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Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ARTICOLI  e COMUNICATI 2022-2021-2020-2019

Calogero Mannino, enfant prodige della politica

 

"Rileggere i discorsi di Moro". Con il suo assassinio si volle sconfiggere la capacità, il ruolo della Dc di mediare, fare sintesi. Quando Vassalli comunicò la scelta di Falcone direttore degli Affari penali, Andreotti domandò: come nasce questa cosa? Risposta di Vassalli: La vuole Cossiga Nazionalizzare l’energia elettrica fu un errore gravissimo. Bastava irizzarla. Quando Gorbaciov mi ringraziò.


intervista di Maurizio Eufemi tratta dal giornale online "beemagazine.it" del 2 novembre 2022
 

Oggi parliamo con Calogero Mannino, enfant prodige della politica, essendo stato eletto giovanissimo in tutte le istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali. Leader politico della Dc, deputato e senatore, più volte ministro della Agricoltura, dei Trasporti e della Marina Mercantile. Non parliamo delle sue drammatiche vicende personali, della tragedia giudiziaria che lo ha visto vittima di un trentennale calvario, neppure della sua profonda cultura musicale o dei suoi hobby enologici coltivati nell’ amata Pantelleria, ma di Politica, quella vera, autentica, di un impegno culturale e politico lungo tutta una vita rileggendo gli avvenimenti attraverso i suoi ricordi.

 

Partirei da molto lontano. Il primo esordio in politica?

La mia avanzata adolescenza, gioventù, si caratterizza per la militanza attiva nella Gioventù italiana di azione Cattolica (Giac) all’interno della quale assumo delle responsabilità, sia a livello diocesano sia regionale. L’esperienza della Giac, in una fase storicamente molto importante, quella del trapasso dalla Presidenza di Carlo Carretto e Mario Rossi alla presidenza di Enrico Vinci.

 

Con tutte le polemiche e le tensioni che c’erano state negli Anni Cinquanta!

Sì, con tutte le polemiche, con quel fervore di idee e con quell’entusiasmo, la partecipazione attiva a tutte le forme di organizzazione della vita e dell’Azione Cattolica. Ricordo proprio sotto questo profilo, con qualche nostalgia, le occasioni molteplici di conoscenza, di esperienza, e di formazione, strettamente legata a questa è l ‘esperienza della Fuci. (Federazione universitari cattolici italiani)

 

A Palermo?

Sì, la Fuci aveva a Palermo una presenza fortemente caratterizzata. Dovrei ricordare tutti i grandi professionisti e i politici che sono usciti dalla Fuci di Palermo.

 

Chi ricorda di quel periodo?

Ferdinando Russo e Lello Rubino che sono gli esponenti politici di qualche anno più grandi di me, con i quali compiró l’esperienza politica che porta dentro la Democrazia Cristiana. Siamo  già al 1956 – 58 quando la Segreteria di Fanfani,  rompendo l’equilibrio della classe dirigente democristiana che si era formata attorno a De Gasperi,  provoca l’immissione di giovani energie. Noi siamo più giovani, siamo più ragazzi, ma siamo al seguito di questo movimento che si va formando e che porta al rinnovamento generazionale delle elezioni politiche del 1958. Il Movimento Giovanile della Dc diventa la piattaforma di accoglienza di tutte queste esperienze che si sono formate nella Giac e nella Fuci. Il movimento giovanile guidato nel passaggio che va da Franco Malfatti a Celso de Stefanis.

 

Chi ricorda in particolare?

Vorrei ricordare tutti gli amici che si sono formati e costituiti politicamente come soggetti importanti nella vita e nella storia della DC. È un dovere ricordare tantissimi nomi, tantissime esperienze, ma io voglio ricordare soprattutto il clima culturale in cui attraverso l’arrivo di Fanfani alla Segreteria della Dc, la formazione di quella classe dirigente che si richiama a una corrente, Iniziativa Democratica,  rappresenta però la saldatura con tutte queste esperienze culturali che dal dossettismo e accanto al dossettismo – che non è l’unica esperienza all’interno del mondo cattolico, sia  della Giac sia della Fuci – e che è una delle più importanti e una delle più attive. Questo è il paesaggio all’interno del quale vado costituendo e organizzando il mio impegno politico. In quello stesso contesto, quando poi terminati gli studi universitari, siamo nel 1961, passo all’Università di Torino come assistente volontario di Siro Lombardini nella cattedra di Politica Economica, insieme a Francesco Forte, c’è un salto di livello nella mia formazione, nella costruzione, nel mio essere soggetto di pensiero politico e quindi di diventare in qualche modo un soggetto attivo. È il tempo in cui inizio a collaborare anche con la Cisl.

 

A Torino?

Sì, si, ma intanto in Sicilia, perché non perdo mai i contatti, è diventato deputato Peppino Sinesio che viene dalla Cisl e quindi quando sto a Torino stabilisco rapporti con Donat- Cattin e attraverso Donat- Cattin, proprio perché collaboro con Siro Lombardini, divento un collaboratore di Vincenzino Saba.

 

Che poi diventerà presidente della Fondazione Pastore?

Sì, in quel tempo Giulio Pastore è ministro dell’intervento Straordinario nel Mezzogiorno. Vincenzo Saba era il dirigente dell’ufficio formazione del centro studi della Cisl.

 

La Cisl  era molto attiva a Torino?

Sì. Io mi vado collocando nell’arco di rapporti anche personali. Non posso non ricordare,  anche per l’esito purtroppo incidentato della sua vicenda politica, Celso de Stefanis, che fu dirigente del movimento giovanile della Dc con le caratteristiche di un vero e proprio leader,  di un vero e proprio caposcuola, di un vero e proprio capofila. Questa è la stagione in cui nel Movimento Giovanile Dc c’è una frangia; ricordo Franco Mazzola e tante persone che non ci sono più. È appena uscito Bartolo Ciccardini, ma rimane collegato a quel livello di esperienze politiche. Altri amici che non ci sono più. Arriviamo alla fine di questo percorso in cui c’è Mario Tassone, Gilberto Bonalumi.

 

E Giuseppe Gargani!

Il Vescovo di Agrigento nel 1960, un vescovo molto, molto forte, importante nella storia della Chiesa Italiana, è Mons GiovanBattista Peruzzo, un autentico Maestro di vita,  innanzitutto religiosa, di vita morale, ma al tempo stesso un animatore di esperienze politiche. È un Vescovo che già alla fine degli Anni Trenta ha introdotto nella organizzazione degli studi in seminario l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Siamo ancora in un tempo molto primitivo della elaborazione della dottrina sociale della Chiesa. Il documento più importante con la Rerum Novarum e la Quadrigesimus  Annus, però Mons Peruzzo, piemontese, nominato vescovo di Agrigento dopo essere stato ausiliario di Mantova. era stato mandato prima in Calabria, poi ad Agrigento perché a Mantova era stato ucciso dai fascisti un giovane dirigente dell’Azione Cattolica e dirigente del Partito Popolare e il vescovo ausiliario era insorto, si era ribellato a quel triste eccidio. Aveva preso una posizione molto forte, polemica nei confronti dei fascisti, del movimento fascista nella fase avanguardista, quindi era un Vescovo di carattere e di tempra molto forte.

 

Era anche un formatore?

Nel 1960 mi obbliga a candidarmi alle elezioni provinciali. Lo ricordo ancora con devozione e affetto. Vorrei dire anche con qualche intento didattico, Mons Peruzzo mi manda a chiamare in Vescovado e mi dice “allora sei candidato nella lista della Dc”. Rispondo “ma eccellenza non avrei alcuna speranza di essere eletto”. “Tu non devi essere eletto; tu devi stare in lista per essere un canale dei giovani che devono scoprire la Democrazia Cristiana e la devono votare”. Il risultato invece fu straordinario perché fui eletto secondo in provincia di Agrigento quindi con un suffragio quasi clamoroso,  la sua sfida era stata  in una lista per essere un canale di dialogo con i giovani elettori. Ecco l’importanza, la sua visione molto didattica; come tutti i grandi maestri non rinunciava ad essere un docente di piccole esperienze. Esperienze meno rilevanti che risultavano le più significative.

 

Quindi con la elezione alla Provincia termina la esperienza alla università di Torino alla facoltà di economia e commercio in Piazza Albarello?

No, continua ancora per alcuni anni. Tra l’altro, coltivavo la speranza di essere ammesso in uno dei rari concorsi per assistente ordinario, occasione che invece non mi si presentò e in un tempo successivo dovendo fare i conti con la vita, cominciai a partecipare ad alcuni concorsi, li vinsi quasi tutti, poi scelsi l’Amministrazione Finanziaria, dove mi calai,  perché era giusto,  come pretendeva mio padre. Ricordo a proposito uno scontro con mio padre. “Io non ti impongo di non fare politica, perché non potrei, però ti impongo innanzitutto di trovarti un lavoro, una sistemazione dove la tua vita non dipenda dalla politica anzi dimostri di essere autosufficiente e autonomo. E vinsi  il concorso nell’ Amministrazione Finanziaria!

 

Dopo la esperienza alla provincia?

Si presentarono le elezioni regionali del 1967. In quel tempo gli amici della CISL erano entrati in arco di collaborazione politica con la sinistra di Bbase, anzi il titolo Forze Nuove è il titolo che riassume questa nuova aggregazione della sinistra Dc componente Cisl, una rinnovamento democratico che faceva capo e riferimento a Donat -Cattin e la componente Base faceva riferimento a Albertino Marcora; due leader, due maestri della vita politica italiana, due combattenti e anche due eroi. Proprio voglio dirlo ricordando di Donat -Cattin, la tempra di sindacalista moderno, di sindacalista capace di affrontare anche il confronto con la CGIL, e con il Partito comunista su un terreno non più  caratterizzato dal ricorso al populismo, ma sul terreno della capacità di interpretare le linee e le esigenze del mondo del lavoro in rapporto al mondo produttivo, al mondo industriale, e anche al mondo agricolo.

 

Quindi attento ai problemi e al dinamismo della società!

Quindi un sindacalismo non piu paternalista, ma un sindacalismo altamente politico, altamente maturo. La battaglia di Donat- Cattin dentro il sindacato era una battaglia anche difficile perché esistevano altre linee interpretative del ruolo e della funzione sindacale, però io mantenendo sempre il rapporto con l’ufficio studi della Cisl ormai ero nell’agone politico. D’altra parte, avendo un lavoro autosufficiente, compatibilmente con il lavoro, operavo in politica. Si presentarono le elezioni regionali del 1967. Nel 1967 il segretario nazionale della Dc era Mariano Rumor. Ricordo che Donat- Cattin e Peppino Sinesio erano orientati a lanciarmi nell’agone elettorale. Avevo maturato la mia disponibilità, ma certamente non era facile, ero molto giovane. La Dc in quel tempo aveva delle presenze politiche molto forti, per esempio a livello delle elezioni regionali in provincia di Agrigento gli esponenti Dc erano tutti di primo piano, di grande livello. Deputati regionali erano stati Peppino La Loggia, poi Presidente della commissione Bilancio alla Camera, l’On Angelo Bonfiglio che verrà anche in Parlamento nel 1983, quindi esponenti politici molto qualificati. Per la verità la Dc di Agrigento e quella siciliana non mi inclusero nella lista e ricordo per darne merito, per sottolineare il valore di certe leadership nella Dc, l’on. Rumor segretario nazionale della Dc il giorno in cui era riunita la Direzione per approvare le liste della Sicilia chiamando la lista di Agrigento per prima per ragioni di ordine alfabetico, in questi termini testuali, il segretario organizzativo  allora era Nino Gullotti, un leader politico, molto temprato soprattutto ad esercitare qualità organizzative e forte anche della sua inclinazione e natura diplomatica, però non ero stato inserito in lista né ad Agrigento né a Palermo.

Allora l’On Rumor chiamando la lista di Agrigento disse “Gullotti introduci la lista di Agrigento. Mannino è in lista; ovviamente è il numero 1”.Non ci fu discussione. A Gullotti non fu possibile dire “ma no la proposta della commissione provinciale, della commissione regionale … etc perché Mariano Rumor aveva deciso che Mannino fosse in lista. Mariano Rumor era il leader dei Dorotei, Donat -Cattin non gli aveva neppure parlato. Aveva fatto un cenno. “Non vorrei che ci fossero delle difficoltà. Il problema noi lo porremo”. Rumor anticipò tutto. C’erano le correnti, ma non erano paratie stagne che non comunicavano tra di loro.

 

Come possiamo valutare l’atteggiamento di Rumor verso il movimento giovanile e il pluralism interno?

Un segretario come Rumor guardava all’insieme delle esperienze, dei valori delle persone delle rappresentanze che la Dc doveva raccogliere. E Rumor non si faceva mancare l’occasione di mettere accanto a grandi personaggi politici come Bonfiglio, un ragazzo di 25 anni appena. Lo sottolineo per dire come in quel tempo già molto difficile,  perché stiamo in una stagione di centro sinistra avanzato con il Governo presieduto da Moro con rapporti sempre più difficili, conflittuali contraddittori con il Partito Socialista con una società italiana , siamo nel 1967 che accenna già e anticipa quello che esploderà l’anno appresso con il 1968.

