...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ARTICOLI  e COMUNICATI 2022-2021-2020-2019

RENZI, IL SOLDATO RYAN. LA SUA INIZIATIVA VA SALVATA.

ORA LE FORZE DI ISPIRAZIONE DC POSSONO RITROVARSI.

articolo di Maurizio Eufemi apparso sul giornale online "ildomaniditalia" del 6 agosto 2022

Va lanciato un appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? Si tratta di un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica democratica.

Le elezioni politiche del 25 settembre assumono un rilievo più forte del passato soprattutto per le incertezze e le ambiguità di ambedue  le coalizioni. 

La caduta del governo Draghi è apparsa e appare incomprensibile a larghi strati della opinione pubblica, soprattutto per i successi ottenuti. Della sua caduta sono responsabili non solo coloro che ne hanno provocato le dimissioni come i Cinque Stelle, ma anche quelli come Forza Italia e Lega che hanno impedito che la situazione degenerasse approfittandone per calcolo utilitaristico.  

Di fronte ad un bipolarismo forzato dalla legge elettorale occorre che le forze moderate  e centrali del Paese, quelle ancorate ai ceti produttivi e alle professioni ai settori più dinamici della società che guardavano ai successi e alla credibilità interna e internazionale del governo Draghi, abbiano il coraggio di reagire individuando le forze politiche e lo schieramento che possa far ritrovare spazi di agibilità politica fuori dalle compressioni personalistiche. 

Dalla situazione attuale Matteo Renzi si trova nella posizione di essere fuori dagli schemi precostituiti e perciò in una situazione che può diventare forza se saprà aprirsi alle forze che sui territori  chiedono una rappresentanza su basi programmatiche serie e dignitose. 

C’è dunque da salvare il soldato Ryan (Renzi) attraverso una patto di convergenza come quello di De Gasperi nel 1923 dopo la introduzione della Legge Acerbo (aveva fatto parte della commissione dei 18) tra le forze che hanno a cuore la Costituzione, l’europeismo, l’atlantismo e non una velleitaria visione d’Europa terzomondista. 

In un tale patto di concentrazione le forze di ispirazione democristiana possono ritrovarsi e convergere ove le disponibilità al confronto superino gli egoismi, ove i programmi siano più forti della distribuzione dei collegi. 

C’è da fare appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. 

C’è da salvare il soldato Ryan, come nel film capolavoro di Steven Spielberg, dopo la estinzione dei piccoli partiti che avevano tentato, in passato, di difendere l’idea democristiana. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? ‘Salvare il soldato Ryan‘ diventa un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica politica che l’artificio elettorale determina.

La Galleria di Eufemi, Alfio Bassotti: ho avuto 25 processi

 

È stato uomo di punta della Dc marchigiana e delle sue vicende giudiziarie dice: Sono secondo a Berlusconi ma io non sono il Cavaliere. Il programma di Forlani del 1992 era sull'Europa Era la rinascita di Alcide De Gasperi che aveva visto giusto. Nelle Marche non sono riusciti a fare l’accordo con Amazon che avrebbe portato migliaia di posti di lavoro. L’occasione perduta del collegamento Ancona-Rotterdam

intervista di Maurizio Eufemi tratta dal giornale online "beemagazine.it"  dei 26 Luglio 2022

 

Oggi  parliamo con un esponente politico espressione del territorio delle Marche, un personaggio che ha percorso la strada della politica  salendo dal gradino più basso, quello di segretario di sezione, poi comunale, provinciale poi regionale. Una vita nella Regione vent’anni, per quattro volte consigliere regionale, di cui dieci anni come assessore ai lavori  pubblici e alla edilizia.

Una lunga esperienza di amministratore all’aeroporto e all’interporto dorico. Una carriera politica che lo ha portato fino alla direzione nazionale dc interrotta nel suo punto più alto da vicende giudiziarie. Oggi quelle vicende possono essere lette e interpretate in modo diverso dal momento del furore giustizialista che imperversava ad inizio anni novanta. Eppure troviamo un uomo ormai ottantaduenne, sereno, senza rancori.

Poi queste vicende,  un “dopo” alla guida per quasi dieci anni della Fondazione della Cassa di risparmio di Jesi

 

Sto ricostruendo un po’ di cose. Mi interessava approfondire, ricostruire alcune vicende di storie Dc  anche a livello regionale in questo caso le Marche. Da dove partiamo Alfio?

Ho cominciato nella Democrazia Cristiana, nel ‘60, nel Movimento giovanile  quando c’era Luciano Benadusi.  Sono stato delegato provinciale giovanile nel 1963.

 

Dei marchigiani in quel periodo chi c’era?

C’era il povero Giampaoli che era delegato regionale.

 

Una carriera che parte dal basso, dalla sezione?

Ero delegato di zona dello iesino che poi ho lasciato,  poi i gip (gruppi impegno politico)  di Ancona che ho lasciato a Ippoliti.

 

È dall’Enel che nasce il movimento dei quadri con Corrado Rossitto? 

Sì, ma sono stato eletto in Regione nel 1975 a 35 anni.

 

Come era la Regione?

C’era stata solo la prima consiliatura con Serrini prima, quindi Dino Tiberi di Pesaro. Poi nel 1975 è diventato presidente Ciaffi con l’appoggio esterno dei comunisti. A metà legislatura tra il ‘75 e l’ ‘80 è diventato presidente il buon Emidio Massi, che poi è rimasto per due legislature.

 

La esperienza  della solidarietà nazionale è durata poco. Poi negli anni ottanta come è andata la regione?

Nel 1980 recuperiamo  qualcosa,  ma non molto,  ma c’era stato un calo elettorale; nel 1975 avevamo perduto 2-3 consiglieri. Entro in Giunta nell’80; mi danno le deleghe ai lavori pubblici, ai trasporti ed alla edilizia residenziale. Faccio la legge per il pronto intervento e la legge per le calamità naturali. Quindi poi  la delega alla protezione civile. È stata la prima regione, le Marche, a fare la legge regionale. Abbiamo fatto cose incredibili in Regione in quegli anni.

Abbiamo  speso tutti soldi del terremoto, perché  fino agli anni ottanta non venivano spesi. C’era una normativa che era una legge intelligente, fatta da Trifogli (sindaco di Ancona ndr) che prevedeva una specie di adunanza di tutti soggetti interessati, quindi ogni progetto veniva esaminato da una commissione di 12 persone, ma bastava che uno eccepisse e tutto si bloccava. Non avevano speso una lira.! Avevo capito come funzionava: si doveva spostare il quorum e deliberare a maggioranza anziché  alla unanimità. C’era solo la sopraintendenza che rompeva… in otto mesi abbiamo allocato tutti i finanziamenti. Siamo stati fortunati.

È partito il piano regionale casa;  siamo riusciti a dare i finanziamenti mettendo d’accordo sia imprese che la cooperazione che stavano litigando. Non era il caso di litigare. Qual è il mestiere dell’impresa: costruire! Dissi: l’utenza si mette d’accordo con chi costruisce, quando  avete fatto accordo,  noi finanziamo tutti. Dal 1970  tra case agricole e il piano decennale le case in proprietà nelle Marche si è passati  dal 70 all’85 per cento.

 

E per quanto riguarda il piano acque? 

Abbiamo fatto il piano degli acquedotti. Le Marche sul piano acquedottistico non sono malmesse. È stato risolto il problema degli acquedotti con il Nera; abbiamo raddoppiato la vallesina, rinforzato gli interventi per Ascoli (la diga di Gerosa e di Rio Canale ndr). Il vero problema sono state le amministrazioni comunali; non hanno voluto capire che quando facevano i piani triennali avrebbero dovuto  mettere il rifacimento delle tubature, evitando la dispersione idrica.

 

E per quanto la difesa delle coste?

Non c’era più spiaggia.  Abbiamo recuperato  160 chilometri di spiaggia, costruito i porti turistici;   tutti i progetti iniziavano e completavano il ciclo di un settore, poi la nuova rete degli Ospedali, gli invasi come quello di Castreccioni, (costruito da Condotte d’Acque su progetto Italconsult sul fiume Musone nel comune di Cingoli per 42 milioni di mc e 3700 ettari irrigui e impianto idropotabile per 8 comuni ndr), abbiamo messo un potabilizzatore che avevo visto a Parigi sulla Senna per essere tranquillo e quello serve tutta la parte verso Civitanova.

 

Dunque sulle opere pubbliche sono stati progetti di investimenti  di lungo periodo?

In due anni completavano  le opere. I fondi erano Fio o fondi europei. Bisognava completare le opere in 48 mesi, altrimenti perdevi il finanziamento.

 

La Dc è stata protagonista di queste politiche di sviluppo?

Alle regionali del 1990,  poi lasciai l’assessorato perché ero diventato segretario regionale del partito, siamo ritornati ad essere il primo partito della Regione, con tre province su quattro e ottanta per cento dei comuni.

 

Una grande affermazione politica, il modello marchigiano in una economia che si affermava e funzionava?

Poi ci ha pensato la magistratura!

 

Spiegami che cosa  è successo?

Prima hanno cercato con la storia della sede regionale del partito.  È stato dimostrato che i soldi erano tutte quote pagate volontariamente da industriali  Dc che avevano le quote loro da 25 milioni ciascuni ed erano proprietari. Gli è andata buca. Mi sono assunto tutte le responsabilità. Bastava che dicessi: vedetevela con  il segretario amministrativo perché non sono il legale rappresentante  del partito, ma  sono persona seria e non  ho messo in difficoltà nessuno. Non gli è riuscito il colpo. Poi ne hanno tentato un altro! Ho subito 24 procedimenti penali! Dopo Berlusconi ci sono io, ma Io non sono Berlusconi!

 

Ti fanno ferito queste vicende giudiziarie?

Sì, sarei disonesto. Però ho tenuto botta tranquillamente. Ho affrontato tutte le cose da solo. Ne ho dovute concordare 4. In quel momento la tesi del patteggiamento non significava che ci fosse una colpa da parte dell’indagato, ma una strada per chiudere ogni discorso.

 

Per non entrare nel girone infernale della giustizia?

Ne ho chiusi 4 in questo modo. Poi ho affrontato  la vicenda del Cemim (Centro merci intermodale Marche per la costruzione dell’interporto). La questione  più schifosa messa in piedi. Pensa che questo centro intermodale era approvato,  finanziato dalla comunità europea con un rimborso del 60 per cento dalla CEE. Ci mettono dentro in quindici persone per bancarotta fraudolenta.! Sapevano che se “ammazzavano” me che ero il segretario regionale, ammazzavano la Dc per prima! Gli avevo dimostrato tutto, ma siccome era un procedimento lungo. Non volevo morire!

 

Se serve a confortarti,  anche  io sono stato perseguito come presidente di una associazione ambientalista per un articolo di giornale affisso su una bacheca? Ma dopo quattro udienze sotto la neve al Tribunale di Camerino! Naturalmente assolto! Questo per dire il clima di quegli anni. C’è stato attacco a livello nazionale alla Dc?

Ci fu una cena a Ancona di alcuni personaggi. Chi serviva,  mi ha raccontato tutto. Hanno deciso. Su Bassotti blocchiamo la Dc. Così è stato. Le altre le ho vinte tutte! Sono dovuto andare andato in otto preture. Mi avevano denunciato dappertutto per la pulitura dei fiumi.

