per quello internazionale soprattutto per l’area del mediterraneo e per le prospettive di ricostruzione in Mesopotamia e in Libia. Uno dei punti di forza della produzione di Taranto erano i tubi per oleodotti e gasdotti, proprio quelli che i sognatori della decrescita felice e della coltivazione delle cozze, vorrebbero impedire. ! 
Quello che Conte non ha detto è il futuro dell’area tarantina nella economia del Mezzogiorno e nel Paese. Cosa che fece magistralmente Aldo Moro che, da Presidente del Consiglio, presenzió alla inaugurazione del polo siderurgico di Taranto come riporta il Popolo il 20 novembre 1964, come strumento essenziale dello sviluppo meridionalistico. C’erano gli effetti moltiplicativi dello sviluppo, aumento della occupazione manifatturiera, crescita dei redditi. C’era un contesto fatto di impresa a partecipazione statale, la politica meridionalistica, la diffusione delle infrastrutture con la autostrada Adriatica Bologna - Bari,l’asse Bari Napoli, l’autostrada del Sole, un insieme integrato per ridurre il costo di trasporto e favorire gli scambi Nord - Sud sia dei prodotti industriali che di quelli agricoli. In quegli stessi anni nasce sempre lì, cementificio Cementir. Il polo siderurgico non nasce a caso. Trova ancoraggio nella legge per il mezzogiorno presentata da Antonio Segni e da tutti i Ministri, la 634 del 1957, approvata in pochi mesi, che offre gli strumenti con i consorzi e le direttive di sviluppo industriale. Relatore di maggioranza fu Michele Marotta mentre quello di minoranza Giorgio Napolitano che nella visione della sinistra, offrì un contributo di proposte positive nella elaborazione della legge. 
Questo era il contesto. Poi la storia è stata demonizzata con la cancellazione delle politiche meridionalistiche e delle partecipazioni statali in nome della ideologia liberista. Oggi i post ideologici vorrebbero utilizzare la cassa depositi e prestiti senza neppure i controlli del Parlamento così come avveniva correttamente in presenza di intervento pubblico in economia. Ma mancano le idee e soprattutto una visione di insieme così come aveva indicato Moro per il
quale il “sistema economico meridionale non è più una appendice inerte da sollecitare con scelte per così dire “esogenere” al sistema stesso, ma, autopropulsivo, sempre più integrato nella economia nazionale”. 
Non a caso quell’intervento di Aldo Moro fu titolato da Giuseppe Rossini nel volume terzo degli Scritti e Discorsi così: Democrazia e progresso sociale 

COMUNICATO STAMPA

 

Giovedi 14 novembre 2019

 

VIA ALLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI FIRMATO IERI L’ATTO COSTITUTIVO DEL NUOVO POLO DI CENTRO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DC

 

E’ stato firmato ieri a Roma l’atto costitutivo della FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI. Per la prima volta i partiti, le associazioni e i movimenti che si ispirano al valore primario dell’umanesimo cristiano si uniscono in un comune progetto politico. Con l’obiettivo di dare vita ad un partito centrista che recuperi la cultura politica e l’identità che sono il presupposto della democrazia.

Il nuovo soggetto politico unitario punta a superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese ed a costituire una vera alternativa all’estremismo di destra e al populismo che si impone per la mancanza di un riferimento valoriale forte come quello del popolarismo.

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Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato GRASSI (DC), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti) Maurizio EUFEMI (Associazione Democratici Cristiani) unitamente a parlamentari, e 40 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.

La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla più ampia collaborazione con le forze disponibili alla difesa e integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione che è aperta all’adesione di movimenti, di associazioni, che si ispirano al popolarismo. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)

SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

ROTONDI, BINETTI, GARGANI, TASSONE, GRASSI, BONALBERTI, CESA E FIORI ANIMANO IL COMITATO PROVVISORIO CHE LAVORA ALLA PRIMA ASSEMBLEA COSTITUENTE

DELLA FEDERAZIONE CHE SI ISPIRA AI VALORI DELL'UMANESIMO CRISTIANO.

Centro di Cultura e di Iniziativa Politica

   “ Leonardo da Vinci”

 

Da: Centro Studi Leonardo da Vinci

Via della Colonna Antonina 36, Roma

Tel 06.6794253

 

COMUNICATO STAMPA

 

VIA AL NUOVO POLO DI CENTRO, SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

 

Si è costituita ieri, mercoledì 30 ottobre a Roma presso il Centro studi Leonardo da Vinci la FEDERAZIONE TRA I PARTITI E I MOVIMENTI CHE SI ISPIRANO ALLA TRADIZIONALE POPOLARE DELLA DC: hanno aderito 25 organizzazioni che si sono dati come programma la preparazione di un nuovo soggetto politico unitario per superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese. 

 

I firmatari del documento come manifesto politico della federazione, sono consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese e della presenza di una destra estrema, eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi che ha attraversato il centro e la sinistra.

Con l’incontro svoltosi si mette la parola fine alla diaspora democratico cristiana durata oltre venticinque anni.

 

Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato GRASSI (DC), Gianfranco ROTONDI (Forza Italia), Publio FIORI (Rinascita popolare), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti) unitamente a parlamentari, e 25 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.

La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

 

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla partecipazione di movimenti, che si ispirano al popolarismo per la difesa della Costituzione.

 

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

 

“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)

 

Via Colonna Antonina,35 – 00186 – Roma                                                        Tel. 06.6794253 – Fax 06.6790868

 

Testo del Patto

 

I sottoscritti 

 

consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la 

costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e 

cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si 

erano affermati dopo le elezioni del 2018; 

consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla 

costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che 

abbiamo patito in questi anni; 

consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra 

eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra; 

consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche 

che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi 

un nuovo soggetto politico 

 

RITENGONO 

che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti 

saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un 

nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il 

naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e 

populiste, per affermare i valori democratici e liberali; 

invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al 

costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per 

seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della 

federazione

propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, 

possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando 

vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da 

quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione; 

propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, 

all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, 

o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio 

gruppo; 

propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i 

singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da 

adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali 

regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere; 

auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge 

democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 

con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi 

politici e protagonismo all’elettore. 