E con intelligenza politica anticipatrice Rumor indica nella candidatura di un giovane di 25 anni l’apertura della Dc al mondo giovanile la capacità di raccordarsi alle giovani generazioni. Una battaglia complessa quella della mia elezione. Poi accadono le cose paradossali della vita politica. Fui addirittura il primo eletto con diecimila voti di differenza sul secondo che era un personaggio politico importante:  l’on. Angelo Bonfiglio, peraltro in quel tempo era l’ assessore regionale ai lavori Pubblici. Quindi ero il piccolissimo Davide senza che Bonfiglio fosse Golia, perché era una personalità politica di grande rilievo però rappresentava il potere, il potere tradizionale, tra l’altro già suo padre era stato deputato regionale e presidente della Assemblea Regionale siciliana, quindi era un mondo consolidato, un mondo sociale,  un ceto integrato dentro la Dc contro un giovane outsider, un giovane che rompeva le fila.

Quello che esploderà nel 1968 sul versante che i partiti politici non furono in condizione di potere interpretare perché, non dobbiamo dimenticarlo,  il problema più importante era la linea che seguiva il PCI, di preservazione intransigente della politica del Partito e quindi tutti I tentativi di irruzione esterna non venivano minimamente accolti benché mai mediati.

 

Infatti in quel periodo c’è la stata la scissione del “Manifesto”

Senza volere dare giudizi storici che meritano approfondimenti particolari cosa fu la scissione del Manifesto?: la chiusura del gruppo dirigente togliattiano in una  difesa intransigente della tradizione storica. Valore politico degno di grande rispetto, ma che non poteva ignorare l’istanza, l’iniziativa di quel gruppo politico di dirigenti, di giovani. Il più giovane era Lucio Magri che proveniva da una storia del movimento giovanile Dc.

 

Dal movimento giovanile di Bergamo!

Aveva nei suoi precedenti anche questa esperienza, questa militanza dentro la Dc. Magri è uno di quegli esponenti di quel frammento di mondo cattolico che in quel tempo, non più appagati dalla storica linea del “Centro”, del rapporto con il Psi, vagheggiava ipotesi politiche anche diverse come si usava dire in quel tempo “più avanzate”. Ma nel mondo comunista l’istanza del Manifesto era molto diversa rispetto alla semplice esigenza di ricambio generazionale, perché era l’istanza fondamentale della affermazione della libertà, l’esperienza del Manifesto da noi giovani Dc fu seguita con simpatia. Devo ricordare questi aspetti perché in quel tempo c’era una linea di confronto, di comunicazione con i giovani del Psi e del Pci e soprattutto con i giovani che partendo dal ci animavano spinte che più in avanti di rileveranno purtroppo tragiche, quelle che portano a movimenti terroristici.

 

La presenza e il ruolo del Manifesto di Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellana, Rossana Rossanda, Valentino Parlato rispetto al Pci era più intellettuale che non numerica.

Esercitò una influenza, una “impressione” sull’area giovanile democristiana e socialista. Si forma la sinistra socialista che avrà come leader Claudio Signorile che stava dietro a Riccardo Lombardi, che è un protagonista del centro sinistra di Moro. È uno degli autori di un provvedimento importante.

 

La nazionalizzazione della Energia Elettrica! C’è un articolo di Gianni Riotta che recensisce un libro di Gotor sulla generazione Anni Settanta. Sui misteri inconfessabili di quegli anni da Piazza Fontana a Calabresi. C’è il ricordo della coincidenza tra strage di Piazza Fontana e approvazione in Senato dello statuto dei lavoratori!

Stiamo conducendo un ragionamento che non coincide con la tesi di Gotor, ma nella Dc stessa c’è un fermento politico molto intenso soprattutto nelle fasce giovanili che per la loro esperienza anche culturale a volte sono sul confine della Cisl, sul confine delle Acli che avranno una funzione particolarissima. Di li a qualche tempo ci sarà il movimento di Livio Labor (Acpol e MPL ndr) per il secondo partito cattolico.

Però al di sotto di questo subbuglio giovanile che esploderà dopo nel 1968,  il paese che aveva realizzato compiutamente gli esami del grande  miracolo economico, gli altri  dieci anni del centro sinistra, che aveva rivoluzionato quello che aveva potuto rivoluzionare; certo il Psi era sempre inappagato con il governo Moro che viene accusato spesso di essere un governo lento. Moro come capo di governo non ha avuto molti apprezzamenti e molti applausi anzi è stato contestato,  ma invece il suo merito è stato quello di fare le cose che si dovevano fare per l’accordo e l’intesa politica con il PSI  dentro una certa misura che tuttavia ha impegnato la finanza pubblica in una maniera esorbitante.

 

Che giudizio si può dare dopo tanti anni di quella scelta?

Sessanta anni dopo, ragionando, possiamo dire che la nazionalizzazione della energia elettrica,  con quella procedura, con quella modalità fu un errore gravissimo. Sarebbe bastata, come volevano alcuni democristiani, ma anche alcuni dirigenti dell’Iri, la irizzazione. Sarebbe bastato preservare un’area, uno spazio di coabitazione della iniziativa privata, anche all’interno di un’unica struttura perché la funzione dell’Enel come ente nazionale era quella di unificare la rete elettrica e il sistema di produzione in una fase in cui l’Italia  era in una fase di paese industriale avanzato. Sono giudizi storici. Tutto questo risveglio, tutto questo subbuglio del mondo giovanile si presta – questa è la tesi di Gotor – a infiltrazioni. Sessanta anni dopo con qualche documento che è venuto fuori possiamo certamente concordare. L’interrogativo è che portata abbia avuto questa infiltrazione esterna che palesemente ha due origini, periferiche: la Russia, l’URSS e i paesi di oltrecortina che nel sistema comunista erano parte essenziale anzi erano la parte  più intransigente, tedeschi orientali e cecoslovacchi, per non parlare poi dei bulgari, che erano gli operativi molto attivi, si davano da fare per attraversare, per infiltrare le aree sociali e culturali del dissenso e stabilire dei fili che non erano solo di riflessione e di pensiero politico e di dialettica politica; purtroppo erano dei fili che portavano a iniziative anche strumentali.

Di pari passo, dall’altra parte,  il sistema occidentale, non si fidava più, sicuramente della Dc, a questo punto è giusto ricordare una cosa, caro Maurizio: sono gli anni purtroppo della guerra del Vietnam e della esplosione di un dissenso in tutta Europa, ma in Italia particolarmente, di un  dissenso giovanile e non solo giovanile nei confronti degli Stati Uniti.

 

E della Nato !

È un tempo in cui l’Italia si distacca psicologicamente dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, in Italia, nel ’46-’47 si era presentati come il paese campione della libertà e campione della democrazia. Gli Stati Uniti erano coloro che avevano sconfitto il nazismo, sconfitto il fascismo, gli Stati Uniti ci portavano un modello di vita, i film di Frank Capra tutti ispirati all’ottimismo proprio di una società che vive in libertà e che vive di libertà e che si dà  degli obiettivi di felicità umana. Ho ricordato i film di Capra, ma non soltanto, i film di quel tempo, la cinematografia americana  è importante in quella stagione, in termini culturali,  perché creano un modello degli Stati Uniti in quegli anni.

E invece presso i giovani del 1968, gli Stati Uniti per effetto del Vietnam,  non sono più i campioni della libertà e questo cosa provoca l’apertura di quel gioco di fuoco,  quell’intreccio  purtroppo mostruoso che coinvolge il deepstate cioè Sezioni, segmenti degli apparati di stato.

Sono cose delicate, anticipo una mia opinione, che ci portano al 1992. Anzi che nel 1992 trovano un loro tragico epigono. Nel momento in cui è caduto il muro di Berlino queste forze si devono ritirarsi dal campo, ma per ritirarsi dal campo non possono abbandonare reclutati, alleati, mercenari, truppe varie,  anche ideologiche. Il 1992 è la conclusione di questo processo che si apre proprio  in quegli anni ‘67-‘68, negli anni del dissenso, della attacco alla politica, ma quale  si va sviluppando,  tra l’altro,  in una condizione in cui l’economia italiana adesso ha delle necessità di essere difesa e protetta, il che avviene molto spesso anche in ragione delle negoziazioni sindacali con  il ricorso al debito pubblico. C’è una polemica sempre sul debito pubblico, ma non c’è una ricostruzione storica molto onesta perché se ci fosse, dovrebbe mettere li in quegli anni l’avvio delle politiche deficitarie di bilancio di formazione del debito pubblico, perché bisogna  affrontare la spesa previdenziale in termini emergenziali. C’è un intreccio-Il quadro di tutto,  il quadro del dramma è ancora aperto in questo Paese.

Nel 1992 si è rotto l’equilibrio che era già posto in crisi e si era sostanzialmente dissolto e questo equilibrio non è stato più ricomposto. La condizione storica dell’Italia proprio  è dentro questa voragine, la voragine  non del debito pubblico, ma la voragine  del sistema, la voragine dei valori al punto tale che la forma politica dominante è ormai quella del populismo cioè della irresponsabilità!

 

La rottura dell’equilibrio viene cifrata con la morte di Moro?

La morte di Moro è la sconfitta che le forze del deepstate proprio in collegamento e in collaborazione con questi segmenti della società che si sono costituiti in organizzazioni terroristiche vogliono infliggere alla iniziativa della democrazia italiana di mediare, di  recuperare e sintetizzare.

 

Quindi vogliono bruscamente interrompere questo percorso?

Vogliono interrompere un processo in cui bisognerebbe veramente a volte rileggere i discorsi di Moro e rileggere anche frammenti delle nostre riflessioni. Ho sempre stabilito una relazione molto stretta tra lo sviluppo del discorso politico di Moro e le premesse politiche, che sono date dai convegni di San Pellegrino.

Chi ha partecipato ai convegni di San Pellegrino può ricordare una delle cose che impressionò tutti che in nomine patris filii et….  l’apertura del primo convegno di San Pellegrino era dato da alcune relazioni sulla formazione dell’unità di Italia sui processi politici che avevano trovato compendio nella unità di Italia e che questa unificazione non fosse un dato definitivo, ma un dato da cui ripartire perché l’unità di Italia andava ricomposta, ricostituita innanzitutto a livello delle classi sociali con la ragione compromissoria  del centro sinistra e la strategia dell’attenzione, immediatamente dopo, cioè un processo unitario che ha  conquistato e dato la forma Stato Unitario nel 1860 sul piano politico deve ulteriormente compiersi.

Credo che questo criterio metodologico sia sempre una costante in Moro, ma è una costante che la Dc da De Gasperi in poi ha avuto: comporre la società italiana e ricomporla rispetto alle divisioni ideologiche alle divisioni di appartenenza – non ignoriamo – a sistemi che si contrappongono. A quel tempo la divisione del mondo era un fatto reale e la divisione del mondo autorizzava l’Italia. Apro un’altra parentesi. Oggi qualche storico ha incominciato ad esplorare. In quale momento durante la seconda guerra mondiale le forze antifasciste e antinaziste, cioè Stati Uniti e Regno Unito e URSS stabilirono che l’Italia potesse rimanere unita? Noi abbiamo dati documentali, cronache precise, dell’interesse dell’Unione Sovietica a prendersi un pezzo d’Italia, non soltanto Trieste, dell’interesse di De Gaulle, addirittura, in uno dei vincitori, a mettere le mani anche su Savona oltre che sulla Val d’Aosta.

 

Chi ha difeso l’unità  d’Italia?

L’Unità di Italia fu difesa da Roosevelt contro gli stessi Inglesi. Roosevelt difese la unità d’Italia escludendo che si potesse anche dividere l’Italia pur di salvare la Monarchia. In Roosevelt ci fu un disegno, poi morì nel 1945, piuttosto preciso sull’Italia che riguarda poi la funzione dell’Italia in Europa perché fu proprio andando dagli Stati Uniti a Casablanca, viaggiando insieme, che Roosevelt disse a Churchill, come è scritto in una bellissima biografia pubblicata l’anno scorso- : “Noi ci dobbiamo porre il problema dell’Italia perché se non risolviamo il problema dell’Italia i francesi e i tedeschi ci faranno la terza guerra mondiale”. E li Roosevelt che era il capo della massoneria mondiale fa una scelta in favore del cattolicesimo addirittura non ipotizza la formazione della Dc ma dice occorre che l’Italia con il Vaticano rappresentino il ponte di congiunzione tra la Francia e la Germania perché si faccia l’unità europea. Purtroppo i Presidenti degli Stati Uniti successori di Roosevelt non ebbero la stessa linea. La ebbe Truman che infatti fu un presidente molto favorevole all’Italia, molto favorevole a De Gasperi non la ebbe più Eisenhauer, non la ebbe Kissinger con Nixon.

 

I pessimi rapporti di Kissinger con Moro sono noti!

Arriviamo poi ai Clinton, i signori Clinton nominati da alcuni circoli pseudo intellettuali che hanno sempre giocherellato con le cose politiche dell’Europa e hanno considerato la Unità Europea un problema, considerato l’Euro un nemico, sono tutte cose che hanno contato nel 1992.

 

Questo ci riporta a chi ha voluto la fine della Dc nel 1992?

È questo il quadro nel quale la Dc viene assassinata!

 

C’è qualcosa da aggiungere. Di Donat- Cattin abbiamo parlato, poi De Mita e i rapporti con Andreotti.

