...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

comunicati 2019

Sisma: Ussita non può finire come il Belice

Sabato 5 ottobre ore 10,30

Dobbiamo ringraziare quanti hanno voluto raccogliere il nostro invito per una riflessione libera, senza condizionamenti sullo stato della ricostruzione nelle aree del sisma del centro Italia e a Ussita in particolare.

Alcune considerazioni introduttive.

Abbiamo fatto la nostra parte anche manifestando a Montecitorio in una piovosa giornata di maggio.

Dobbiamo vincere la rassegnazione di chi non crede più a nulla, alle promesse ripetute. Respingiamo le critiche di quanti ormai dicono non c’è più nulla da dire e da capire, perché è chiara la strategia dell’abbandono. Non a caso abbiamo richiamato il terremoto del Belice, per i ritardi cinquantennali nella ricostruzione con le contraddizioni di anfiteatri e strade inutili.

L’iniziativa è stata assunta dalla lista Ussita insieme per la ricostruzione che ha tenuto sempre alta l’attenzione sul post terremoto con una battaglia democratica, nelle sedi istituzionali, nel consiglio comunale, con iniziative e evidenziando lacune, contraddizioni. La stella polare è stata la legalità e la trasparenza.

La politica non si fa con i comunicati stampa. Si fa verificando i risultati giorno per giorno, incontrando le persone, ascoltando anche quando questo è disagevole. Per questo voglio ricordare i presenti che hanno sottratto tempo alla famiglia a quasi tre anni dalla seconda grande scossa di fine ottobre 2016. Un pensiero va anche a quanti ci hanno lasciato, a quanti soffrono disagi incalcolabili e a quanti sono stati colpiti nella malattia.

L’incontro fortemente voluto perché a Ussita scelte incaute hanno portato al fallimento delle giunte comunali. I risultati sono sotto i vostri occhi. Una ricostruzione che non decolla. Né possiamo aspettarci molto da una gestione commissariale in comune. Nei giorni scorsi è atterrato e passato il Presidente del Consiglio, peraltro senza neppure fermarsi ad incontrare la popolazione che vive nelle casette SAE, ma nell’incontro di Castello, molti comuni hanno fatto sentire la loro voce, ma il Comune di Ussita era afono del rappresentante della comunità. Non può essere un rappresentante prefettizio capace di richiamare e risolvere i problemi che sono di tutta evidenza.

Che dire poi di un incontro che è stato silenziato, nel senso che la stampa non è stata ammessa ad ascoltare le prese di posizioni dei sindaci, quali rappresentanti delle comunità.

Sono molte le cose che non vanno.

La nomina a Presidente del Parco dei Sibillini di un docente universitario specializzato in veterinaria non ci entusiasma, quasi che si volesse privilegiare l’ambiente animale con lupi, orsi, cinghiali ad una visione antropologica del parco favorendone uno sviluppo in cui la persona umana sia protagonista. Siamo allo sviluppo imposto e non partecipato o proposto. Si afferma la mera conservazione senza un nuovo sviluppo che porti ad funzione razionale e antropologia delle risorse umane. Quale è il ruolo delle comunità. Azioni utili tra chi vie in montagna, chi vive di montagna e chi vive per la montagna.

E’ stata richiamata la legge per la montagna del 94 che trova un ancoraggio nell’articolo 44 comma 2 della Costituzione per iniziativa di quel grande costituente che fu Gortiani di Tolmezzo un geologo, passato alla storia non certo come Farabollini che ha atteso 10 mesi per nominare della commissione di esperti, il cts.

Per non parlare delle ordinanze osservate dalla Corte dei conti, la 80, 84, 85,86 autentico capolavoro della burocrazia, di cui sono state chieste modifiche tanto è che il commissario ha dovuto sospendere. La ordinanza 80 modificava ben 14 ordinanze precedenti a cominciare dalla 4 del novembre 2016, revisionata una decina di volte. Non stiamo scherzando. Questo è il pasticcio cui di troviamo dinanzi. Dobbiamo ringraziare Mario Sensini e Sibilla on line per l’accuratezza con cui indaga sul terremoto.

La zona franca va benissimo ma è a un livello di governo nazionale e comunitario che finisce per appartenere al libro dei sogni.