 

Letto, condiviso e sottoscritto dal 24 /09/2019 al 15/10 /2019 

Giuseppe Gargani (DC) 

Filiberto Palumbo (ex comp. C.C.) 

Mario Tassone (NCDU) 

Lorenzo Cesa (UDC) 

Antonino Giannone (Circoli Insieme) 

Renato Grassi (DC) 

Gianfranco Rotondi (FI) 

Giuseppe Rotunno (Civiltà dell’Amore) 

Ettore Bonalberti (ALEF – Associazione Liberi e Forti) 

Publio Fiori (Rinascita Popolare) 

Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani) 

Mauro Scanu (Iniziativa Cristiana) 

 

 

Sisma: Ussita non può finire come il Belice

Sabato 5 ottobre ore 10,30

Dobbiamo ringraziare quanti hanno voluto raccogliere il nostro invito per una riflessione libera, senza condizionamenti sullo stato della ricostruzione nelle aree del sisma del centro Italia e a Ussita in particolare.

Alcune considerazioni introduttive.

Abbiamo fatto la nostra parte anche manifestando a Montecitorio in una piovosa giornata di maggio.

Dobbiamo vincere la rassegnazione di chi non crede più a nulla, alle promesse ripetute. Respingiamo le critiche di quanti ormai dicono non c’è più nulla da dire e da capire, perché è chiara la strategia dell’abbandono. Non a caso abbiamo richiamato il terremoto del Belice, per i ritardi cinquantennali nella ricostruzione con le contraddizioni di anfiteatri e strade inutili.

L’iniziativa è stata assunta dalla lista Ussita insieme per la ricostruzione che ha tenuto sempre alta l’attenzione sul post terremoto con una battaglia democratica, nelle sedi istituzionali, nel consiglio comunale, con iniziative e evidenziando lacune, contraddizioni. La stella polare è stata la legalità e la trasparenza.

La politica non si fa con i comunicati stampa. Si fa verificando i risultati giorno per giorno, incontrando le persone, ascoltando anche quando questo è disagevole. Per questo voglio ricordare i presenti che hanno sottratto tempo alla famiglia a quasi tre anni dalla seconda grande scossa di fine ottobre 2016. Un pensiero va anche a quanti ci hanno lasciato, a quanti soffrono disagi incalcolabili e a quanti sono stati colpiti nella malattia.

L’incontro fortemente voluto perché a Ussita scelte incaute hanno portato al fallimento delle giunte comunali. I risultati sono sotto i vostri occhi. Una ricostruzione che non decolla. Né possiamo aspettarci molto da una gestione commissariale in comune. Nei giorni scorsi è atterrato e passato il Presidente del Consiglio, peraltro senza neppure fermarsi ad incontrare la popolazione che vive nelle casette SAE, ma nell’incontro di Castello, molti comuni hanno fatto sentire la loro voce, ma il Comune di Ussita era afono del rappresentante della comunità. Non può essere un rappresentante prefettizio capace di richiamare e risolvere i problemi che sono di tutta evidenza.

Che dire poi di un incontro che è stato silenziato, nel senso che la stampa non è stata ammessa ad ascoltare le prese di posizioni dei sindaci, quali rappresentanti delle comunità.

Sono molte le cose che non vanno.

La nomina a Presidente del Parco dei Sibillini di un docente universitario specializzato in veterinaria non ci entusiasma, quasi che si volesse privilegiare l’ambiente animale con lupi, orsi, cinghiali ad una visione antropologica del parco favorendone uno sviluppo in cui la persona umana sia protagonista. Siamo allo sviluppo imposto e non partecipato o proposto. Si afferma la mera conservazione senza un nuovo sviluppo che porti ad funzione razionale e antropologia delle risorse umane. Quale è il ruolo delle comunità. Azioni utili tra chi vie in montagna, chi vive di montagna e chi vive per la montagna.

E’ stata richiamata la legge per la montagna del 94 che trova un ancoraggio nell’articolo 44 comma 2 della Costituzione per iniziativa di quel grande costituente che fu Gortiani di Tolmezzo un geologo, passato alla storia non certo come Farabollini che ha atteso 10 mesi per nominare della commissione di esperti, il cts.

Per non parlare delle ordinanze osservate dalla Corte dei conti, la 80, 84, 85,86 autentico capolavoro della burocrazia, di cui sono state chieste modifiche tanto è che il commissario ha dovuto sospendere. La ordinanza 80 modificava ben 14 ordinanze precedenti a cominciare dalla 4 del novembre 2016, revisionata una decina di volte. Non stiamo scherzando. Questo è il pasticcio cui di troviamo dinanzi. Dobbiamo ringraziare Mario Sensini e Sibilla on line per l’accuratezza con cui indaga sul terremoto.

La zona franca va benissimo ma è a un livello di governo nazionale e comunitario che finisce per appartenere al libro dei sogni.

L’opacità del sito dell’Ufficio Speciale Ricostruzione è di tutta evidenza. Non è stata fatta una distinzione reale per province, ma dentro Macerata hanno inserito Ancona e Pesaro Urbino e dentro Ascoli, la provincia di Fermo. Quasi a volere nascondere qualcosa.

Non vengono indicati quotidianamente i progetti approvati così da vedere il reale stato di avanzamento. Perché non viene messo un contatore dinamico delle pratiche, dei finanziamenti, del volume finanziario del validato e di quanto resta.

Assistiamo al paradosso che i comuni dell’area focale sono in forte ritardo. Tolentino ha avuto 58 milioni per la ricostruzione privata, con 128 pratiche di ricostruzione pesante, 108 delocalizzazioni, 145 ricostruzione leggera, rispetto a Caldarola 11 milioni, Matelica 16 milioni e San Severino 28 milioni. Non vuole e non deve essere una guerra tra poveri, ma solo una verifica.