Comincio da De Mita. Dopo il congresso del 1982 ho messo in crisi il mio rapporto con Donat- Cattin. Ero convinto che non si dovesse operare sulla logica chiamiamola “rigoristica” del preambolo, per una ragione tattica, per non lasciare alla sinistra Dc coltivare un feticcio che non c’era nella realtà: il rapporto con il partito comunista. L’assassinio di Moro è la liquidazione – e questo fa capire gli interessi all’assassinio di Moro – di ogni possibilità che in l’Italia il Pci vada al governo con la Dc ed è la fine di ogni possibilità che la Dc prenda i comunisti e li porti al governo. Per realismo politico bisognava pervenire a questa conclusione e a questa conclusione perviene il Preambolo. Però la concezione con cui viene gestito il Preambolo anche nelle alleanze dei tre frammenti, purtroppo dico una cosa molto dolorosa, molto affettuosa, Donat Cattin è un uomo che ha sopportato nella vita  una tragedia più grande della tragedia che la politica può a volte riservarti e la tragedia di una situazione che riguarda la sua esistenza, la sua vita personale, perché riguarda la vita di suo figlio e non è una cosa secondaria. È una cosa che merita riconoscimento e l’onore che si deve a Donat- Cattin che non è più il Donat- Cattin degli Anni Settanta è un Donat- Cattin che gioca in chiusura, in difesa.

 

E quindi?

Questa situazione porta la Dc a diventare il partner possibile del Partito Socialista, il coprotagonista con il Psi della sfida al Pci. Questo è un punto delicato. Nel 1982 ho tentato di trovare un accordo tra Donat- Cattin e De Mita. Non ci fu questa possibilità. Ma nel 1983, dopo le elezioni politiche al congresso di Agrigento, mi spiace usare questo pronome personale Io, io ho assunto la responsabilità della esclusione di Ciancimino dal comitato regionale Dc e dalla vita politica regionale della Dc siciliana. Nel 1983 non fui confermato al governo. Non è un mistero per nessuno che De Mita spiegava questa esclusione di Mannino dal governo Craxi in questo modo: Craxi voleva a ogni costo che rimanessi all’Agricoltura e quando De Mita pose un problema surrettizio che non esisteva e che cioè il Nord volesse il ministro dell’Agricoltura, Craxi aveva offerto una alternativa. Allora mandiamo Mannino al Mezzogiorno. De Mita scelse di mandare Salverino De Vito. Mi dispiacciono queste cose. Dopo il congresso di Agrigento in cui Io sono il responsabile della cacciata di Ciancimino non vengo confermato al governo. Però la storia è più grande delle miserie degli uomini! Nel 1984-1985 maturano le condizioni politiche per cui il Pool antimafia guidato da Falcone. Anche se il giudice istruttore era un galantuomo da Firenze venuto a Palermo, porta a compimento l’operazione che porterà al Maxiprocesso. Grande trauma, grande shock. De Mita è costretto a sciogliere gli organi di partito in Sicilia e chiede a me di fare il commissario della Dc regionale siciliana. Avrei potuto rispondere come si dice in siciliano “dove hai fatto l’estate, fai l’inverno”.

 

Beh si dice dappertutto.

Ho fatto un atto di amore alla Dc, ma anche – e adesso posso parlarne – un atto che mi è stato sollecitato.

 

Da chi?

Da Giovanni Falcone che, leggendo sui giornali che non avevo accettato la nomina a commissario regionale della Dc mentre al comitato provinciale era stato nominato Martella, mi chiese un incontro e in questo incontro mi incoraggiò a prendere questa responsabilità facendo un discorso molto importante: “Noi abbiamo l’occasione di sconfiggere ‘Cosa nostra’. Voglio che su questo la Dc faccia l’operazione che ha fatto con il terrorismo; la Dc e il PCI sul terrorismo non hanno giocato a strumentalizzarsi e a strumentalizzare la lotta contro il terrorismo. Così bisogna fare con la mafia, perché la mafia ha una capacità di intrigo, una capacità di utilizzazione di risorse occulte che richiedono invece una grande assunzione di responsabilità politica da parte di partiti importanti”. È stato questo discorso che mi ha convinto ad accettare! Come segretario regionale ho fatto le elezioni amministrative del 1985 con quasi tutti i Comuni della Sicilia con le liste rinnovate tranne Palermo, dove Mattarella trovò la sua linea di ricomposizione. In tutti i comuni Catania, Messina le liste furono rinnovate. Alle elezioni regionali ho levato 32 deputati uscenti della Dc, quindi ho fatto una operazione di ricambio complessivo del Partito.

 

Generazionale!

Ha consentito alla Dc di vincere le amministrative del 1985 e delle regionali del 1986, al punto tale che il risultato consenti a De Mita di gestire l’operazione Presidente della Repubblica con forza perché non era più il De Mita che aveva perduto 6 punti alle politiche del 1983. Quindi il risultato del 1987 in cui la Dc recupera. Ho fatto l’errore di rimanere sul luogo della mia responsabilità perché avrei dovuto capire che De Mita non sarebbe stato più nelle condizioni di rappresentare le linee di una leadership politica progettuale soprattutto con l’insuccesso del suo governo. Chiamiamo le cose con il loro nome.

 

Un anno di governo, il doppio incarico di presidente del Consiglio e segretario di Partito.

Se avessi avuto buon senso avrei dovuto in quel tempo comunicare le mie dimissioni dal Parlamento e il mio ritiro dalla vita politica. Invece ho portato a compimento il 1992 perché nel 1992 l’obiettivo importante per me non erano le elezioni politiche,  ma la conclusione del maxi processo che è stata possibile per tutta una serie di operazioni politiche. Qui do atto ad Andreotti di un grande atteggiamento di lealtà. Quando Giuliano Vassalli, ministro della Giustizia ha portato ad Andreotti la proposta per la nomina di Falcone a Direttore Generale degli Affari Penali, Andreotti con la carta in mano alzando gli occhi verso Vassalli chiede “ma dove nasce  questa cosa?”. Risposta testuale di Vassalli (qualcuno potrebbe dire ma come la sai?)

Me l’ha raccontata lo stesso ministro socialista. Vassalli rispose: “Me la sta imponendo Cossiga, ma è una cosa che sta gestendo Mannino”. Avevo molta confidenza con Giuliano Vassalli con cui avevo preparato – Maurizio dovresti ricordarlo – la memoria di difesa di Donat- Cattin nel processo che gli avevano fatto i comunisti in Aula. Ero vicepresidente del Gruppo.

 

Ricordo  infatti che il penalista,  l’avvocato Vittorio Chiusano venne  al Gruppo Dc nell’ufficio di Mannino, dove ascoltó attraverso la radio d’Aula la seduta comune di Camera e Senato per la messa in stato di accusa di Francesco Cossiga presidente del Consiglio pro tempore per il collegamento alla vicenda di Donat Cattin (quaranta anni fa non c’erano ancora il web,  né le trasmissioni in diretta, né televisori in tutti gli uffici, ma solo un piccolo altoparlante negli uffici dei dirigenti politici dei gruppi parlamentari ndr)

Sei prezioso perché eri un politico maturo e completo. Andreotti ha tenuto la linea di governo nella fase finale in cui con la nomina di Falcone e con l’assunzione da parte del governo dei provvedimenti che sono stati una sfida alla mafia e sono stati l’elemento di sostegno all’indirizzo che la Cassazione poi avrebbe preso di conferma della sentenza di condanna da cui la reazione. Ma questo è un altro capitolo. Alla domanda, cui mi risponderai: io con gli andreottiani non andavo d’accordo.

 

Certo!

Però devo dare atto ad Andreotti di avere convalidato anche silenziosamente, perché dopo quell’incontro con Giuliano Vassalli, Andreotti non ha mai chiesto a me nè ha mai cercato Falcone. Non ha mai chiesto a me dove nascesse questa iniziativa. Punto e basta. Come devo dare ad Andreotti atto quando come ministro dell’Agricoltura non aveva responsabilità dirette nel sistema difensivo, che sono del ministro della Difesa e collateralmente del ministro degli Interni. Il ministro della Agricoltura aveva l’Aima e l’Aima era uno strumento della Difesa. La preghiera che ti do: tira fuori il verbale della commissione di inchiesta sui Consorzi Agrari presieduta da un magistrato di origine agrigentina  (Melchiorre CIRAMI, seduta del 6 giugno 2000 in parte segreta ndr) nel quale ho raccontato tutta la vicenda dell’Aima e ciò che aveva nell’ambito della Difesa perché doveva mettere da parte…

 

Le scorte strategiche!

Esattamente quelle per l’esercito e per il popolo tedesco. In commissione di inchiesta ho raccontato un episodio del 1982. Governo Fanfani. Fanfani mi manda a chiamare una mattina. Mi dice: “Devi incontrare l’ambasciatore sovietico”. Mi metto in allarme, era un tempo difficile, il governo in quelle settimane doveva formalizzare la decisione di installazione degli euromissili. Era un momento molto travagliato. Incontro riservatamente l’ambasciatore sovietico che mi fa una richiesta molto strana. Mi dice “Noi abbiamo un problema sanitario gravissimo in due Stati, in particolare in Georgia”, il ministro degli Esteri Shevarnadze era georgiano. Abbiamo bisogno della fornitura del latte a lunga conservazione UHT che ci potete dare perché abbiamo una mortalità infantile che non possiamo controllare’’. Tornai da Fanfani a portare questa richiesta. “Benissimo, Tu cosa vuoi fare?”

“Non io, ma cosa decide Lei!”. Abbiamo dato questo latte. Una cosa che ha del romanzesco perché il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica mimetizzò  due Hercules  con la bandiera della Croce  Rossa e portò questo latte al Cairo. Al Cairo fu fatto il travaso. Quando Gorbaciov venne in Italia preliminarmente chiese a Cossiga di incontrare il ministro Mannino. Cossiga era meravigliato: “Gorbaciov vuole parlare con te”, il cerimoniale sovietico chiede questo incontro. Al momento del ricevimento al Quirinale rompendo il rigido protocollo Gorbaciov mi viene incontro e mi abbraccia con grande meraviglia generale. “Ho ritardato un ringraziamento personale “disse Gorbaciov. Poi fui coinvolto in tutti gli incontri ufficiali. Quel documento della commissione di inchiesta va divulgato perché è significativo del modo di governare dei democristiani. Sapevano distinguere.

 

Abbiamo parlato di Aldo Moro, dei rapporti con Donat Cattin, come leader di Forze Nuove, con De Mita, segretario nazionale della Dc, con Andreotti, presidente del Consiglio, ma c’è un’altra persona con cui ha collaborato da vicino al Tesoro, Nino Andreatta. Che personaggio è? Che giudizio si può dare?

Un personaggio notevolissimo, grande intelligenza. Un liberal senza debolezze cattoliche – non gli tolgo niente – senza debolezze verso la esperienza politica dei cattolici. Era intellettualmente il meno disponibile alla esperienza Dc.

 

Era il più laico di tutti?

Si, ho sempre pensato che al momento della scissione della Dc e la nascita dei popolari  che portò alla Margherita e poi al Pd l’apporto intellettuale di Andreatta sia stato notevole. Ricorderai che con Nino Andreatta – gli sono grato, perché mi ha fatto fare delle esperienze grandissime- quando era al Tesoro ho gestito le leggi finanziarie in Parlamento.

 

Andreatta è stato un grande pensatore, eclettico. È riuscito a portare in politica le sue idee o sono naufragate?

Ha ripiegato sempre. Da liberal, nel senso inglese della parola, era decisamente contrario a tutte le forme di assistenzialismo, a tutte le forme compromissorie, aveva una concezione della politica aliena dalle preoccupazioni e dalle mediazioni di incontro. Ricordo che la prima volta che mi ha affidato la legge finanziaria in Parlamento mi disse: “Io ti autorizzo con uno scarto di 500 miliardi, se mi porti un centesimo in più troverò il modo di fartela  pagare”. Aveva questo modo, era strano. Gli portai uno scarto solo di 5 miliardi. Quando fui nominato ministro della Marina Mercantile piantò un casino perché voleva che rimanessi al Tesoro. Intervenne su Pertini, su Maccanico, su Andrea Manzella con cui aveva confidenza. Disse: “Mi faccio dare io le dimissioni e rimane sottosegretario”. Tutti a spiegargli che non era possibile!

 

Quanto manca oggi al sistema politico un partito come la Dc

Manca l’Italia, il problema più angoscioso. Questa stagione di tenore e di livello culturale che non ha trovato forme di identità anche antagonistiche ma capaci di dare una anima a una politica che è diventata soltanto amministrazione e alcune volte amministrazione delegata.

 

Manca una strategia del progetto Paese?

In questa crisi si riflette il venire meno non tra la Chiesa e la Dc, ma tra la Chiesa e la politica nella forma più alta come avrebbe detto Paolo VI, la forma della carità. Perché una parte del mondo cattolico ha ripiegato nell’alleanza con il PD per darsi un’anima che non ha, perché il PD è un partito radicale di massa, quindi il cattolicesimo anche democratico dentro il partito democratico si è annullato.

 

Il grande inganno - Controstoria della (cosiddetta) seconda Repubblica

articolo di Maurizio Eufemi tratto da giornale online “beemagazine.it" del 17 Ottobre 2022

Nei tempi piccoli della informazione radiotelevisiva solo la presentazione di un libro diventa occasione per ragionare più diffusamente e con un pensiero più articolato. Così è stato per l’ultimo libro di Paolo Cirino Pomicino Il grande inganno”.

