...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

comunicati 2020

Si allarga lo Schieramento del NO

Se si vuole arginare la deriva anti casta e antiparlamentare c’è una sola via

 

Oggi con un lungo articolo sul messaggero anche Romano Prodi si schiera sul fronte del No.

 

È una scelta significativa per l’autorevolezza della persona che dal 1996 ha caratterizzato la fase del sistema elettorale maggioritario e della contrapposizione con la leadership di Silvio Berlusconi.

 

Oggi anche Romano Prodi, alla vigilia di un referendum costituzionale che riduce gli eletti in nome di un furore antiparlamentare riconosce i limiti di un sistema che non garantisce la libertà di scelta dei cittadini dei propri rappresentanti. Questa libertà di scelta è stata soffocata attraverso le candidature multiple, con le liste bloccate esaltando la negatività dei nominati e comprimendo il libero esercizio della funzione parlamentare.

 

Anche Renato Brunetta richiama aspetti sottovalutati come il maggiore peso del nord rispetto al Mezzogiorno e al resto del Paese come pure il rafforzamento dei poteri forti. Si tratterebbe di un clamoroso autogol di chi ha fatto nascere un governo in opposizione a Salvini che sarebbe beneficiario di scelte contraddittorie e paradossali.


La riforma costituzionale determina una rottura degli equilibri costituzionali subordinandola ad una legge elettorale che dovrebbe avere il consenso largo delle forze politiche.

 

Gli equilibri vengono rotti sul voto del Presidente della Repubblica, sugli organi costituzionali, sulle autorità di garanzia.

 

Il Pd ha compiuto un grave errore politico senza via di uscita. Non ci sarà compromesso accettabile per uscire dall’angolo, neppure un voto in commissione sulla legge elettorale a ridosso del referendum. La legge elettorale richiede consenso e tempi di maturazione che non possono essere i pochi giorni che ci separano dalla data della celebrazione del referendum confermativo.

 

Se si vuole arginare la deriva anti casta e antiparlamentare c’è una sola via: quella di una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento sufficientemente alta, con principi che rispettino la rappresentanza territoriale, il pluralismo culturale del Paese, e sopratutto la reintroduzione delle preferenze cioè il momento più alto della libertà di scelta.

Solo così si potrà ricreare un nuovo rapporto tra cittadini e Istituzioni facendoli ridiventare arbitri, per citare il libro di Roberto Ruffilli, delle loro scelte.

 

Maurizio Eufemi, Mario Tassone

http://www.ildomaniditalia.eu/si-allarga-lo-schieramento-del-no/

La rete unica nelle telecomunicazioni

In una esaustiva intervista al quotidiano La Stampa, Vito Gamberale, affronta i problemi della rete unica nelle Telecomunicazioni con uno sguardo al presente ma anche con obiettivi giudizi sugli errori del passato.
La questione di fondo che Gamberale pone senza pregiudizi è l’assetto proprietario della ex Telecom che ha avuto un assetto diverso dal modello perseguito con Eni e con Enel con OPV laddove la presenza dello Stato è stata garantita con una quota inferiore al trenta percento, tale da aprire significativamente ai privati, ai fondi di investimento, ad investimenti di lungo periodo, mantenendo la guida operativa, le scelte operative e la strategicitá.
Vito Gamberale per il ruolo di protagonista avuto nella storia di Telecom ripercorre i momenti storici, in particolare quelli del 1994 e del 1998. Lo fa senza sconti anche nei confronti dell’uomo di governo Ciampi, presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro protagonista di precise scelte politiche, distinguendo dal Ciampi apprezzato Presidente della Repubblica.
Nel marzo del 1994, infatti, nella fase finale del governo Ciampi, la licenza del secondo gestore delle telecomunicazioni fu assegnata senza gara.
Nel processo di privatizzazione del 1998 fu decisa l’uscita della presenza dello Stato dalle Telecomunicazioni con la formula del nucleo stabile o nocciolino duro che portò alla scalata a debito di Telecom con tutto le conseguenze che abbiamo registrato compreso il depauperamento del poderoso patrimonio immobiliare che fu polverizzato.
Dunque la strada indicata è quella di una forte presenza dello Stato nella costruzione e gestione della rete unica delle telecomunicazioni ioni. Ciò richiede manager di livello a garanzia degli investimenti e dei risultati gestionali.
Pur nelle difficoltà politiche del 1992 - 1994 la Dc ebbe il coraggio di guardare oltre il presente e in una lettera al Presidente Ciampi, Bianco, come capogruppo alla Camera, d’intesa con Martinazzoli, ribadiva l’adozione di provvedimenti in linea con il parere parlamentare delle tre commissioni riunite Bilancio Tesoro e Attività produttive, sul riordino delle PpSs con scelte in materia di azionariato diffuso e di voto di lista, tutela degli azionisti di minoranza, regime fiscale per favorire la destinazione del risparmio verso il capitale di rischio. Tutto ciò era in coerenza con l’affermazione di una democrazia economica partecipativa.
Del resto Romano Prodi nel suo libro “missione incompiuta” riconobbe che il suo ruolo era chiaramente quello di chi deve smontare il motore. L’Iri andava smantellata perché erano maturati gli ultimatum europei e sul modo di privatizzare il dibattito era aperto, golden share, nocciolo duro, elenco dei settori da conservare.
Dunque la navigazione fu a vista con tutte le conseguenze che vediamo sotto i nostri occhi. Ecco interrogarsi come fa Gamberale su questi trenta anni di politica economica non è un esercizio retorico, ma una operazione di verità di cui abbiamo bisogno e che non dovrebbe riguardare solo manager affermati ma anche esponenti politici di tutte le forze politiche.
Cinque stelle per l’ignoranza

Geografia
Storia
Diritto
Economia
Lingue 

Brillano le stelle dell’ignoranza in geografia scambiando Il Venezuela con il Cile, il Libano con la Libia, Matera come provincia della Puglia; collocano la Russia nel Mediterraneo; in Storia non va meglio definendo la Francia una democrazia millenaria; fanno combattere Napoleone a Auschwitz invece che ad Austerlitz; i Mille sbarcano a Quarto! il leader cinese chiamato per nome invece che per cognome; in economia per l’ex ministro del Mezzogiorno  il pil sarebbe cresciuto  per consumo di Energia dei condizionatori; scambiano il latino con l’inglese.
Bilancio alla mano volevano dare 5.000 euro a pensionato!
Infine per combattere la casta scomodano anche i morti di percepire il Vitalizio.

E queste stelle dell’ignoranza vogliono fare la riforma costituzionale del Parlamento! La lista potrebbe essere infinita, ma per dirla a cinque stelle sono stato breve e circonciso!
Recovery fund e controllo parlamentare

"Non c’è bisogno di inventarsi delle nuove cose, basta applicare il buonsenso e le regole che già abbiamo”.

Così afferma L’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, in Parlamento dal 1983. Tutto vero se il Parlamento funzionasse come dovrebbe e svolgesse le funzioni di indirizzo e di controllo.
La questione è stata posta rispetto all’utilizzo del Recovery fund, con l’accentramento di tutto alla presidenza del consiglio, tagliando anche le funzioni proprie del  Dicastero del Tesoro.
Eppure l’idea della commissione bicamerale non è peregrina. Quando fu emanata la legge sulla ristrutturazione e riconversione industriale la cosiddetta legge 675 , fu costituita una commissione  di controllo ad hoc proprio per valutarne la applicazione insieme ai programmi per le partecipazioni statali. La presidenza fu affidata ad un senatore del PCI Milani. Era la fase della solidarietà nazionale.
In quella commissione furono designati autorevoli rappresentanti dei partiti: da La Malfa a Napoleoni, da Barca a Colajanni da Grassini a Merloni, da Eugenio Peggio a Mario Ferrari Aggradi.
Eppure Casini é lo stesso che nella scorsa legislatura si è dimesso da Presidente della Commissione Esteri per andare a presiedere la commissione di inchiesta sulle banche. Quella azione di indagine avrebbe potuto farla benissimo la commissione Finanze!
Per non parlare di quando nella decima legislatura ha rivestito la carica di vicepresidente della commissione Stragi, presieduta da Gualtieri. Anche quel lavoro avrebbe potuto svolgerlo la commissione Affari Costituzionali.
Ah la coerenza! A giorni alterni, anzi a legislature alterne!
 

Maurizio Eufemi e Mario Tassone: Esiste ancora lo Stato di diritto?

È tempo di perseguire i veri trafugatori dei malloppi!