Da una analisi effettuata è emerso che i più forti ritardi si registrano nelle aree più colpite dal sisma:

fino a 10 km dall’epicentro 376 pratiche presentate e contributi erogati 10.817.306;

tra 10 e 25 km pratiche 1.495 e contributi 68.607.587

tra 26 e 42 km pratiche 2.961 e contributi per 169.734.092;

tra 43 e 55 km pratiche 2.217 e contributi 165.368.426;

tra 56 e 73 km pratiche 958 e contributi per 40.899.608; tra 74 e 95 km pratiche 117 e contributi 4.024.538; tra 96 e 12 km pratiche 4 e contributi erogati 0.

Abbiamo riscontrato positivamente come il comune di Sarnano offra, a metà luglio, un trasparente quadro delle pratiche di ricostruzione privata: 209 pratiche presentate, 177 verificate, 32 in attesa di ammissibilità, e poi quelle rigettate, quelle in istruttoria, i decreti di concessione, il totale dei finanziamenti 8,206 milioni e le 54 pratiche all’u.s.r.

Quindi un plauso al sindaco di Sarnano.

Al Presidente Pirozzi vorrei segnalare una contraddizione della Regione Lazio. Lo sa Presidente che nel Lazio si paga una tassa sismica per i loculi cimiteriali pur essendo i cimiteri luoghi pubblici e la tassa viene fatta pagare anche se l’indagine geologica è stata ormai acquisita? Forse questo balzello andrebbe soppresso.

E’ semplice e facile chiudere le zone rosse, ma la più coraggiosa avrebbe dovuto prevedere una selezione, una accurata verifica della situazione. Forse ci si illudeva che quello era il modo, un metodo vecchio, per avere più risorse.

Poi ci sono le problematiche delle chiese. Ma tutti noi sappiamo che non sono la priorità. Le chiese delle 10 frazioni erano sostanzialmente chiuse. Quella autenticamente attiva era la Pieve. I beni ecclesiastici hanno un percorso separato, ma anch’esso irto di ostacoli. Scontano l’insufficienza del personale preposto alla sovrintendenza di Macerata che si trova a gestire un volume di pratiche superiore alle forze disponibili.

Per Ussita iI file dell’USR, verificato al 20 settembre 2019 nelle sue 239 pagine presenta 2818 progetti approvati sui 5255 pari al 53, 62 per cento. Per Ussita 15 progetti approvati dei 67 presentati, di cui n. 6 categoria 9, n. 7 categoria 4 e n. 2 di categoria 19 per un finanziato di 2.892 milioni praticamente quasi tre milioni di cui la metà vanno a due progetti.

Poi si potrebbe parlare di tante altre cose, come lo stoccaggio delle macerie creando dei siti intermedi rispetto all’area focale, il problema del calcolo dei contributi rispetto alla superficie lorda e netta in conseguenza nei nuovi materiali utilizzati, l’opportunità di dedicare personale della USR alle aree focali e alle perimetrazioni, la sollecitazione agli interventi a protezione delle frazioni a rischio, sia con mitigazioni delle acque che con rimboschimenti e molto altro.

Credo che la mia introduzione possa finire qui. Voleva essere solo una provocazione suscitando le vostre riflessioni arricchendo il dibattito con ulteriori stimoli a individuare quelle indicazioni utili a rimuovere le macerie di una ricostruzione che non decolla.

Siamo troppo legati a questi luoghi per appartenere al partito della strategia dell’abbandono. Fare presto. Il meglio è nemico del bene.

Ussita 5 ottobre 2019

 

 

Commemorazione di Renzo Patria

Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica

IN RICORDO DI RENZO PATRIA

Giovedì, 17 ottobre 2019
Ore 15,30
Sala Aldo Moro
Piazza Montecitorio – Roma

Saluto dell’on. Gregorio Fontana Questore della Camera dei Deputati
Intervengono: on. Antonello Falomi Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari

Prof. Giulio Alfano
On. Gerardo Bianco
On. Maurizio Eufemi
Dott. Fabrizio Palenzona
Testimonianze

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R.S.V.P: 06/67603170 – 3139
E mail: ass_ex_parlamentari@camera.it

L’accesso alla sala - con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta - è consentito
fino al raggiungimento della capienza massima

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Intervento del sen. Maurizio Eufemi:
 

E’ difficile ricordare in  pochi minuti una amicizia lunga quaranta  anni, fin da quando,  Renzo entrò a Montecitorio nel lontano 1979.

C’è il rischio che le emozioni, i ricordi personali, i sentimenti prevalgano sulla ragione e su una lettura meditata dei passaggi della vita, soprattutto se lo facciamo in questa Sala per noi così carica di ricordi.

La vita parlamentare di Renzo Patria si intreccia con la mia, che seguivo per il Gruppo parlamentare l’area economica. Renzo Patria fu sempre componente della Commissione Finanze e Tesoro,  fino a diventarne Presidente nella XIV legislatura.

Per quindici anni abbiamo condiviso scelte politiche, avvenimenti di vita parlamentare e quelli personali. Era una vita parlamentare intensa, fatta di tanti momenti di vita comune che terminavano ben oltre gli orari delle sedute.