La prefazione di Ferruccio De Bortoli tratteggia il lato umano dell’autore, e sullo sfondo,  le questioni, soprattutto economiche, ma lo fa in piena libertà senza acquiescenza, senza fare sconti, ma evidenziando, con eleganza, la sua opinione divergente su vicende rilevanti come le valutazioni sul ruolo dei poteri forti, della magistratura, sulle scelte per le privatizzazioni e sul debito pubblico.

Paolo Cirino Pomicino scrive una storia dei “vinti” diversa da quella raccontata dai “vincitori” in questi ultimi trenta anni.  Nella cornice del circolo Aniene si sono confrontati, con la presentazione di Luigi Compagna, Ernesto Galli della Loggia e Francesco Merlo. Un intreccio tra passato e presente, una confronto tra il realizzato e il raccontato, una visione non provinciale del Paese ma in una dimensione internazionale.

Pagine toccanti, quelle finali, in cui le vicende politiche si intrecciano con quelle personali e le tante sofferenze e i dolori superati dal dono della fede e degli affetti familiari, che escono dal privato per essere proiettati sia in quelli del prossimo più vicino che in quelli più lontano! In tutto questo, sullo sfondo c’è il ruolo della politica di quella vissuta intensamente da Paolo Cirino Pomicino come luogo e capacità di affrontare e promuovere passioni e generosità e non avidità di potere.

Luigi Compagna ha affermato che il libro è una Storia, non una controstoria soffermandosi in particolare sui due capitoli della trattativa Stato- Mafia – con la lunga sofferenza di Calogero Mannino – su cui la procura di Palermo non ha dato risposte. Riconosce altresì l’eleganza letteraria dell’autore verso De Gennaro. Riconosce come Cirino Pomicino, pur essendo stato sempre Dc, non abbia nostalgia tanto è che si tenne fuori dal disastro della lista Monti, guidata da chi non aveva statura politica pur sostenuta dalla comunità di Sant’Egidio. Nel libro, per Compagna, ci sono tutti i sentimenti di chi non si rassegna e coglie i sintomi del disastro nella vicenda Tangentopoli del ‘92-‘94. Esprime un giudizio amaro: l’antipolitica ha giocato contro la politica e ha stravinto.

Luigi Compagna scorge una concezione degasperiana della storia d’Italia, lo statista che non solo vinse le elezioni del ’48, ma rifiutò “l’operazione Sturzo” in polemica con il Vaticano dimostrando una fermezza di laicità che non ha avuto più nessuno. Un libro degasperiano perché si arrampica sulla tragedia della democrazia italiana alternando argomentazioni moderne e dà un quadro della catastrofe con la vittoria scintillante dell’antipolitica sulla Politica. Poi ricorda che sono state sciupate tante occasioni soprattutto nelle elezioni del Capo dello Stato con Cossiga prima e con Scalfaro poi quando per l’avversione di De Mita verso Craxi, Forlani ha subito ingiuste umiliazioni.

Francesco Merlo ritiene che sia un libro di letteratura con una formazione importante dell’autore. Riconosce il rapporto speciale di Cirino con Andreotti. Ritiene che sia un romanzo scritto bene che racconta di un grande complotto ai danni della Dc e dei partiti al potere in cui ci sono importanti quotidiani, la magistratura. Mancano solo gli ebrei, afferma sarcasticamente. C’è tutto il codice della controstoria! Offre come immagine una tela di Borges dove negli ultimi capitoli appare Lui quando con una forza straordinaria ha uno sguardo verso i più deboli con le pagine sulla morte che sono le più vive.

Poi interviene Galli della Loggia che valuta le pagine scritte in nome di un cristianesimo misericordioso. Non è la storia dell’antipolitica, ma quella di un vero e proprio complotto politico scritto da chi rivendica il cattolicesimo politico, con la svendita al capitalismo finanziario di settori bancari e produttivi facendo perdere al Paese posizioni importanti. Galli della Loggia pone allora interrogativi su come si è svolto il complotto, chi sono i protagonisti politici, quali rappresentanti del Pci che poi ha riscosso? Si sofferma sulle responsabilità gravissime di Scalfaro che sciolse le Camere quando c’era una maggioranza.

Che successe intorno al groviglio politico? Come si è articolato quel nodo di eventi?

I Dc hanno sempre avuto riservatezza. Su questo non c’è una parola! Gerardo Bianco nei suoi libri rivela alcune cose su questo. L’Italia ha perso eccellenze, il sistema finanziario è stato ceduto, i tedeschi non hanno fatto il minimo investimento in Italia, ma solo la Francia. L’opinione pubblica deve riflettere.

Convince meno la immagine idilliaca della prima Repubblica (terrorismo a parte) la crescita del debito pubblico. Il problema era invece far pagare le tasse a tutti. Per Galli della Loggia  il dramma era che la Dc doveva vincere ogni cinque anni. C’era il malgoverno Dc, con il risultato più visibile nella Scuola, perché l’elettorato non pensa ai grandi ideali comuni.

Cirino Pomicino ha replicato con forza, come un leone ferito, alle tesi degli intervenuti, soprattutto come la Dc fosse una garanzia repubblicana, come la narrazione fosse fatta dai “vinti” dopo la caduta del Muro e come non ci fosse stata a sinistra quella evoluzione auspicata. Ha rivendicato i meriti della Dc nella lotta alla Mafia con provvedimenti anche d’urgenza, che hanno trovato opposizione nel PCI e nella sinistra, come Falcone nella sua competenza e responsabilità non abbia mai inquisito esponenti Dc. Ha poi messo il luce il grande disegno politico teso a rompere la unità della Dc con lo strumento della legge elettorale maggioritaria.

Ora però è il momento dei giudizi. Il duello degli argomenti è stato profondo, ma ognuno è restato nei propri convincimenti. Merlo non ha voluto affrontare le questioni politiche restando in ambito letterario, soprattutto non ha voluto scavare sul ruolo della informazione e dei giornali nella caduta della Prima e nelle vicende della cosiddetta Seconda repubblica.

Galli della Loggia all’elenco dei problemi non ha fatto seguire l’analisi della crescita del debito pubblico che non viene per caso. Oltre il cosiddetto “divorzio” Tesoro Banca d’Italia (Draghi nel 2007 riconoscerà che “gli effetti del divorzio sulla politica di bilancio non sono quelli sperati”, NdR) c’era la questione fiscale che al Nord aveva favorito la esplosione della Lega, c’era l’onda lunga della spesa sociale, sia sanitaria sia pensionistica (adeguamenti trimestrali e prepensionamenti che servivano alle aziende pubbliche e private per ristrutturazioni ndr) con effetti sul bilancio.

C’erano poi le sentenze della magistratura e della Corte Costituzionale (con la sentenza n.1 del 1966 si apriva la strada alla approvazione di leggi di spesa senza copertura. Ne arriveranno 317! Ndr) alle quali il Parlamento si doveva adeguare. Galli della Loggia ha dimenticato poi la pressione della piazza in un clima di violenza e quindi sulle forze politiche parlamentari che spingeva per la stabilizzazione dei precari e dei docenti della scuola e della Università!  “Si difese l’ordine esistente” affermarono Mario Sarcinelli e Vincenzo Milazzo.

La spesa pubblica passò dal 34 per cento del Pil nel 1970 al 55 per cento del Pil nel 1985. La spesa per interessi dal 5,3 al 10 per cento!

Resta scolpita nella mia mente una frase di Guido Carli del 1982:” in tutti i paesi industrializzati si è compiuta una rivoluzione nella distribuzione del reddito fra i gruppi sociali e di e compiuta pacificamente perché la funzione redistributiva è stata assunta dagli Stati”.

Dimenticare tutto ciò è un grave errore da matita blu!

In ogni caso, va dato atto a Cirino Pomicino di lottare ogni giorno è con ogni energia per difendere la storia della prima Repubblica e ben vengano occasioni culturali come queste se servono a tenere vivo il dibattito e soprattutto a riscoprire il ruolo della Politica e dei partiti nella società italiana.

Giuseppe Gargani, paladino della giustizia contro il protagonismo della magistratura

 

Moro? Era una mente superiore, irraggiungibile, una figura sacrale. Riforma elettorale: Se avessi qualche anno in meno mi legherei al palo della luce elettrica davanti alla Camera dei Deputati!

 

articolo di Maurizio Eufemi tratto dal giornale online “beemagazine.it” del 13 Ottobre 2022

 

Giuseppe Gargani è stato eletto Deputato per sei legislature dal 1972 al 1994, poi  Parlamentare europeo dal 1999 al 2019 per tre legislature. È nato a Morra de Sanctis nel 1935, quindi concittadino del grande storico della letteratura Francesco De Sanctis. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui: In nome dei pubblici ministeri 1998; Le istituzioni dilaniate 1994; Diritto e giustizia 1997; L’identità politica condizione per la democrazia 2019; La storia fatta con le manette 2021; Io e il partito 2015. Come Presidente della Commissione Giustizia, nel luglio 1993, ha promosso il convegno: Giurisdizione e cultura della legalità. Poi in questi ultimi anni con spirito giovanile si è dedicato alla vita dell’associazione ex parlamentari nella difesa dei valori costituzionali coordinandone le attività giuridiche.

 

Partirei dal momento in cui, giovanissimo, sei entrato nella Dc nel movimento giovanile.  Quando è stato? 

Tra il 1959 e il 1960.

 

Quindi nella fase di passaggio tra Celso De Stefanis e Luciano Benadusi?

Esatto, ero vicedelegato nazionale del movimento giovanile e delegato provinciale di Avellino.

 

Chi ricordi di quel periodo?

C’era Giancarlo Perrone, c’era Attolini che era una grande organizzatore, Gianfranco Sabatini di Fano, Ettore Bonalberti, c’era Gilberto Bonalumi  che era giovanissimo ed è intervento in una fase successiva, ma le prime esperienze le ha avute con noi. Stavamo nell’esecutivo che funzionava; per il movimento giovanile era una fucina di classe dirigente. Di tutti quelli che in quel periodo erano con me, nessuno si è perduto per strada. Ognuno si è fatto strada in Italia, c’è chi è diventato parlamentare, chi è diventato dirigente, era una fucina di classe dirigente. Ricordo che Fanfani si occupava del movimento giovanile, molto di più con Celso de Stefanis che era suo amico personale, poi ha avuto purtroppo un destino molto crudele perché al Congresso di Firenze del 1959 fu costretto, per l’accusa fatta ad Antonio Segni di volere fare un intervento militare a fianco degli anglofrancesi  sulla crisi  di Suez, per aiutare Fanfani,  si è messo un po’ fuori e quindi purtroppo Celso de Stefanis …. era una bella mente, era una bella intelligenza.

 

Secondo te, lui s’è preso tutte le responsabilità di quell’intervento?

Si, si è preso tutte le responsabilità per fare un favore a Fanfani che allora aveva contrasti con Segni perché in pieno congresso ci fu un subbuglio – io me lo ricordo come se fosse adesso – si fermò il congresso per le accuse di Celso de Stefanis e alla fine, Fanfani dovette prendere le distanze.

 

Qualcuno sostiene che ci fosse Fanfani dietro le accuse di Celso De Stefanis a Segni?

Assolutamente sì! Però anche Fanfani, come era inevitabile, aveva preso le distanze. Poiché era amico personale di Fanfani aveva fatto queste accuse a Segni pensando di poter mettere a segno un punto, ma Segni era pure considerato un mammasantissima del Partito e quindi sbagliò.

 

Da allora Celso De Stefanis sostanzialmente lo abbiamo perso?

Lo abbiamo perso, si è ritirato, poi ha fatto una fine,  poi è morto in condizioni anche povere!

 

Davvero?

È morto in una condizione che abbiamo fatto una piccola colletta per aiutarlo.

 

Addirittura?!

Assolutamente sì. Era rimasto senza punti di riferimento in Italia. È morto in povertà! L’hanno dimenticato e ha avuto una fine proprio che non meritava per la sua intelligenza. Avevo telefonato ai suoi amici e tutti demmo un contributo per aiutarlo.

 

Ho riletto recentemente alcuni scritti veramente penetranti che aveva fatto sull’industrializzazione del Mezzogiorno, sulla siderurgia, sulla acciaieria di Taranto, quando era allo Iasm, portato da Pastore.

Chi era un intellettuale, in quel tempo poi c’era Francesco Mattioli, che dirigeva la rivista per l’Azione e noi in questa rivista ci esercitavano a scrivere saggi, articoli lunghissimi, perché venivano da esperienze intellettuali e quindi scrivevamo molto, poi allora non c’era altro per comunicare. Bisognerebbe rivisitarli i numeri di Per l’Azione che erano veramente testi di grande approfondimento culturale di quel periodo, che era di grande contrasto al marxismo, quindi c’erano due ideologie molto forti che si contrapponevano e quindi c’erano i problemi della filosofia, del vivere, della scienza, della letteratura e quindi noi che venivano freschi di studi abbiamo avuto una palestra veramente incredibile. Sono particolarmente grato a Benadusi che mi volle vice, perché Benadusi era una persona un po’ radicale, un po’ meno democristiano…

 

Infatti aveva simpatia, – come un lettore attento – per gli orientamenti del Mondo di Pannunzio.