 

La vicenda del Cemim fu il fatto centrale

Era in attivo. C’erano pure le  banche. Le gestioni Raddoppiavano il patrimonio in due, tre anni. È finita che loro volevano continuare. Io ho patteggiato. Uno è rimasto a fare da cavia. Nonostante 5 miliardi per la sola procedura, la progettazione per 7 miliardi che  non hanno messo nell’attivo patrimoniale, malgrado che c’era una legge nazionale per il Cemim con 30 md di finanziamenti. Non hanno calcolato i rientri. Avevano finito già 6 miliardi di lavori e una delibera esecutiva della Regione di 8 miliardi che non ha voluto liquidare. Era in straattivo! Dopo 15 anni dopo avere pagato tutti creditori e con gli aggiornamenti, il Cemim ritornava in bonis. Dal 2009 ha avuto l’ultima perla con la causa che ha perso la Regione! Un attivo enorme incredibile. Non può essere uno sbaglio avere perso il centro intermodale nazionale che avrebbe rilanciato tutta la regione tra est e ovest, tra nord e sud?

 

Una storia incredibile! Che manca al quadrilatero  delle Marche?

Manca la pedemontana!

 

Ho visto che con il terremoto dell’ottobre del  2016  del centro italia, con  la chiusura della Valnerina si era bloccato il turismo religioso da Loreto a Cascia.

Un itinerario francescano!

 

Tu sei stato sempre un sostenitore di Forlani.

Sì.

 

Come erano i rapporti con la sinistra interna delle Marche?

Ho avuto personalmente rapporti buoni con tutti. Quando sono stato eletto segretario regionale ho fatto tutte le assemblee. Non facevo solo l’ amministratore; dopo le 21 facevi le riunioni e avevi il polso dei problemi. Al congresso avevamo la lista forlaniana, la sinistra di Base, Forze nuove e un’altra. Al congresso ho detto: non avete problemi di rappresentanza; non vi preoccupate che nomino 3 vicesegretari, ma non voglio la lista unitaria. Sono andato al Congresso e sono stato eletto con l’87 per cento.

 

Volevi la distinzione delle posizioni?

Una maggioranza bulgara.

 

E poi?

Ho fatto 5 anni di servizi sociali. Il patteggiamento non ti manda in galera, ma ti manda ai servizi sociali, alla Caritas. Non potevo muovermi da Jesi, poi dalla provincia, informando sempre dove andavo, alle dieci dovevo essere a casa. Anche quello ha aiutato a ritrovare il mio ambiente.

 

La famiglia?

La famiglia ha retto bene. Non ho dovuto mai cambiare marciapiede. La gente salutava tutta. Si fermava addirittura.

 

Poi hai fatto il presidente della Fondazione  di Jesi?

Mi sono dimesso un anno prima, a 80 anni.

 

Sono stato relatore della legge sul risparmio conosco bene i problemi delle Fondazioni? E a Jesi?

In Acri quando si mettevano d’accordo Guzzetti, il San Paolo e una parte del Veneto non c’era spazio per nessuno. Quando sono arrivato in Fondazione, c’è stata battaglia perché i conti non andavano bene, c’era la Banca delle Marche che non andava bene. Avevamo più del 90 per cento della nostra liquidità impegnata in azioni nella  della Banca Marche.

 

Perché non avevano diversificato secondo la legge Ciampi?

Perché gli arrivavano 5 milioni di liquidità ogni anno. Quando arrivo lì, al primo cda del 2013, arriva una lettera al 27 di giugno del dg che dice o voi mi coprite entro l’ultimo giorno 30 milioni di euro per garantire l’8 per mille perché non siamo in grado di coprirlo o altrimenti andiamo in default! La banca europea ci chiede i 4 miliardi che avevamo avuto in prestito. Chiamo tutti. Succede che Pesaro si impegna per 15 milioni, noi dovevamo metterne 5; Macerata 15. Noi deliberiamo, invece Macerata non ha deliberato. Quando c’è stato il patatrac del 2015, c’erano molti altri in quelle condizioni. Ci doveva tirare fuori il Tesoro. Quanti scontri con Padoan!

 

Adesso come è?

Adesso la situazione è buona. Ha preso tutto il San Paolo. Ha chiuso il discorso.

 

Riuscite a fare erogazioni? 

La vigilanza ci diceva di fare la fusione oppure chiedete  di essere messi in liquidazione. Dissi: “Non potrà succedere mai. Tutto meno che questo”. Perdiamo 100 milioni di euro di patrimonio. Rimaniamo con 10 milioni corrispondenti al valore degli immobili. Spendevano elevate spese di esercizio e per gli organi. Avevo entrate limitate. Ho abbattuto i costi: ho portato il personale in part  time; ho abbassato gli emolumenti da 500 mila a 74 mila! Ho bloccato completamente le erogazioni liberali. Ho cominciato a guardare bene quei pochi investimenti con i fondi riserva.

In 10 anni ho fatto un aggregato culturale di 4000 metri  quadri; da 350 visitatori, tra 2015  e il 2018,  siamo arrivati 100 mila visitatori in un polo museale e culturale, con ragazzi, stage scolastici. Diamo il servizio gratis.

 

Il periodo delle grandi erogazioni è finito un po’ per tutti?

Il patrimonio è più che raddoppiato passando da poco più 10 milioni a 23 milioni.

 

Avete un grande obiettivo?

Per adesso giriamo alla larga. Adesso le entrate sono arrivate a 1 milione.  Possiamo ricominciare a guardare a programmi pluriennali di erogazione liberale. L’ultimo atto è stato fatto con il blocco operatorio dell’ospedale di Jesi. Poi una selezione molto limitata di interventi a favore di Caritas e Croce Rossa, quindi interventi attenti durante la pandemia. Comunque non condividevo la politica dell’Acri e lo dicevo al Presidente. Adesso avevo un ottimo rapporto con Profumo di Torino.

 

Quanto manca la Dc al Paese?

Era essenziale. L’Italia era come una sedia che poggiava, quella che reggeva tutto il peso era la Dc!

 

Come la vedi l’economia marchigiana dei distretti industriali, delle specializzazioni produttive, delle pmi, delle multinazionali tascabili, degli operai contadini ?

Non sono riusciti a far l’accordo con Amazon che portava migliaia di dipendenti. Avrebbe portato tutta la logistica dell’Italia centrale al Cemim, in quel territorio centrale e sistematico che incrocia l’autostrada,  la superstrada, l’aeroporto di fianco e il porto verso i Balcani e l’Oriente. Avevamo fatto un accordo tra Cemim e il porto di Rotterdam, il primo porto d’Europa.

 

Conosco bene l’importanza. Nel 1985 ho curato un libro “flotta e porti in politica per il rilancio del settore”!

Rotterdam aveva già firmato. l’ambasciatore    doveva portarlo al Ministero per essere firmato. ci forniva tre treni settimanali bloccati  tra Rotterdam e il centro intermodale  per le navi che partivano verso Oriente. L’accordo l’hanno fatto adesso il porto di Trieste e Genova, non gratuitamente,  tirando  fuori milioni di euro.

 

Però Rotterdam ha 70 km di interporto?

Lo so bene ci si sono  stato 20 volte! L’ho girato sulla barca con il direttore del Porto.

 

Se non fai la gronda a Genova,  con interporto ad Alessandria,  come lo sviluppi il porto di Genova? E la gioventù delle Marche  sempre attiva e dinamica come la vedi?

Come tutte le gioventù del paese. Noi venivano per ottanta per cento dalla cultura contadina. Per salire di grado dovevamo fare sacrifici… superare una forte selezione, terribile. Poi c’era la mentalità della cooperazione in campagna. Facevamo la solidarietà familiare nei momenti topici delle stagioni.

 

Chi ricordi di più dei politici?

Sia Il vecchio Tambroni che rimane un mito  e sia Aristide Merloni che era innamorato dei giovani, ecco perché si sono mossi, amico fraterno di Enrico Mattei e di Arnaldo Forlani. Il “tambroncino” (Rodolfo, nipote di Tambroni ndr) purtroppo era, soprattutto negli ultimi tempi, condizionato dai problemi di salute.

 

Le Marche erano tante realtà diverse, ogni provincia era una espressione di territorio con un pluralismo politico, sociale, economico, che arricchiva?

Oggi non c’è più niente. C’è il deserto. Ho fondato una associazione Europa terzo millennio quando ho potuto riprendere le attività. In ogni convegno venivano 500 persone. Erano tutti ex democristiani che si erano divisi. Li incontravo e li vedevo litigare e dicevo: ma siete matti!

 

Anche le correnti sia Forze  nuove che basisti che forlaniani  erano rappresentanti di fasce sociali  e mondi vitali?

Chi rappresentava la cultura, chi l’artigianato, chi i piccoli imprenditori, chi gli agricoltori,  chi il sindacato. Tutti insieme formavano  veramente un carro armato. Questa realtà si è così sparpagliata che pur avendo vissuto insieme nella Dc nemmeno si parlavano più. Ho creato l’associazione Europa terzo millennio; l’idea di fondo era che tutti, sia che fossero nell’UDC, nei cespugli, nella Margherita, nel Pd tutti  erano iscritti al PPE, una attività di natura politica sul piano culturale in un clima di grande amicizia.

 

Il programma di Forlani del 1992 era sull’Europa. Adesso i sovranisti ce ne fanno una colpa

Quella era l’unica scelta. Era la rinascita di Alcide De Gasperi che aveva visto giusto. Ora questo passa il convento. Adesso possiamo solo riflettere!

 

 

Post scriptum su carriere e vite spezzate

Poi la vicenda Cemim si concluderà così: (ANSA) – ANCONA, 18 NOV – A 20 anni di distanza, gli ex vertici del Cemim-Centro merci intermodale Marche per la costruzione dell’interporto, che avevano patteggiato la pena negli anni Novanta, dopo la revoca della sentenza, sono stati assolti dalle Corti d’appello dell’Aquila e di Campobasso dalle accuse di truffa e bancarotta. E la persona che era rimasta nel processo veniva assolta “perché il fatto non sussiste”.

Voci parlamentari.

“Aiutare chi la terra la lavora, non chi la guarda, altrimenti l’agricoltura non si salverà”

 

Intervista all’ex deputato Dc Giuseppe Zuech, una vita per il mondo agricolo. Prosegue la galleria dei personaggi di Maurizio Eufemi Come vanno i rifornimenti di grano, in questi tempi di guerra in Ucraina. I ricordi di Marcora, Andreotti, Bisaglia, Rumor. La Coldiretti? Non è più quella di una volta

Maurizio Eufemi - 12 Luglio 2022

 

Giuseppe Zuech, 78 anni il prossimo 18 luglio, deputato dal 1976 al 1992 è un esempio della migliore rappresentanza del mondo agricolo. Ha iniziato giovanissimo nei giovani Coldiretti, poi ha fatto esperienze nelle amministrazioni locali, poi ha trasferito nelle aule parlamentari la profonda conoscenza dei problemi agricoli. Un’esperienza a tutto tondo.

Un esempio di come la denigrazione abbia colpito indiscriminatamente una classe politica dirigente.

Lo sentiamo mentre si sta per chiudere l’annata agraria 2022 ed è tempo di raccolti.

Gli agricoltori sanno anticipare le scelte. In questi mesi  di guerra in Ucraina. In Italia sembra che gli agricoltori abbiano capito per tempo che occorreva anticipare  le scelte di produrre più grano mettendo in produzione terreni non coltivati. Ciò è stato possibile anche per la lievitazione dei prezzi che hanno reso più redditizie le scelte autunnali. La semina non è una operazione da ultimo momento. Occorre preparare il terreno e seminare tenendo conto del tempo meteorologico. Tutti fattori determinanti sul risultato finale.