Aveva competenze specifiche che gli venivano riconosciute e che venivano valorizzate nell’esame dei provvedimenti in particolare sulla finanza locale, sul fisco, sulla Amministrazione finanziaria, sui quali spesso veniva chiamato a svolgere il ruolo di relatore, così come sul bilancio dello Stato dove non mancava di intervenire.  Era in fondo il riconoscimento della sua specializzazione, delle sue competenze, delle sue relazioni e della sua sensibilità in una Commissione dove era forte la professionalità dei suoi componenti. Era la commissione per citare dei nomi, degli Usellini, dei Citterio, dei Fiori, degli Azzaro, di De Cosmo,  dei Rubbi, ma anche di Felice Borgoglio, Spaventa, D’Alema padre, Sarti Armando, Vincenzo Visco e tanti altri, dove il confronto delle posizioni era di alto livello e dove la sensibilità politica doveva essere coniugata con la competenza. Le sue iniziative legislative guardavano ai settori prima ricordati, ma non mancava di porre attenzione al territorio dove il suo legame era forte, sia con la previsione di sezioni distaccate delle Corti di Appello, e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino, valorizzando il decentramento e la vicinanza su aspetti fondamentali come la giustizia e la Istruzione, come esigenza dei giovani e dei cittadini rispetto alla “lontana Torino”.

Nell’ambito fiscale sottolineò con anticipo, anche per la sua esperienza di amministratore locale la “spinta al riordino della imposizione del settore immobiliare e norme severe in materia di responsabilità per il dissesto”. Ribadiva come “la mancanza di autonomia impositiva e l’insoddisfacente impianto normativo porta a difficoltà di gestione”. Era una risposta alla esigenza e alle spinte che stavano maturando, anche con fratture politiche, per l’autonomia sostanziale degli enti locali. Tutto questo con largo anticipo rispetto alle concrete  innovazioni nell’ordinamento. Il suo impegno parlamentare sui problemi ambientali è contrassegnato dalla lunga azione sull’Acna di Cengio e sulla Val Bormida che lo coinvolgerà con numerosi atti di sindacato ispettivo nella decima legislatura.

Soltanto alcuni anni dopo, nel 1994, si arriverà alla istituzione della commissione monocamerale di inchiesta.

Interpellanze, mozioni parlamentari erano seguite passo dopo passo, non azioni estemporanee, ma con la piena consapevolezza dell’obiettivo da raggiungere anche attraverso un confronto duro con il suo partito la DC, con la stessa maggioranza e con il Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo. Gerardo Bianco in quel tempo Vicepresidente della Camera dovrebbe ricordare una di queste sedute movimentate. Muovevano i primi passi le politiche di compatibilità ambientali per l’assenza di controllo nei decenni nelle produzioni inquinanti. Sottolineò la necessità di prevedere processi di risanamento per rendere compatibili le produzioni con l’ambiente e di istituire autorità ambientali, perché i rischi ambientali superano i confini amministrativi delle provincie e delle Regioni e degli Stati. E’ stato così per Chernobil come per le fabbriche della Germania Est che inquinavano le foreste della Baviera. Era così per la Val Bormida. In una occasione la sua penetrante attenzione ai testi in discussione gli fece scoprire che un punto del dispositivo della mozione Matulli, quindi del responsabile Ambiente del suo partito, era scomparso nel testo in votazione. Non era cosa di poco conto perché prevedeva di “assicurare che nessuna attività produttiva sia avviata prima che venga attivato integralmente il monitoraggio” ( di cui al punto 2). Un vero e proprio giallo. La sua Mozione non fu approvata. Rimase fermo sulla sua posizione, ma fu un alto momento tra i partiti e all’interno della stessa DC dove il confronto democratico era un valore assoluto.

Lo studio di quei problemi ambientali lo portò a presentare trenta anni or sono una iniziativa di riforma della Costituzione per la tutela dell’ambiente, del paesaggio, e il patrimonio storico della nazione per promuovere la collaborazione internazionale per la salvaguardia dell’ecosistema. Sono questioni recentemente richiamate dal Presidente del Consiglio Conte nelle recenti dichiarazioni programmatiche di agosto. Metteva la persona umana al centro degli interessi per la salubrità degli ambienti di vita e di lavoro.

La sua iniziativa costituzionale per la detrazione fiscale delle spese per l’istruzione eliminando la sperequazione tra istituti pubblici e privati si muoveva all’interno della cornice costituzionale degli articoli 33 e 34 della Costituzione.

Ma è sul bilancio interno che emergeva la sua sensibilità istituzionale. In un suo intervento del 1983 non v’era solo il riconoscimento formale della Presidenza Iotti, per le grandi trasformazioni della Camera dei Deputati in atto come la creazione dell’Ufficio di Bilancio, una innovazione specifica, come strumento di valutazione della spesa e la creazione della struttura per la redazione dei testi legislativi o come il trasferimento della biblioteca e la sua trasformazione in Biblioteca di ricerca. Non mancava di sottolineare la “urgenza di recuperare la centralità del Parlamento”. Quel Parlamento che oggi si vuole limitare nelle sue funzioni di rappresentanza e con idee strampalate sulla democrazia diretta.

Poi nell’ultima sua legislatura quella dal 2001 al 2006 voglio ricordare la sua azione in difesa del ruolo e della funzione delle Banche popolari e di credito cooperativo, come fu attivo protagonista, quando il Paese fu attraversato da scandali finanziari, nella indagine conoscitiva sui rapporti tra le imprese, i mercati finanziari e la tutela del risparmio che portò alla definizione di una buona legge, la 262 del 2005, che ancora oggi riscontra notevoli apprezzamenti, per le profonde innovazioni nelle infrastrutture normative introdotte a tutela dei risparmiatori.

Auspicò come “adempimento al dovere del legislatore di accendere un faro che indichi la strada per la ricostruzione di una etica finanziaria” come sollecitato da Ciampi, ma al tempo stesso “la politica doveva recuperare un ruolo primario se non vogliamo – disse – che la finanza e i poteri forti siano essi a dettare l’agenda anche alle Istituzioni elettive”. Come sono attuali queste parole!

Aveva la grande preoccupazione di evitare il rischio di far ricadere sulle Istituzioni la crisi che colpiva i partiti politici nei primi anni novanta “pena l’irreparabile decadenza della nostra democrazia”. La tutela delle condizioni di vita e di lavoro dei deputati non poteva, secondo Renzo Patria, essere intesa “quale tutela di privilegi individuali e corporativi, ma va ricondotta nell’ambito suo proprio e cioè  di garanzia della funzione di rappresentanza popolare che i membri del Parlamento esercitano”. “Delegittimare il Parlamento significa sconfiggere la sovranità popolare facendo prevalere con la piazza minoranze velleitarie e  violente ma non per questo meno pericolose per le sorti    della democrazia del nostro Paese.