Sì, era una persona di assoluta qualità e una persona sul piano personale molto dignitosa, molto seria. L’ho sempre ricordato. Se potessimo rivederci sarebbe per me una giornata indimenticabile.

 

Vedró di organizzare questo incontro con quanti maturarono quelle esperienze politiche giovanili.

Ti invito fortemente a farlo.

 

Quali congressi del movimento giovanile ricordi di più?

Quello di Perugia. Fu un congresso molto bello.

 

Però poi Attolini, successore di Benadusi, si è perso politicamente ? Non era molto attivo come Benadusi e i predecessori?

Aveva l’organizzativo del movimento giovanile. Era fanfaniano. S’è perduto, non abbiamo avuto più tracce. Si era inserito in una multinazionale. Ha lasciato la politica. De Stefanis aveva sofferto perché era stato rifiutato dal mondo cattolico.

 

Nel movimento giovanile c’era una posizione prevalente di sinistra in un clima unitario?

Nel 1961-62, in quegli anni, avevo aderito alla corrente di Base di De Mita, di Galloni, di Marcora avevo dato un orientamento di sinistra, basista; la discussione molto forte era di recuperare i socialisti,  di allargare la base popolare, di fare entrare – una frase che ripetevamo  – “le masse popolari nello Stato”, perché le massi popolari erano fuori dello Stato, contestavano lo Stato i comunisti; in quel periodo noi volevamo lo sganciamento dei socialisti con Nenni da parte del Pci, di modo da poter diventare autonomo. C’è stata tutta una premessa culturale  per il fare centrosinistra. Allora la parola centro aveva una sua importanza, oggi è screditata. Abbiamo lavorato tanti anni per arrivare a questo risultato. Non è che si ottenne dalla  sera alla mattina, ma si ottenne attraverso una lunga discussione sulla stampa, sui congressi, e che a Napoli al congresso del 1962 al teatro San Carlo,  Aldo Moro fece un grande passaggio con una relazione di sei ore e alla fine nelle ultime cartelle dopo avere spiegato tutto, disse “dobbiamo allearci con il Partito Socialista” tutti in piedi. Finalmente l’aveva detto esplicitamente in modo chiaro. (Napoli 27-31 gennaio 1962 ndr) Poi si fece il centro sinistra.

 

C’eri al congresso di Napoli. ?

Perbacco.

 

Aldo Moro che cosa è stato per te?

Moro era al di là di qualunque fantasia. Mentre Fanfani lo consideravano il leader, il capo della Dc vera, però Moro era sullo sfondo come se fosse stato un po’ irraggiungibile; lo consideravano una mente superior,  Fanfani lo vedevamo di più, Moro non lo vedevamo mai, per cui c’era questa aria sacrale che ha sempre conservato questo mistero della persona; ricordo che non è stato mai un organizzatore.

 

Però Moro era molto attento ai giovani !

SìSì, molto attento. Fanfani era fissato sulla organizzazione del movimento giovanile, mentre Moro si occupava dei giovani, della prospettiva, del lavoro, della presenza della leadership sul piano nazionale. Si curava dei giovani in questo senso. Lo vedevamo più vicino e più lontano al tempo stesso. Moro è stata una figura sacrale e ha continuato ad esserlo purtroppo dopo che è stato ucciso; per noi è sempre una persona superiore, al di sopra, un Papa della Democrazia Cristiana, se posso essere irriverente rispetto alla religione cattolica.

 

Al tempo del movimento giovanile, molti dirigenti portavano poi in sede locale le iniziative i convegni, stage?

L’attività del movimento giovanile era anche più assidua e puntuale rispetto anche a quella del Partito. Facevamo incontri dappertutto. Facevamo convegni nazionali oltre i congressi periodicamente. Avevamo tutta una attività come se fossimo stati un partito inserito nel partito più grande. Però eravamo noi i protagonisti. Negli anni Sessanta e Settanta fino agli Ottanta, non c’è un dirigente che non venga dal movimenti giovanile e non si sia affermato attraverso il movimento giovanile.

 

Era il luogo dove la gente si esprimeva e dove potevano fare emergere le personalità.

C’era una grande attenzione della Dc verso i giovani anche sul piano della formazione culturale. Noi andavano alla Camilluccia (al centro studi politici Alcide De Gasperi ndr) a fare convegni, la scuola di partito anche se non la chiamavano così. Periodicamente andavano a sentire relazioni, alla Camilluccia facevamo interventi, dibattiti che duravano tutto il giorno.

 

Il convegno del Sestrière promosso da Luciano Benadusi nel 1957  affrontò con lungimiranza il problema della scuola e delle sue riforme, invece nei convegni degli anni Sessanta quale era il tema dominante, lo sviluppo unitario, il mezzogiorno, la industrializzazione?

La Scuola, la ideologia cattolica, il significato delle varie encicliche, contro il marxismo, contro la lotta di classe, la idea sublime e forte del Pci di allora era la lotta di classe, quindi in quegli anni la Dc ha maturato l’interclassismo, perché con l’interclassismo è stata sconfitta la lotta di classe, quindi il Pci è stato sconfitto negli anni Sessanta  proprio in forza di questa cultura interclassista che il movimento giovanile portava avanti. L’interclassismo ha sconfitto la lotta di classe, e la lotta di classe che era il leit motiv del Pci ha perduto proprio in quegli anni. Perdeva mordente perché la solidarietà sociale che era  nata allora fra le varie classi sociali, che non esistevano più, perché i contadini e i padroni cominciavano a essere una cosa sola dopo la riforma agraria, avevano creato una solidarietà, anche perché la situazione economica, l’ascensore saliva, portava che i contadini studiavano con la scuola obbligatoria; tutti siamo diventati uguali in Italia  perché una cosa di grande importanza,  che non c’è negli altri paesi europei, è questa unità. Perché non c’è più il servo e il padrone, non c’è più il borghese e l’operaio. Siamo tutti uguali. Questo è diventato un dato costante anche nell’ultimo periodo che è sorto il personalismo, il rancore, il contrasto tra classi tra le varie persone, ma in quegli anni, questa è la storia vera della Dc, che non si può dimenticare. Tutto aveva un significato culturale che poi cadeva sulla politica quindi la politica era una cosa seria ed era sostanza culturale che portava ad una attuazione dei problemi e alla risoluzione: il problema del Mezzogiorno, della scuola, della identità dei cattolici. Se andiamo a rileggere per l’Azione o i primi anni della Discussione o tutti questi convegni, al Sestrière o altrove, il congresso di Perugia dove discutemmo di tutte queste cose. Sarei felice di rileggere quegli atti. Quando il movimento giovanile faceva il congresso per tre giorni seriamente e poi evidentemente faceva le liste quindi si eleggeva la nuova dirigenza, ma abbiamo avuto una continuità;  chi diventava grande e lasciava il mondo giovanile aveva una esperienza alle spalle, capisce di poterlo candidare in posizioni di responsabilità al Parlamento, al Senato, e via di seguito.

 

Il congresso di Perugia quando si tenne?

Nel 1962. (10 congresso del Mg 27 – 30 luglio 1962 Sala de Notari palazzo dei Priori ndr)

 

Tu hai conosciuto tutti i grandi leader Dc, Fanfani, Forlani, Moro, Zaccagnini, Marcora, Piccoli  Donat-Cattin, De Mita, chi quello che ti ha lasciato di più?

Sono due ovviamente: Marcora sul piano di questa grande efficienza, di questa grande spinta, perché l’intellettuale De Mita o l’intellettuale Galloni, il vibrante Granelli, perché era vibrante e pieno di entusiasmo, non si sarebbero organizzati se non ci fosse stato Marcora. Marcora era un grande politico e un grande organizzatore. Naturalmente per me questo è il ricordo più importante. Ho vissuto tutta la vita con De Mita  per cui poi inevitabilmente con De Mita sono stato amico personale, e ci siamo accompagnati fino alla fine che purtroppo è capitata nel maggio scorso.

 

Nei giorni scorsi c’è stata questa polemica di Nando Dalla Chiesa contro De Mita.

Ho visto. Volevo intervenire poi ho capito che bisognava far sbollire questa cosa perché ero al Governo allora, al Ministero di Grazia e Giustizia. Avevo contatti con Dalla Chiesa e il figlio sbaglia e non ha nessuna ragione per dire questo. Lui non si lamentava dell’aiuto. Venne a trovarmi nel mio ufficio credo una ventina di giorni, un mesetto prima, quando era stato assegnato a Palermo. Ha un rapporto con me perché mi occupavo proprio di brigatismo, dell’emergenza di quel periodo che portó all'”arresto” di Aldo Moro. Lui era soddisfatto…

 

Scusa, hai detto all'”arresto” di Aldo Moro”? Volevi dire altro?

Volevo dire rapimento di Aldo Moro. Beh fu arrestato dai brigatisti! Fu rapito e arrestato! Certo, hanno fatto pure il processo! Dalla Chiesa non si è mai lamentato. Lui mi faceva dei discorsi problematici rispetto alla comprensione del fenomeno mafioso e brigatista e quindi era insoddisfatto della analisi che noi facevamo e della comprensione. All’inizio del fenomeno che chiamiamo brigatista noi eravamo sconcertati, immaturi, non avevano un retroterra.

 

Poi l’abbiamo acquisito?

Sono stato con Tommaso Morlino, in tutto questo periodo, il periodo migliore della mia vita, dove noi abbiamo studiato il fenomeno brigatista e abbiamo fatto la prima legge che ha risolto il problema con la legge della dissociazione, che poi hanno copiato per la mafia, dove non ha nessun valore perché li ci stanno i pentiti prezzolati, mentre là c’è una dissociazione ideologica  che portava allo scardinamento del fenomeno. È come la casta. Se uno viene meno,  fa la delazione di come è organizzata, l’organizzazione si frantuma. Tra i tantissimi meriti della Dc è che noi abbiamo frantumato il brigatismo non solo con i grandi personaggi come Dalla Chiesa,  ma anche con le leggi intelligenti che avevamo  fatto e che poi sono state malamente copiate.

 

Nei giorni scorsi è uscito un libro di Miguel Gotor “generazione settanta”

Sì l’ho visto, ma non letto.

 

Si parla sempre di misteri, segreti inconfessabili …

Questa letteratura la rifiuto. Nell’ambito dello Stato ci saranno pure piccole zone d’ombra come inevitabilmente c’è in tutte le zone della vita, ma immaginare tanti complotti sulla storia di Aldo Moro… ! Si è fatta una commissione, poi un’altra, non arriva nessun risultato perché non c’è il risultato. Questo è il punto.  E quindi si va a immaginare fantasmi e che non diventano mai concreti perché non esistono. Sono fantasmi! Mi fa piacere dirlo a te!

 

Però c’è un problema. Anche ieri è stato commemorato Gingio Rognoni, con opinioni divergenti, paventando opacità.

Sono tutti fantasmi. Retropensieri che poi non si realizzano perché restano fantasmi.

 

Comunque il figlio di Dalla Chiesa ha avuto un comportamento antipatico tirando fuori polemiche dopo che De Mita era scomparso! Poteva farlo prima!

Certo!

 

Rimangono alcune questioni. La prima: la tua esperienza parlamentare dal 72 al 94, hai assunto grandi iniziative sulla Giustizia, una linea controcorrente e coerente. I fatti a distanza di tanti anni poi ti hanno dato ragione.

Sono molto soddisfatto della mia attività parlamentare perché ho esercitato la funzione con grande impegno e con grande intensità. L’ho fatto perché ho avuto sempre una idea molto sacrale della rappresentanza e del Parlamento che credo sia la cosa al primo posto assoluto nella vita perché attraverso questa legge elettorale, la rappresentanza è sparita. Sembra una legge elettorale fatta apposta per far sparire la rappresentanza. Mi sono occupato prevalentemente di Giustizia e negli anni Settanta, lo dico ad alta voce, per la prima volta, la tua amicizia nei miei confronti, mi consente di potere dire che leggo cose che avevo scritto negli anni Settanta per cui contrariamente al luogo comune che chi ha ragione non è molto intelligente oppure scemo, penso di avere esaminato, approfondito quei problemi. Proprio perché ho fatto cinque anni al governo, alla Giustizia, poi ho fatto il presidente della commissione e capivo sin da allora che c’era un problema  sul piano istituzionale e nel rapporto fra le istituzioni e tra politica e magistratura e noi abbiamo fatto leggi con il mio dissenso.

 

Hai votato contro la riforma alla immunità parlamentare!

Ho votato non solo contro. Quando oggi Carlo Nordio va a dire che bisogna ripristinare l’immunità! È stato l’ultimo intervento negativo che ha affossato definitivamente la Politica, perché ha fatto prevalere, anche sul piano formale, il protagonismo della magistratura.  Ma io avevo votato negli anni Settanta la progressione in Cassazione, perché c’era uno slogan – va ricordato – del ministero di Grazia e giustizia dei magistrati, perché il capo di gabinetto, era un magistrato di Milano che teorizzava che un magistrato solo perché raggiungeva alcuni anni di età doveva essere promosso in Cassazione a prescindere dai posti che stavano in Cassazione!

 

L’automatismo?