L’opacità del sito dell’Ufficio Speciale Ricostruzione è di tutta evidenza. Non è stata fatta una distinzione reale per province, ma dentro Macerata hanno inserito Ancona e Pesaro Urbino e dentro Ascoli, la provincia di Fermo. Quasi a volere nascondere qualcosa.

Non vengono indicati quotidianamente i progetti approvati così da vedere il reale stato di avanzamento. Perché non viene messo un contatore dinamico delle pratiche, dei finanziamenti, del volume finanziario del validato e di quanto resta.

Assistiamo al paradosso che i comuni dell’area focale sono in forte ritardo. Tolentino ha avuto 58 milioni per la ricostruzione privata, con 128 pratiche di ricostruzione pesante, 108 delocalizzazioni, 145 ricostruzione leggera, rispetto a Caldarola 11 milioni, Matelica 16 milioni e San Severino 28 milioni. Non vuole e non deve essere una guerra tra poveri, ma solo una verifica.

Da una analisi effettuata è emerso che i più forti ritardi si registrano nelle aree più colpite dal sisma:

fino a 10 km dall’epicentro 376 pratiche presentate e contributi erogati 10.817.306;

tra 10 e 25 km pratiche 1.495 e contributi 68.607.587

tra 26 e 42 km pratiche 2.961 e contributi per 169.734.092;

tra 43 e 55 km pratiche 2.217 e contributi 165.368.426;

tra 56 e 73 km pratiche 958 e contributi per 40.899.608; tra 74 e 95 km pratiche 117 e contributi 4.024.538; tra 96 e 12 km pratiche 4 e contributi erogati 0.

Abbiamo riscontrato positivamente come il comune di Sarnano offra, a metà luglio, un trasparente quadro delle pratiche di ricostruzione privata: 209 pratiche presentate, 177 verificate, 32 in attesa di ammissibilità, e poi quelle rigettate, quelle in istruttoria, i decreti di concessione, il totale dei finanziamenti 8,206 milioni e le 54 pratiche all’u.s.r.

Quindi un plauso al sindaco di Sarnano.

Al Presidente Pirozzi vorrei segnalare una contraddizione della Regione Lazio. Lo sa Presidente che nel Lazio si paga una tassa sismica per i loculi cimiteriali pur essendo i cimiteri luoghi pubblici e la tassa viene fatta pagare anche se l’indagine geologica è stata ormai acquisita? Forse questo balzello andrebbe soppresso.

E’ semplice e facile chiudere le zone rosse, ma la più coraggiosa avrebbe dovuto prevedere una selezione, una accurata verifica della situazione. Forse ci si illudeva che quello era il modo, un metodo vecchio, per avere più risorse.

Poi ci sono le problematiche delle chiese. Ma tutti noi sappiamo che non sono la priorità. Le chiese delle 10 frazioni erano sostanzialmente chiuse. Quella autenticamente attiva era la Pieve. I beni ecclesiastici hanno un percorso separato, ma anch’esso irto di ostacoli. Scontano l’insufficienza del personale preposto alla sovrintendenza di Macerata che si trova a gestire un volume di pratiche superiore alle forze disponibili.

Per Ussita iI file dell’USR, verificato al 20 settembre 2019 nelle sue 239 pagine presenta 2818 progetti approvati sui 5255 pari al 53, 62 per cento. Per Ussita 15 progetti approvati dei 67 presentati, di cui n. 6 categoria 9, n. 7 categoria 4 e n. 2 di categoria 19 per un finanziato di 2.892 milioni praticamente quasi tre milioni di cui la metà vanno a due progetti.

Poi si potrebbe parlare di tante altre cose, come lo stoccaggio delle macerie creando dei siti intermedi rispetto all’area focale, il problema del calcolo dei contributi rispetto alla superficie lorda e netta in conseguenza nei nuovi materiali utilizzati, l’opportunità di dedicare personale della USR alle aree focali e alle perimetrazioni, la sollecitazione agli interventi a protezione delle frazioni a rischio, sia con mitigazioni delle acque che con rimboschimenti e molto altro.

Credo che la mia introduzione possa finire qui. Voleva essere solo una provocazione suscitando le vostre riflessioni arricchendo il dibattito con ulteriori stimoli a individuare quelle indicazioni utili a rimuovere le macerie di una ricostruzione che non decolla.

Siamo troppo legati a questi luoghi per appartenere al partito della strategia dell’abbandono. Fare presto. Il meglio è nemico del bene.