Sapeva ascoltare i fermenti della società civile. “Sarebbe semplicistico e colpevole - disse in Aula - se ignorassimo le domande, e non ci accorgessimo della profondità della crisi che è di identità e di credibilità dei nostri comportamenti”.

Riteneva preminente l’obiettivo  di restituire le Assemblee legislative alle loro finalità più vera, la sede nella quale si operano  scelte nell’interesse dei cittadini.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità,  poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare” per renderlo sempre più libero dai condizionamenti dei partiti e dei Gruppi. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera.

Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”.

Per Renzo  “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera  le condizioni necessarie di autonomia per il  pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”.  L’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a svolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica funzioni che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

Nel suo agire quotidiano portava avanti l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana. Forte era la sua Fede democratica. Sentiva profondamente il contatto con il mondo cattolico da cui era stato formato. Ripeteva “dobbiamo ripartire dagli oratori e dalla società civile”. Nella diaspora non cancellò le amicizie, ma mantenne rapporti cordiali senza rancori.

L’associazionismo nelle sue varie forme e articolazioni era il momento per portare avanti insieme le idee. Fino all’ultimo istante è stato protagonista nella Associazione Democratici Cristiani dove mi volle fortemente.

Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno nella vita degli ex parlamentari per tredici anni di cui otto anni con responsabilità comuni con Gerardo Bianco e poi con Antonello Falomi. Abbiamo avuto altri intensi momenti di vita vissuta. Nella Associazione ha potuto traslare tutta la sua esperienza nella gestione quotidiana dei problemi grandi e piccoli, anche rispetto all’ondata di populismo e antipolitica, soprattutto nella valorizzazione di un corpo intermedio con le sue regole ancorate ai valori costituzionali, che non erano un retaggio del passato,  ma la stella polare dell’agire quotidiano.

Ha partecipato con entusiasmo alla promozione di iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano per l’Expo, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia. Portava la sua esperienza istituzionale, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava  l’odio sociale contro il Parlamento con una campagna antisistema  volta a ridurne ruolo e funzione, Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle quotidianamente.

Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti quotidiani, permanenti.

In venti anni di presenza in Parlamento, i  numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di  900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”.

Volle dotare la nostra Associazione del proprio vessillo come simbolo di unità e di rappresentanza perché nelle manifestazioni ufficiali fossimo presenti con il coraggio e l’orgoglio della nostra storia senza distinzioni partitiche.

Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria e fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i  valori per i quali ha lottato nella sua vita.

Roma, 17 ottobre 2019 - Sala Aldo Moro - Montecitorio

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servizio fotografico sull'evento

Incontro - dibattito su USSITA

Una finta flat tax

Sta avanzando la proposta di una flat tax sui redditi incrementali. Si tratterebbe di rispolverare una vecchia idea dei FdI. Del resto questo partito è ormai stampella del governo. Ma evitino di spacciarla per flat tax. È una cosetta  molto mini che va nella stessa direzione della flat fino a 65 mila euro per le le partite iva. Anzi andrebbe ancora a loro perché la categoria del reddito fisso, sia dipendenti che pensionati non ha, anno su anno, rilevanti incrementi di reddito tali permettere grandi guadagni fiscali, così da giustificare una flat tax che violerebbe il principio di uguaglianza e di proporzionalità. Per i dipendenti c’è già la tassazione per i premi di produttività. Sono riformicchie che guardano a pezzi di elettorato delle forze di governo piuttosto che alla generalità dei cittadini con un linguaggio di chiarezza e di trasparenza come sarebbe necessario.
 È solo un modo per poter dire che è stata introdotta la flat tax ad uso dei social, dei Twitter e di Facebook, senza misurarne gli effetti concreti e soprattutto senza rilevanza, con limitatissimi effetti sulla finanza pubblica e quindi praticabile senza obiezioni a Bruxelles. Con questa finta riforma i conti pubblici non vengono messi a rischio.
Non è una riforma alla Vanoni, così per dire.