A leggere le prese di posizioni di esponenti grillini, anche di quelli con responsabilità istituzionali e di governo sembrerebbe di No!
Tutto diventa un optional che può essere preso a piacimento! Non v’è rispetto per le Istituzione che rappresentano.
Tutto può e deve essere cancellato in nome del populismo e della demagogia!
Come se il Coronavirus possa diventare un utile alibi per sospendere la democrazia prima e i diritti dei cittadini poi!
Facciamo il punto. I cinque stelle hanno tenuto una manifestazione il 15 febbraio a Piazza Santi Apostoli in piena emergenza sanitaria! Hanno impedito il funzionamento corretto della Commissione contenziosa con le dimissioni di una loro rappresentante, alla vigilia della sentenza con pretestuose motivazioni politiche e non giuridiche; poi il blocco del Coronavirus ha impedito il normale svolgimento delle attività che sono riprese in Senato come nel resto del Paese.
Hanno preteso di utilizzare il percorso della Autodichia perché i componenti rispecchiavano lo stesso orientamento del’Ufficio di Presidenza! Quindi la pretesa di imporre una decisione di maggioranza. Come se vi potesse essere un automatismo politico sganciato da ogni responsabilità giuridica. Poi con il risultato negativo pretendono di mettere tutto in discussione in nome del giacobinismo grillino piuttosto che di uno stato di diritto!
C’è da preoccuparsi per il livello di ignoranza che possono e potranno utilizzare nell’agire quotidiano. Poi abbiamo il responsabile politico protempore Vito Crimi nella doppia funzione di viceministro degli Interni, quella si immorale che accusa gli ex parlamentari di “avere preso il malloppo! “ con il significato spregiativo che ne sottintende.
Ci piacerebbe conoscere il tasso di presenza del viceministro al Ministero degli Interni!
Tutto ciò dopo la sentenza di una articolazione di un organo costituzionale dello Stato.
Una tale dichiarazione rappresenta qualcosa di eversivo che dovrebbe far sobbalzare commentatori televisivi, e della carta stampata non solo persone di buon senso!
Ecco allora che tutta la vicenda assume un problema più vasto e profondo che non quello del ricorso di ex parlamentari in età avanzata che hanno servito con onore e dignità le istituzioni e che qualcuno vorrebbe infangare e bruciare nel falò della storia.
Non lo permetteremo costi quel che costi.
Crediamo nello Stato di diritto e faremo tutti i passaggi che l’ordinamento prevede per difendere lo Stato di diritto. !
Se Crimi, Di Maio, Taverna non sono in grado di capire i principi del diritto possono sempre chiedere aiuto ai collaborazionisti o ai Cozzoli di turno!

Articolo comparso sul giornale online Il domani d' italia

http://www.ildomaniditalia.eu/esiste-ancora-lo-stato-di-diritto/

Gli Stati generali dell’economia e la palazzina Algardi.

Immaginate la contentezza dei romani per la location di Conte per gli Stati generali dell’economia per un tempo così lungo: ben 10 giorni.
La Palazzina Algardi con lo splendore dei suoi giardini si trova all’interno di Villa Pamphili ormai parco pubblico con unico ingresso stradale su via Aurelia Antica, la strada che unisce il Gianicolo e Porta San Pancrazio e la Via olimpica passando con via Piccolimini, un balcone sulla Basilica di San Pietro.

 

È una bretella lunga e stretta con alti muri ai lati. Non lontano dall’ingresso della residenza di rappresentanza del Governo ci sono gli ingressi pedonali dei visitatori che  vanno nel parco con i bambini oppure a correre. Immaginate le misure di sicurezza cosa hanno comportato.? Poi verso porta San Pancrazio si trova Villa Abemeleck, meravigliosa residenza dell’ambasciatore prima delle repubbliche Socialiste Urss e poi della Federazione russa a Roma, con un grandissimo parco di decine di ettari che costeggia via delle Formaci e arriva fino a Porta Cavalleggeri. Poi prima di arrivare a Porta San Pancrazio si trova il Vascello la sede del Grande Oriente d’Italia.  Tutta quell’area fu luogo della guerra per la Repubblica Romana tra i garibaldini e i repubblicani guidati da Giacomo Medici del Vascello e le truppe pontificie con l’ausilio dei francesi. Senza dimenticare poi sulla destra lo storico ristorante lo Scarpone, antica trattoria romana nata con la Repubblica Romana celebrata da Petrolini e Trilussa.


Sono luoghi densi di significati storici che non possono essere banalizzati.
Oggi quel quadrante è una area di collegamento tra i quartieri di Trastevere Monteverde, Aurelio, e il non distante Stato del Vaticano.
La Palazzina  Algardi diventa da oggi la sede degli stati generali dell’economia, ma i primi a domandarsi cosa sta succedendo saranno i romani abituati a passare distrattamente su Via Aurelia Antica mentre li si sta discutendo su come impegnare i programmi di sussidio e di debito con risorse europee, vedendo straordinarie misure di sicurezza in una zona lontana dai clamori della politica.

Attualità politica e metodo Ciampi

 

Oggi Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di fronte alla attualità politica con Stati generali, piani di rinascita , libri dei sogni, ha ricordato il metodo Ciampi.
Forse è bene rileggere uno dei due interventi che Ciampi fece da senatore a vita nel 2006, uno in Commissione Finanze è quello successivo in Aula a distanza di pochi giorni sulla Legge Finanziaria.
Ebbi il privilegio di parlare prima del Presidente Ciampi e di osservare e ascoltare le Sue parole che restano scolpite.

Seduta del 26 novembre 2006 commissione Finanze sede consultiva  sulla Legge Finanziaria 2007. Tabelle 1 e 2

CIAMPI (Misto). Signor Presidente, l’ambiente confidenziale mi induce ad una riflessione sui lavori della Commissione, di oggi e dei giorni prossimi, e sul futuro della discussione del disegno di legge finanziaria nell’Aula del Senato. Sono argomenti sui quali ho impegnato una vita di lavoro e credo di conoscere abbastanza la loro evoluzione storica.
La prima considerazione si ricollega a quanto detto dal senatore Eufemi sulla procedura di bilancio. Ritengo che sia ora, anche in base ad un’esperienza ormai decennale, di ripensare e di riconsiderare la procedura attuale: dal DPEF di primavera si arriva fino agli ultimi giorni dell’anno per approvare la legge finanziaria, evitando così l’esercizio provvisorio.

Questa procedura va rivista.
Nel rivederla, per semplificarla, forse sarebbe necessario porre l’attenzione anche sul momento della realizzazione. Anche se non mancano gli elementi conoscitivi, non c’e` un momento in cui si faccia il punto su quanto si proponeva la legge finanziaria; su quali provvedimenti siano stati realizzati, su quali abbiano raggiunto gli obiettivi e su quali invece non ci siano riusciti. Cio` e` particolarmente importante adesso che i Governi, piu` di una volta, sono governi di legislatura (prima poiche ́ ogni anno il Governo cambiava, il rendiconto in qualche misura non avveniva piu` con l’Esecutivo in carica). Il Governo in carica dovrebbe essere tenuto a presentare al Parlamento, che dovrebbe prenderne atto, una relazione chiara e conclusiva su quanto realizzato.

Per quanto riguarda la manovra in atto, noi ereditiamo questo disegno di legge dalla Camera dei deputati. In occasione della discussione in Assemblea del decreto fiscale e` gia` stata evidenziata la necessita` di approvare qualche emendamento, di comune intesa tra Governo ed opposizione.
Mi permetto di suggerire, nel fare questo, di orientarsi verso due criteri. L’economia italiana ha bisogno di crescere e tale obiettivo e` il principale. Per troppi anni abbiamo registrato una crescita bassa, tanto che oggi gli stessi modelli per il potenziale di crescita (siccome sono fatti in base al passato) estrapolano per l’Italia tassi di crescita potenziale inferiori alla media europea.
Non capisco perche ́ l’Italia debba essere condannata a crescere meno della media europea, quando invece dovrebbe essere in condizioni di crescere quanto, e forse di piu`, di tale media. Infatti, essa ha un potenziale, a cominciare dalla manodopera, per avere uno sviluppo maggiore.
Senza crescita, l’equita` fiscale non puo` essere realizzata facilmente, anche perche ́ cio` avviene piu` facilmente lavorando sull’addizionale. Se cresce la torta, come suol dirsi, la parte aggiuntiva di tale torta puo` essere ridistribuita secondo le occorrenze sociali; se la torta non aumenta, la ridistribuzione del reddito diventa piu` difficile dal punto di vista economico, influendo sulla pace sociale.
Per realizzare la crescita, bisogna riequilibrare i conti dello Stato, che indubbiamente hanno subito un peggioramento, come dimostra l’andamento negativo del rapporto debito/PIL, che avrebbe dovuto ridursi gradualmente fino a raggiungere il «mitico» 60 per cento, al quale siamo moralmente impegnati. Invece, tale rapporto ha cominciato a risalire.
L’equilibrio dei conti dello Stato ha un significativo, oltre che obiettivo, elemento di segnalazione nell’avanzo primario. Come tutti sappiamo, l’avanzo primario e` rappresentato dalla differenza fra entrate e spese al netto degli interessi. Noi ci eravamo impegnati, quando abbiamo aderito alla moneta unica europea, a mantenere mediamente l’avanzo primario sopra il 5 per cento. Oggi l’ avanzo primario e` al di sotto del 2 per cento. L’avanzo primario rappresenta una sorta di assicurazione al fine della ri- duzione del rapporto debito/PIL.
Il risanamento operato in occasione dell’adozione della moneta unica ha portato un beneficio enorme. Di interessi pagavamo mediamente, dato il rischio Italia, il doppio rispetto agli altri Paesi europei, con un notevole danno sul bilancio dello Stato e per le imprese che si indebitavano ai tassi di mercato. I tassi di interesse sono diminuiti in maniera rilevante non solo per la riduzione dei tassi europei ma perche ́, praticamente, si e` annullato il differenziale dei tassi fra Italia e gli altri Paesi. Faro` un esempio in cifre. Nella prima meta` degli anni 90, pagavamo di interessi una percentuale del prodotto interno lordo superiore al 10 per cento. Nel 1996, quando ero Ministro del tesoro, e` stato pagato per interessi un importo pari all’11,5 per cento del PIL (pari a 113 miliardi di euro).
Oggi, per l’annullamento del rischio Italia, il differenziale con gli altri Paesi europei e` di pochi decimali (mediamente circa lo 0,20), mentre prima era di 600 punti base. Oggi, noi paghiamo per interessi il 5 per cento del prodotto interno lordo; il sottosegretario al Tesoro potra` fornire l’importo esatto. L’anno scorso abbiamo pagato di interessi circa 65-70 miliardi di euro, non piu` i 113 miliardi di euro del 1996, anche se il debito e` aumentato.
Questo e` stato il grande vantaggio del risanamento e dell’adozione della moneta unica europea. Se noi avessimo un avanzo primario non dico del 5 per cento, ma di 4 punti percentuali, avremmo un bilancio pubblico con un disavanzo complessivo non superiore dell’1-2 per cento.
A questo dobbiamo mirare, perche ́ ci consente di addivenire ad una riduzione del rapporto debito/PIL. Se si riduce il disavanzo e al tempo stesso c’e` un incremento del reddito nazionale (cioe` aumenta il denominatore del rapporto) il rapporto debito/PIL torna a diminuire.
Questo, secondo me, e` importante: la crescita economica ed il riequilibrio dei conti pubblici. Gli emendamenti dovrebbero essere volti proprio al raggiungimento di questi obiettivi e, facendo gli interessi del Paese, dovrebbero registrare la convergenza di ogni parte politica.
Concludo, scusandomi per queste mie «divagazioni», in gran parte dovute ai miei precedenti professionali.