Ussita 5 ottobre 2019

 

 

Commemorazione di Renzo Patria

Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica

IN RICORDO DI RENZO PATRIA

Giovedì, 17 ottobre 2019
Ore 15,30
Sala Aldo Moro
Piazza Montecitorio – Roma

Saluto dell’on. Gregorio Fontana Questore della Camera dei Deputati
Intervengono: on. Antonello Falomi Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari

Prof. Giulio Alfano
On. Gerardo Bianco
On. Maurizio Eufemi
Dott. Fabrizio Palenzona
Testimonianze

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R.S.V.P: 06/67603170 – 3139
E mail: ass_ex_parlamentari@camera.it

L’accesso alla sala - con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta - è consentito
fino al raggiungimento della capienza massima

Incontro - dibattito su USSITA

Una finta flat tax

Sta avanzando la proposta di una flat tax sui redditi incrementali. Si tratterebbe di rispolverare una vecchia idea dei FdI. Del resto questo partito è ormai stampella del governo. Ma evitino di spacciarla per flat tax. È una cosetta  molto mini che va nella stessa direzione della flat fino a 65 mila euro per le le partite iva. Anzi andrebbe ancora a loro perché la categoria del reddito fisso, sia dipendenti che pensionati non ha, anno su anno, rilevanti incrementi di reddito tali permettere grandi guadagni fiscali, così da giustificare una flat tax che violerebbe il principio di uguaglianza e di proporzionalità. Per i dipendenti c’è già la tassazione per i premi di produttività. Sono riformicchie che guardano a pezzi di elettorato delle forze di governo piuttosto che alla generalità dei cittadini con un linguaggio di chiarezza e di trasparenza come sarebbe necessario.
 È solo un modo per poter dire che è stata introdotta la flat tax ad uso dei social, dei Twitter e di Facebook, senza misurarne gli effetti concreti e soprattutto senza rilevanza, con limitatissimi effetti sulla finanza pubblica e quindi praticabile senza obiezioni a Bruxelles. Con questa finta riforma i conti pubblici non vengono messi a rischio.
Non è una riforma alla Vanoni, così per dire.

Attualità del pensiero di Keynes


Pomeriggio letterario, ieri nella sede dell’Abi, con un pubblico numeroso (docenti, parlamentari, servitori dello Stato, amministratori, studiosi compreso il presidente della Consob Paolo Savona) che ha sfidato il caldo torrido dell’estate romana. La presentazione del recente libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese è stata l’occasione per un confronto pubblico, profondo e ricco di aneddoti, sulla attualità del pensiero di Keynes. Ne hanno parlato gli autori insieme al Professore Sabino Cassese e all’economista Pierluigi Ciocca, giá Banca d’Italia.
Giorgio La Malfa ha confessato che con questa opera ha voluto “pagare un debito alla formazione che ebbe  Cambridge negli anni sessanta” , quando frequentando quella università inglese frequentò gli allievi di Keynes. 
Si è certamente parlato della rivoluzione Keynesiana, dell’attacco di  Keynes alla cittadella della  ortodossia, con un assalto alla cittadella del pensiero classico,  con la lunga  genesi della Teoria generale nel convincimento che il mercato da solo non ce la fa e richiede azioni consapevoli ponendo alternative al capitalismo che non ė capace di creare piena occupazione. Nel  1935 scriveva “ la difficoltà non risiede  nelle nuove idee ma nelle vecchie che risiedono in ogni angolo della mente”. Prima del 1936, dunque  prima di Keynes prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse e che i governi dovevano astenersi dall’intervenire. Anche Von Hayek sosteneva l’astensione e  che ci  sarebbe il lento riadeguamento della produzione  Il problema, nel secolo scorso fu purtroppo superato solo con il ricorso alle guerre. Toccò alle guerre ridare lavoro.  Certo la spesa pubblica ė un oggetto pericoloso e va maneggiata con prudenza, soprattutto dai responsabili politici. 
Guardare all’oggi significa prendere coscienza che la rivoluzione tecnologica porta a produzioni con pochissimo lavoro,  con il rischio di cattiva distribuzione della ricchezza  e solo la mano pubblica può correggere i livelli della occupazione e della distribuzione del reddito. Purtroppo anche nelle università si è tornati a diffondere ed insegnare teorie ottocentesche.  Quindi oggi le teorie di Keynes andrebbero maneggiate con prudenza pensando ai nuovi protezionismi, alla sovranità limitata, ai minibot o a mini monete  o a quota cento e a quanti insidiano perfino il capitale della Banca d’Italia.  Keynes non era per lo Stato spendaccione; l’intero bilancio deve essere in equilibrio se non in pareggio; agire sulla composizione del bilancio e sulle infrastrutture produttive, che nulla hanno a che vedere con il bilancio in deficit. La forza del moltiplicatore degli investimenti è diversa da quello per le spese correnti. 
Keynes propone di abbandonare lo stato ottocentesco per entrare in un socialismo liberale, proteggendo l’individuo, la sua iniziativa, la sua proprietá. 
Lo Stato deve assumersi la responsabilità di intervenire. Solo lo Stato può rimediare e può entrare in gioco come fattore equilibratore, assumendo una responsabilità crescente negli investimenti. Stato e mercato sono padre e madre dell’individuo. 
Il libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese per la collana dei Meridiani dell’editore Mondadori  con  la ricchezza di un saggio introduttivo di 100 pagine di Giorgio La Malfa e  di 500 note (bibliografiche, storiche, di relazione, biologiche o letterarie) restituisce forma e sostanza al pensiero di Keynes per il quale l’economia deve avere una importanza secondaria rispetto “all’arte della vita”. Assume, oggi,  un grande significato politico oltre e che letterario soprattutto nel tempo della crisi dell’Unione Europea sopraffatta dalla ventata di ordoliberismo che porta ai rischi della deflazione, scoraggia la domanda privata, genera insicurezze, disuguaglianze,  risentimenti nei ceti medi e piccoli li borghesi. I pericoli sono elevati è ancora non sufficientemente percepiti. 