Attualità del pensiero di Keynes


Pomeriggio letterario, ieri nella sede dell’Abi, con un pubblico numeroso (docenti, parlamentari, servitori dello Stato, amministratori, studiosi compreso il presidente della Consob Paolo Savona) che ha sfidato il caldo torrido dell’estate romana. La presentazione del recente libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese è stata l’occasione per un confronto pubblico, profondo e ricco di aneddoti, sulla attualità del pensiero di Keynes. Ne hanno parlato gli autori insieme al Professore Sabino Cassese e all’economista Pierluigi Ciocca, giá Banca d’Italia.
Giorgio La Malfa ha confessato che con questa opera ha voluto “pagare un debito alla formazione che ebbe  Cambridge negli anni sessanta” , quando frequentando quella università inglese frequentò gli allievi di Keynes. 
Si è certamente parlato della rivoluzione Keynesiana, dell’attacco di  Keynes alla cittadella della  ortodossia, con un assalto alla cittadella del pensiero classico,  con la lunga  genesi della Teoria generale nel convincimento che il mercato da solo non ce la fa e richiede azioni consapevoli ponendo alternative al capitalismo che non ė capace di creare piena occupazione. Nel  1935 scriveva “ la difficoltà non risiede  nelle nuove idee ma nelle vecchie che risiedono in ogni angolo della mente”. Prima del 1936, dunque  prima di Keynes prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse e che i governi dovevano astenersi dall’intervenire. Anche Von Hayek sosteneva l’astensione e  che ci  sarebbe il lento riadeguamento della produzione  Il problema, nel secolo scorso fu purtroppo superato solo con il ricorso alle guerre. Toccò alle guerre ridare lavoro.  Certo la spesa pubblica ė un oggetto pericoloso e va maneggiata con prudenza, soprattutto dai responsabili politici. 
Guardare all’oggi significa prendere coscienza che la rivoluzione tecnologica porta a produzioni con pochissimo lavoro,  con il rischio di cattiva distribuzione della ricchezza  e solo la mano pubblica può correggere i livelli della occupazione e della distribuzione del reddito. Purtroppo anche nelle università si è tornati a diffondere ed insegnare teorie ottocentesche.  Quindi oggi le teorie di Keynes andrebbero maneggiate con prudenza pensando ai nuovi protezionismi, alla sovranità limitata, ai minibot o a mini monete  o a quota cento e a quanti insidiano perfino il capitale della Banca d’Italia.  Keynes non era per lo Stato spendaccione; l’intero bilancio deve essere in equilibrio se non in pareggio; agire sulla composizione del bilancio e sulle infrastrutture produttive, che nulla hanno a che vedere con il bilancio in deficit. La forza del moltiplicatore degli investimenti è diversa da quello per le spese correnti. 
Keynes propone di abbandonare lo stato ottocentesco per entrare in un socialismo liberale, proteggendo l’individuo, la sua iniziativa, la sua proprietá. 
Lo Stato deve assumersi la responsabilità di intervenire. Solo lo Stato può rimediare e può entrare in gioco come fattore equilibratore, assumendo una responsabilità crescente negli investimenti. Stato e mercato sono padre e madre dell’individuo. 
Il libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese per la collana dei Meridiani dell’editore Mondadori  con  la ricchezza di un saggio introduttivo di 100 pagine di Giorgio La Malfa e  di 500 note (bibliografiche, storiche, di relazione, biologiche o letterarie) restituisce forma e sostanza al pensiero di Keynes per il quale l’economia deve avere una importanza secondaria rispetto “all’arte della vita”. Assume, oggi,  un grande significato politico oltre e che letterario soprattutto nel tempo della crisi dell’Unione Europea sopraffatta dalla ventata di ordoliberismo che porta ai rischi della deflazione, scoraggia la domanda privata, genera insicurezze, disuguaglianze,  risentimenti nei ceti medi e piccoli li borghesi. I pericoli sono elevati è ancora non sufficientemente percepiti. 

 

    

Servire non servirsi

Dibattito all’Istituto Sturzo promosso dall’isle su ”Servire non Servirsi “ la prima regola del buon politico, con Il Prof.Traversa Pino Pisicchio, Gerardo Bianco, Cesare Mirabelli, Mons Vincenzo Paglia e Luciano Violante.

Il confronto è stato di alto livello. Ho preso un pò di appunti per non smarrire interessanti considerazioni.
Si è tenuto nell’anno del centenario della fondazione del Partito Popolare nella disattenzione degli organi di informazione come ha sottolineato Pino Pisicchio illustrando la figura di Luigi Sturzo politologo.
Gerardo Bianco si è soffermato sul pensiero sturziano partendo dalla commemorazione di Sturzo fatta da Aldo Moro al Teatro Eliseo nel 1959 con il richiamo a Sturzo “ che ha scoperto nella autonomia dello Stato  la moralità della politica”, poi la battaglia contro la corruzione, la riscoperta dei valori umani alla base del tessuto, la scelta in favore dei Comuni piuttosto che verso le Province e i Comuni, e il ruolo delle grandi forze politiche per il riscatto delle classi popolari, il PPI sturziano che nasce come partito intransigente per usare na giudizio di De Rosa , non moderato rispetto alle scelte Gentiloni anche quindi non di supporto o di subordinazione alle classi dominanti. La lezione di Sturzo come vademecum al servizio della Nazione. Un invito a leggere il carteggio con il fratello con cui esamina l’illuminismo e le conseguenze della secolarizzazione. Tu ciò ciò oggi sfugge alla cultura italiana. Il Prof. Cesare Mirabelli si è soffermato sui valori etici in particolare su Sturzo che rientra in Italia nel 1946 con  la nascita della Repubblica, l’attenzione verso il recupero della moralità non nelle istituzioni pubbliche, ma anche nella comunicazione con la diffusione di notizie false, il degrado non solo della classe politica ma anche di altri settori che lascia oggi perplessi, il tradimento del giuramento scritto nella Costituzione.
Per Mons Paglia oggi il bene comune non è più alla base della polis. Non si parla più di bene comune.
La globalizzazione imperfetta non è governata. Ha creato un mondo unito nella economia ma non è stato accompagnato nella solidarietà con ingiustizie trasversali in tutti i Paesi specialmente nella egocrazia , una società liquida da si salvi chi può, un individualismo narcisistico patologico. Il narcisismo ha preso il potere e non è sentito come una colpa. Si è ferita a morte la dimensione di socialità alla base della Polis. La Costituzione è una lingua comune. Oggi manca il sogno comune. Ognuno pensa di essere il palatino del popolo che lo ha votato. Ritessere un linguaggio comune è esigenza imprescindibile. Esprime preoccupazioni per gli attacchi a Papa Bergoglio che assumo i caratteri di attacco dottrinale. Luciano Violante dopo avere ripreso le valutazioni di Mirabelli sull’articolo 54 della Costituzione ha ribadito il dovere della competenza. La politica riguarda la organizzazione della società ed è potere e servizio. Quale è l’interesse della società. Se uno vale uno la mia ignoranza vale come la mia conoscenza. Richiama otto principi che vanno nella direzione del principio sturziano “servirsi per servire”.
L’altro potrebbe avere ragione;
La Repubblica Romana sapeva chiudere i conflitti;
Quale è la forza della politica: la credibilità la reputazione che è come tu rispetti gli altri; la credibilità ci vuole molto a conquistarla e si perde in un giorno;
la politica è una comunità di eguali; costruire la comunità; la morale per costruire una comunità ;
Le persone vogliono un rapporto umano; conoscere il dolore della gente;
I leader del passato stavano dentro una comunità; il capo dipende da come nasce.
Bisogna studiare; istruitemi ho bisogno della vostra intelligenza.
La politica deve risolvere i bisogni.
Non si può fare tutto quello che che si può fare. C’è un limite che deve essere posto;
Guardare e studiare i fatti. Il politico spiega i fatti.
La considerazione finale di Violante è rivolta ad Aldo Moro con la sua lettura del caso Lockheed laddove diceva  di guardare ai fatti e che un grande partito popolare non può essere condannato per la colpa di qualcuno.