Ex DC insorgono contro trasmissione Atlantide, insulta storia 

Ex DC insorgono contro trasmissione Atlantide,insulta storia Cirino Pomicino, non era partito mafia, La7 deve ora ascoltarmi (ANSA) -

ROMA, 21 MAG - "Ieri sera sulla rete 7 e' andata in onda una trasmissione pensata e condotta da Andrea Purgatori ingiuriosa e calunniatrice della storia della Democrazia Cristiana indicata come il partito della mafia con la quale avrebbe fatto un patto scellerato insultando cosi' tutti i suoi uomini compreso l'attuale presidente della repubblica Sergio Mattarella, leader indiscusso della democrazia cristiana siciliana". Lo afferma Paolo Cirino Pomicino ex ministro e storico esponente della DC a proposito della trasmissione andata in onda ieri su La7. "Bugie ed omissioni - prosegue - si sono susseguiti ininterrottamente durante tutta la trasmissione falsificando cosi' la storia repubblicana senza alcuna impudenza. Chiedero' alla cortesia della direzione della rete 7 di ospitarmi per una intervista con giornalisti indipendenti per evidenziare i grossolani falsi di una trasmissione che tenta di riscrivere la Storia del paese con la penna di quelli che furono vinti dalla politica democratica del cattolicesimo politico". Dello stesso avviso anche altri due ex DC Mario Tassone,e Maurizio Eufemi: "Durante la trasmissione di Andrea Purgatori - scrivono in una nota congiunta - su La7 sono state fatte ieri sera ricostruzioni e affermazioni sulla opacita' della azione della Democrazia Cristiana nel contrasto alla mafia che vanno fermamente respinte. Si tratta di volgari falsi storici! Purgatori nel rispetto della correttezza della informazione e della deontologia professionale dovrebbe sentire il dovere di aprire un confronto su un tema cosi' delicato, che non puo' essere manipolato violando Verita' e Storia! Siamo pronti a confrontarci in qualsiasi sede per riaffermare la verita'! Si rimuova finalmente il fango su cui molti hanno costruito le loro fortune!". (ANSA). IRA-COM 21-MAG-20 12:08 NNNN

Dichiarazione on. Mario Tassone, ex Vicepresidente della commissione Antimafia e Maurizio Eufemi ex senatore

Durante la trasmissione di Andrea Purgatori su La7 sono state fatte ieri sera ricostruzioni e affermazioni sulla opacità della azione della Democrazia Cristiana nel contrasto alla mafia che vanno fermamente respinte.
Si tratta di volgari falsi storici!

Andrea Purgatori nel rispetto della correttezza della informazione e della deontologia professionale dovrebbe sentire il dovere di aprire un confronto su un tema così delicato, che non può essere manipolato violando Verità e Storia!
Siamo pronti a confrontarci in qualsiasi sede per riaffermare la Verità!
Si rimuova finalmente il fango su cui molti hanno costruito le loro fortune!

Roma, 21 maggio 2020

Il decreto rilancio,  tardivo e inutilmente complicato.

Abbiamo già detto detto della montagna di articoli e di pagine del decreto cosiddetto rilancio. Rischia di alimentare illusioni per la complessità delle norme re il Governo non ha colto  l’occasione per sburocratizzare,  accentuando la complessità e le difficoltà.
Il Governo ha puntato sulla dimensione e sulla dimensione delle risorse per battere record del debito inutili piuttosto che sulla qualità degli interventi. Non vale neppure il confronto con la manovra Amato perchè quella era di contenimento e di riduzione del deficit!
Il governo ha puntato sul tutto compreso piuttosto che ad un esame parlamentare costruttivo con le opposizioni come la gravità della situazione richiederebbe.
In caso contrario avrebbe perseguito una strada diversa come quella di più provvedimenti incrociati tra Camera e Senato consentendo di approfondire le questioni nelle commissioni di merito così come avrebbero meritato distinguendo tra sanità e sicurezza, aiuti ai lavoratori  e al lavoro, sostegno alle imprese e alla economica, enti locali, Fisco e tutela del risparmio, turismo ed editoria, infrastrutture e trasporti, sport giustizia, istruzione e Universitá e innovazione tecnologica, personale pubblica amministrazione.
Ce n’è per tutti. Quale sarà la commissione di merito chiamata a esaminare gli oltre 250 articoli. La Bilancio? E allora tutte le altre saranno espropriate della loro competenza specifica sulla materia.
La marmellata legislativa serve solo al Governo ad imporre senza approfondire!
Ed é un gravissimo errore di metodo e di merito! Mai come in questo momento ci sarebbe stato bisogno di un salto di burocrazia e di semplificazione.


Una occasione sprecata.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 30 aprile 2020

Il risveglio del Parlamento

Ieri in Senato si è levata alta la voce di Luigi Zanda. È stato un intervento che è andato al di lá dei contenuti pur rilevanti in esame che non dimentichiamo riguardavano i numeri del Def e lo scostamento del Bilancio. Sono previsioni drammatiche rispetto al Pil, alla mortalità delle aziende, ai consumi delle famiglie, alla occupazione, alla tenuta sociale del Paese. Ha opportunamente sottolineato le parole di Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale.
Luigi Zanda, per cultura e per esperienza parlamentare ha voluto richiamare il ruolo del Parlamento rispetto alle scelte debordanti del Governo Conte che ha provocato una rottura nell’equilibrio di poteri sui principi delle libertà costituzionalmente garantite.
Lo ha fatto con toni fermi ma preoccupati, difendendo la storia del Parlamento di fronte a campagne populiste denigratorie che hanno finito per delegittimarlo progressivamente. L’intervento di Zanda era anche rivolto al suo partito il PD a prendere coraggio, a uscire dalle secche, a ritrovare il sentiero della sua storia che ha guardato al Parlamento come luogo della centralità politica sulle grandi scelte politiche, economiche e costituzionali.
Zanda ha gettato un sasso nelle acque stagnanti che si sono mosse con una piccola onda provocando iniziali apprezzamenti. C’è da augurarsi che l’onda si alzi e che possano suscitare ancora più larghi consensi affinché i decreti all’esame del Parlamento possano essere corretti adeguatamente recuperando l’indispensabile riequilibrio tra potere legislativo ed Esecutivo.
Non basta l’emendamento Ceccanti con il pallido parere preventivo su DPCM. C’è bisogno di qualcosa di più! Forza Zanda.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 26 aprile 2020

La polemica sul 25 aprile

Cirino Pomicino ha sollevato una opportuna e vivace polemica sullo speciale sulla ricorrenza del 25 aprile per avere l’autore del servizio Rai fatto scomparire dalla ricostruzione ogni voce sul ruolo del cattolicesimo democratico. Una storia scritta dai vinti!

Dunque un problema di pluralismo informativo e culturale che non può essere sottaciuto soprattutto se avviene nel servizio pubblico!
L’autore del servizio si è giustificato dicendo che lo speciale partiva da una intervista ad una storica di matrice cattolica: Lucetta Scaraffia.

Basta essere solo un docente di storia contemporanea per garantire il pluralismo o forse è richiesta una forte specializzazione sui temi della Resistenza e sulla storia del Movimento Cattolico? Si è preferita una scelta più legata al femminismo, forse distorsiva conoscendo le recenti polemiche tra la stessa studiosa e l’Osservatore Romano piuttosto che la ricerca di un equilibrato giudizio sulle vicende della Liberazione.

Dunque il problema non è avere garantito una presenza purchessia – ma quale presenza! Una presenza per garantire il pluralismo o per determinare una linea editoriale? Questo è il punto.

Non c’erano altre figure per divulgare una raffigurazione autenticamente pluralista delle vicende legate alla Liberazione, sul ruolo fondamentale dei partigiani cristiani e dei volontari della libertà, da Luigi Bignotti a Enrico Mattei a Mario Ferrari Aggradi, da Paolo Emilio Taviani a Gian Luigi Rondi?

Non c’erano forse storici come Nicola Antonetti presidente dell’Istituto Sturzo o Francesco Malgeri? Ci saremmo accontentati di Piero Craveri che pur laico sarebbe stata una voce autenticamente libera ed obiettiva per la ricostruzione di vicende complesse che richiedono la presenza di studiosi piuttosto che di divulgatori.

Dichiarazione di Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi

Ritrovare uno slancio vitale e uno spirito ricostruttivo

C’è bisogno di un risveglio delle coscienze e di spirito vitale, come accadde nel secondo dopoguerra per ritrovare un nuovo spirito ricostruttivo - come ha ricordato saggiamente Giuseppe De Rita - per reagire alla profonda crisi economica e sociale.

Non ci si può infatti illudere che il Paese possa ritrovare la via della ripresa dello sviluppo se si affida all’assistenzialismo di Stato. Sarebbe una Italia senza prospettiva e senza futuro se non si risvegliano le forze morali e gli spiriti vitali fondamentali anche per dare vigore alla vita economica del Paese.
Non mancano le risorse e una generazione di uomini e donne capaci di affrontare le sfide del presente con coraggio e determinazione.