Per cui il Pretore di Frigento della mia provincia era componente della Cassazione pur facendo il Pretore a Frigento in un piccolo paese dell’Alta Irpinia. La ragione per la quale loro giustificavano, era che un concorso intermedio ledeva l’autonomia e la indipendenza della magistratura. Fare un nuovo concorso significava, in qualche modo, colpire la indipendenza e l’autonomia della magistratura. Una cosa aberrante! E ha fatto scuola; ha instradato; per cui un magistrato se durante la carriera non viene valutato se è bravo,  se è matto, se è diventato scemo;  si attenta alla autonomia e alla indipendenza della magistratura.! Questo slogan ha portato, dopo anni e anni, alla fine della immunità e a questa funzione anomala che c’è profondamente,  per cui è alterato l’equilibrio istituzionale, l’equilibrio costituzionale dei poteri. L’avevo detto negli anni settanta e oggi tanti si affannano a dire, per ultimo ha scritto un libro prezioso Sabino Cassese e ha scritto puntualmente di queste cose e delle anomalie.

 

C’ero alla presentazione del libro di Cassese in Trastevere nello spazio dell’ex cinema Induno, con il Presidente della Anm. Per fortuna ci sono gli atti parlamentari, c’è la memoria storica del Parlamento che è incancellabile e gli studiosi possono andare a rileggere e verificare come sono maturate le scelte politiche.

Mi hai mandato quel lungo intervento che avevo fatto negli anni ‘73 – ‘74, che hai trovato all’Archivio storico del Quirinale. (Lettera dell’On Gargani al procuratore Giovanni Colli del 22 maggio 1975 con allegata la relazione parlamentare sullo stato della Giustizia ndr) L’avevo mandato al Procuratore Generale della Cassazione e lui se l’è conservato con la mia lettera che mi mandasti. Ho un ottimo ricordo perché fa parte della mia storia.

 

Che giudizio dai sulla fine della Dc? E degli anni 93 – 94. ?

La fine della Dc è dipesa per il cinquanta per cento da un esaurimento di tutte le cose della vita, in cui la società era cambiata; governava da troppi anni per poter conservare il potere.

 

Per esaurimento propulsivo?

Per l’altro cinquanta per cento è che la classe dirigente, che era di livello altissimo, si é arresa e si è arresa soprattutto di fronte alla magistratura per cui quel discorso di Craxi ahimè – lo avevo detto allora  non lo dico dopo trenta  anni – doveva portare tutto il Parlamento a solidarizzare perché  il finanziamento pubblico dei partiti anomalo che Craxi aveva denunziato è diventato corruzione. Non era corruzione. Era anche corruzione e quella corruzione doveva essere perseguita, ma i finanziamenti innocenti che tanti avevano fatto, tante persone si prestavano per poter aiutare il partito,  per far continuare la democrazia in Italia, erano finanziamenti leciti alcune volti puniti con una ammenda, ma avendo fatto diventare tutto questo corruzione – lo ho scritto con molta precisione  e con documentazioni – è diventato che quel periodo è quello della corruzione dei socialisti, dei democristiani e di tutti i partiti escluso il Pci che pigliava i soldi a differenza degli altri, ma li pigliava da innocente.

 

Poi anche se ci fossero stati casi sarebbero stati assolutamente marginali. La Dc nel 1992 aveva preso ancora quasi il trenta  per cento dei consensi.

È stata coinvolta tutta la classe dirigente perché si  era  cominciato dagli anni settanta, perché il gatto si morde la coda, nel senso che l’automatismo e tutte le leggi fatte a favore dei magistrati hanno portato a questa esposizione anomala dei magistrati, a una prevalenza sul piano istituzionale, perché è una malattia della democrazia.

 

Oggi quanto manca al Sistema politico la legge proporzionale con le preferenze?

Ho sempre sostenuto, anche in quegli anni ‘92-‘93, questa volta fortemente in polemica con De Mita, che la legge che Mattarella faceva è stato il primo mattone tolto alla cittadella democratica. Questa mia espressione negli anni Novanta che fece infuriare De Mita, era purtroppo a distanza di tanti anni, vera! Il proporzionale era l’unico sistema elettorale democratico. Imperfetto come tutte le cose della vita, ma il meno imperfetto.  È come la democrazia che diceva Churchill e quindi questa legge garantiva la rappresentanza …

 

Il pluralismo !

garantiva la presenza nel Parlamento del Paese, perché era la fotografia del Paese con la quota di sbarramento inevitabile. Tutte le altre leggi fatte, una peggio dell’altra, fino a diventare questa ultima con la quale abbiamo votato domenica 25 settembre una legge che – come ho accennato prima – evita addirittura la rappresentanza perché il malfatto, la cosa delinquenziale del Parlamento – non ho difficoltà a dirlo – è di tagliare i deputati e i senatori e di cancellare la rappresentanza in alcune regioni. Il Pd ha questa macchia! Capisco il sistema Cinque Stelle che aveva vinto nel 2018 e aveva governato voleva, portare avanti questa sua idea sul risparmio – tutte stupidaggini – ma hanno tagliato la rappresentanza! In Campania c’è la metà della rappresentanza dei deputati. In Basilicata viene limitata …

 

In Umbria lo stesso!

Si è perduta la rappresentanza; Queste povere regioni non avranno più riferimenti al Parlamento.

 

Leggevo alcuni resoconti del movimento giovanile e ho potuto verificare che voi faceste una battaglia per il sistema proporzionale delle Provincie!

Sì, perché il proporzionale si estendesse in tutto il Paese.

 

Oggi in assenza dei partiti che facevano riferimento ad aree culturali quali quella socialista, laica, cattolica, la situazione come la vedi?

I partiti sono diventati personali negli anni Novanta, perché Berlusconi che aveva un consenso grande nel paese è stato criticato da tutti gli antiberlusconiani e poi tutti lo hanno copiato. Lo hanno imitato. Lui ha inventato il partito personale e tutti lo hanno copiato fino a Mastella o a Noi Moderati che sono cifrati allo 0,5 per cento. (ci aveva quasi azzeccato perché hanno preso poco di più, NdR). Quindi i partiti sono venuti meno, io che mi sono sempre illuso negli anni Novanta di rimettere insieme tutto i pezzi dei cattolici, ma anche dei laici, dei riformisti ho una piccola ulteriore speranza; mi sono sempre illuso che le persone che venivano da quella tradizione potevano  rimettersi insieme;  ho una fiammella, ancora una speranza che il terzo polo – avendo fatto una cosa che dico dagli anni novanta – possa presentarsi in alternativa alla destra e alla sinistra, presentarsi in maniera autonoma. Sono coraggiosi, onestamente dobbiamo riconoscerlo, perché il sistema elettorale proprio non consente di presentarsi da soli.

 

Però è una sfida!

Sì certo é una sfida. Se si unifica veramente una alleanza elettorale improvvisata …

 

Se premiata dagli elettori …

… se dopo  le elezioni diventa politica, riunisce, avendo fatto questa lunga carrellata dal movimento giovanile, quando noi rappresentavamo il centro l’interclassismo con la Dc. Moro lo aveva detto nel 1944 che il centro era dinamico! (Pensiero e Vita, 25 novembre 1944 ndr).  Se si dovesse verificare dopo le elezioni questo, – dopo questo periodo degli anni novanta molto disgraziato in cui hanno governato le estreme, hanno governato gli antisistema e quindi hanno sgovernato fino a quando non è arrivato Draghi – uniamo e possiamo avere la possibilità di rivedere la costituzione del centro e quindi di ristabilire le identità perché non ce ne sono più.  Coraggio Italia, Forza Italia, Fratelli d’Italia non c’è più nulla che ricordi una cultura di Popolari, Riformisti, Liberali,  Socialisti come ci stanno in Europa.

 

Sono più pessimista di te! Sono stato all’Istituto Sturzo per l’incontro sui cattolici dal 1870 ad oggi, e dagli interventi ho constatato una linea che esalta il prepolitico senza un grande progetto.

Senza un aggancio alle vere tradizioni culturali …

 

E con il vuoto della Chiesa nella formazione dei giovani e di una classe dirigente come lo era stato nel secondo dopoguerra con la Giac e con l’azione Cattolica. Se l’arcivescovo di Milano arriva a polemizzare con il Papa, la gente in questa confusione, non capisce molto. Se non c’è un orientamento nuovo anche in questo senso delle gerarchie cattoliche, rispetto alla strategia ruiniana sui valori non negoziabili e con presenze insignificanti in ogni partito. Che dici di questa assenza dei cattolici, di questo vuoto.

Ci siamo sparpagliati e divisi e nella divisione è venuta meno anche una cultura o il riferimento culturale allo stare insieme e avere attraverso l’ispirazione cristiana una idea di organizzazione civile e questi sono sempre stati dei cristiani fondamentalisti che non hanno mai capito – questo penso di poterlo dire fino in fondo – il significato dei cattolici in Politica e allora tutto viene ancora contrabbandato come cento anni fa. Il partito cattolico non esiste mai. De Gasperi lo aveva capito e Moro successivamente. Il partito cattolico non esiste, esiste ed è esistito il partito dei cattolici che si è diviso, frantumato e restano questi messaggi equivoci che sono metà ecclesiastici e metà fondamentali,  ma che non hanno consistenza rispetto al territorio, alla funzione laica e civile che un cattolico deve avere nella sua missione terrena che è diversa da quella ecclesiastica, della chiesa. Questa cosa è completamente dimenticata; è fuori dalla cultura italiana in questo momento. Questo è un dato completamente negativo.

 

L’Europa può essere il nostro nuovo vincolo politico esterno, dopo quello economico, che ci aiuta a superare i problemi?

L’Europa può aiutare più per quello che deve diventare, perché poi la guerra costringe a metterci insieme per poter difendere la civiltà occidentale e quindi difendere anche la storia e la tradizione, la cultura giudaico- cristiana dell’Europa e questo ci aiuta. Speriamo! Ma c’è bisogno sempre di identità dei partiti, che oggi non c’è, per cui rispetto allo scandalo dei deputati che sono passati da una parte all’altra in 400. Sono passati da una stanza a un’altra! Non da una idea a un’altra idea. I partiti sono senza identità, ognuno pensa alle proprie convenienze.

 

Dopo le elezioni di settembre può nascere un movimento che parta dal basso sulla riforma elettorale?

Dobbiamo vedere chi ci sta, subito dopo, perché a fine legislatura non si riesce a fare niente. Se avessi qualche anno in meno mi legherei al palo della luce elettrica davanti alla Camera dei Deputati! Siccome ho qualche anno non lo posso fare più. Mi procurerebbe qualche accidente. Bisogna fare qualcosa! Bisogna muoversi!

Luciano Benadusi: La democrazia si salverà soltanto con la scuola. Se diventerà un polmone di formazione culturale, per la politica, la cittadinanza

 

La mancanza oggi di partiti- fucine di idee rende fragile la democrazia Narrazione di capitoli di storia politica di un grande intellettuale che ha sempre messo la scuola al centro della sua attività, prima nella Dc poi nel Psi. Semi-presidenzialismo alla francese? Non sono contrario ma ci andrei più cauto. Dopo la rivoluzione culturale del ’68 mi convinsi della necessità di porre fine alla unità politica dei cattolici. Il racconto di una esperienza sociale di una comunità costituita in una Borgata romana, Fidene

 

articolo di Maurizio Eufemi tratto dal giornale online "beemagazine.it" del 4 Ottobre 2022

 

Oggi incontriamo Luciano Benadusi.

Già professore ordinario e attualmente professore onorario presso l’Università La Sapienza di Roma di Roma, è sociologo dell’educazione, un esperto dei problemi dell’educazione e della formazione, ha ricoperto l’incarico di vicepresidente del Formez e di presidente di Af Forum (Associazione per l’Alta Formazione) e ha svolto funzioni di consulenza per numerosi ministri dell’Istruzione.

È direttore di Scuola democratica, una delle più importanti riviste del settore. Ha pubblicato molti libri tra cui Equità e merito nella scuola, il ’68 e l’istruzione.Prodromi e ricadute del movimento degli studenti.

Una storia politica particolare, quella di Luciano Benadusi, uno spirito inquieto, un percorso di vita in cui la ricerca dell’affermazione delle proprie idee si è scontrata spesso con le logiche di partito.                                                                                                                                                                                                                È un giovane di 85 anni. Con le sue prime esperienze politiche partiamo da metà degli anni Cinquanta…

Il nostro colloquio interrompe la stesura di un articolo sull’analisi dei programmi dei partiti sulla Scuola per la consultazione elettorale del 25 settembre.

Partiamo da ciò che avevamo lasciato. Il convegno del Sestriere dell’agosto del 1957 di cui Luciano Benadusi era stato organizzatore, come responsabile del movimento studenti medi e relatore per il Movimento Giovanile Dc. Parteciparono da ogni regione d’Italia,  i giovani responsabili dei giornali di istituto e più impegnati nella vita della scuola. In quella occasione furono affrontati i temi che poi sarebbero stati affrontati dal centrosinistra con la riforme della scuola. Rileggere quelle idee, oggi, non è solo un tuffo nel passato ma riscontrare anche come quelle idee erano anticipatrici delle linee di movimento della società come una concezione democratica della scuola, il rapporto tra scienza e tecnica, una nuova cultura umanistica.

 

Volevo partire dal Sestrière. C’era un impegno giovanile molto forte. Come nasce il tuo impegno?