 

Come va, Bepi,  il raccolto del frumento? 

Stiamo lavorando ancora. Tutto sommato bene. I problemi di tutti. Prima avevo i bovini. Ho orientato tutto in cereali e nella frutta;  ho diviso  in due le produzioni.

 

La frutta è più redditizia?!

Produco ciliegie.

 

Le ciliegie poi con certi prezzi?!

È un prodotto particolare, di facile deteriorabilitá e un tempo di consumo molto stretto.

 

Non è la mela per intenderci? 

I prezzi vanno bene al commerciante, ma non al produttore. È un prodotto molto delicato; la mela è una altra cosa, è molto più semplice. Da noi bastano due giorni di pioggia per rovinare il prodotto.

 

In passato sono state approvate  leggi di settore. Per fortuna ci sono le leggi per le calamità naturali.

C’è la possibilità di fare l’assicurazione. C’è il contributo ministeriale che offre garanzie sui rischi atmosferici!

 

Quest’anno come va? 

Ho visto che c’è più produzione di frumento. Anche io ho fatto la trebbiatura lunedì scorso.

 

Come è stata la resa? 

La resa è stata di 23 quintali al campo, che vuol dire 60 quintali per ettaro di grano Rebelde, che è una qualità di grano tenero per fare il pane.

 

È una bella resa rispetto ad altri terreni, quasi come la Pianura Padana? Il prezzo è salito? 

Da noi sta 40 euro al quintale, ma aspettiamo la borsa di Verona per avere un dato ufficiale perché non è stato ancora quotato quel tipo di frumento.

 

Però è stato seminato a ottobre scorso, prima della guerra in Ucraina. Qual era il prezzo? 

Se fosse come l’anno scorso a 23, 24 euro al quintale è difficile pagare le spese. Dopo i 40 euro si riesce a guadagnare bene. Il grano tenero è un altro discorso rispetto al grano duro,  sul quale c’è la PAC ( politica agricola comunitaria).

 

Dopo la esperienza parlamentare che cosa hai fatto? 

Mi sono dedicato all’azienda che avevo prima con il mio papà. Ho fatto il presidente provinciale della Coldiretti. Adesso è giusto che ci siano gli altri. Se mi chiamano negli organismi sono sempre presente.

 

Quindi sei ridiventato  operativo nel settore come tanti colleghi come Natale Carlotto, che a Cuneo è ancora attivo? 

Beh, lui seguiva molto anche prima. Io ho fatto sempre l’imprenditore.

 

E queste vicende, queste demagogie anti casta, contro i parlamentari, come le valuti? 

Dobbiamo dare atto  alla presidenza, alla nostra associazione che hanno fatto bene ad avere difeso le nostre ragioni arrivando finalmente a ottenere un po’ di giustizia.

 

I colleghi veneti li senti? Luciano Righi ? 

Sì, una bravissima persona. Sono a Marostica in provincia di Vicenza non lontano da lui.

 

Quando sei entrato nella Dc? Sei entrato in Parlamento nel 1976 con il rinnovamento  della Dc di Zaccagnini svolgendo il mandato per quattro legislature. Quali erano le tue precedenti esperienze?

Mio padre è stato sindaco  Dc per venti anni di Pianezze, poi nei  primi anni  sessanta ho cominciato nel mondo agricolo con la Coldiretti con i giovani 3P. Facevamo corsi a Roma alla Domus  Pacis, alla Domus Mariae a Castelfandolfo, sui Castelli Romani.

 

Quindi ti sei impegnato nella Coldiretti? 

Sono partito da zero come assessore comunale nel mio paese, poi eletto assessore nella provincia di Vicenza . Poi quattro mandati alla Camera.

Ho fatto tutta la gavetta.

Sono stato presidente Associazione  allevatori e Presidente del Club 3 P che significa: Provare, Produrre, Progredire ( fu fondata da Paolo Bonomi nel 1957 ndr).

Sono stato eletto presidente nazionale subentrando al senatore Truzzi presidente nazionale del club 3 P; il dottor Pirelli era il direttore.

 

Lo sai che Truzzi veniva a Ussita (Mc) ai piedi dei Monti  Sibillini nella sua casa che ha chiamato “la mantovanella” in ricordo della sua terra di origine? Lo ricordo nelle solitarie passeggiate lungo il fiume! 

L’ho conosciuto. Bravissima persona. In gamba.

 

Le leggi sull’Agricoltura degli anni ottanta (vedi Nota alla fine dell’articolo NdR) sono state leggi di grande avanzamento del settore agricolo. C’era grande  concordia politica anche tra forze antagoniste? 

Avete fatto scelte oculate, per la modernizzazione di prospettiva?  

Non c’è dubbio.

Abbiamo avuto un grande ministro dell’ Agricoltura come Marcora. Ho ricevuto il riconoscimento del premio Giovanni Marcora ill 17 febbraio 1991, nel palazzo ducale di Mantova, consegnatomi da Gianni Goria, ministro dell’Agricoltura, poverino prematuramente scomparso.

Marcora conosceva i problemi.  Bravissimo. Ho una impressione ottima, un po’ rustico, ma di grande capacità.

 

Che ricordi hai dei leader Dc nazionali e veneti? 

Personaggi che ho conosciuto bene: Goria, Bisaglia, Mariano Rumor, vicentino, bravissimo cinque volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti come presidente del Consiglio, persone di cui ho un ricordo bello. Di Andreotti avevo grande rispetto; conservo ancora i suoi biglietti di auguri a Natale. Ho un ricordo bello, positivo. Mandava gli auguri personali. “Caro Zuech, auguri!” . Tre parole scritte di suo pugno, teneva a un segno di rispetto personale. Ci teneva a questo rapporto. Aveva questa grande dote.

 

Adesso non sei più allevatore…

No, ho lasciato. Avevo  i bovini da latte. Facevo sia la carne sia il latte in quel periodo.

 

E adesso ? 

Con l’azienda in collina era difficile fare  certi lavori con le macchine agricole e ho preferito orientarmi in colture specializzate: mais, soia, frumento e mi sono specializzato nel ciliegio.

 

La scelta di abbandonare la zootecnia è derivata dalle politica comunitaria?  

No, bisognava  produrre i cereali per alimentare il bestiame.

 

Il ciliegio richiede molta manodopera ? 

Molta. Raccolto tutto a mano.

 

Avete gli stagionali? 

Siamo  una famiglia numerosa  e ci aiutiamo molto tra fratelli e sorelle.

 

È la solidarietà familiare?

Si.

 

E la meccanizzazione?

Sono attrezzato  per fare quel che serve per la frutticoltura. Poi ci sono i conto terzisti. Sarebbe troppo oneroso acquistare i macchinari tanto costosi per una media azienda.

 

C’è anche in Veneto la cooperazione diffusa come in altre Regioni del Paese? 

Sono presidente di un  gruppo di 45 aziende medie e piccole ; abbiamo  decine di attrezzi agricoli, macchine in forma associativa come spaccalegna, trivelle, tagliaerba, ecc., alcune macchine che utilizziamo  insieme per abbattere i costi. Da 40 anni, da quando ero Presidente 3 P abbiamo cominciato così ad acquistare questi attrezzi e andiamo avanti; è un vantaggio; da molti anni stabiliamo un tanto all’ora, un minimo per le spese e per la manutenzione perché le macchine vanno mantenute.

 

Sono macchine costose? 

Costano e bisogna stare attenti ; razionalizzare al massimo per contenere i costi.

 

E adesso la Coldiretti come va? 

È cambiato tutto. Non è più la Coldiretti di una volta.

 

Che fanno? 

Sono soprattutto orientati nel dare servizi come le pratiche burocratiche, le fatture, ma come sindacato come facevamo noi no; era una altra cosa, non è più il sindacato di una volta. Sostanzialmente fanno un servizio di caf. Ti segue le fatture, non è più un sindacato che difende il mondo agricolo di quelli che lavorano effettivamente la terra. È un’impronta diversa dalla nostra!

 

Quali sono le scelte da fare oggi ? 

Aiutare chi coltiva la terra, non chi la guarda. Questo è il principio fondamentale. Bisogna dare una integrazione, anche  in collina dove i redditi sono bassi,  se vogliamo difendere agricoltura, ambiente e il territorio.  I prezzi sono bassi e il consumatore paga caro. Se vogliamo difendere il territorio dobbiamo dare una mano a chi lavora, altrimenti non ce la fanno. I costi ci sono, i prezzi sono bassi.

 

Guadagna la intermediazione? 

Appunto, esatto questo è il punto.

 

Siamo stati criminalizzati come Dc perché nella vulgata si davano le pensioni di invalidità come integrazione di reddito agli agricoltori, che erano i guardiani del territorio contro l’abbandono e il degrado? 

Bisogna difendere bene la specializzazione, la professionalità, la qualità, la difesa dei marchi,  i prodotti tipici: sicuramente è la strada la seguire. Ma se non aiutiamo chi la terra la lavora,  diventa difficile  andare avanti.

 

C’è oggi una forza politica che si fa interprete dei problemi, di comprendere  e difendere  il mondo agricolo come la Dc del passato? 

Non la vedo. Fanno discorsi un po’ filosofici, ma in concreto non vedo interventi.

 

E una presenza come la vostra con grandi battaglie? 

Non c’è più!

 

Eravate tutti competenti. Tutti specializzati nelle conoscenze. Ognuno di voi della commissione Agricoltura aveva una profonda conoscenza dei problemi ed era una realtà nelle singole regioni.

L’argomento lo vedevamo sulla nostra pelle;  i problemi li conoscevamo bene e diventava più facile interpretarli!

 

Oggi i problemi chi li studia? Chi li conosce? Chi se ne fa interprete, come faceva la Coldiretti del passato e i suoi rappresentanti nelle istituzioni?

Post scriptum

Tra i principali provvedimenti sul finire degli anni Ottanta: Le norme per reprimere le frodi, le sofisticazioni e contraffazioni nel settore vitivinicolo, i fondi  di solidarietà nazionale sulle calamita  naturali e i sostegni alle imprese danneggiate dalla siccità delle annate agrarie ‘88-‘89 e ‘89-‘90, gli accordi interprofessionali per la quantificazione delle produzioni e per  migliorare qualità e criteri;,  la legge quadro sulla zootecnia a protezione della qualità; gli interventi programmati in agricoltura; i doc per gli olii extravergine; la disciplina dell’ acquacoltura. La Dc fu rilevante nella definizione, solo nella decima  legislatura, dei provvedimenti con 15 relazioni su 21 leggi di settore! Orgogliosa consapevolezza di avere operato per il miglioramento del settore agricolo.

 

GUIDO BODRATO “La DC? Un grande partito di popolo”.

Intervista di Maurizio Eufemi- 9 luglio 2022

 

Guido Bodrato classe 1933, piemontese, tre volte ministro, della Pubblica Istruzione, nei Governi Forlani e Spadolini 1 e 2, poi del Bilancio nel governo Fanfani e infine dell’Industria, nel governo Andreotti VII. Deputato per 7 legislature, parlamentare europeo, del PPE, direttore de “Il  Popolo” dal 1995 al 1999, a lungo consigliere comunale di Torino. 

 

L’ultima volta ci siamo visti a visti a Chieri, alla Sala della Conceria, per la presentazione del mio libro Pagine democristiane. Appena lo sento, è Bodrato che mi rivolge la prima domanda. 