C’è bisogno anche di individuare un modello di sviluppo adeguato alle nuove condizioni per sostenere le imprese con iniziative anche innovative.

Il Paese sarà condannato inesorabilmente al declino se non consoliderà il sentimento civico dei doveri e delle responsabilità verso la società a partire dalla grave evasione fiscale.

Soltanto con sussidi di Stato non c’è un grande generale risveglio per il quale tutti gli italiani devono sentirsi impegnati.
 

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 19 aprile 2020

L’orizzonte lontano dello sguardo di Guarino

Con Giuseppe Guarino scompare un Maestro del diritto, un accademico con cui si sono formate intere generazioni di studenti poi diventati manager e classe dirigente del Paese. Era un uomo cordiale, aperto al dialogo e pronto ad ascoltare, ma fermo nei suoi principi. Aveva il grande pregio di guardare il futuro con grande anticipo rispetto agli avvenimenti perché aveva una visione globale. Era moderno ed elegante come il Suo sito che incorniciava i suoi scritti, i suoi interventi, che restano una memoria incancellabile.

L’ultimo volta che l’ho incontrato è stata nell’Auletta  dei Gruppi stracolma quando insieme a Giorgio La Malfa e Paolo Savona illustrò i suoi studi sulle norme europee istitutive dell’Euro, con il futuro leghista Borghi che lo invitava rozzamente a concludere, non comprendendo la grandezza del personaggio e la profondità del pensiero (che certamente non si misura con il tempo!).

Mi preme però soffermarmi su Guarino studioso dell’intervento pubblico in economia. Il problema delle Partecipazioni Statali non è tanto quello del “ruolo”, quanto quello del loro “modo di essere”. Dopo il periodo d’oro fino al 1965, in cui i meccanismi dello sviluppo erano stati favorevoli per gli ampi spazi interni e la minore capacità verso quelli esterni, riteneva che si erano generate molte illusioni.

Era per Guarino la stessa situazione di chi “veleggiando in mare aperto [scopre come] si sommino gli effetti del vento e di una corrente. Il timoniere può credere che tutto dipende dalla sua abilità a raccogliere il vento, quando molto del successo è da attribuirsi ai movimenti profondi del mare”.

Era mutato lo scenario perché era entrata la CEE – è questo lo diceva nel  luglio 1980 – e la libertà di apportare capitali per interventi pubblici non esisteva più perché aiuti anche indiretti possono alterare le condizioni della concorrenza. Il settore in quel momento coinvolgeva 1.000 imprese e 700.000 famiglie.

Forti erano le sue critiche alla classe politica che aveva capovolto il proprio rapporto non solo nei confronti degli imprenditori privati, ma anche dei grandi imprenditori pubblici. Ribadiva la funzionalità del modello organizzativo più sviluppato della società capitalistica con il gruppo di imprese, la formula che ne ha consentito il successo.

Vedeva il pericolo della amministrativizzazione spinta con i controlli preventivi nei fondi di dotazione e con vincoli eguali a quelli degli enti pubblici economici, quindi in contrasto con la formula originaria delle PPSS intese come gruppo volto ad operare  a mezzo di imprese ispirate ai criteri di economicità.

Si poneva il problema della direttiva e la sua risposta era: “Possiamo fare perno su un bastone, ma se il peso è troppo forte, il bastone si spezza e cadiamo in terra”. Se chiediamo troppo, più di quanto possano dare l’organismo si incrina, lo scopo non viene raggiunto e per di più avremo distrutto lo strumento.

Per Guarino la direzione era un’altra, quello della grande impresa, badando però ad evitare gli errori compiuti con la chimica costrette a vendere per il cambiamento del vento e dunque “costrette ad una provincializzazione spinta del settore”. E aggiungeva, con parole profetiche: “Ne avvertiremo gli effetti negativi, temo, tra non molto”.

Dunque ricapitalizzare le imprese pubbliche significava per Guarino  non tanto pagare i debiti, bensì gettare le basi per dimensioni future, incidendo nei settori civili, coinvolgendo i risparmi  verso le imprese, anche dei dipendenti, con i fondi pensione, istituti di assicurazione, grandi fondazioni. V’era il richiamo ad una funzione nuova con i caratteri del dinamismo per il conseguimento di utili che non è fine a se stesso, ma metro di validità e insieme strumento per il perseguimento dell’interesse pubblico.

Nel 1987, dopo la sua elezione alla Camera dei Deputati manifestò in modo elegante la sua candidatura alle primarie per la Presidenza della Commissione Bilancio in contrapposizione a quella di Nino Andreatta al Senato. Erano due visioni diverse delle PPSS e sull’intervento pubblico in economia. Il metodo democratico della DC, con voto segreto, portó a una scelta diversa.

Nel 1988 volle una grande momento di riflessione della Dc sull’Atto Unico di Delors, che dal 1993 avrebbe determinato modifiche strutturali, innovazioni istituzionali e politiche, superamenti di squilibri e inefficienze. Guarino sapeva guardare oltre l’orizzonte comprendendo i limiti della utilizzabilità dello schema di sviluppo domestico perché privava “il Sistema Italia della quasi totalità dei mezzi sin qui impiegati per il sostegno diretto o indiretto, dimostratatisi  indubbiamente efficaci al sistema industriale italiano”. Le difficoltà si determineranno proprio per le pmi per la loro debolezza strutturale e incapacità di affrontare i processi di ristrutturazione.

Nel 1993 al seminario della Camilluccia promosso da Gerardo Bianco disse che “le privatizzazioni andavano fatte due anni prima, ma allo stesso modo dobbiamo preoccuparci se fra dieci anni il nostro sistema industriale sarà competitivo, dopo che è nato e cresciuto nella bambagia di un mercato interno protetto. Bisogna cambiare strategie di lungo periodo nelle dimensioni pubbliche e private, negli investimenti per la ricerca, nella abitudine ai mercati finanziari”.

In un intervento in Commissione Bilancio espresse preoccupazione per gli effetti sulla occupazione in conseguenza dell’accordo Andreatta-Van Miert, che porterà di lì a breve alla chiusura dell’Iri.

Da Ministro della Industria e ad interim delle PP.SS.  nel 1992 sui decreti Amato portò avanti le sue idee sulle privatizzazioni divergendo dal Ministro del Tesoro Barucci per il quale “il programma di privatizzazioni consentirà la liberazione di energie da rivolgere allo sviluppo del Paese e permetterà la creazione di un mercato assai più vitale”.

Purtroppo non sarà così! Infatti nel successivo governo Ciampi fu sostituito da Savona. Guarino si domandava infatti se “si privatizzava a diritto variato o invariato”, perché il diritto variato implicava di adottare decisioni che modificano opportunamente l’ordinamento giuridico. Dunque, vedeva i pesanti effetti sulla occupazione per una dimensione fino a 200 mila occupati; così come vedeva i pesanti effetti della seconda direttiva comunitaria che nel rapporto delle banche con l’industria elevava il limite fino al 60 per cento del patrimonio netto.

Poi verrano i suoi magistrali studi sull’Euro che resteranno incancellabili, ma non possono essere strumentalizzati. Illuminano, come mai era stato fatto, la storia dell’Europa, i rapporti fra gli Stati, la moneta unica e le prospettive per tutti noi. Possono essere utili a chi è in grado di maneggiarli per migliorare le Istituzioni europee.

Infine, giova menzionare l’occasione dei suoi novant’anni festeggiati dall’associazione ex parlamentari nella Sala delle Colonne, con il suo sorriso bonario che ci accompagnerà come ricordo incancellabile.  Ho avuto il pregio di conoscerlo, di frequentarlo di apprezzarne le virtù. Ogni occasione era una lezione universitaria che ti arricchiva! Guarino volgeva il suo sguardo nell’orizzonte lontano!

     

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 13 aprile 2020

 