In ricordo di Renzo Patria

 

L’Associazione Democratici Cristiani piange la scomparsa del suo socio sostenitore Renzo Patria, e si stringe al dolore della famiglia. Renzo Patria ha partecipato come protagonista attivo al lavoro, alle iniziative e alle scelte di questa piccola comunità di idee e di passione politica nata su impulso di Carlo Alberto Ciocci insieme a Gaetano Morazzoni, Ivo Butini, Giorgio Spitella, Lorenzo Cappelli, Danilo De Cocci, Emilio Neri, Mario Pedini, Angelo Sanza, Michele Zolla , Giulio Alfano, Giovanni Maria Venturi, e tanti altri che hanno voluto e vogliono difendere e tenere alta l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana.

Con Renzo Patria scompare uno stimato parlamentare della DC, che dopo le esperienze nelle amministrazioni locali viene eletto in Parlamento nel 1979 e nelle successive elezioni fino al 1994. Tornerà poi in Parlamento nel 2001 nella lista di Forza Italia. In quella legislatura ricopri l’importante ruolo di Presidente della Commissione Finanze e Tesoro, in un periodo particolarmente delicato per il Paese, attraversato da scandali finanziari che portarono dopo una importante e laboriosa indagine conoscitiva sul sistema delle imprese e i mercati finanziari, alla riforma del risparmio, una riforma positiva per adeguare le infrastrutture normative alle esigenze del Paese. Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno alla vita della Associazione ex parlamentari per 13 anni, di cui sette come Vicepresidente Vicario della Presidenza di Gerardo Bianco con iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia che fu un momento di particolare gratificazione per il successo della manifestazione. Si trattava di un “volontariato istituzionale” di cui Renzo Patria andava fiero portando la sua esperienza di 10 anni come segretario di Presidenza della Camera e di 2 anni come Questore sotto la Presidenza Napolitano, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava l’odio sociale contro il Parlamento. La campagna antisistema era funzionale a ridurre il ruolo e la funzione del Parlamento attraverso la esaltazione del populismo e del sovranismo. Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle.

Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti permanenti. Sul piano politico parlamentare era componente della Commissione Finanze e Tesoro. Era un profondo conoscitore della materia delle banche popolari, degli enti locali, delle dogane, dei monopoli. Interveniva sul bilancio dello Stato e sulla finanza locale, proprio perché sapeva che quello era il momento più alto del rapporto tra Governo e Parlamento. L’attenzione al territorio è dimostrata dalle iniziative parlamentari per il distacco delle sedi giudiziarie e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino. In venti anni di presenza in Parlamento, i numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di 900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”. Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria, ma fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i valori per i quali ha lottato nella sua vita.

 

Quando già le sue condizioni di salute non gli permettevano di venire a Roma con l’intensità del passato, mi ”costrinse” ad un impegno più forte nella nostra Associazione. Non potei rifiutare di fronte a tanta sollecitazione, nonostante i miei gravi problemi famigliari. Il nostro Segretario Generale Giovanni Eurante ne è testimone.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità, poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare”. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera perché secondo Renzo Patria “siamo chiamati a che responsabilità di gestire parametri quantitativi sulla base di esigenze strettamente qualitative come non possano essere considerate le decisioni di governo politico della nostra Assemblea”. Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”. Per Renzo “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera le condizioni necessarie di autonomia per il pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”. Questo bilanciamento tra le indicate esigenze e la ponderazione sotto il profilo istituzionale delle scelte di gestione costituiscono la funzione preminente che l’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a rivolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

L’Associazione ha già assunto iniziative per ricordarne la figura a Roma, così come merita.

 

Maurizio Eufemi

Roma, 10 giugno 2019

 

Una ricostruzione a passo di lumaca 

Ieri in Senato si affrontava il decreto legge che nelle aspettative del Governo del cambiamento dovrebbe rilanciare la crescita. V’è l’illusione che intervenendo sul codice degli appalti con norme più trasparenti, elevando  l’affidamento diretto fino a 150 mila euro, con nuovi limiti alle procedure negoziate o a quelli del subappalto. Sono tutte cose fuorvianti rispetto alla posta in gioco. Forze di governo e di opposizione contrapposte in una visione ideologica sganciata dalla realtá, che richiederebbe un approccio più razionale. Le norme del decreto incideranno anche sulla ricostruzione del centro Italia, ma saranno marginali nella realtà operativa. Vi sono dei numeri che determinano allarme e che avrebbero dovuto suscitare indignazione. Sono quelli emersi per l’Umbria a tre anni dal sisma. L’ufficio speciale ricostruzione ha lavorato 500 pratiche di cui 110 chiuse, 1200 sono giacenti, quelle attese 8.000.! 
Con i tempi di lavorazione registrati, in base alla citazione di personale dell’USR per 136 comuni occorrerebbero sedici anni.! 
La riflessione dovrebbe coinvolgere i commissari straordinari alla ricostruzione, passati e presenti. 
Assistiamo ad un palleggiamento tra USR, Comuni e Regioni, che sembra un gioco dell’oca, con tempi infiniti che portano ad una strategia dell’abbandono. 
Sono state fatte molte promesse, “ non vi lasceremo solo” “ i soldi ci sono”,  coperrtura totale per prime e seconde case, ma la ricostruzione non parte. L’errore più grande è stato quello di non avere sospeso i vincoli del Parco che non hanno senso in territori devastati e che poi subiscono deroghe giuste e opportune come per  le strutture temporanee amovibili. Così come avere puntato nella ricostruzione sismica con un utopistico livello di sicurezza con una eccessiva presenza dell’intermediazione pubblica senza dare fiducia al privato con un atteggiamento che puntasse più sui controlli successivi che su paralizzanti vincoli preventivi, facendo prevalere un atteggiamento parcellizzato da forze che esaltano il verticismo e il decisionismo. 
Questo decreto è una occasione sprecata e dimostra la incapacità di affrontare i reali problemi delle zone terremotate.