Ti occupi ancora di qualcosa? 

Adesso sto ricostruendo la storia della DC attraverso la conoscenza di alcuni personaggi. Mi piaceva fare, anche con lei, una riflessione sui tempi lontani. 

Alla mia età, impegni che mi facciano uscire di casa non ne prendo più. Ho visto che negli ultimi due o tre anni faccio fatica. Gli anni che ho si vedono. Preferisco evitare di affrontare prove che, piccole o grandi, non sono più gestibili con la freschezza di un tempo. La seconda ragione è più oggettiva e serena: passo gran parte della giornata a leggere e scrivere. Continuo ad avere la malattia della politica. Ho i piedi nel novantesimo anno per cui vedo molti amici, anche più giovani di me, che se ne sono andati:  “Sono davanti a noi”, come dicono gli alpini. 

In occasione del novantesimo la associazione degli ex parlamentari conferisce la medaglia con una cerimonia. È un gesto simbolico, denso di significato. Quell’appuntamento si avvicina. 

Bene. Guardo però in faccia la realtà. Mi sembra che del passato sopravvivono solo delle malinconie poco più che individuali. La forza di una rinascita non la vedo; semmai noto piccole ambizioni, qualche volta giustificate se non effettivamente meritorie. Riguardano persone che conosco, e non è un caso, dato che avendo girato molto l’Italia di amici ne ho incontrati molti. 

Lo so bene! 

Ci sono altre iniziative invece che anziché guardare avanti, fissano gli occhi all’indietro. In un mondo come questo – un mondo che cambia continuamente e dove si invecchia senza fare niente – alcune iniziative corrispondono a velleità piuttosto che ad autentiche speranze. Dunque, sto alla finestra, ma non passivamente: a chi mi chiede un’opinione, volentieri la offro. 

Stavo rileggendo in questi giorni “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc. Mi sono imbattuto in un dibattito interessante e ho ritrovato un articolo, pregevole, a tua firma sul significato politico del convegno del MgDc di fine agosto del 1957 al Sestriere. 

Non ho mai negato il passato. Non solo, ma ero e sono uno tra quelli che il passato ha cercato sempre di interpretarlo e spiegarlo, per darne una ragione plausibile, non per farne oggetto di superficiali valutazioni che recano in seno il desiderio di una condanna preventiva. Ho partecipato tempo fa a un convegno organizzato dalla CGIL a Genova e a Roma, presente Pietro Ingrao, dove era in discussione la tormentata vicenda di Tambroni. Hanno pubblicato gli atti. Oserei dire che l’unico intervento in cui si può leggere una difesa di quel passaggio complicato nella storia della DC, è il mio. La verità è che non sono minimamente attratto dalla demonizzazione di quegli eventi che costituiscono ancora oggi il motivo di alimentazione della polemica anti DC. 

Quale è stata la molla che spinge il giovane Guido Bodrato ad entrare nel Movimento giovanile, in cui c’erano per altro Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo, Franco Malfatti, Bartolo Ciccardini, Carlo Fuscagni, Celso Destefanis, Pietro Padula?  

Negli anni ‘50 sono stato segretario generale degli studenti universitari torinesi. L’Ateneo aveva 12 mila iscritti, non 40 mila come oggi. Andavano all’università solo quelli che provenivano dal liceo classico, gli altri potevano accedere al  Politecnico. Avevo in mano la maggioranza assoluta. Mi conoscevano per essere impegnato contemporaneamente nell’Azione Cattolica, nella Democrazia Cristiana e nel Movimento Federalista, allora molto forte: solo a Torino aveva più iscritti – circa mille – di quanti ne abbia attualmente sul piano nazionale. Oggi si registra un indebolimento generale delle esperienze associative e ciò rimanda, senza ombra di dubbio, a un deficit di motivazione culturale e politica. Ci si rifugia nei gruppi a base più ristretta, con finalità specifiche, senza orizzonti nazionali. 

Prima c’erano  gli ideali… 

Sì, appunto. Il problema non investe solo i partiti. Riconosco che la storia della democrazia, e non solo di un partito cardine qual era nella cosiddetta Prima Repubblica la Democrazia cristiana, è purtroppo fatta di tanti peccati di comportamento. 

Ricordo due o tre libri che avevo letto quando incominciai a far politica, tutti con il medesimo riferimento nel titolo: crisi della democrazia. Certo, si riferivano agli anni ‘30, ma le cose si possono ripetere, alcune volte in senso positivo e altre in senso negativo. Forse, con molti meno anni sulle spalle, probabilmente il mio giudizio sarebbe un altro. Il vissuto della politica è gran parte della politica: in fondo la politica la rappresenta chi si occupa concretamente di essa. Direi, semplicemente, chi la vive. Alla mia età, di politica posso parlare da lontano, ma non posso dire o pensare che ne sono artefice diretto.

Chi conosce Bodrato apprezzava ed apprezza tuttora la sua coerenza.  

L’impegno politico esige coerenza. Ho sempre detto quello che pensavo, anche se con l’avanzare dell’età si diventa più accondiscendenti alle forme e allo stile, perdendo certe asprezze giovanili. Come tutti, sono stato giovane una volta, mica dieci volte. Ho raggiunto traguardi importanti senza però venire meno alle mie convinzioni profonde. Sono stato ministro più volte e penso di aver difeso le idee, nelle istituzioni e nel partito, che trovano radici nel popolarismo. Per questo ho manifestato il mio dissenso quando si è cercato di agguantare con artifici e spregiudicatezze il consenso che sfuggiva, cercando di prendere al volo la prima liana disponibile. Il paradosso è che non mi sono mai sentito minoranza, ma sono stato quasi sempre minoranza. Anche adesso, lontano dalla battaglia diretta, vivo questa condizione psicologica che esige attenzione alla dinamica, spesso complicata, dell’innovazione in ambito politico. Mi auguro, al riguardo, che nei giovani sia sempre forte la capacità di rigenerare una sana ambizione creativa. D’altronde, guardo ai giovani con interesse e curiosità perché ho la fortuna di essere bisnonno. 

Rallegramenti! 

Beh…mi confronto con dodici nipoti, di diversa età, e so come affrontano i problemi. Purtroppo pensano in base a una tecnica di ragionamento che appare molto condizionata dal dispositivo logico del computer, avendo pause ridotte e intuizioni a breve. I giovani, magari senza esserne pienamente consapevoli, operano con più velocità, ma finiscono succubi di un pensiero contratto, senza la forza della elaborazione complessa. 

Faccio mia la considerazione che emerge da questo colloquio: non bisogna smettere di pensare il presente e il futuro alla luce di ciò che il passato ci consegna. Dunque, cosa insegna la storia? O meglio, la nostra storia? 

In questo momento sto davanti al computer alle prese con una ricerca della Fondazione Donat-Cattin sulla classe dirigente del primo Partito popolare, dal 1919 al 1926, in Piemonte. Cosa emerge? Il retroterra cattolico esprimeva una quantità di piccole formazioni nelle diverse diocesi e molti erano i nomi rappresentativi di quel mondo. Ora, sappiamo bene che senza un quadro di riferimento politico ogni descrizione di fatti e persone stenta a fornire gli elementi per individuare il nesso della vicenda esaminata. Sto cercando di dare alla ricerca questo riferimento politico, così da inquadrare in modo più corretto il contributo di alcuni protagonisti. Comunque, se ti guardi indietro non trovi solo cose belle e interessanti. Gli ambiziosi, i traditori, gli opportunisti, si mescolano e convivono con figure straordinarie di dirigenti e militanti politici, capaci di sacrificarsi per il partito.

Racconto ai miei nipoti questa complessa realtà ed essi mi dicono “nonno, non è cambiato niente”. In effetti, la politica al suo interno conosce e subisce tentazioni che continuamente la mettono alla prova. 

Torniamo alla ricerca. Il contesto storico è quello che ha costretto Sturzo, su consiglio della Segreteria di Stato Vaticana, ad andarsene all’estero, praticamente in esilio. Lui aveva fondato un partito aconfessionale, ma metà dei dirigenti di quel partito erano preti. Quando la Santa Sede ha detto “basta, non fate più politica”, in quel momento è come se avesse sciolto il Partito popolare. Questo incastro sfugge normalmente allo sguardo degli storici. Ora, analizzando la realtà concreta del Piemonte e della mia città, sembra di poter cogliere il fenomeno con più chiarezza. 

La ricostruzione effettuata mi pare abbastanza dettagliata e convincente, adesso vedrò cosa farne. L’intenzione non è riscrivere una storia, ma provare ad organizzare gli elementi che consentano una sua più adeguata interpretazione, riferendola a sentimenti che sono collegati alla realtà odierna. Questo, in definitiva, mi fa continuare a far politica anche se sconto una oggettiva condizione di solitudine. 

Meno male che ci sono Fondazioni che svolgono un lavoro meritorio, fanno emergere queste storie attraverso serie ricerche storiche.

Per 20 anni ho tenuto in piedi l’Associazione dei popolari,  potendo contare su circa 600 iscritti. Quella del Piemonte è stata la più robusta delle Associazioni nate sulla scia dello scioglimento della DC e la sospensione dell’attività politica da parte del Ppi. Poi lentamente si è disgregata. Un sodalizio rivolto soltanto all’elemento culturale, alla riflessione storica, alle idee e non alla azione, non interessava più a nessuno. Dicevano: facciamo una  corrente capace d’inserirsi a pieno titolo nel contesto politico del partito (prima la Margherita, poi il Pd) che rappresenta il punto di confluenza politica dopo la breve stagione del Ppi. Ma se le correnti non fanno politica, se esse stess sono fatte di nominati, muoiono mentre nascono. Oggi saranno una cinquantina di persone in tutto e purtroppo l’Associazione langue, essendo convinte ormai che lo strumento così indebolito non serva a produrre politica  

A proposito di nominati, ricordo la sua grande battaglia per la legge proporzionale. 

Se non vivi il rapporto quotidiano con la gente, non fai esperienza di ciò che costituisce il nucleo vitale della democrazia. La centralità del fare politica stava nel rapporto con l’elettorato e rappresentava una combinazione difficilissima. Oggi si parlerebbe, in modo più sofisticato, di una sorta di algoritmo della politica, con il quale organizzare concettualmente ciò che un tempo apparteneva alla naturale combinazione di pensiero e azione, dove magari si registrava più spontaneità e più passione. D’altronde, se si indebolisce uno si indebolisce anche l’altra: un pensiero vale in politica se determina un’azione e, viceversa, un’azione politica regge, significativamente, se incorpora un pensiero. Non c’è alternativa possibile a una tale connessione. 

Ora, ben si comprende come l’impegno di molti amici si perda nella inanità dell’impresa. Anche quelli più attivi – li giustifico perché hanno 60 anni e mentre io ne ho 90 – si illudono di maneggiare qualcosa di gratificante. Sono disperatamente alla ricerca di un ruolo personale che non trovano, semplicemente perché non esiste al di fori di una precisa dimensione di partito. Forse sono cose banali, ma tutte le cose vere sono sempre banali: da soli si fa filosofia, non si fa politica. 

Purtroppo mancano i luoghi di aggregazione. Anche le riviste politiche, spesso organi delle correnti di partito, davano vita a processi fatti di incontri, solidarietà, riconoscimento reciproco . 