Il divorzio Tesoro -Banca d’Italia, la tassa da inflazione e il debito pubblico

Il dibattito aperto sulle conseguenze del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia impone qualche considerazione, soprattutto se la valutazione complessiva porta  a sostenere che “ il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione”.
Perche il Parlamento aveva autorizzato la tassa da inflazione con la grande fiammata inflazionionistica  tra l’estate 1946 e l’autunno 1947 quando i prezzi raddoppiarono portando a circa il 50 per cento il coefficiente di aumento rispetto a prima della guerra?  In una situazione come quella del primo dopoguerra in cui le banche detenevano ingenti riserve liquide, ma con le strozzature della carenza di materie prime e fonti di energia e trasporti disastrati.
Quell’inflazione provocò un drastico abbattimento del valore reale del debito pubblico e dell’indebitamento delle imprese.
Quella azione di stabilizzazione portata avanti dalla Banca di Italia e da Donato Menichella portò frutti innegabili negli anni successive. Uomini come Menichella e Carli avevano idee e inventarono strumenti. Menichella, con  la missione con De Gasperi  negli Stati Uniti, insieme con Carli e Campilli, nascosta come discorso a Cleveland,  determinò  prestiti per 231 miliardi. Per Menichella, parlando all’ABI,   i prestiti dovevano essere a 25 anni, con i primi anni solo rimborso di interessi, senza rimborso di capitale. (Questo solo come termine di paragone rispetto alle misure indicate nel decreto liquidità) .
Carli inventò il Mediocredito centrale e i mediocrediti regionali; c’erano le banche pubbliche i certificati di deposito con la raccolta delle Bin allo 0,50 che servivano a Mediobanca per finanziare il sistema industriale.
Questo per memoria. Torniamo agli anni settanta. Come si puo’ dimenticare che l’onda della spesa pubblica si ebbe per il consenso politico, sindacale, confindustriale a cui si è aggiunto spesso l’effetto di sentenze della magistratura, corte costituzionale compresa, con impatti devastanti sul bilancio! Per non parlare del sistema delle indicizzazioni per i lavoratori e per i pensionati  dopo  l’accordo Lama -  Agnelli del 1975. 
Le conseguenze del cosiddetto “divorzio” Tesoro-Banca d’Italia  derivarono da un aumento dei tassi di interesse reali, che contribuirono alla crescita del fabbisogno del Tesoro quando ormai il finanziamento dipendeva dal mercato.
Quella decisione  sul divorzio fu presa con una lettera a Ciampi del 12 febbraio 1981, che rispose il 6 marzo. Gianni Goria nella richiesta al Parlamento della anticipazione straordinaria di 8.000 miliardi disse che:”l’intervento restituiva flessibilità al Tesoro, ma non affrontava le cause del disavanzo”. La decisione fu presa “ senza consenso politico” come riconobbe Andreatta dieci
anni più tardi. “Gli effetti del divorzio non sono quelli sperati” riconoscerà Mario Draghi nel 2007.
Errore politico degli anni ottanta fu di puntare sulla capacità della crescita di finanziare il debito.  Il bilancio pubblico ha accentuato la pace sociale. La spesa pubblica passò dal 34 per cento del Pil nel 1970 al 55 per cento del Pil nel 1985. Il livello del debito lievita dal 59 per cento del 1980 all’84 per cento nel 1985. La spesa per interessi cresce dal 5,3 a quasi il 10 per cento del Pil.
Non va poi dimenticato che nel 1985 il 40 per cento dei titoli erano posseduti da banche e istituti di credito. Il 57 per cento degli utili Fiat e il 62 per cento degli utili Olivetti per il 1984 venivano da titoli di stato ci ha ricordato Napoleone Colajanni nei suoi scritti.
Quando in gennaio 1983 il Tesoro chiese l’anticipazione straordinaria alla BI per 8.000 miliardi i tassi veleggiavano sul 18 per cento. Nel 1986- 1987 la spesa per interessi raggiunse l’ 8, 2 per cento del Pil rispetto al 4,5 del 1981. Nell’imminenza della crisi finanziaria del 1992 il tasso di sconto si cifrava al 11,5 per cento. Nino Galloni ha ricordato l’importanza degli investimenti sia pubblici che privati peraltro di poche grandi imprese. Sappiamo bene la spunta demolitrice verso le Partecipazioni Statali in nome di liberalizzazioni senza regole!
Quando in Francia nel 1925-26 si verificò la crisi nel collocamento dei titoli vi furono emissioni al 7 per cento che furono un successo. Fu creato un fondo di ammortamento con la devoluzione di importanti entrate come reddito dei monopoli del tabacco, le imposte di successione e proprietà.  Le spese di ridussero da 58 md a 34 md.
Nella esperienza italiana ricordiamo la rendita Italia 5 per cento del 1935, regio decreto n. 60/34,  Ministro delle Finanze Jung.
Nel caso italiano in una economia aperta e globalizzata con un debito collocato per il 50 per cento ad investitori internazionali o a non residenti non vi è un “trasferimento dalla mano destra alla mano sinistra” ma da un paese ad altri, come era in passato per l’Italia con un debito tutto domestico. Il Paese diviene più povero se paga l’interesse con un trasferimento di ricchezza verso l’esterno, di qui l’errore di non avere affrontato il problema del debito in una fase economica più favorevole attraverso quelle misure come contenimento della spesa corrente dal lato della  spesa militare, e delle entrate con la dismissione di beni patrimoniali.
Ora se rompi i ponti con l’Europa e sogni di fare da solo, devi fare un piano finanziario che non può poggiare su un modesto contributo di solidarietà, ma con un robusto Piano Italia di titoli di stato  a lunghissimo termine che mobiliti la ingente liquidità degli italiani a tassi remunerativi. Per raggiungere questo obiettivo  c’è bisogno di credibilità della classe dirigente e soprattutto di idee ricostruttive. Purtroppo non abbiamo né De Gasperi, nè Menichella.

Maurizio Eufemi

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 10 aprile 2020

 

Manovra economica: per la DC la più grande rivalutazione della storia.

 

Ieri il governo Conte ha approvato, con molta enfasi, dopo non poche tensioni nella stessa maggioranza, il decreto liquidità Italia. Si tratta di una cifra imponente: ben 400 miliardi di euro, pari al 25 per cento del Pil.
Viene fatto riferimento a due Istituti e strumenti: i Confidi e la Sace.

 

Fanno parte dell’armamentario economico costruito dalla Dc durante le varie fasi del governo del  Paese, per favorire le esportazioni e il credito alle PMI e la crescita del Paese. Entrambi questi strumenti furono inventati negli anni sessanta e settanta, poi affinati nei decenni successivi.

 

Del resto analogo apprezzamento pubblico è venuto ieri sera in tv dal filosofo Massimo Cacciari che riconosceva esplicitamente il valore degli uomini della Prima Repubblica rispetto allo scenario sotto i nostri occhi.

 

Quale è il pericolo che abbiamo di fronte? La preoccupazione è che quello che è successo all’INPS con il sito paralizzato dall’enormità dei collegamenti informatici, possa riprodursi nella applicazione del decreto liquidità, quindi sul versante bancario, che procedure farraginose possano creare disagio e poi malessere sociale, che molte aspettative possano andare deluse. Le banche però non sono  istituti di beneficenza. Devono tutelare i risparmi dei depositanti. Devono rispettare i vincoli di bilancio, che non possono essere elusi.

 

Il nodo del merito del credito resta seppure per una percentuale bassa, ma comporterà conseguenze sulle istruttorie che non avranno percorsi agevoli. Dunque evitiamo facili illusioni.
C’è bisogno di procedure snelle e rapide se si vuole raggiungere l’obiettivo di assicurare la liquidità alle imprese, dietro le quali ci sono i lavoratori, gli occupati e le loro famiglie,  nonchè la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.

Quanto alla dimensione dello stock finanziario messo sul tavolo si tratta di debito che si aggiunge ad altro debito, in attesa che l‘UE decida come intervenire e come affrontare la crisi epidemica che colpisce tutti.
In ogni caso il decreto liquidità dovrà passare al vaglio del Parlamento e in virtù dello sforamento del Bilancio richiederà una maggioranza qualificata. Li si vedrà se il testo sarà rispondente alle attese dei cittadini che dei rappresentanti delle forze sia della maggioranza che delle opposizioni, perché sulle prospettive della tenuta del Paese non si può giocare!

 

Uno spettacolo indecoroso

Il Consiglio dei Ministri è stato dunque sospeso. Speriamo che riprenda presto e assuma le decisioni che necessitano al Paese per superare la emergenza non solo sanitaria ma soprattutto economica e sociale. Non ci sono ritardi ammissibili. Le ragioni della sospensione stanno dentro il contenuto del nuovo decreto per un conflitto tra il titolare del’Economia e il M5S che ormai, partito di potere non vogliono cedere sulla Sace, attualmente in capo alla holding Cassa Depositi e Prestiti.
Bisogna ricordare che la Sace nacque negli anni settanta, durante il governo Andreotti della solidarietà nazionale, per azione del Ministro del Commercio Estero Rinaldo Ossola, un competente, ex Banca d’Italia  al posto giusto. Non uno vale uno, ma uno che esprimeva competenze e professionalità; il modello di riferimento costruito da Ossola era la exim Bank degli Usa che garantiva gli esportatori nelle operazioni all’estero.
Ora il conflitto è se la Sace debba avere come riferimento il Ministero dell’Economia come sarebbe più logico o debba rientrare nella sfera di influenza di qualche rampante politico a cinque stelle per allargare il proprio potere.
La cosa non è di poco conto. Purtroppo dopo avere demonizzato in questi anni  la Banca di Italia, è tutto ciò che rappresentava, sono venuti meno quegli istituti che avrebbero potuto risolvere questioni delicate con un confronto serio ma senza cadute di stile come quelle che stiamo vedendo.
L’eredità dei partiti della prima Repubblica sono stati anche istituti come la Sace, uomini come Ossola. La Sace non può essere un terreno di conquista, ma deve servire ad assicurare le garanzie per i nostri esportatori!
Decidete in fretta per il bene del Paese.

Articolo tratto dal giornale "Il domani d'Italia" del 04 aprile 2020

Lo shock petrolifero del 1973

La guerra del Kippur tra arabi e israeliani determinò lo shock petrolifero del 1973 con pesanti conseguenze sulle economie mondiali. Viene ricordata come il periodo delle domeniche a piedi degli italiani. Fu molto di più.

I prezzi dei prodotti petroliferi aumentarono di cinque volte con uno sconvolgimento che si era unito alla cancellazione nell’agosto del 1971 degli accordi di Bretton Woods contagiando l’economia mondiale. Giá nel dicembre del 1972 Siro Lombardini nel grande convegno economico della Dc, partito di maggioranza relativa, a Perugia, aveva posto l’esigenza di una politica di programmazione che avesse al centro la politica industriale, ponendo attenzione su nuove linee di sviluppo.