 

    

Servire non servirsi

Dibattito all’Istituto Sturzo promosso dall’isle su ”Servire non Servirsi “ la prima regola del buon politico, con Il Prof.Traversa Pino Pisicchio, Gerardo Bianco, Cesare Mirabelli, Mons Vincenzo Paglia e Luciano Violante.

Il confronto è stato di alto livello. Ho preso un pò di appunti per non smarrire interessanti considerazioni.
Si è tenuto nell’anno del centenario della fondazione del Partito Popolare nella disattenzione degli organi di informazione come ha sottolineato Pino Pisicchio illustrando la figura di Luigi Sturzo politologo.
Gerardo Bianco si è soffermato sul pensiero sturziano partendo dalla commemorazione di Sturzo fatta da Aldo Moro al Teatro Eliseo nel 1959 con il richiamo a Sturzo “ che ha scoperto nella autonomia dello Stato  la moralità della politica”, poi la battaglia contro la corruzione, la riscoperta dei valori umani alla base del tessuto, la scelta in favore dei Comuni piuttosto che verso le Province e i Comuni, e il ruolo delle grandi forze politiche per il riscatto delle classi popolari, il PPI sturziano che nasce come partito intransigente per usare na giudizio di De Rosa , non moderato rispetto alle scelte Gentiloni anche quindi non di supporto o di subordinazione alle classi dominanti. La lezione di Sturzo come vademecum al servizio della Nazione. Un invito a leggere il carteggio con il fratello con cui esamina l’illuminismo e le conseguenze della secolarizzazione. Tu ciò ciò oggi sfugge alla cultura italiana. Il Prof. Cesare Mirabelli si è soffermato sui valori etici in particolare su Sturzo che rientra in Italia nel 1946 con  la nascita della Repubblica, l’attenzione verso il recupero della moralità non nelle istituzioni pubbliche, ma anche nella comunicazione con la diffusione di notizie false, il degrado non solo della classe politica ma anche di altri settori che lascia oggi perplessi, il tradimento del giuramento scritto nella Costituzione.
Per Mons Paglia oggi il bene comune non è più alla base della polis. Non si parla più di bene comune.
La globalizzazione imperfetta non è governata. Ha creato un mondo unito nella economia ma non è stato accompagnato nella solidarietà con ingiustizie trasversali in tutti i Paesi specialmente nella egocrazia , una società liquida da si salvi chi può, un individualismo narcisistico patologico. Il narcisismo ha preso il potere e non è sentito come una colpa. Si è ferita a morte la dimensione di socialità alla base della Polis. La Costituzione è una lingua comune. Oggi manca il sogno comune. Ognuno pensa di essere il palatino del popolo che lo ha votato. Ritessere un linguaggio comune è esigenza imprescindibile. Esprime preoccupazioni per gli attacchi a Papa Bergoglio che assumo i caratteri di attacco dottrinale. Luciano Violante dopo avere ripreso le valutazioni di Mirabelli sull’articolo 54 della Costituzione ha ribadito il dovere della competenza. La politica riguarda la organizzazione della società ed è potere e servizio. Quale è l’interesse della società. Se uno vale uno la mia ignoranza vale come la mia conoscenza. Richiama otto principi che vanno nella direzione del principio sturziano “servirsi per servire”.
L’altro potrebbe avere ragione;
La Repubblica Romana sapeva chiudere i conflitti;
Quale è la forza della politica: la credibilità la reputazione che è come tu rispetti gli altri; la credibilità ci vuole molto a conquistarla e si perde in un giorno;
la politica è una comunità di eguali; costruire la comunità; la morale per costruire una comunità ;
Le persone vogliono un rapporto umano; conoscere il dolore della gente;
I leader del passato stavano dentro una comunità; il capo dipende da come nasce.
Bisogna studiare; istruitemi ho bisogno della vostra intelligenza.
La politica deve risolvere i bisogni.
Non si può fare tutto quello che che si può fare. C’è un limite che deve essere posto;
Guardare e studiare i fatti. Il politico spiega i fatti.
La considerazione finale di Violante è rivolta ad Aldo Moro con la sua lettura del caso Lockheed laddove diceva  di guardare ai fatti e che un grande partito popolare non può essere condannato per la colpa di qualcuno.