C’è una rincorsa infinita alla leadership, quale che sia la sua ragione effettiva, il suo riscontro con le dinamiche sociali, il suo intrecciarsi con le spinte democratiche di lungo periodo. Si opera con il cronometro in mano, tutto scorre veloce, senza che avvenga quella sedimentazione culturale che nutre da sempre l’azione politica. Tu hai conosciuto dall’interno la DC: quel circuito democratico che ne determinava la legittimazione pratica agli occhi degli iscritti e degli elettori, oggi dov’è? In quale partito riesci a scorgerne il tratto, per indovinare una qualche similitudine? Non è solo un problema di partito. 

Il mondo cattolico ha stentato ad aggregare i fedeli. Ce lo dice questo sant’uomo del Papa! Tutti vogliono la Chiesa trionfante, ma lui appartiene alla Chiesa di oggi, che non è per niente trionfante. 

In politica il leaderismo è un dato di corrosione democratica. Nessuno che dica sono disposto a fare il  quarto o il quinto. Tutti vogliono essere i primi – fenomeno, questo, che va oltre i confini nazionali – altrimenti fanno le valigie e provano a organizzare un nuovo partito. 

Guarda quanti segretari ha cambiato il Pd, ne puoi contare 6 o 7! Forse di più. Lo cambiano, virtualmente, già prima che sia  segretario! 

Nessuno è disposto a fare l’opposizione interna. Donat Cattin invece ha vissuto questa condizione a lungo, lo stesso è avvenuto, sia pur brevemente, con Moro. 

Anche in questo caso la storia – la nostra storia – può insegnarci molto. Nelle mie ricerche mi sono addentrato nella riflessione su cosa politicamente ha davvero rappresentato Sturzo. Gli si possono attribuire anche grossi errori. La rigidità di approccio, o se vogliamo un certo tipo d’integralismo, costituiscono il suo tallone d’Achille. Non ha saputo realizzare, quando pure appariva necessario, le alleanze che potevano garantire una tenuta migliore dell’iniziativa dei Popolari. E non promosso o acccettato alleanze perché pensava sempre che il rischio fosse quello di perdere l’identità di partito. Ha sempre detto: se resiste questo motivo d’identità ci sto, altrimenti faccio la minoranza. Ora, se ti guardi attorno, è proprio vero che più nessuno accetta l’idea di essere minoranza. Un partito di minoranza risulta un’offesa allo spirito del mondo, una lesione alla credibilità dei vari protagonisti politici. Ora, però, un partito che non metta nel conto il dovere di essere all’occorrenza minoranza, è un partito destinato a scomparire prima di quanto s’immagini. 

La DC ne era immune?  

Non lo so. Mi sono fatto la convinzione che se la DC avesse accettato unanimemente di andare in minoranza, dopo un periodo di lontananza dal potere sarebbe tornata ad essere una forza determinante. Non è andata in minoranza perché quando è iniziata la crisi i tre o quattro dirigenti da cui dipendeva il futuro si sono asserragliati nei fragili recinti della loro autodifesa. Ognuno di loro ha pensato di trasmigrare in una diversa maggioranza. È si è visto cosa è accaduto.

Si sono rinchiusi in un potere che assomigliava a un guscio vuoto…

Mi piace parlare con te perché sei una persona che ascolta. 

Eppure l’esperienza della DC offre ancora molti spunti di riflessione. Abbiamo di fronte il dramma della guerra russo-ucraina: la causa scatenante è stata la tensione mai sopita nella regione del Donbass. Ora,  l’accordo De Gasperi-Gruber, che dette vita al pacchetto Alto Adige, ci dice quanta lungimiranza ha guidato l’azione dello statista trentino.

Ricordati soltanto che per quasi undici anni sono continuati gli atti di terrorismo. Gli estremisti, da una parte e dall’altra, non si sono fermati. Il rivendicazionismo sudtirolese si scontrava con il nazionalismo della destra radicale italiana. Eppure, grazie all’accordo tra Roma e Vienna, quella crisi è stata largamente governata, per essere in ultimo assorbita del tutto.

Che giudizio possiamo dare di De Gasperi?

Su di lui ha scritto un bel libro Giuseppe Matulli. Il punto che mette in evidenza si collega a una riflessione già sviluppata da Gabriele De Rosa. De Gasperi, per la sua formazione in ambiente austro-ungarico, non ha l’intransigenza di Sturzo. Tra i due esiste una differenza importante: Sturzo concepisce la lotta democratica in termini di esaltazione dell’identità di partito, De Gasperi come ricerca dell’equilibrio e anche del compromesso, per non restringere indebitamente lo spazio di manovra dei cattolici popolari.  

De Gasperi fu deputato in un Parlamento, quello di Vienna, in cui la componente italiana era la quattordicesima minoranza e dove in Aula si parlavano sette o otto lingue diverse. La piccola minoranza italiana doveva fare politica con la consapevolezza che solo la capacità di dialogo poteva facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi  

L’attitudine di De Gasperi consisteva, almeno nel periodo iniziale dell’impegno pubblico, nel prendere sul serio il lavoro di avvicinamento delle posizioni più divaricate. Capire gli altri e farsi capire, cercando i margini possibili d’intesa, era un modo per difendere gli interessi dei suoi trentini.  

Se vogliamo valutare in modo corretto l’atteggiamento di De Gasperi all’avvento del fascismo, abbiamo il dovere di riconoscere la preoccupazione che sottostava alla sua condotta pubblica. Quando c’è stato lo scontro iniziale con il fascismo, De Gasperi cercava il compromesso per ottenere il meglio e, dunque, una via di uscita per evitare la guerra civile. Sturzo invece fu pronto a rispondere con fermezza, perché abituato a ragionare secondo un paradigma di chiarezza, non edulcorando i contrasti. 

De Gasperi non era meno antifascista di Sturzo, ma confidava più del prete siciliano in un’opera di contenimento dell’irruenza politica mussoliniana. Da qui la divaricazione tattica tra la segreteria e il gruppo parlamentare del Ppi. Indubbiamente Sturzo fu più lucido e anni dopo, riconquistate le libertà, De Gasperi lo riconobbe. Tuttavia il retaggio della sua lezione di prudenza, ancora valida oggi, permette di vagliare il pericolo che si nasconde in uno scontro permanente, anche sui principi e i valori fondamentali dell’ordinamento democratico. Gli esempi non mancano, anche fuori dall’Italia. Se prendiamo in esame il dissidio interno alla società americana, con il carico di odio tra le aperti avverse e le conseguenti esplosioni di violenza, non possiamo che raccogliere a posteriori l’invito di De Gasperi a limitare o mitigare lo scontro politico. In fondo, come gestì il duro braccio di ferro con Togliatti e l’opposizione frontista? Non oltrepassò mai i confini della convivenza civile e del rispetto democratico. Contrariamente alla Germania, l’Italia non mise fuori legge i comunisti. De Gasperi tenne fede alla ricerca dell’unità possibile, per il bene della collettività e la difesa delle istituzioni.     

Alcuni insegnamenti ritornano con il tempo. C’è sempre da imparare a rileggere il modo in cui i “grandi padri” della DC hanno esercitato la loro leadership. Ad ogni buon conto, De Gasperi usava il metodo democratico in tutti i passaggi interni al partito.

Non c’è dubbio, De Gasperi rientra in quella categoria che potremmo definire dei leader veri, autentici, a differenza di quelli costruiti da leggi elettorali e meccanismi selettivi ad hoc. 

Nella DC esisteva un meccanismo di controllo e verifica a carattere permanente. In questo modo si allargava la partecipazione. Giulio Pastore dette vita a una corrente parlamentare, poi trasformata in corrente di partito, per contrastare la presenza di un’altra corrente, schierata a destra, che aveva come obiettivo di condizionare continuamente De Gasperi. 

Nessuno ricorda, neppure gli storici, che De Gasperi nel 1953 perse le elezioni e fu sfiduciato in Parlamento, nonostante il sostegno del segretario del partito, Guido Gonella, e l’apertura ai monarchici: “Non ci conosciamo” – come dire votatemi – “poi ci conosceremo!”. Tornò alla guida della DC, ma il suo ciclo era concluso. 

La sua politica influì sugli sviluppi successivi per molti anni, dando un profilo marcato e stabile alla democrazia repubblicana. Tuttavia il suo periodo aureo è stato appena di sette o otto anni, poco più di una legislatura. 

Purtroppo le grandi testimonianze appassiscono nella nostra memoria. Adesso tutti lo ricordano perché era uomo di una correttezza assoluta, tanto nei rapporti personali quanto nei rapporti politici, in grado con la sua autorevolezza di contribuire notevolmente a formare la classe dirigente democristiana. Poi è avvenuto che questa correttezza “à la De Gasperi” sia andata lentamente consumandosi, fino ad arrivare alla sciatteria e al disordine che abbiamo constatato nel recente passato, di cui purtroppo non riusciamo a intravedere il dovuto superamento nello stile di molta parte dei politici attuali. 

In effetti, me ne rendo conto, sono drastico. Non mi piace arrotondare i giudizi per guadagnare consenso, dato che ormai non ho neppure necessità di inseguire obiettivi e riconoscimenti che in democrazia sono giustamente legati alla raccolta di solidarietà e convergenza. Mi posso permettere di essere franco fino in fondo. 

Che cosa ricorda di più della esperienza parlamentare? 

Non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna di costruire con molti colleghi parlamentari, anche di altri partiti, una felice condivisione di sensibilità attorno soprattutto ai temi emergenti dalla crisi del primo centro-sinistra, partendo perciò dagli anni ‘70 per arrivare fino alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Le difficoltà dello Stato sociale e l’avanzata del neo-liberismo costituivano argomenti che spesso offrivano spunti concreti di collaborazione, superando alcune barriere di partito.

Sono stato Ministro in tre governi diversi, negli anni ‘80, sempre con la preoccupazione di adempiere a un compito che prescindeva dalla mera gratificazione personale. Non ho fatto niente di straordinario. Mi ricordano in genere come una persona che aveva una sua linearità di atteggiamento politico; ciò nondimeno, quella linearità non era tutta e solo mia perché nei dicasteri dell’Istruzione, del Bilancio e dell’Industria mi sono avvalso in misura cospicua del consiglio e della esperienza di collaboratori, funzionari e amici di partito. Stavamo a contatto quotidiano e la sera andavamo a cena assieme, in una politica senza orario, come i negozi che sono aperti giorno e notte. 

Il cena e il dopo cena in attesa delle prime copie dei giornali… 

Sì, anche questo era un rito. Sono stato cinque anni direttore de “Il Popolo”, oltre che parlamentare nazionale ed europeo, nonché Ministro. Ruoli intercambiabili, tecnicamente diversi ma per me simili, sotto molti aspetti. Ho conosciuto da vicino il mestiere del commentatore e del cronista. Adesso vedo comparire in tv, come corrispondenti dall’Ucraina, diversi giornalisti che sono ben presenti alla mia memoria di direttore del quodidiano ufficiale del partito. Li vedo che sono cresciuti e apprezzo il fatto che abbiano mantenuto rigore e obiettività nel dare le notizie. Fortunatamente non c’è quel settarismo che spesso incontri nelle urlate dispute dei talk show. “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: così si espresse una volta, con spirito acuto, il card. Martini. Un pensiero illuminante! Quando invece la tendenza è quella di trasformare l’essere minoranza in pratica e condizione settaria, allora sì che si sprofonda nella palude dei falsi orgogli. Potremmo definirlo il suicidio delle ragioni professate con poca fiducia nello strumento del dialogo. A me preme, invece, stare su questo terreno e mettere a valore il confronto con gli altri. Non sono così bravo, così coerente e lineare, ma cerco di essere all’altezza dei propositi. 