La crisi energetica maturata dai nuovi rapporti tra produttori e consumatori determinava: il rincaro dei prezzi di tutte le materie prime; la crisi dell’assetto monetario internazionale con i nuovi rapporti di scambio e grave deterioramento per il nostro Paese; una nuova divisione internazionale del lavoro. Lo sviluppo impetuoso degli anni cinquanta e sessanta veniva messo in discussione da variabili esogene, fuori dal nostro controllo. Il saggio di sviluppo dei paesi Ocse sarebbe passato negli anni sessanta dal 5 per cento al 3,3 degli anni settanta, mentre per l’Italia sarebbe passato dal 5,7 al 3,1 per cento; una inflazione da costi si abbatteva sul sistema industriale italiano che veniva colpito al cuore, anche da una crisi della domanda. La chimica che aveva puntato sul credito agevolato ne fu travolta. Così come l’industria siderurgica a più alta intensità di energia subì colpi pesantissimi. Mentre era forte il dibattito tra congiunturalisti e strutturalisti che cercavano di piegare il dibattito alla strategia delle alleanze, così come quello tra restrizionisti, preoccupati dalla realtà dei vincoli esterni ed interni ed espansionisti, tra chi voleva incidere sull bilancia dei pagamenti riducendo importazioni e tra chi voleva bilanciare la tassa sul petrolio con maggiore spesa pubblica. Il culmine si raggiunse in occasione della lettera d’intenti al Fondo Monetario Internazione nel 1974. Prevalse la linea di rigore della Banca di Italia. Furono approntate misure per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso tagli sulla domanda, deposito obbligatorio sulle importazioni e politica fiscale restrittiva, nonché controllo del credito totale interno. Il fabbisogno del tesoro che veniva superato rispetto all’ammontare programmato costringeva la Banca dItalia a finanziarlo con la creazione di ampia base monetaria.

Il quadro di governo in quegli anni è rappresentato dalla azione del quarto e del quinto governo Rumor. Nel 1975 intervenne anche l’accordo Lama -Agnelli su punto unico di contingenza che permetteva ai lavoratori di recuperare la dinamica inflazionistica a due cifre. Moro espresse preoccupazioni perché “ più delicati problemi e rischi più attuali per la stabilità della economia pone invece l’andamento della dinamica salariale. Il governo non può, davanti a questi grandi round contrattuali, rimanere estraneo, poiché il loro risultato tocca piuttosto il livello generale dei prezzi e dei cambi che la distribuzione del prodotto fra profitti e salari”.

Ai governi Rumor segui il governo della piccola coalizione Moro – La Malfa, il bicolore DC- PRI che gettò le basi della ristrutturazione industriale che si concretizzò con la legge 675 del 1977. Dopo la recessione profonda, nel quinquennio 1975-1980 si è registrato uno sviluppo degli investimenti con dimensioni consistenti in parte destinati all’ampliamento della capacità produttiva e una larga parte destinata alla razionalizzazione dei processi produttivi. Si misero in campo misure per fronteggiare la crisi delle grandi imprese anche per la forza del sindacato, mentre il saggio di mortalità delle aziende piccole e piccolissime fu elevato. Nello stesso periodo gli interventi della Cassa Integrazione guadagni aumentarono di sei volte.

Si privilegiarono misure di stabilizzazione senza quelle incisive politiche strutturali che andassero verso la riduzione della bolletta petrolifera, nella ristrutturazione dell’apparato produttivo che l’aumento del prezzo del petrolio aveva bombardato nelle strutture alterando il prezzo dei fattori, e il rafforzamento della produttività, per aziende costrette alla competizione nonostante l’aumento dei costi.

La crisi sanitaria del 2020 che stiamo vivendo, diventerà crisi economica e sociale. Alcuni settori come quello turistico, alberghiero, ristorazione e quello dei trasporti di massa saranno pesantemente colpiti nelle attività economiche. Rispetto agli anni settanta non vi sará la distinzione tra garantiti e non garantiti perché i riflessi negativi saranno per tutti indistintamente. Quello che sapientemente fece in quegli anni la Banca d’Italia, dovrebbe essere nella responsabilità della Banca Centrale Europea superando incertezze ed egoismi. Si imporrà un nuovo modello di sviluppo. Da questa crisi potrà ritrovarsi una nuova idea di Europa comunitaria, non sarà facile, ma é l’unica strada percorribile. Nessun Paese può resistere da solo ad una paralisi così prolungata. Sarebbe profondamente sbagliato pensare di affrontare la crisi economica solo con misure assistenzialistiche senza gettare le basi per una ripartenza che segnerà una svolta per la interdipendenza tra le aree economiche del mondo.

Conteranno soprattutto - per usare le parole di Moro propio all’atto di nascita del suo governo - “ lo scatto di volontà, il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l’economia ai nuovi equilibri internazionali, di inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, di mobilitare all’estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni”.

Sono stato sollecitato a prendere posizione su un possibile governo di unità nazionale.

La situazione è talmente grave che appare inevitabile, nonostante l’indecoroso spettacolo di questa mattina in Senato allorquando il clima di bon ton è stato rotto dall’intervento conclusivo del sen. Perilli (M5S) che ha voluto polemizzare ad ogni costo, non comprendendo l’inutilità della forzatura dei toni, dimostrando scarsa capacità di vedere la dinamica della informativa di Conte in Senato, costruita dopo un ampio gioco istituzionale.

Casini dietro di lui si è messo le mani nei capelli in una smorfia di rassegnazione.

Abbiamo il migliore uomo sul mercato mondiale per governare l’emergenza e la ripartenza: Mario Draghi, che, come ha salvato l’euro potrebbe ancora una volta salvare il suo paese e l’Europa politica.

Eppure di fronte a questa possibilità e alla domanda se serva un governo di unità nazionale, il reggente del M5S sen Crimi ha risposto “No” in modo secco e categorico.

Se le cose stanno così il governo di unità nazionale potrebbe nascere con le forze che ci stanno, tagliando quelle estremiste e trovando una piattaforma politica tra quanti hanno a cuore il destino del Paese.

L’operazione non sarà indolore perché probabilmente avrà effetti sulla unità della Lega, nonché dello stesso M5S, in cui i falchi potrebbero essere sconfitti dalle colombe.

Di certo il governo Conte non ha la forza di affrontare una epidemia che sta portando migliaia di morti e pesanti conseguenze economiche, con il rischio di fratture sociali insanabili.

Sarebbe veramente sciocco avere un italiano come Draghi e non servirsene per la salvezza del Paese.

 

Pandemia: Parlamento Protagonista!

Lettera dell’Associazione Ex-parlamentari della Repubblica

ai Presidenti delle Camere ed ai Parlamentari

Il  Consiglio direttivo dell’Associazione degli Ex-parlamentari della Repubblica si è riunito il 25 marzo 2020 in videoconferenza per esaminare le conseguenze, sotto il profilo costituzionale e istituzionale, delle misure adottate per affrontare l’emergenza Coronavirus. Il Consiglio ha condiviso il comunicato, adottato dall’Ufficio di Presidenza lo scorso 17 marzo, che invitava il Parlamento ad essere protagonista anche in questa fase, ed ha dato mandato alla Presidenza perché reiteri questo appello con una lettera ai Presidenti delle Camere e ad ogni singolo parlamentare

 


PARLAMENTO PROTAGONISTA 

La lettera ai Presidenti delle Camere e ai Parlamentari:

             Illustre Presidente del Senato, On. Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati,

             Illustre Presidente della Camera, On. Roberto Fico,

             Illustri on.li Senatori,

             Illustri on.li Deputati,

 

in un periodo così grave e difficile per il nostro paese, l’Associazione degli Ex Parlamentari si rivolge a Voi, rappresentanti democraticamente eletti della Nazione, perché nei giorni duri in cui la Repubblica è inevitabilmente governata nel segno della necessità e dell’urgenza, ciascuno di Voi si assuma le responsabilità che gli competono perché ciò avvenga nel pieno rispetto della Costituzione, confermando al Parlamento il ruolo di elaborazione delle leggi e insieme quello di indirizzo e controllo dell’esecutivo, nella consapevolezza che la situazione straordinaria  che stiamo vivendo, e che tanti sacrifici richiede a ogni cittadino, non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra Democrazia. 

Mentre ribadisce la più convinta solidarietà e gratitudine a quanti - medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, imprese, ricercatori, forze dell’ordine, forze armate, uomini e donne delle Istituzioni - sono impegnati, a rischio della loro incolumità, per garantire il pieno funzionamento dei servizi pubblici essenziali e delle fondamentali attività produttive, l’Associazione ritiene che anche il Parlamento, quali che siano le misure legislative e amministrative da approvare, debba essere protagonista della vita politica del Paese, e debba anche apparire tal agli occhi dell’opinione pubblica.

Non spetta solo ai Presidenti delle Camere, ma anche a ogni singolo parlamentare, che ha il privilegio di rappresentare la Nazione, il dovere di garantire, oggi come non mai, il pieno funzionamento delle assemblee elettive di cui fa parte, utilizzando tutte le attribuzioni che la Costituzione e i Regolamenti mettono a sua disposizione.

Come tutto il personale che si trova in prima linea sul fronte sanitario per custodire e salvaguardare la nostra salute, così i parlamentari sono responsabili della libertà e della democrazia di cui godono tutti i cittadini.

Perché il Parlamento possa svolgere il ruolo che gli compete, devono ovviamente essere garantite alle Camere e ai parlamentari tutte le misure di sicurezza collettive e personali necessarie e opportune.

Le provvisorie limitazioni delle libertà costituzionali di circolazione e di riunione per ragioni sanitarie non possono, in alcun modo, essere prese a pretesto per impedire al Parlamento di funzionare a pieno regime.

A questo proposito, non possiamo non manifestare la nostra fortissima preoccupazione per l’uso di strumenti normativi che non appaiono assolutamente coerenti con i principi costituzionali e con le sentenze che li hanno ribaditi.

La Costituzione italiana non impedisce, come si tende a far credere, che si possano affrontare situazioni di emergenza, indicando con chiarezza limitazioni temporanee di alcuni diritti e i necessari strumenti di intervento, e a quelle indicazioni non vi possono essere deroghe. 