Nasce da un interesse alla politica insolitamente precoce. Determinante è stata una circostanza casuale: la finestra della mia camera da letto. Affacciava su una piazza romana dove durante le campagne elettorali si avvicendavano tutti i santi giorni comizi dei partiti in lizza. Quindi non solo questo suscitò un interesse precoce ma mi offerse l’opportunità di ricevere una formazione pluralistica. L’impegno è venuto un po’ di tempo dopo.

 

Il reclutamento dei giovani. Ho riletto  la tua relazione, molto innovativa, anticipatrice delle pulsioni del mondo scolastico rispetto alla evoluzione dei tempi, quei ragazzi che partecipavano agli incontri venivano,  come forma di reclutamento, dalla Giac, dalla Azione Cattolica. Nel tuo caso come avviene?

Non sono passato attraverso nessuna organizzazione cattolica. Traccio una breve storia della mia formazione politica. In famiglia gli input che avevo ricevuto erano lo “stai alla larga dai partiti” e orientamenti di stampo conservatore, fortemente anti-comunisti. Nei primi anni di frequenza delle superiori ne ero ancora influenzato.

Come molti dei miei familiari ero anti-comunista e avevo simpatie liberal-monarchiche, ma ascoltando quello che i fascisti dicevano e osservando quello che facevano, avevo almeno capito che sullo spartiacque tra fascisti e non fascisti, in quell’ambito allora il più importante, dovevo stare dalla parte dei secondi.

L’interesse per la politica si era poi rafforzato a mano a mano e le mie opinioni erano slittate verso sinistra. Frequentavo il liceo classico e seguivo con molto interesse un giornaletto studentesco scritto da compagni di scuola di orientamento prevalentemente laico e di sinistra, ma non comunista.

 

Le tue letture di quell periodo?

Nello stesso tempo mi appassionavano le letture di storia contemporanea, che avevo cominciato leggendo Benedetto Croce. Volevo capire meglio la politica contemporanea, visto che a scuola nessuno degli insegnanti ce ne parlava, non era nei programmi. L’impegno politico iniziò quando decisi di iscrivermi alla Dc e mi misi a lavorare nel settore studenti medi cercando di dare loro quello di cui sentivo la mancanza: un percorso di socializzazione politica. Avevo trovato nel partito non solo un incoraggiamento, ma anche un appoggio concreto e determinante.

Devo precisare che aderendo alla Dc avevo aderito anche ad una specifica area politico-culturale al suo interno. Se ne trovava più d’una.

 

A quale facevi riferimento?

All’area collocata a sinistra, cioè a quella che si distingueva per una maggiore sensibilità agli aspetti sociali, alla solidarietà, alla giustizia.

 

In quel tempo, nei primi anni Cinquanta, il riferimento era il dossettismo come cultura e quindi Dossetti, La Pira o altri?

Il mio riferimento era duplice. Da un lato il filone dossettiano allora rappresentato dalla corrente fanfaniana che da poco aveva conquistato la maggioranza nella federazione romana e avviato un processo di ricambio radicale del gruppo dirigente. A questa corrente apparteneva Paolo Cabras, il delegato romano del movimento giovanile. Fu lui ad attribuirmi l’incarico degli studenti medi e ad aiutarmi a portare avanti il mio progetto. E mi legò, da allora in avanti, a lui una grande stima e anche, quando le nostre strade si separarono, un sentimento di amicizia.

Dall’altro però, negli anni finali del liceo mi ero avvicinato alla cultura laica e alla sinistra liberale; ero diventato lettore incallito del Mondo, partecipavo con assiduità ai convegni che facevano gli Amici del Mondo. Tanto da avere avuto inizialmente qualche esitazione ad aderire alla Dc, perché la vedevo troppo poco laica rispetto alle mie posizioni.

 

Più marcatamente Cattolica, più confessionale?

Esatto. Però avevo trovato nella Dc, viva negli esponenti della sinistra di Base più che non nei fanfaniani, un’eco di questa mia sensibilità ad istanze di tipo laico e liberaldemocratico. Per questo ho parlato di adesione ad un’area politico-culturale che abbracciava l’insieme della sinistra, e non ad una specifica corrente.

 

A chi fai riferimento come personaggi della Base, ad Aristide Marchetti o a Nicola Pistelli?

Quello con cui ho avuto più presto contatti è stato il gruppo della Base di Roma, quindi Giovanni Galloni e chi lavorava con lui, come Adriano Paglietti, poi in seguito ho conosciuto e avuto rapporti con tutti gli esponenti principali, da Pistelli a Granelli, da De Mita a Misasi.

 

Raccoglievi subito consensi?

Sì, il mio progetto andò avanti e ottenne successo. Avevo fondato un’associazione di studenti medi che si chiamava Associazione Romana Studenti Medi (ARSM). Svolgevamo varie attività, ad esempio le domeniche facevamo proiezioni di film, in un cinema-teatro romano, invitando a parlare i registi, poi aprivamo la discussione ed erano spesso film dai risvolti sociali.

 

Quello è stato un forte momento di aggregazione?

Esatto, poi a seguito di quello, ed essendo state queste esperienze conosciute e apprezzate anche a livello nazionale, fui chiamato da Celso De Stefanis, non appena eletto delegato nazionale del movimento giovanile (1957 ndr), ad entrare nel suo nuovo esecutivo per dirigere il settore scuola e studenti. Cominciai così a occuparmi anche degli studenti universitari, aderendo all’Intesa universitaria, dove rappresentavo appunto il MG, e fui eletto membro dell’organismo rappresentativo della Sapienza.

 

Che ricordo hai di Celso De Stefanis?

Un ricordo emotivo, di grande affetto, accresciutosi per la sfortuna che purtroppo ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita. E di stima intellettuale. Quando per raggiunti limiti di età Celso dovette lasciare la leadership del MG fu lui e gli altri membri dell’esecutivo nazionale a lui più vicini che mi candidarono alla successione. Apparteneva alla corrente fanfaniana ragione per cui scattò la logica delle correnti e alla mia candidatura si contrappose la candidatura di Andrea Borruso, proposta e sostenuta dalla sinistra di Base. E fui eletto.

 

Hai avuto parole di stima e di affetto verso Celso de Stefanis. Ad inizio anni Settanta condivise la scelta di Zamberletti, Ciccardini del Movimento Europa 70 in senso impropriamente gollista, ma presidenzialista e referendario, quale era la tua opinione?

Non ero contrario, allora non circolavano le tossine leaderistiche che oggi si sono propagate ed esistevano partiti veri, pluralistici, che agivano da veicoli di partecipazione democratica.

Adesso non sono a priori contrario se si tratta di semi-presidenzialismo alla francese, ma ci andrei più cauto. Sarebbe da inquadrare in una riforma generale delle istituzioni politiche, che comprenda l’attuazione dell’art.18 della Costituzione sui partiti, di cui quasi nessuno più parla, e la legge elettorale. Incombe lo spettro delle democrature.

 

Per quanto tempo hai ricoperto il mandato?

Per due mandati quadriennali. (Dal 1960 al 1968 ndr)

 

Dopo venne eletto Attolini?

Esatto.

 

Prima è stato fatto riferimento al contatto con la Base, con le vicende di Bergamo con Lucio Magri, Chiarante, che poi si allontanarono dalla Dc. Al tempo stesso si manifestano criticità con il veneto Wladimiro Dorigo.  Partecipasti al congresso di Firenze, quello della competizione tra Ernesto Laura e Boiardi, vinta dal primo con quattro voti di differenza?

No, avvenne prima del mio ingresso nell’esecutivo nazionale, prima dell’elezione di De Stefanis.

 

Come valutasti la rottura a sinistra con questi personaggi che poi confluirono nell’area del Manifesto, fuori anche dalla ortodossia del PCI?

A me fu raccontata. Se ne parlava molto. Guardavo a queste persone da un lato con ammirazione per il coraggio che avevano avuto e per la radicalitá delle loro posizioni, dall’altro però non ne condividevo le scelte. Ero allora convinto che ci fosse uno spazio, una opportunità, per delle posizioni di sinistra nell’ambito della Dc.

 

Per ricomporre attraverso una mediazione delle posizioni!

Puntavo sulla unità delle sinistre democristiane, non riconoscendomi appieno in nessuna di esse; da un certo punto in poi mi ero anche allontanato dalla corrente fanfaniana che ritenevo essersi involuta, snaturata. Condividevo insomma le critiche rivoltele da Corrado Corghi, uno dei suoi capi storici con cui ero in contatto. Ci tenevo a sottolineare che il MG si collocava sì nella sinistra, ma aveva una posizione autonoma e auspicava l’unità di tutta quell’area. Allontanatomi dai fanfaniani mi avvicinai a Carlo Donat- Cattin e alla corrente di Forze Nuove che trovavo la più agguerrita sul piano dei contenuti, in particolare I contenuti di politica sociale.

 

Chi ricordi di più di quella stagione al movimento giovanile che ha collaborato con iniziative, proposte, ecc.?

I miei collaboratori più stretti con cui c’era un contatto costante, si lavorava insieme quasi ogni giorno, erano Francesco Mattioli, che fu direttore della Rivista Per l’Azione ed è purtroppo morto prematuramente alcuni anni fa. E Giancarlo Perone, poi professore universitario di diritto del Lavoro, con cui ho tuttora un rapporto abbastanza intenso di frequentazione, ci incontriamo o parliamo al telefono abbastanza spesso anche per scambiare idee sulla politica attuale. Ma desidero citare anche Rodolfo Brancoli che si dedicò poi al giornalismo. E Carlo Fuscagni, benché avesse qualche anno più di me e quindi aveva fatto parte dell’esecutivo nazionale del MG nella delegatura precedente, quella di Celso De Stefanis.

Carlo Fuscagni (già nel 1957 pose il problema del MEC e dell’importanza della Rai tv come strumento di educazione democratica ndr) era già uscito dal movimento giovanile (dopo essere stato membro anche lui dell’esecutivo di Celso) per limiti di età, ma lo pregai di rimanere a lavorare con noi dirigendo la rivista ItaliaMondo.  Avevamo ben due riviste: una, Per l’Azione, era più ideologica e l’altra, per l’appunto Italiamondo, più politica. E aveva una periodicità maggiore, poteva quindi intervenire tempestivamente nei dibattiti politici.

 

E dei politici?

Se intendi quelli che hanno scelto di continuare nella strada politica, rimasi in contatto  per alcuni anni con diversi di essi. Faccio solo alcuni nomi: Guido Bodrato, Riccardo Misasi, Giuseppe Zamberletti, Pietro Padula, Giuseppe Gargani, Beppe Pisanu. Poi le nostre strade si separarono, a causa prima della mia uscita dalla DC e poi dell’abbandono della politica.

 

Hai partecipato agli importanti convegni di Faenza, organizzati da Achille Ardigò?

Sì partecipai più di una volta. Avevo un ottimo rapporto con Achille Ardigó, fu poi una delle persone che hanno influito sulla mia scelta scientifica verso la sociologia.

 

Hai fatto circolare in Italia testi scientifici provenienti da mondi e culture più lontani. Poi non hai scelto la strada politica. Hai preferito quella scientifica. Quella universitaria. Non credo che non ci fossero le condizioni per essere eletto in Parlamento.

No, in effetti le condizioni potevano esserci, sicuramente più che nel PSI al quale poi aderii. In realtà il mio impegno universitario fu per diversi anni parallelo a quello politico. Iniziò subito dopo la laurea quando divenni assistente di Massimo Severo Giannini,  il professore di diritto amministrativo con cui mi laureai. Furono lui e, come ho ricordato, Ardigò, le due persone che influenzarono la mia scelta per la sociologia. Giannini era un giurista, ma un giurista che non nascondeva di sentirsi anche un po’ sociologo. E dalla lettura dei suoi libri lo si capiva.

 

Lasciato il movimento giovanile per raggiunti limiti di età, dopo poco ci fu la crisi con la Dc Quale è stato il fattore scatenante?

È stata la rivoluzione culturale del ‘68. Mi spinse ad assumere posizioni più radicali rispetto a quelle avute fino ad allora e proprie ancora della sinistra Dc. Un elemento determinante è che mi convinsi della necessità di porre fine alla unità politica dei cattolici.

Del resto Il ’68 fu per me un tornante anche per un altro motivo: influì molto sulla mia vita e sul modo di pensare. Intrapresi infatti con la mia famiglia un’esperienza significativa sul piano sociale e in qualche misura anche su quello politico. Andai ad abitare insieme ad un gruppo di famiglie amiche e con un sacerdote, che era promotore e ispiratore di quell progetto, in una borgata di Roma, Fidene. Avevamo costituito una sorta di comunità non priva di una connotazione religiosa ma che faceva anche un lavoro sociale: interveniva sui problemi di quella borgata, dalla povertà all sicurezza stradale, dalla scuola alla lotta contro l’abusivismo edilizio. E istituimmo divenendone insegnanti un doposcuola serale per aiutare a recuperare gli studenti delle famiglie meno istruite che si trovavano in difficoltà negli apprendimenti scolastici.

 

Come si chiamava il sacerdote?

Si chiamava don Antonio Penazzi, era stato il fondatore e l’animatore di uno dei gruppi cattolici di base di ispirazione conciliare esistenti a Roma e che operava in un contesto abitativo diverso, di ceto medio istruito. Il sacerdote aveva poi deciso di portare avanti un progetto più radicale spostandosi in un contesto di povertà economica, culturale ed educativa. L’esperienza durò una decina d’anni fino alla sua morte.