Chi ricorda dei politici con più grande affetto? 

Una persona mi ha aiutato a crescere, Carlo Donat  Cattin, un’altra mi ha aiutato a “tramontare”,  Benigno Zaccagnini: due personalità straordinarie, assolutamente diverse, che considero decisive nella mia esperienza umana e politica. Poi, indubbiamente, c’è stato Aldo Moro. Dire che ho provato a somigliarli, non sarebbe appropriato. Semmai, nei momenti più difficili, il suo esempio l’ho considerato un criterio direttivo per l’azione. Credo sia facilmente comprensibile il motivo. 

Ce ne sono altre? 

Ho avuto un rapporto amichevole con Franco Salvi, uomo di ammirevole intelligenza, forse intransigente a tal punto da apparire duro e scostante. 

Se penso all’oggi, ci sono sette o otto parlamentari con i quali mi sento per gli auguri nelle circostanze più disparate. Tra noi vige una rapporto di amicizia e conoscenza tale da scavalcare qualsiasi fraintendimento. Non parliamo mai di politica in senso stretto, ma scambiandoci le impressioni su questo o quell’argomento ci troviamo subito d’accordo. 

Nessuno di loro è una bussola – questo è il paradosso – ma insieme sono l’orizzonte al quale rivolgo volentieri lo sguardo. Se a uno di loro chiedi ad esempio come va a Napoli, te lo dice con semplicità e precisione, sicché puoi capire in poche battute l’essenziale. 

Poi i ricordi sono fatti anche di ambientazioni, ovvero di contesti che spiegano la politica, ne illuminano il valore paradigmatico, incarnando qualcosa di attrattivo ed esemplare. Le “bianche” Brescia e Bergamo, come pure le “rosse” Modena e Reggio Emilia erano città che raccontavano la vivacità e la forza della politica. In entrambe operava una DC attenta e moderna. Qui trovavi il partito capace di governare bene o di fare bene l’opposizione, il modello di partito da mettere su un piedistallo, quello che la DC doveva essere ovunque. Perché invece dominavano o sembravano dominare, in troppe situazioni locali, logiche e costumi deprecabili? Il gioco delle tessere, le collusioni con realtà moralmente opache, casi di corruzione inaccettabili: ecco, dovevamo  fronteggiare nostro malgrado le accuse che derivavano dalla diffusione di tali fenomeni. 

Facciamo attenzione, i luoghi dell’eccellenza, se vogliamo chiamarli così, non erano politicamente amorfi, anzi. La democrazia locale era intessuta di lotte e competizioni, ma prevaleva una regola di amore per la comunità. Certo, dentro queste esperienze fai presto a individuare una tipologia di impegno politico. 

Recentemente, sulla DC di Bergamo mi ha raccontato molto bene Gilberto Bonalumi. 

Devo dire che Bonalumi è una persona che tutti noi abbiamo sottovalutato. Conosce la situazione concreta dell’America Latina, avendo tessuto rapporti di amicizia  con i democratici cristiani di quel continente. Credo che nessun altro nella DC abbia avuto la stessa ampiezza e consistenza di conoscenze e relazioni. Sapeva tutto di ogni nazione. Ti diceva il nome di questo o quel dirigente, e all’occorrenza sapeva come rintracciarlo. Il suo lavoro è stato straordinario, frutto di un apprendistato politico di alto livello che una città come Bergamo, con un partito robusto e qualificato,  poteva evidentemente garantire. 

Non abbiamo parlato della dialettica tra le due sinistre democristiane.

Nel rapporto tra Forze Nuove e Base, ovvero tra la corrente sociale e quella politica, c’è sempre stato un “odi et amo” nel dare compimento a una politica autenticamente popolare. Io sono cresciuto nella corrente di Forze Nuove. Con Luigi Granelli e Giovanni Galloni, esponenti della Base, andavo molto d’accordo. Erano quelli che incontravo più frequentemente. Abbiamo dato vita insieme a una quantità di iniziative editoriali. Sia i periodici della Base che quelli di Forze Nuove rappresentavano la sede di un intenso dibattito politico. Donat Cattin era straordinario, aveva l’animo del giornalista e questa sua inclinazione esaltava le sue doti di leadership. “Settegiorni”, un settimanale a larga diffusione, fu voluto e sostenuto da lui. Poi venne “Il Domani d’Italia” di Pratesi e Galloni, “Il Confronto” come strumento della cosiddetta Area Zac, quando le due sinistre si mescolarono e presero a concepirsi alla stregua di una sola corrente. Finché, ricorderai, alla fine Donat Cattin ruppe con la politica del confronto e lanciò, nel congresso del 1980, il Preambolo. A me toccò assumere allora la rappresentanza di quella parte della corrente – scegliemmo la denominazione di Nuove Forze – che non intendeva disperdere o peggio rinnegare il carattere unitario della stagione zaccagniniana. 

Sta di fatto che la storia della DC passa ampiamente per le pagine delle riviste delle sue correnti di sinistra. Noi ci tenevamo a precisare che eravamo sinistra della DC, non sinistra nella DC. Una distinzione importante, giacché significava che l’essere di sinistra andava a qualificare organicamente la battaglia per una DC più consapevole della sua natura popolare e democratica. La sinistra interna si connotava come avamposto di un partito socialmente aperto, con un programma avanzato, non come un gruppuscolo alieno che operava transitoriamente nell’involucro democristiano, ma in vista di una dissoluzione apportatrice di novità nella sinistra italiana nel suo complesso. 

Le correnti non erano di per sé un male, vero?

Le correnti, anche quelle moderate, sono state nei momenti migliori un fattore di ricchezza ideale. De Gasperi, sempre lui, usava dire: “Sono correnti dello stesso bar”. Tuttavia, se ci abbandonassimo all’astrazione, non capiremmo la complessità della DC. Le idee contano, ma alla fine conta di più la realtà; conta come vivi la politica dentro l’esperienza reale, nel contesto del tuo territorio, dentro la tua comunità. I problemi contano più della tua idea e dunque la tua idea, per affermarsi, deve farsi carico di quei problemi. 

Bisogna ascoltare, ci suggeriva Moro. Ognuno ti aiuta a collocare nel modo più utile le idee che maturano in un determinato frangente.

La grandezza di Moro, oltre che sul pacchetto Alto Adige, l’ho vista nella legge sulla ricostruzione del Friuli, con Zamberletti commissario straordinario.

Moro ebbe chiaro l’obiettivo di dotare gli amici friuliani di strumenti eccezionali per rimettere in piedi la regione devastata dal sisma. La scelta di Zamberletti a capo di quella che diventerà la Protezione civile fu una intuizione efficace. Evidentemente Moro apprezzava le qualità di Zamberletti. Quando eravamo nel Movimento giovanile, per due stagioni lui ed io siamo stati nello stesso alberghetto, dormivamo nella stessa stanza. Tutti lo riconoscevano capace di “mettere a terra”, secondo il lessico dei nostri giorni, le competenze derivanti da una coscienziosa militanza politica. Non ci siamo più ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda quando prese parte a “Europa 70”,anche insieme a Bartolo Ciccardini, un movimento (e una rivista) che privilegiava la consonanza con i temi gollisti, in pratica sostenendo l’introduzione del presidenzialismo e la costruzione di una democrazia più ordinata sulla nettezza della dialettica tra maggioranza e opposizione, quindi tendenzialmente bipolarista. 

Altri la pensavano come lui. O sbaglio?

Una componente a tendenza presidenzialista c’è sempre stata nella DC, anche tra noi della sinistra. Non ho mai condiviso questo tipo di proposta, scontando per questo un certo grado di solitudine nel partito. Penso però, a distanza di molto tempo, che avevo ragione. Anche quando alcuni settori del mondo cattolico (Azione Cattolica, Fuci, Acli, ecc…) puntavano a inizio degli anni ‘80 a cambiare ordinamento istituzionale per ottenere con un presidenzialismo più o meno adattato al caso italiano un di più di efficienza, mi sono dichiarato nettamente contrario. Ho ancora riscontri precisi di quegli incontri che ruotavano attorno alla trasformazione in senso presidenzialistico della nostra Costituzione. Sul punto ero in disaccordo con il prof. Pietro Scoppola, come pure lo fui sul passaggio da lui teorizzato dal Ppi all’Ulivo, poi alla Margherita e infine al Pd.

Cosa è accaduto con la fine della DC? La nascita della Margherita in fondo resta un mistero. 

Dovevano convincermi, ma…non ci sono riusciti. Ecco, non ho aderito alla Margherita, né successivamente al Pd, malgrado la vicinanza con amici carissimi per i quali nutrivo stima sincera. Ciò non toglie che il mio voto sia andato a queste formazioni politiche, non solo per questioni di amicizia. Pur vedendo oggi i limiti del Pd, mi domando: posso votare per altri? Mi guardo intorno e non trovo nulla – nulla di adeguato e convincente – quindi mi oriento nella direzione più omogenea con la mia storia e la mia sensibilità politica.  

La sensibilità di un moroteo irriducibile agli stereotipi di un moroteimo di comodo…

Quando il figlio di Moro, Giovanni, insieme a Giancarlo Quaranta mise in piedi l’associazione Febbraio 74, che poi si trasformò in Movimento Federativo Democratico, più vicino al PCI che non alla DC, fui invitato a un loro convegno. O meglio, fu Aldo Moro a chiamarmi e a dirmi di partecipare: “Perché non ci vai tu, i giovani li conosci meglio di me”. Questo per ricordare che intrattenevo con Moro un rapporto molto prossimo alla confidenza. Ero tra i pochi a dargli del tu, come facevo d’altronde con Fanfani. In famiglia, nei difficili anni ‘70, i figli sono stati per alcuni – pensa al dramma vissuto da Donat Cattin – un motivo di apprensione e sofferenza. Il conflitto generazionale attraversava le vicende di partito e Moro ne aveva una conoscenza diretta.

Perché attiro l’attenzione su questi aspetti? Perché sovente mi devo misurare con una immagine di Moro che non corrisponde alla realtà più vera del suo vissuto privato, con tutti i riflessi possibili sulla vita pubblica. Non amo gli stereotipi, come tu esattamente rilevi, perciò non amo lo schiacciamento della figura d Moro sulla prospettiva totalizzante del compromesso storico, quasi a stabilire per lui una funzione di accondiscendenza alla strategia del PCI di Berlinguer.

Moro merita più rispetto.

Chi ricorda con più affetto del movimento giovanile degli anni ‘50? 

Ho sempre avuto un rapporto personale piuttosto cordiale con Gianni Baget Bozzo. All’inizio lo consideravo un riferimento ancora più autorevole di Dossetti. Poi ho capito che non era così, che lui e Dossetti avevano talora punti di vista discordanti. Andando avanti, mi sono sentito più vicino a Dossetti. 

Comunque Baget Bozzo incuteva ammirazione per il suo indubbio talento. Ha scritto diversi libri, a tre di questi sono sono stato coinvolto negli incontri di presentazione. Aveva un nutrito pubblico di estimatori. Quando ho criticato qualcosa dei suoi scritti, mi sono arrivate lettere persino violente da parte dei suoi fedelissimi. L’accusa era sempre la stessa, non ero all’altezza di comprendere il suo pensiero. Invece ritengo di essere un buon conoscitore della “filosofia” che sorreggeva la sua visione politica.