A parere della nostra Associazione, i DPCM, i Decreti Ministeriali, le Ordinanze, le Circolari, l’insieme, cioè, degli strumenti amministrativi necessari a fronteggiare l’emergenza sanitaria (che ormai costituiscono un vasto corpo normativo, complesso e non sempre omogeneo),  non possono – anche nel rispetto di una consolidata giurisprudenza costituzionale - essere affidati al governo, come sta accadendo, su generici fondamenti normativi, ma solo ricorrendo ai Decreti-legge o a deleghe definite nell’oggetto, nei tempi, nei principi e criteri direttivi.

Il Parlamento deve essere messo nella condizione di controllare, emendare e convalidare la decretazione d’urgenza, in modo pieno.

Non è possibile che il Parlamento possa accontentarsi di generiche e sporadiche “informative”, che costituirebbero piuttosto un’offesa alla sua autonomia e sovranità.

È necessario evitare che le decisioni causate dall’emergenza sanitaria siano assunte in forme tali che possano costituire un precedente pericoloso.

L’Associazione degli ex-parlamentari della Repubblica avverte l’esigenza che, passata la crisi attuale, si possano sviluppare approfondimenti e adottare decisioni in relazione ai problemi istituzionali, economici e sociali che l’epidemia ha portato drammaticamente alla attenzione del Paese.

Occorre affrontare subito i problemi che sono emersi con una più chiara disciplina dello “stato di emergenza”, in modo da rendere efficaci gli interventi, nel quadro di un rapporto costituzionalmente corretto tra Parlamento e Governo, facendo anche chiarezza nella ripartizione dei compiti tra Stato e Autonomie regionali e locali, e rifuggendo da pericolose tentazioni di immaginare che una qualche forma di autoritarismo, basato su deleghe in bianco, sia la via più facile per governare l’emergenza.

Una particolare attenzione va posta al tema della Sanità che, com’è ormai evidente, non potrà più subire i tagli indiscriminati e sciagurati del passato e che dovrà assumere i reali bisogni della salute come riferimento di una politica di spesa efficace ed accorta e al tempo stesso, pienamente rispettosa dei doveri di solidarietà, anche sociale, fissati dalla Costituzione della Repubblica.

          Signori Presidenti, On.li Senatori, On.li Deputati,

nel momento in cui siete chiamati a esercitare la Vostra alta funzione in uno dei momenti più difficili della nostra vita democratica, l’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica avverte il dovere di esprimerVi ogni sostegno morale e civile perché possiate adempiere in modo fermo e consapevole alle funzioni che il voto popolare vi attribuisce, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse del popolo italiano, perché tutti insieme riusciamo a superare l’impegnativa prova che il Paese sta affrontando.

per Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica

Il Presidente

Antonello Falomi

No al MES, si agli Eurobond per rafforzare l'Europa della coesione e della solidarietà

 

Viviamo gli impedimenti della epidemia costretti alla lettura anche senza entusiasmo per le abitudini di vita stravolte, la stessa domenica sembra un giorno uguale agli altri senza i riti della festività.
Dopo l’ultimo decreto che restringe ulteriormente la mobilità sociale s’é aperto il dibattito sulle scelte economiche per superare la emergenza. L’amico Attilio Lioi ha richiamato la mia attenzione su una intervista di Giulio Tremonti al quotidiano la Veritá. Particolarmente interessante per le indicazioni che offre. Innanzitutto di fronte ad un Parlamento chiuso per paura da questi prodi apritori di scatole di tonno, c’é il pericolo tentativo dell’uomo solo al comando così come si sta verificando con i poteri derivanti da decreti legge che autorizzano ripetuti DPCR perfino con norme penali senza passaggi e controlli parlamentari!
Già questo dovrebbe far sobbalzare sulle sedie. Tremonti volge lo sguardo al caso Tsipras e alla esperienza della Grecia. Già questo è illuminante. Collega il tutto al Mes, che allo stato non è né negoziabile né accettabile. Deve essere semplicemente messo da parte per evitare ricatti sul sistema paese in particolare sui risparmi degli italiani e sul sistema finanziario. Per superare la crisi c’è bisogno di una idea forte di Europa con un salto adeguato alla gravissima situazione. Gli eurobond ipotizzati da Tremonti in epoca non sospetta possono essere un valido strumento di intervento per affrontare la crisi è come sostegno reale alle famiglie e alle imprese. La crisi si supera con più Europa, con più forte coesione e solidarietà.
Il Coronavirus ha cancellato gli egoismi.
Una ultima considerazione. E con l’epidemia é finita la fase del trentennale free trade. Si apre una fase di fair trade che dovrà essere garantita e sviluppata se non si vuole alimentare disordine economico che rischia di essere destabilizzante a livello planetario.

C’era in passato chi aveva colto ed esposto queste preoccupazioni, ma purtroppo invano!
 

Coronavirus e Università Telematica
 

I pericoli nella diffusione del virus cinese stanno imponendo nuove forme di insegnamento soprattutto con il ricorso a nuovi strumenti tecnologici.

Sono ormai lontane le tesi estremiste e distruttive di Ivan Illich propugnate in “Deschooling Society” nel 1971 che partendo da una critica severa della educazione “istituzionalizzata” giunge ad una formula radicale di “descolarizzazione” totale della società.

Una tesi da rifiutare perché non può esistere una società senza scuola.

Poi venne la Commissione dell’Unesco presieduta da Edgar Faure del 1970 che redasse un rapporto voluminoso (“Apprendre à être”, Parigi 1970) rilevando le insufficienze radicali spaziali, temporali e della comunicazione.

Le tecniche moderne aprono nuove prospettive nei processi educativi. Del pari, si apre allora il problema delle risorse da destinare allo sviluppo delle società umane.

In tempi di emergenza è necessario ricorrere a mezzi alternativi non dimenticando che l’università è il principale modello di insegnamento fin dal Medio Evo. È concepita da sempre, infatti, come Istituzione fondata sulla concentrazione spaziale di un microcosmo intorno a una Autorità incaricata di diffondere la conoscenza e di attribuire attestati” come sottolineava Henri Dieuzeide nel 1972.

Dunque non basta seguire sullo smartphone. Importante è cosa si segue e chi insegna.

Falomi: Lo scandalo di un Ministro della Giustizia che manifesta contro organi di giustizia 

Pubblichiamo l'intervista del presidente dell'Associazione degli ex parlamentari, Antonello Falomi, a Radio Radicale (https://www.radioradicale.it/scheda/598645/il-ministro-della-giustizia-alla-manifestazione-del-m5s-contro-i-vitalizi-intervista) in cui si stigmatizza lo scandalo, passato inosservato, del ministro Alfonso Bonafede, titolare del dicastero della Giustizia, che manifesta per impedire che l'organo giurisdizionale del Senato si pronunci in modo libero e imparziale sui ricorsi relativi al ricalcolo retroattivo dei vitalizi e in cui si biasima, non per la prima volta, la faziosità e scorrettezza delle trasmissioni del conduttore televisivo Massimo Giletti.

Centro di Cultura e di Iniziativa Politica “ Leonardo da Vinci”

 

Da: Centro Studi Leonardo da Vinci

Via della Colonna Antonina 36, Roma

Tel 06.6794253

COMUNICATO STAMPA

GLI ONOREVOLI GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI CHE HA APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

 

RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato. Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
 È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

 Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

La prescrizione rinvio su rinvio.
 

Ieri è andata in scena la ennesima sceneggiata sulla prescrizione. Il veicolo utilizzato da Costa è stato mandato su un binario morto, quello del rinvio in Commissione.

Non poteva essere altrimenti. Quella norma regolamentare che assegna uno spazio parlamentare alle minoranze è fasulla, è una presa in giro, una norma manifesto. Non ha mai funzionato, come dimostrano i dati e i precedenti ogni volta richiamati dai presidenti della Camera.

Sarebbe meglio cancellarla. È un residuo della riforma Violante che voleva dare negli auspici una dignità al ruolo delle opposizioni tenendo conto delle istanze delle stesse, ma le maggioranze tendono ad aggirare ogni tentativo di far approvare qualcosa che non condividono.


Ora il Gruppo di Renzi vuole utilizzare il milleproroghe con un emendamento.

Sarà una pia illusione che lo stesso possa essere approvato semplicemente perché la maggioranza eviterà di metterlo in votazione. Sarà utilizzato lo strumento della fiducia e così si eviteranno spaccature nella maggioranza e tutti salveranno la faccia nel veicolo,  questa volta blindato.

 

0L’unica possibilità di fare approvare una norma sulla prescrizione è un accordo condiviso che soddisfi innanzitutto la maggioranza. In tal caso il milleproroghe potrà passare anche senza ricorso alla fiducia, ma conterrà molti frutti indigesti per le opposizioni.

De Masi, Di Maio Berlinguer e il Master.

di Maurizio Eufemi - articolo pubblicato su: "Il domani d'Italia" - gennaio 24, 2020
 

Oggi il sociologo De Masi, già consulente per il Movimento Cinque Stelle dice in una intervista al Giornale, moltissime sciocchezze. Ne citiamo due.

Attribuisce a ruolo di Berlinguer, come oppositore, avere ottenuto lo statuto dei Lavoratori.

Anche i sassi sanno che è una legge attribuibile a Donat Cattin, a Giacomo Brodolini e a Gino Giugni, per volontà della Dc e dei socialisti. In quella fase Berlinguer non era neppure segretario del PCI.

 

L’altra assurdità è relativa ai consigli inascoltati dati a Di Maio.

“ Avrebbe dovuto prendere un Master ad Harvard o alla London School o Economics, “dice De Masi.

Che Di Maio dovesse approfondire gli studi è fuori di dubbio, che possa accedere a quelle prestigiose università è un poco più complesso.