 

Torniamo alla DC. Pensavi all’idea del secondo partito Cattolico?

Esatto. La mia idea era del secondo partito cattolico come primo passo, senza escludere che poi ci potesse essere una aggregazione più ampia con forze anche laiche. Ma la prima scelta era il secondo partito cattolico. In questa prospettiva che andava preparata si collocava la mia adesione all’ACPOL (Associazione di cultura politica) al seguito di Livio Labor, il presidente della ACLI. Restavo ancora democristiano, ma in una posizione piu defilata, più distaccata. Avevo mantenuto un rapporto stretto soltanto con Donat- Cattin.

Donat Cattin aveva guardato con favore alla nascita dell’ACPOL, anche perchè personalmente molto legato a Labor. Questo e le sue critiche alla DC mi fecero così sperare che avrebbe lui potuto assumere la leadership di una uscita di gruppo dalla Dc e della fondazione, insieme a Labor, del secondo partito cattolico.

Del resto, una tale ipotesi Donat- Cattin la riteneva non certa, ma possible. Tanto che arrivò finanche ad esplicitarla in un nostro convegno, nel quale fece la previsione che entro un certo termine temporale, (non ricordo quale indicò) probabilmente essa si sarebbe avverata. Poi qualcosa lo convinse che valeva la pena scommettere ancora sulla DC e non prese questa strada. Venne così meno l’ultimo aggancio che avevo mantenuto con il partito.

 

Poi ci fu la famosa riunione di Forze Nuove a Grottaferrata e Donat- Cattin si bloccò?  Forse  ci sono state pressioni esterne per bloccare l’uscita di Donat-Cattin per impedire la nascita del secondo partito cattolico?

Sì, esatto. Ho sempre pensato che ci fosse stata una forte azione persuasiva da parte di Moro.

 

Anche perché ci furono le elezioni anticipate del 1972 che agirono sui tempi su una possibile crescita  del movimento dei lavoratori.

Ci presentammo come MPL(Movimento politico dei lavoratori) alle elezioni del 1972 e io fui candidato sia a Brescia-Bergamo (in quella lista di MPL c‘era anche un giovane, Savino Pezzotta ndr) sia a Roma dove si candidavano altre due persone non come me provenienti dalla DC, ma con le quali mi ero molto legato già nella fase dell’ACPOL: Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta.

Tu sai bene la storia come finì: in una bolla di sapone. Quindi rimasi con Labor anche nella successiva scelta di aderire al Partito Socialista. Anche perché avevamo intessuto nell’ambito dell’ACPOL uno stretto rapporto con Riccardo Lombardi ed è stata anche la prospettiva di   rafforzare le posizioni della sinistra lombardiana a convincerci di aderire al partito socialista.

 

La vostra è stata sempre una presenza di qualità con Covatta, Castellani a Torino anche gli altri come Franco Marini, Vito Riggio, D’Antoni, Cocilovo che hanno seguito altri percorsi ma si sono affermati politicamente.

Anche Carniti era stato una presenza molto importante. Nel Psi mi sono ritrovato dopo molti anni in linea con le mie simpatie giovanili per la sinistra laica e non comunista e ho imparato molte cose importanti grazie alla vicinanza a persone di grande statura intellettuale come Lombardi, Giolitti, Ruffolo (con il quale avevo lavorato per anni alla programmazione economica), Amato.

 

Come cominciò la fase di disamoramento della politica attiva?

Dopo una quindicina di anni o poco, questo processo. Fui presentato candidato al Senato nelle elezioni del 1987 nel collegio del Molise dove nelle elezioni precedenti era stato eletto un socialista molisano come candidato unitario della sinistra. Anche io fui candidato unitario della sinistra: l’unico modo per battere la DC in una regione dove era di gran lunga il partito più forte. Però toccai presto con mano durante la campagna elettorale l’ambiguità del mio partito nel quale una larga parte della dirigenza locale faceva solo finta di appoggiarmi, perché evidentemente temeva che la mia elezione avrebbe sconquassato la struttura clientelare che avevano da tempo costruito.

Più leali i comunisti, per i quali ero un candidato interessante in quanto appartenente alla sinistra socialista, non irretito in quel sistema clientelare e per molti aspetti vicino alle loro posizioni. Perciò meritevole di appoggio. A pochi giorni dal voto la doccia gelata: Craxi chiarì senza veli che il PSI avrebbe ricostituito l’alleanza con la DC, alleanza che si pensava si fosse invece seriamente incrinata da quando la DC aveva fatto cadere il governo Craxi e determinando la rottura con I socialisti e lo scioglimento della Camere.

Si era aperto perciò uno spiraglio per la fine di quella che Amato e Cafagna avevano chiamato nel titolo di un loro libro Duello a sinistra. La chiusura di quello spiraglio rappresentò per i comunisti molisani uno scossone, si ridussero così anche i loro voti a mio favore. Non fui eletto, tornò a vincere la Dc.

Pensai allora che non aveva senso continuare a profondere energie nella politica attiva, meglio impegnarmi più a fondo nell’università e nella ricerca scientifica, un contesto nel quale mi sentivo decisamente più a mio agio.

 

Questo momento di crisi quando avviene?

Avviene appunto nel 1987 quando sfumó del tutto la prospettiva della unità della sinistra. (Nei primi anni Ottanta Luciano Benadusi ha diretto la sezione Scuola del PSI. Le sue pregevoli relazioni, le sue proposte, le sue iniziative possono essere consultate e recuperate tra le carte di Bettino Craxi della fondazione Craxi accessibili sul sito del patrimonio storico del Senato della Repubblica. (ndr)

 

Lasciare significa non impegnarsi più, ma mantenere un collegamento personale con Covatta, Acquaviva ed altri?

Certamente. Non lasciai il PSI, continuai per alcuni anni a viverne la vita ma a basso regime, uscito dai suoi organi di governo e abbandonata anche la direzione del settore “Scuola e Università”. Rimasi invece attivo attorno alla rivista Mondoperaio con cui da tempo collaboravo considerandola una importante fucina di idee. Rimase però forte il collegamento con le persone che tu hai citato e anche con altri, avendo tra i maggiori esponenti del partito come principale punto di riferimento Giuliano Amato.

Ero rimasto deluso da Craxi, che non avevo votato quando assunse la segreteria (avevo votato per Giolitti), del quale però avevo poi apprezzato alcuni aspetti della leadership nel partito e della sua presidenza del Consiglio. Fui deluso soprattutto perchè era restato troppo a lungo legato all’alleanza pentapartita facendo naufragare per sempre la prospettiva dell’unità a sinistra e dell’alternativa.

Poi, esploso lo scandalo di Tangentopoli, pensai (illusoriamente) che il PSI si poteva forse salvare da quella travolgente crisi – divenuta, oltre che politica, morale e perfino giudiziaria – soltanto con un grande ricambio dei gruppi dirigenti e un diffuso rinnovamento nei comportamenti specialmente in periferia. Ero perciò entrato a far parte di quella costola della sinistra interna guidata da Valdo Spini che era fautrice appunto di un grande rinnovamento anche morale. E si era staccata da Signorile, il leader della corrente di sinistra un tempo fondata da Lombardi, e da quanti erano rimasti con lui a far quadrato insieme alla corrente craxiana. A mano a mano sopravvenne poi la sfiducia di fondo nella possibilità che la crisi del PSI potesse essere arrestata e quindi me ne andai silenziosamente. Per la verità, me ne andai io dal PSI e nello stesso tempo, dissolvendosi, se ne andò lui da me.

 

Senza clamori senza sbattere la porta. Con molta signorilità.

Sì, molti lo stavano facendo.

 

Di questi grandi leader Dc che hai conosciuto negli anni Cinquanta, Moro che figura era? Come li guardavi, come li vedevi?

Sentii molto il fascino di Moro. Con Moro noi del MG avevamo stabilito un rapporto forte ma di sostegno critico. Eravamo affascinati culturalmente da lui. Nello stesso tempo eravamo critici. Pensavamo che il centro sinistra nel quale avevamo tanto creduto, l’apertura a sinistra era stato il mio sogno nella seconda metà degli anni ‘50, aveva subito uno svuotamento a causa del moderatismo presente nella DC. La  nostra parola d’ordine su cui si era impegnata soprattutto Per l’Azione si chiamava “seconda ondata”. La prima ondata del centrosinistra era avvenuta nel segno di Fanfani e di Moro, poi ce ne doveva essere una seconda più coraggiosa e speravamo che lo stesso Moro se ne facesse promotore ed artefice.

 

E invece?

Questo non avvenne!

Comunque avevo un ottimo rapporto personale, lo apprezzavo molto anche sul piano umano. Quando lasciai la DC mi dispiacque anche per lui, Moro, perché immagino che quando seppe della mia lettera di dimissioni ne sia rimasto dispiaciuto. L’ avevo inviata alla segreteria del partito, non ricordo se anche a lui per conoscenza.

 

Che anno era?

Era poco dopo il ‘68!

 

Era il momento in cui Moro si era spostato a sinistra polemizzando con i Dorotei! Come è stato il ’68? A oltre mezzo secolo possiamo esprimere un giudizio? Ha portato democrazia, molte conquiste per gli studenti nelle scuole e nelle Università ma…?

Non tutto è andato bene. Ho curato con altre due persone un libro sul ’68 e l’istruzione, pubblicato on line da Guerini. Un libro collettaneo, a più voci.

 

Moro ha sofferto molto il ’68. Soprattutto nei suoi scritti e nei suoi discorsi si avverte un tormento verso il mondo giovanile, una attenzione per capire le pulsioni delle generazioni  universitarie.

È vero. Si, ci teneva molto. Noi tenevano al rapporto con lui, e lui teneva molto al rapporto con noi. Sapevo che era molto attento come professore al dialogo con gli studenti, e anche come politico al dialogo con i giovani. Di recente ho conosciuto, è un sociologo anche lui, il figlio di Moro, Giovanni, e gli ho confessato quel senso quasi di colpa che avevo verso suo padre, e solo verso di lui, per avere lasciato la Dc.

 

Qualcuno di Piazza del Gesù dopo la lettera si è fatto vivo?

No!

Aggiungo che ero molto legato anche ad alcuni amici di Moro, in particolare a Franco Salvi, pure lui davvero una bella persona.

 

Il personaggio più vicino  a Moro! 

Sì, infatti.

 

Hai partecipato come delegato nazionale Dc dal 1960  al 1968 a otto anni di intensa  vita politica tra direzioni, consigli nazionali e congress. Cosa ti resta di quei momenti (ho contato 64 riunioni) anche rispetto ad altre esperienze politiche? Che cosa resta di quei confronti sia di  Piazza del Gesù così come di quelli in via del Corso o all’ACPOL?

Un abisso rispetto ai dibattiti che si vedono oggi in TV e nei social: il pluralismo delle idee è stato sostituito dal leaderismo e dalle echo chambers. Nella DC si confrontavano alla pari grandi leader e con un rispetto (fosse pure solo formale) reciproco. Nel PSI all’inizio della mia esperienza era ancora così: pluralismo, forse un po’ meno di rispetto, ma un po’ più di sincerità. A mano a mano assistetti poi all’affermarsi sia dell’unicità della leadership, “l’uomo solo al comando”, sia della “politica spettacolo”. Ricordo anche la ricchezza dei dibattiti nei convegni culturali come quelli di San Pellegrino nella DC. E nel PSI il lavoro collegiale e le animate discussioni sul Progetto socialista, a partire dalla bozza che aveva redatto Giuliano Amato con la mia collaborazione.

 

La politica rispetto agli anni Cinquanta oggi come la possiamo vedere? I giovani non frequentano più niente rispetto a quel dinamismo culturale,  quel confronto politico così intenso che c’era, anche aspro, quelle polemiche tra Malfatti e Zangrandi, tra le riviste Per l’Azione e Rinascita e oggi? Che c’è?

Oggi c’è una desertificazione!

 

Che possiamo fare?

Quando mi hai chiamato stavo scrivendo un articolo, che darò perchè venga pubblicato sulla rivista della Fondazione Astrid: un’analisi critica (e qua e là propositiva o contro-propositiva) sui programmi elettorali dei partiti sulla scuola. A fronte dei miei numerosi cambiamenti di collocazione politica ho avuto una costante: mi sono sempre occupato di educazione, politicamente e scientificamente.

Tutti i programmi, quale più e quale meno, hanno qualcosa di populista ma non è un populismo per amore, è un populismo per forza. Perché? Perché quello che è venuto a mancare rispetto agli anni della prima repubblica sono i partiti democratici, oggi ci sono, con qualche eccezione, solo dei partiti personali e si ricorre necessariamente al marketing e al populismo.

Quando c’erano dei partiti veri, i loro uffici scuola erano fucine di idee, luoghi di elaborazione di programmi e prese di posizione, centri di alfabetizzazione politica degli elettori. Vi lavoravano gomito a gomito i parlamentari e gli esperti e si coinvolgevano in qualche misura anche gli operatori sul campo. Non come fanno gli pseudo-partiti di oggi, costretti dalla loro debolezza a vellicare gli interessi più superficiali e particolaristici degli elettori pur di strapparne i voti.