In ricordo di Renzo Patria

 

L’Associazione Democratici Cristiani piange la scomparsa del suo socio sostenitore Renzo Patria, e si stringe al dolore della famiglia. Renzo Patria ha partecipato come protagonista attivo al lavoro, alle iniziative e alle scelte di questa piccola comunità di idee e di passione politica nata su impulso di Carlo Alberto Ciocci insieme a Gaetano Morazzoni, Ivo Butini, Giorgio Spitella, Lorenzo Cappelli, Danilo De Cocci, Emilio Neri, Mario Pedini, Angelo Sanza, Michele Zolla , Giulio Alfano, Giovanni Maria Venturi, e tanti altri che hanno voluto e vogliono difendere e tenere alta l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana.

Con Renzo Patria scompare uno stimato parlamentare della DC, che dopo le esperienze nelle amministrazioni locali viene eletto in Parlamento nel 1979 e nelle successive elezioni fino al 1994. Tornerà poi in Parlamento nel 2001 nella lista di Forza Italia. In quella legislatura ricopri l’importante ruolo di Presidente della Commissione Finanze e Tesoro, in un periodo particolarmente delicato per il Paese, attraversato da scandali finanziari che portarono dopo una importante e laboriosa indagine conoscitiva sul sistema delle imprese e i mercati finanziari, alla riforma del risparmio, una riforma positiva per adeguare le infrastrutture normative alle esigenze del Paese. Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno alla vita della Associazione ex parlamentari per 13 anni, di cui sette come Vicepresidente Vicario della Presidenza di Gerardo Bianco con iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia che fu un momento di particolare gratificazione per il successo della manifestazione. Si trattava di un “volontariato istituzionale” di cui Renzo Patria andava fiero portando la sua esperienza di 10 anni come segretario di Presidenza della Camera e di 2 anni come Questore sotto la Presidenza Napolitano, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava l’odio sociale contro il Parlamento. La campagna antisistema era funzionale a ridurre il ruolo e la funzione del Parlamento attraverso la esaltazione del populismo e del sovranismo. Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle.

Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti permanenti. Sul piano politico parlamentare era componente della Commissione Finanze e Tesoro. Era un profondo conoscitore della materia delle banche popolari, degli enti locali, delle dogane, dei monopoli. Interveniva sul bilancio dello Stato e sulla finanza locale, proprio perché sapeva che quello era il momento più alto del rapporto tra Governo e Parlamento. L’attenzione al territorio è dimostrata dalle iniziative parlamentari per il distacco delle sedi giudiziarie e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino. In venti anni di presenza in Parlamento, i numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di 900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”. Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria, ma fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i valori per i quali ha lottato nella sua vita.