Venne anche alle prime Feste dell’Amicizia. Sentiva attrazione per la DC,  ma avrebbe voluto comandarla lui. Poi divenne parlamentare europeo del Partito socialista e in quella veste ha difeso Berlusconi nella sua richiesta di adesione al PPE. Castagnetti ed io eravamo contrari, essendo quanto mai evidente che il fondatore di Forza Italia non aveva nulla a che fare con la cultura democratico cristiana. 

La discussione fu lunga e non sempre pacifica. “Ma vi rendete conto – dicevo ai colleghi Popolari europei – che la  domanda di adesione è caldeggiata da un membro del PSE? Dunque, un socialista ha la pretesa di sollecitare i democristiani a spalancare le porte a Berlusconi!”. Non se ne erano accorti.

Eravamo in contrasto, ma l’ho sempre rispettato. Cercava di conciliare una visione teocratica, ben accolta dal card. Siri, suo superiore a Genova, con quella che era l’ambizione politica. È andato dall’estrema destra all’estrema sinistra senza provare imbarazzo, come se le contraddizioni insiste in questa radicale oscillazione non lo riguardassero. Se operava una svolta, pretendeva di giustificarla in nome della sua credibilità personale.   

Anch’io ebbi modo, grazie a Malfatti, di inquadrare bene il personaggio. A proposito, di Malfatti cosa possiamo dire?

Franco è stato il primo del Movimento giovanile a diventare  parlamentare e Ministro. Quando si candidò la prima volta, Riccardo Misasi gli disse beffardamente: “Non puoi fare solo tu il Ministro, bisogna essere in due o in tre”. Allora Malfatti, uomo pronto alla battuta ma anche un po’ cinico, rispose: “Pensa che tristezza, per me, essere da solo in  Parlamento”. La sua ironia era tagliente. Se mi chiedi un giudizio, ti direi che è stato uno dei migliori Delegati nazionali del Movimento giovanile.

Lo abbiamo fatto questo discorso, il Movimento giovanile è stato un serbatoio di quadri politici. Molti li ho persi di vista, chissà se hanno continuato tutti a fare politica. 

Beh…no, in tanti sono tornati alla professione. Chissà quali altri percorsi hanno intrapreso. Come fare ad avere un pensiero per tutti? Eravamo un esercito, siamo entrati in massa in Parlamento. Nel 1968 c’è stato un ricambio forte nella DC, in chiave strettamente elettorale, perché dalle esperienze giovanili, specialmente nelle Università, il passo verso il partito fu breve. Su 265 eletti alla Camera, in quell’anno le matricole furono 79: un elenco lungo per un grande ringiovanimento di classe dirigente. Adesso ci tocca coltivare in solitudine questa raccolta di testimonianze di cui la politica odierna, in qualche modo, dovrebbe riuscire a conservare una traccia viva. Ne trarrebbe vantaggio, ne sono sicuro.

 

CONCLUSIONE

Qui finisce la nostra lunga conservazione. E un po’ come Bodrato anch’io mi rimetto a fare politica da solo, al computer, con i pensieri rivolti al passato, a quel convegno del Sestriere del 31 agosto 1957 con Malfatti, Donat Cattin e Rumor sui giovani in politica, al saggio di Augusto Del Noce su schemi ideologici e formule politiche o a quello di Riccardo Misasi su una classe politica per il sud (v. il numero di “Per L’Azione” che riportava le principali relazioni). Poi mentre scrivo mi arriva una lettera di un giovane del liceo Augusto che, appena quindicenne, partecipò a quel convegno del Sestriere!

Personaggi Dc, la Galleria di Eufemi. Pietro Rende, protagonista del meridionalismo

 

Anche la Calabria ha avuto il suo don Luigi Sturzo. Quando Umberto Agnelli disse: Popolari sì, populisti no. La linea europeista, che prevedeva le privatizzazioni, non è nata sul Britannia. Forlani? Un realista, attento al rinnovamento. Si ribellò a Fanfani. Due "siparietti" con Andreotti. Marcora disse a Misasi: questo Rende le prossime elezioni me lo porti a Roma. Selezione classe dirigente, la mancata rielezione di Mortati grida vendetta. Pure il Pci non rielesse Gullo padre e Gullo figlio. Guarasci, il politico calabrese più amato. Moro, "resta un dubbio: facemmo tutto il possibile per salvarlo?"

 

5 Luglio 2022 - Intervista di Maurizio Eufemi tratta dal giornale online "brrmagazine.it"

 

Pietro Rende classe 1938, una lunga esperienza giovanile in provincia di Cosenza con Guarasci, consigliere comunale e assessore al Comune di Cosenza, prima di essere eletto deputato dal 1972 al 1987, poi consigliere regionale in Calabria.

 

Molti amici di partito, vista la situazione politica che viviamo, sono frastornati e incerti sul da farsi e si sono “fermati”. E tu? Può essere utile riavvolgere il nastro della storia per leggere il presente e trovare spunti per la Politica?

Dalla Azione Cattolica sono passato alla politica. Abitavo di fronte alla parrocchia, il parroco dopo la maturità scientifica, mi coinvolse. In più seguii un congresso provinciale della Dc dove c’era un prete, don Luigi Nicoletti, un moralista, che veniva tenendo il suo intervento. (Era un fondatore della Dc, una delle figure più rappresentative del movimento cattolico nell’Italia meridionale ndr).

 

Era un prete impegnato come don Luigi Sturzo?

Sì. Sono andato a vederlo e sono entrato proprio quando parlava questo prete storico della Dc cosentina nel 1957.

Poi sono entrato al consiglio nazionale dei giovani al congresso di Merano.

 

Chi c’era in quel periodo?

Guido Bodrato e Riccardo Misasi, che erano gli uscenti dal movimento giovanile. Tra gli entranti, ricordo Luciano Benadusi e Giuseppe Gargani.

 

Dove scrivevi?

Sul Popolo parecchio, quando sono stato responsabile nazionale per il Mezzogiorno, sotto la segreteria Zaccagnini.

In quel congresso di Merano del 1958 ha vinto la linea di centro sinistra.

C’erano quelli che non volevano il centro sinistra, come Angelo Sanza che allora era colombiano.

Sono andato in treno da Cosenza a Merano, con Misasi.

 

In Calabria venivano fatti i corsi di formazione?

Sì, lì facevamo in Sila, in estate, Quando ero delegato giovanile dal ‘56 al ‘68 fino a trent’anni, perché poi si usciva per il limite di età.

E la esperienza in Comune di Cosenza?

Fui candidato al Comune di Cosenza per tre consiliature dal 1962 al 1977. Una volta capolista e assessore alle Finanze nel periodo in cui entrò in vigore la riforma Preti sulla finanza locale.

 

Quali iniziative hai assunto in Comune?

Ho proposto la istituzione dei consigli di quartiere. Ho fatto venire Andrea Borruso da Milano perché li già c’erano. (Borruso partecipò come delegato giovanile al convegno del Sestriere del 1957)

In provincia di Cosenza, sono stato assistente di Guarasci, la prima provincia di centrosinistra dell’Italia meridionale. Guarasci era considerato in Calabria il migliore uomo politico che abbiamo avuto.

È stato presidente della provincia dal 1962 al 1972.

 

Come funzionava l’accordo elettorale tra le province con il sistema proporzionale?

C’erano i voti di preferenze; Avevamo una corrente a livello regionale con Misasi capolista n. 1 poi io, poi l’avvocato Senese di Catanzaro, deputato e senatore.

 

Che ricordi di più del periodo parlamentare? Di tre legislature a Montecitorio?

Abbiamo fatto sempre guerra, sempre alla opposizione. Praticamente l’amicizia con Bianco; ci siamo ribellati alla retorica della nuova Dc che poi non c’era. Comandava sempre piazza del Gesù; ricordo questo conflitto.

 

La battaglia per l’autonomia dei gruppi? La battaglia tra Partito-Gruppo c’è sempre stata, anche ai tempi di De Gasperi?

Abbiamo fatto la battaglia, nel 1979, per elezione di Bianco a capogruppo.

C’era il problema di linea politica liberal democratica rispetto a una linea più statalista. Il problema dello SME e della scelta europeista.

Su Bianco abbiamo avuto Arnaldo Forlani. Da soli non l’avremmo fatto. Ci ha dato grande sostegno.

Forlani e De Mita avevano lanciato l’idea della nuova Dc, del patto generazionale a San Ginesio; volevamo fare a livello locale il discorso di San Ginesio.

Abbiamo fatto la esperienza rivoluzionaria dei gruppi parlamentari votando per designare con le primarie quelli che dovevano andare al governo e per le cariche elettive e per le presidenze delle commissioni. Bianco è andato a piazza del Gesù a presentare i risultati.

Gli hanno detto “ma voi chi siete!”

Noi abbiamo contrapposto il partito degli eletti al partito delle tessere, e dire tessere voleva dire correnti e dire corrente voleva dire lo scandalo, la questione morale!

Dunque la organizzazione che prevaleva sui liberi pensatori e sulle idee!

 

Oltre la battaglia del capogruppo cosa c’è stato?

La grande battaglia sulla questione meridionale. Perché l’alleanza programmatica con il PCI prevedeva per loro, la distruzione, la cancellazione della Cassa per il Mezzogiorno e quindi dell’intervento straordinario.

 

È sempre stato il loro vero obiettivo, quello del Pci?

C’era Abdon Alinovi, responsabile del Mezzogiorno del Pci che ogni giorno attaccava sull’Unitá Alberto Servidio, presidente della Cassa.

Lo vedevano come centro di potere della Dc come le Partecipazioni Statali.

La stessa cosa.

 

Poi forse se ne saranno pentiti?

Si, poi però sono arrivati i leghisti, che approfittarono di queste battaglie in corso per affossare la Cassa.

Poi frequentavo Cossiga, Peppino Pisanu, Mario Segni naturalmente con la corrente dei “Cento”.

 

Foste accusati di essere gli “hiltoniani”, in senso spregiativo?

Si facemmo un convegno all’Hilton.

Parliamoci chiaro, dietro questo c’era anche Andreatta. Era la linea di Andreatta. Non si esponeva, ma con i nuovi Dc quelli del rinnovamento del 1976 (101 nuovi eletti alle politiche del 1976 ndr) per salvare l’Italia dal pericolo comunista, con quelli avevamo creato il gruppo dei “Cento”. Intervenni per dire: “Attenzione noi siamo qui liberal democratici, va bene, ma non dimentichiamo la nostra radice popolare”.

Ci fu l’intervento di Umberto Agnelli che mi replicò “popolari si, populisti no!”

Vedi quanti anni sono passati! Tutto questo lo riportò il settimanale l’Europeo. Ecco chi erano gli hiltoniani!

 

Era negativo l’accostamento a Giscard d’Estaing?

Era la linea più liberal-democratica, più moderna. Era quella che quando Andreatta va sul Britannia e concorda con il capitalismo internazionale la linea delle privatizzazioni, poi la privatizzazione dell’Iri non poteva che farla Prodi, che era allievo di Nino Andreatta.

Era la linea europeista. Non era nata sul Britannia, ma parte da lontano. Mi hai citato nel tuo libro. (Pagine democristiane ndr). Noi eravamo maggioranza nel Direttivo del Gruppo. Abbiamo vinto, quando venne Andreotti che era sempre titubante, lo SME è passato, ma quelli che predicavano lo SME avevano paura della competizione.

 

Quel dicembre del 1978 fu un mese di particolare tensione politica in cui il gruppo parlamentare fece sentire la sua voce?