L'elemosiniere elettricista

La vicenda dell'elemosiniere della Santa Sede che con un gesto di solidarietà restituisce la energia elettrica a un intero stabile, ci riporta alla realtà del dramma umano dei senza casa che lottano per vivere di fronte alle difficoltà economiche e sociali. 
C’ė una contraddizione feroce tra l'introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento e rifiutare l'erogazione di energia elettrica a quasi 500 persone tra cui donne, bambini,  disabili in uno stabile pubblico. C’è indifferenza nelle autorità pubbliche che non si domandano le condizioni di vita di quelle persone come se non fosse dovere  dello Stato assicurare una abitazione dignitosa alle famiglie in quello o in un altro posto della città ma comunque prendendosi carico del problema, affrontandoli,  non facendolo marcire nella indifferenza. Il fatto che l'immobile sia di proprietà pubblica ė ancora più grave perché non sono stati lesi diritti di privati. 
Il gesto dell'elemosiniere ė stato un ammirevole atto di coraggio della società moderna. Per chi ha conoscenza delle cose romane e vaticane sa che l'elemosiniere aiutava e aiuta quotidianamente le famiglie in difficolta con elargizioni in denaro per far fronte a ogni necessità: dai viveri alle bollette. Si presentavano al portone di Sant'Anna e ricevevano  il dono dell'elemosiniere. Cinquanta anni fa  quel ruolo lo ricopriva  Mons Venini. Ho ancora nella memoria dei ricordi giovanili quelle visioni. Le disponibilità finanziarie provenivano dalle benedizioni apostoliche che l'elemosiniere firmava con il bollo pontificio. Quindi tutti, i pellegrini,  i turisti,  aiutavano indirettamente i fratelli in difficoltà. 
È uno splendido momento di solidarietà. 
l'elemosiniere ci ha riportato a vedere le situazioni più difficili della società che viviamo con lo sguardo caritatevole e solidale piuttosto che non quello del rancore, dell'odio e della indifferenza.

Elezioni regionali in Piemonte: Mauro Carmagnola è candidato con lo scudo crociato

vedi articolo sul giornale online: Civico 20 news: http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=33006

 

Il 4 marzo non c'è più

 

Il quadro politico uscito dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018 è profondamente mutato.

Certo i numeri parlamentari non sono cambiati, ma i rapporti di forza dopo la sequenza delle elezioni regionali in Abruzzo, in Sardegna e in Basilicata, certamente si.

È cambiata la rappresentanza nella Conferenza Stato Regioni con tutto ciò che può determinare nei confronti del Governo alla vigilia di importanti decisioni sulla autonomia regionale.

In un solo la forza politica del M5S è rapidamente evaporata. In modo repentino. Ha inciso in modo profondo l’incapacità di governo e soprattutto la inadeguatezza di affrontare i reali problemi del Paese a partire da una crescita insufficiente.

 

Ora ci avviamo ad una campagna elettorale per il rinnovo della rappresentanza al Parlamento Europeo. Dopo la Brexit è tempo di aprire gli occhi e di non seguire populismi dannosi e inconcludenti.

 

Le elezioni regionali in Piemonte saranno il vero banco di prova per il centrodestra.

Resta da vedere se si manterrà fede all’accordo sul candidato presidente di scelta Forza Italia o se la Lega vorrà imporre il proprio candidato.

Per la Lega si porrà il problema della autosufficienza o della politica delle alleanze. In questo caso tutto verrebbe rimesso in discussione.

Di fronte a un delirio di onnipotenza dalle urne potrebbero venire sorprese. Nulla è escluso.

Eppure la storia politica del M5S e prima ancora quella di Renzi dovrebbero insegnare qualcosa. Il voto in assenza di partiti, se resta affidato solo alle leadership diventa fluido. I voti così come arrivano, possono andar via con la stessa rapidità, perché gli errori sono dietro l’angolo e a volte diventano irrimediabili.

 

Roma, 25 marzo 2019

Il Tatarellum, un sistema elettorale senza inganni

In Abruzzo i numeri sono lì.  Si torna alle coalizioni omogenee e sui programmi.

Non si possono fare contratti di governo, ma solo contratti elettorali.

Un centro destra vincente con la Lega che fa il grande gesto del cedere il candidato presidente alla lista di Fratelli d’Italia che non ha l’effetto lista del Presidente basti pensare alla lista Legnini che si cifra quasi al 10 per cento. La coalizione di centrodestra avrebbe vinto con un Presidente di qualsiasi lista della stessa aggregazione. La Lega paga bisogno della coalizione per governare nelle Regioni non potendo andare da sola salvo forse in Veneto. Resterebbe da sola come i Cinque  Stelle. Il Pd ha tentato la via delle liste di sostegno per aumentare i consensi. Il tentativo è stato in parte premiato ma resta insufficiente senza la prospettiva di individuare un alleato credibile che aumenti le potenzialità di sviluppo successo che porti la coalizione al traguardo del 40 cento. 
I Cinque stelle da soli, senza coalizione, non vanno da nessuna parte. Pagano i risultati negativi del governo e l’incapacità di affrontare i reali problemi del Paese sia a livelli nazionale che a livello locale. 
Il tatarellum ha contribuito a fare chiarezza tra contratto di governo e contratto elettorale imponendo scelte preventive e evitando inganni postumi. 
Forse è il migliore omaggio per il parlamentare pugliese nell’anniversario della scomparsa

 

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