 

Quando già le sue condizioni di salute non gli permettevano di venire a Roma con l’intensità del passato, mi ”costrinse” ad un impegno più forte nella nostra Associazione. Non potei rifiutare di fronte a tanta sollecitazione, nonostante i miei gravi problemi famigliari. Il nostro Segretario Generale Giovanni Eurante ne è testimone.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità, poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare”. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera perché secondo Renzo Patria “siamo chiamati a che responsabilità di gestire parametri quantitativi sulla base di esigenze strettamente qualitative come non possano essere considerate le decisioni di governo politico della nostra Assemblea”. Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”. Per Renzo “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera le condizioni necessarie di autonomia per il pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”. Questo bilanciamento tra le indicate esigenze e la ponderazione sotto il profilo istituzionale delle scelte di gestione costituiscono la funzione preminente che l’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a rivolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

L’Associazione ha già assunto iniziative per ricordarne la figura a Roma, così come merita.

 

Maurizio Eufemi

Roma, 10 giugno 2019

 

Una ricostruzione a passo di lumaca 

Ieri in Senato si affrontava il decreto legge che nelle aspettative del Governo del cambiamento dovrebbe rilanciare la crescita. V’è l’illusione che intervenendo sul codice degli appalti con norme più trasparenti, elevando  l’affidamento diretto fino a 150 mila euro, con nuovi limiti alle procedure negoziate o a quelli del subappalto. Sono tutte cose fuorvianti rispetto alla posta in gioco. Forze di governo e di opposizione contrapposte in una visione ideologica sganciata dalla realtá, che richiederebbe un approccio più razionale. Le norme del decreto incideranno anche sulla ricostruzione del centro Italia, ma saranno marginali nella realtà operativa. Vi sono dei numeri che determinano allarme e che avrebbero dovuto suscitare indignazione. Sono quelli emersi per l’Umbria a tre anni dal sisma. L’ufficio speciale ricostruzione ha lavorato 500 pratiche di cui 110 chiuse, 1200 sono giacenti, quelle attese 8.000.! 
Con i tempi di lavorazione registrati, in base alla citazione di personale dell’USR per 136 comuni occorrerebbero sedici anni.! 
La riflessione dovrebbe coinvolgere i commissari straordinari alla ricostruzione, passati e presenti. 
Assistiamo ad un palleggiamento tra USR, Comuni e Regioni, che sembra un gioco dell’oca, con tempi infiniti che portano ad una strategia dell’abbandono. 
Sono state fatte molte promesse, “ non vi lasceremo solo” “ i soldi ci sono”,  coperrtura totale per prime e seconde case, ma la ricostruzione non parte. L’errore più grande è stato quello di non avere sospeso i vincoli del Parco che non hanno senso in territori devastati e che poi subiscono deroghe giuste e opportune come per  le strutture temporanee amovibili. Così come avere puntato nella ricostruzione sismica con un utopistico livello di sicurezza con una eccessiva presenza dell’intermediazione pubblica senza dare fiducia al privato con un atteggiamento che puntasse più sui controlli successivi che su paralizzanti vincoli preventivi, facendo prevalere un atteggiamento parcellizzato da forze che esaltano il verticismo e il decisionismo. 
Questo decreto è una occasione sprecata e dimostra la incapacità di affrontare i reali problemi delle zone terremotate.
L'elemosiniere elettricista

La vicenda dell'elemosiniere della Santa Sede che con un gesto di solidarietà restituisce la energia elettrica a un intero stabile, ci riporta alla realtà del dramma umano dei senza casa che lottano per vivere di fronte alle difficoltà economiche e sociali. 
C’ė una contraddizione feroce tra l'introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento e rifiutare l'erogazione di energia elettrica a quasi 500 persone tra cui donne, bambini,  disabili in uno stabile pubblico. C’è indifferenza nelle autorità pubbliche che non si domandano le condizioni di vita di quelle persone come se non fosse dovere  dello Stato assicurare una abitazione dignitosa alle famiglie in quello o in un altro posto della città ma comunque prendendosi carico del problema, affrontandoli,  non facendolo marcire nella indifferenza. Il fatto che l'immobile sia di proprietà pubblica ė ancora più grave perché non sono stati lesi diritti di privati. 
Il gesto dell'elemosiniere ė stato un ammirevole atto di coraggio della società moderna. Per chi ha conoscenza delle cose romane e vaticane sa che l'elemosiniere aiutava e aiuta quotidianamente le famiglie in difficolta con elargizioni in denaro per far fronte a ogni necessità: dai viveri alle bollette. Si presentavano al portone di Sant'Anna e ricevevano  il dono dell'elemosiniere. Cinquanta anni fa  quel ruolo lo ricopriva  Mons Venini. Ho ancora nella memoria dei ricordi giovanili quelle visioni. Le disponibilità finanziarie provenivano dalle benedizioni apostoliche che l'elemosiniere firmava con il bollo pontificio. Quindi tutti, i pellegrini,  i turisti,  aiutavano indirettamente i fratelli in difficoltà. 
È uno splendido momento di solidarietà. 
l'elemosiniere ci ha riportato a vedere le situazioni più difficili della società che viviamo con lo sguardo caritatevole e solidale piuttosto che non quello del rancore, dell'odio e della indifferenza.