Rappresentai la linea del gruppo Dc in Aula e ci fu la rottura con il PCI. Ci fu la riunione dei parlamentari del Pci che fu contrario. Da lì nacque la crisi con la sinistra.

Ricordo che Galloni mi chiamò perché aveva bisogno del testo del mio intervento per vedere cosa era stato detto perché non avevano capito. Volevano dare a me la colpa di una parola di troppo. Le parole erano misurate.

Lì, nacque la crisi delle convergenze parallele.

 

Come hai vissuto negli anni ottanta la crisi delle PP.SS.? La crisi della industrializzazione?

Noi abbiamo fatto sempre la battaglia di tipo ‘’saraceniano’’ della industrializzazione forzata per la riduzione dei divari e la grande battaglia della riserva delle PPSS, poi abbiamo scoperto che la riserva del 40 per cento delle PPSS non riguardava l’industria, ma i servizi e veniva aggirata. Bastava aprire una stazione di servizio dell’Eni sull’autostrada, una pompa di benzina… e rispettavano la riserva!

È stata una battaglia nominalistica che purtroppo non ha dato risultati.

Le abbiamo già vissute queste vicende; oggi mi viene da ridere.

 

Con la chiusura dell’Agenzia per il Mezzogiorno, nel 1993 non fu accettata la gestione stralcio?

Perché venne e vinse la Lega!

Poi i leghisti scoprirono che le PP.SS. stavano anche al nord (il 20 per cento delle aziende partecipate era situato in Lombardia con un fatturato di 10.000 miliardi e in Friuli 30.000 dipendenti di PP.SS. ndr).

 

La legge 808 sulla impresa aeronautica era concentrata su Varese, nel territorio di Bossi?

C’erano aziende delle Partecipazioni statali al nord.

Un’altra battaglia nominalistica era di ridurre l’intervento nelle aree deboli del centro-nord.

Incontrai Andreotti sul corridoio della Posta. Mi disse: ‘’Rende mi hanno detto che hai fatto una intervista per ridurre le aree degli interventi nel centro nord: “Guarda che noi non abbiamo regalato niente. Se noi riduciamo l’intervento nelle aree depresse del centro nord, la legge sull’intervento straordinario ce la votiamo io e te”.

Hai capito! Guardava lontano. Era un grande Maestro.

 

E degli altri leader chi ricordi?

Forlani certamente, e naturalmente Bianco.

Di Forlani mi piaceva il realismo e nello stesso tempo la consapevolezza che bisognasse rinnovare, ma senza rompere il giocattolo. Era prudenza, però, e volontà di acciaio.

Si era ribellato a Fanfani. Ha capito che si doveva uscire dall’equilibrio materiale, dalla spesa pubblica, dalle PP.SS.

 

Dopo Palazzo Giustiniani? (Un accordo nel ’73 tra Moro e Fanfani, ndr)

Andreotti l’ho conosciuto poco, l’ho sempre visto come una persona intellettualmente raffinata.

Ti racconto un’altra lezione. Salii gli scranni, andai a lamentarmi sulla Cassa per il Mezzogiorno perché erano entrate le Regioni nel Cda. C’era il pericolo che si bloccasse tutto con le loro angustie.

Rende l’hai letta la Gazzetta Ufficiale di oggi?” mi dice Andreotti.

Come faccio a leggerla se arriva a casa dopo una settimana!”

Guarda che sono stati già firmati i decreti. Le Regioni sono già dentro il Cda. Perché non sei venuto prima!”

Ovviamente non è che sarei riuscito a cambiare il decreto!

Le Regioni dovevano mantenere solo la parte programmatoria senza entrare nella gestione.

Quello è stato l’errore. Il meridionalismo è finito con l’ingresso delle Regioni.

 

E questa ipotesi degli economisti delle macro regioni che farebbe crescere il pil?

Cresce il Pil da loro ma non da noi!

Si ritorna al periodo borbonico.

Ho timore per l’unita d’Italia.

 

Come è la Calabria rispetto all’intervento straordinario!

Ora non esiste proprio. Ci sono spese da revocare, I fondi europei non vengono utilizzati.

 

Perché manca la capacità di programmazione?

Manca il motore principale che è l’industria, la fabbrica sopra i 5000 dipendenti. Non possiamo pensare di decollare senza industria. Siamo in presenza di una miriade di fabbrichette, di artigiani, ma come Calabria non esportiamo nulla, siamo lo 0,1 per cento dell’export nazionale.

 

Eppure c’erano imprese ferroviarie efficienti?

OMECA (Office meccaniche calabresi). Anche le industrie ferroviarie sono entrate in competizione con fabbriche del nord. Vedevano OMECA come fumo negli occhi. Sono andate avanti solo quando i calabresi al governo hanno difeso le officine meccaniche e la presenza per servizi e collegamenti.

 

E il tessile di una volta che era una realtà sul litorale tirrenico?

C’era Lanerossi, prima ha iniziato Olivetti con i nuclei industriali, con la stagione eroica. Pastore aveva convinto industriali di Novara a localizzare insediamenti produttivi a Praia a mare, a Cetraro e Maratea. Furono belle esperienze.

Ho conosciuto due ministri Pastore e Marcora che andavano in giro a toccare con mano la realtà toccavano con mano i problemi.

Diventai deputato per Marcora. Mi conobbe sentendomi parlare a Soverato a un convegno regionale della Base sulla finanza locale con Galloni e Mazzotta nel 1971.

Avevo studiato bene problemi e criticavo la trasformazione della finanza locale, cancellata, da autonoma in derivata!

Marcora dopo avere sentito il mio intervento critico chiamò Misasi e gli disse: “Questo Rende, le prossime elezioni me lo porti a Roma”.

Misasi mi disse: “Guarda che Marcora ti ha notato e ti ha messo nel suo taccuino”.

 

E Misasi per Piero Rende che cosa ha rappresentato?

Se non avessi avuto il suo appoggio (di Misasi) non sarei mai stato eletto la prima volta nel 1972.

 

Per la Calabria cosa è stato?

Cose grandiose. L’università della Calabria fu idea di Guarasci, ma non sarebbe mai partita perché non c’era scritto in quale città sarebbe nata.

Misasi, ministro della Pubblica Istruzione, non solo ha scelto Cosenza, ma ha scelto anche Andreatta come rettore. Un modello di gestione che non immaginavano. Ha avuto una idea geniale. Andreatta con il primo miliardo di stanziamento, anziché tenerlo bloccato in Tesoreria, come avveniva in quei tempi, con un parere di un amministrativista, cominciò con gli interessi del primo miliardo; ha fatto una aula polifunzionale, a turno come una sala chirurgica a turno a seconda della specialità, tutte le facoltà hanno cominciato a fare lezione là. L’università di Arcavacata è decollata così. Questo con gli interessi del primo miliardo di stanziamento!

 

E il porto di Gioia Tauro?

Quando fui nominato commissario della Camera di commercio dalla Giunta dal mio amico Agazio Loiero che stimo molto, ho potuto verificare che è un porto giudicato limitato, di container, solo di carico e scarico.

Non c’è la lavorazione, ma solo il passaggio per le destinazioni. Auspichiamo una ZES una zona economica speciale, dove queste materie prime possano essere lavorate. Mancava il collegamento tra porto e rete ferroviaria – come ha scritto Necci – per il contrasto tra i vari enti. C’era frantumazione tra i diversi enti che operano su quel territorio. Il consorzio industriale era insormontabile.

 

E il successo dei Cinque stelle in Calabria come lo spieghi?

Ad un certo momento la politica meridionalistica si riduceva ad appalti e lavori edilizi. Ho sempre sostenuto questo quando ero responsabile Dc del Mezzogiorno, fino a quando De Mita segretario mi cacciò per mettere Manfredi Bosco. Questo lo addebitavo alla debolezza di Misasi.

Basta lavori più lavoro, era lo slogan. Aprivano i cantieri e poi chiudevano e tornavamo alla miseria di prima. L’edilizia ha questo limite. Non è riciclabile. Chiude il cantiere, scatta la cassa integrazione. Mancava l’industria. Abbiamo fatto una grande battaglia con Angelo Sanza sulla 675, sulla riconversione industriale. Con lo shock petrolifero del 1973 volevamo la riserva degli investimenti per il Sud, ma Donat- Cattin che era Ministro dell’Industria, era contrario perché l’apparato industriale era tutto al nord.

L’apparato industriale: in Fiat, hanno preferito fare i mutui con Gheddafi. La Fiat si è fatta finanziare ciò che occorreva per la nuova ristrutturazione. Hanno preferito Lafico (istituto per le partecipazioni estere della banca Centrale Libica ndr) con una loro strada autonoma a livelli internazionale, facendosi finanziare della finanza internazionale piuttosto che dall’intervento straordinario.

 

Forse la ragione è che se utilizzavi la legge 675 ci sarebbero stati la presenza e i controlli dello Stato?

Sì.

 

Le ragioni dell’avanzata dei movimenti dell’antipolitica in Calabria dove risiedono?

L’avanzata nasce con il surrogato del lavoro.  Il lavoro purtroppo lo offre la mafia dando lo stipendio stando a casa.

Ti arruolano, ma ti pagano il sonno. Anziché il capo bastone, lo Stato ti dà il reddito di sussistenza, ci pensa lo stato per assicurarti il reddito di sussistenza. In tutta Europa c’è questo politica, questo aiuto. In Francia ha cominciato prima mentre noi li davano prima alle fabbriche.

In tutto il mondo si da questo aiuto questo sistema.

Anche in USA è limitato per pochi mesi. Da noi zero. A livello delle imprese si fermava tutto li.

 

Da noi però erano antisistema?

Appena sono entrato a Montecitorio ho visto un ceto stantio, che non si voleva muovere più. Ho fatto la proposta del limite dei tre mandati.

Per lo meno non poteva stare nella stessa Camera elettiva.

Un giorno ricevo una chiamata dai vertici della burocrazia della Camera: la sua proposta di legge è irricevibile perché è incostituzionale. Va a mettere un limite che la Costituzione non prevede all’elettorato passivo.

Può farla come norma di partito, come norma interna se volete farla. Devo metterlo nella costituzione riformandola.

 

Però poi è stata introdotta con legge per i sindaci?

Anche con la riforma costituzionale di D’Alema se avessero voluto! Ma anche D’Alema era un altro intramontabile. Subito ho notato che c’era una fossilizzazione. Erano sempre gli stessi.

 

La norma sul porto franco in Calabria avrebbe portato benefici?

Come per Gioia Tauro, da quando è stato fatto saltare il cantiere di Lodigiani da quel momento non è venuto più nessuno. Non si è avvicinato più nessuno. Facevano le riunioni e dicevano: non andate al sud che vi fanno saltare i cantieri in aria.

 

E sul viaggio in America?

Nel periodo dell’eurocomunismo di Berlinguer siamo stati ricevuti a Washington, al desk Italia al 7 piano, del Ministero Esteri, al piano dove c’era Henry Kissinger, per parlare con gli esperti della situazione italiana. Secondo loro l’eurocomunismo di Berlinguer non esisteva. C’era eurocomunismo in Spagna con Santiago Carrillo e Dolores Ibarruri, in Francia con Marchais poi Berlinguer in Italia, ma non erano vasi comunicanti. Ci dissero: il primo partito comunista che andrà al potere nell’Europa libera sarà in Francia con Mitterrand, ma non durerà a lungo; non erano preoccupati per la NATO perché la Francia era nella Alleanza Atlantica solo a livello strategico e non a livello militare. Dunque