Elezioni regionali in Piemonte: Mauro Carmagnola è candidato con lo scudo crociato

vedi articolo sul giornale online: Civico 20 news: http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=33006

 

Il 4 marzo non c'è più

 

Il quadro politico uscito dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018 è profondamente mutato.

Certo i numeri parlamentari non sono cambiati, ma i rapporti di forza dopo la sequenza delle elezioni regionali in Abruzzo, in Sardegna e in Basilicata, certamente si.

È cambiata la rappresentanza nella Conferenza Stato Regioni con tutto ciò che può determinare nei confronti del Governo alla vigilia di importanti decisioni sulla autonomia regionale.

In un solo la forza politica del M5S è rapidamente evaporata. In modo repentino. Ha inciso in modo profondo l’incapacità di governo e soprattutto la inadeguatezza di affrontare i reali problemi del Paese a partire da una crescita insufficiente.

 

Ora ci avviamo ad una campagna elettorale per il rinnovo della rappresentanza al Parlamento Europeo. Dopo la Brexit è tempo di aprire gli occhi e di non seguire populismi dannosi e inconcludenti.

 

Le elezioni regionali in Piemonte saranno il vero banco di prova per il centrodestra.

Resta da vedere se si manterrà fede all’accordo sul candidato presidente di scelta Forza Italia o se la Lega vorrà imporre il proprio candidato.

Per la Lega si porrà il problema della autosufficienza o della politica delle alleanze. In questo caso tutto verrebbe rimesso in discussione.

Di fronte a un delirio di onnipotenza dalle urne potrebbero venire sorprese. Nulla è escluso.

Eppure la storia politica del M5S e prima ancora quella di Renzi dovrebbero insegnare qualcosa. Il voto in assenza di partiti, se resta affidato solo alle leadership diventa fluido. I voti così come arrivano, possono andar via con la stessa rapidità, perché gli errori sono dietro l’angolo e a volte diventano irrimediabili.

 

Roma, 25 marzo 2019

Il Tatarellum, un sistema elettorale senza inganni

In Abruzzo i numeri sono lì.  Si torna alle coalizioni omogenee e sui programmi.

Non si possono fare contratti di governo, ma solo contratti elettorali.

Un centro destra vincente con la Lega che fa il grande gesto del cedere il candidato presidente alla lista di Fratelli d’Italia che non ha l’effetto lista del Presidente basti pensare alla lista Legnini che si cifra quasi al 10 per cento. La coalizione di centrodestra avrebbe vinto con un Presidente di qualsiasi lista della stessa aggregazione. La Lega paga bisogno della coalizione per governare nelle Regioni non potendo andare da sola salvo forse in Veneto. Resterebbe da sola come i Cinque  Stelle. Il Pd ha tentato la via delle liste di sostegno per aumentare i consensi. Il tentativo è stato in parte premiato ma resta insufficiente senza la prospettiva di individuare un alleato credibile che aumenti le potenzialità di sviluppo successo che porti la coalizione al traguardo del 40 cento. 
I Cinque stelle da soli, senza coalizione, non vanno da nessuna parte. Pagano i risultati negativi del governo e l’incapacità di affrontare i reali problemi del Paese sia a livelli nazionale che a livello locale. 
Il tatarellum ha contribuito a fare chiarezza tra contratto di governo e contratto elettorale imponendo scelte preventive e evitando inganni postumi. 
Forse è il migliore omaggio per il parlamentare pugliese nell’anniversario della scomparsa

 

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