Non è una passeggiata. Richiede una preparazione di base in economia che forse Di Maio non ha, così come una laurea di partenza. Non è che per un Master si può essere cooptati come nelle cariche pubbliche.!

 

Sorprende che queste affermazioni così disinvolte vengano da un sociologo, docente universitario con esperienze internazionali come De Masi!

Popolari 101

Celebriamo oggi il centunesimo anniversario dell’appello di Luigi Sturzo a tutti gli uomini Liberi e Forti. 101 e sei decimi come i deputati che i Popolari matematicamente avrebbero dovuto conquistare rispetto a 1.178.473 di voti su 5 milioni e mezzo di votanti. Furono invece 100 rispetto ai 410 candidati. Non si presentarono in 3 circoscrizioni: Chieti Potenza e Aquila. Il successo sorprese anche Sturzo di fronte a così tanti voti e troppi seggi. Chi rilegge oggi gli scritti politici di Luigi Sturzo riesce ad immergersi nella storia del nostro Paese per la profondità del pensiero, la lucidità della analisi, le indicazioni prospettiche. Oggi come allora il Parlamento vive una crisi profonda. Scrive Sturzo “è stata sottratta al Parlamento quasi tutta la tumultuosa legislazione, fatta con decreti legge”; e ancora ” questo Parlamento deve essere rifatto da un lavacro elettorale, che non può lasciare permanere le torbide acque del personalismo politico; abbiamo bisogno di elevare il corpo elettorale dalla pressione elettorale alla concezione delle idee e dei partiti. La legge elettorale appariva dunque a Sturzo il mezzo per ridare vigore al Parlamento. E c’era bisogno di un partito nuovo, avente da sè stesso forza di organizzazione, luce programmata ed energia combattiva. Oggi forse siamo nella stessa situazione del 1919. Solo che non viviamo i tormenti del mito della “ vittoria mutilata” della prima guerra mondiale, ma le ferite della guerra finanziaria globale, con le macerie degli apparati industriali, dei risparmi distrutti, della disoccupazione crescente. Come non guardare alla correlazione nel pensiero sturziano tra politica interna e politica estera! Sturzo anticipa la diagnosi sui totalitarismi di ogni tipo senza distinzione. La forza del Partito Popolare è stato il suo programma innovativo fondato sulle libertà, sulla organicità e sulla giustizia, in contrapposizione allo Stato liberale accentratore in cui i ceti medi cercavano spazio di rappresentanza. Dunque il popolarismo come risposta alla demagogia e al populismo, perché il pensiero sturziano poggia sulle comunità intermedie, sui corpi sociali, su una visione poliedrica della società. Il popolo di Sturzo non è quello di Rousseau, perchè è un popolo autentico, non c’è leader o un capo, ma c’è articolazione, c’è pluralismo della società. C’è un rapporto inscindibile tra libertà e Istituzioni, perché la libertà individuale senza Istituzioni non esiste. Merita di essere ricordato il suo appello a proseguire nella loro interezza ideali di giustizia e di libertà. Così come il suo richiamo alla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione. Tutto questo ci riporta alle vessazioni fiscali ai processi infiniti di cui sono piene le cronache. Come sino validi i richiami di De Rosa secondo il quale “ per Sturzo ogni difesa delle istanze sociali e civili passa attraverso il ruolo fondamentale delle Istituzioni parlamentari senza le quali è facile l’attrazione verso interpretazioni populistiche-agitatorie. Di qui il nostro rifiuto a forme di democrazia diretta che minano la democrazia parlamentare.

Roma, 18 gennaio 2020

comunicati 2019

IL RITORNO DELLA BALENA BIANCA

articolo di Maurizio Eufemi sul giornalino "Democratici Cristiani" di dicembre 2019

apri "democraticicristiani" dicembre 2019

CINQUANTENARIO DELL'ASSOCIAZIONE: IL SALUTO DEL PRESIDENTE MATTARELLA

Cinquantenario dell'Associazione: il saluto del Presidente Mattarella

Cinquantenario dell’Associazione: il saluto del Presidente Mattarella

Pubblichiamo il testo del telegramma inviato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Presidente Antonello Falomi in occasione dell'Assemblea generale del 17 dicembre :

L'anniversario del cinquantenario di fondazione dell'Associazione ex parlamentari della Repubblica è occasione per segnalare il servizio reso da quanti hanno servito la democrazia italiana svolgendo il mandato loro affidato dai cittadini.

L'identità dell'Associazione è segnata dal ruolo centrale che la Costituzione assegna al Parlamento, espressione della volontà popolare e di quella libertà, conquistata con coraggio e sacrificio nella lotta di liberazione e che ora è affidata alla responsabilità delle Istituzioni, alla partecipazione attiva dei cittadini, ai limiti che l'ordinamento pone a garanzia e tutela dei diritti di ciascuno.

Opportunamente  l'attività dell'Associazione è orientata a rafforzare la relazione di fiducia tra cittadini e funzione parlamentare, una relazione che presuppone ed esige che le funzioni pubbliche siano sempre adempiute con disciplina, onore, per servire la comunità.

Il funzionamento e il futuro stesso delle Istituzioni democratiche sono necessariamente basati sulla dignità, il prestigio e al dedizione con cui gli eletti corrispondono alla responsabilità di cui la comunità li ha investiti.

A tutti i dirigenti e ai presenti alla assemblea generale dell'Associazione giungano i migliori auguri per i vostri lavori e per la vostra attività.

Sergio Mattarella 

 

MES

Quel dicembre del 1978 dallo SME al MES.

Paragonare il M5S alla Democrazia Cristiana, seppure “con minore consapevolezza e ancora meno capacità di manovra”, come fa Marco Imarisio stamane sul Corriere appare un atto di eccessiva generosositá verso i grillini e una grave offesa alla Dc.

Quaranta anni fa, di questi giorni, il 12 dicembre del 1978 il Parlamento veniva chiamato ad una scelta difficile e di traguardo storico come era l’adesione allo SME. Dunque Mes come SME. quella decisione fu preceduta dal consiglio nazionale della Dc dell’1 e 2 dicembre. L’11 dicembre si riunisce il Direttivo Dc della Camera con il Presidente del Consiglio Andreotti che relaziona sullo SME, ma non anticipa la linea perché sono ancora in corso contatti. Galloni, presidente del Gruppo afferma:” Non illudersi che il non aderire si allontani il calice amaro dei sacrifici. Non vale la pena allontanarci dall’Europa”. Partendo da “una inflazione superiore a quella degli altri Paesi chiedevamo un margine non del 2,5, ma più largo; si é riusciti ad avere il 6 per cento non solo per noi ma per tutti i Paesi che lo chiedevano. Dalla riunione di Bruxelles emergeva una situazione di delusione, ma c’era il dato positivo di un prestito di 5 miliardi di dollari in cinque anni con la limitazione alle sole infrastrutture e non esteso alla riconversione industriale”. Andreotti replica agli intervenuti dicendo che i “contatti proseguiranno nella notte. Appartenere all’Europa di serie A o B non dipende dallo SME, ma dal tasso di deflazione che riusciremo a raggiungere”.

Del resto stare in Europa era inimmaginabile senza convergere sui minori tassi di inflazione delle altre economie così come richiamato dal Piano triennale Pandolfi, Ministro del Tesoro, titolato “una proposta per lo sviluppo, una proposta per l’Europa” con misure programmatiche volte a colmare il fabbisogno di investimenti e la riduzione dei lavori di lavoro con il Mezzogiorno.

Nei suoi diari Giulio Andreotti ricorda come il Partito di De Gasperi “non può mancare di coraggio di fronte a scelte europee”.

Rifiutare quella scelta avrebbe significato per la DC avrebbe significato andare contro la propria storia.

Il 12 dicembre 1978 l’adesione allo SME fu votata alla Camera, con un PCI ancorato ad una visione neutralista. Si aprirono profonde crepe sulla intesa politica DC-PCI.

Pandolfi non mancava di ricordare l’ammonimento di Guido Carli:”si ricordi il vero nemico è il populismo”.

Il 12 dicembre 1978 si va al voto e come affermerà poi Barca nella ricostruzione di quei giorni “senza che nulla ci venga comunicato da Andreotti su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno”.

Una ricostruzione storica di Castronuovo portò a un giudizio severo per il quale “con il voto contro lo SME suonò come una conferma della immaturità del PCI sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’Occidente”. Le vicende di quaranta anni fa pongono il problema di come muoversi nel processo di integrazione europea.

Dunque nei prossimi giorni si avrà la cartina di tornasole di chi vuole stare in Europa e di chi invece privo di cultura europeista spinge sulla paura e sul catastrofismo, per lo scivolamento su una posizione terzomondista carica di rischi e di pericoli.

La Dc seppe dimostrare coraggio nelle gradi decisioni politiche dalla CEE allo SME, dall’atto unico al trattato di Maastricht, dall’euro al fondo salva stati e a tanti altri passaggi che richiedono responsabilità piuttosto che populismo a basso costo.

Accostare il M5S alla DC è una offesa alla storia non solo di quel Partito, ma a quella del nostro paese per la straordinaria crescita economica, sociale e civile del Paese realizzata con il concorso rilevante dei democristiani.

Maurizio Eufemi

L'articolo è stato pubblicato sul giornale "Il domani d'Italia" ed è rintracciabile al seguente iindirizzo:

http://www.ildomaniditalia.eu/quel-dicembre-del-1978-dallo-sme-al-mes/

Quel che Conte non ha detto su Taranto.

Il presidente del consiglio è andato a Taranto a incontrare i cittadini, associazioni, sindacati, movimenti. È stato un gesto di umiltà apprezzato dai commentatori e dalla opinione pubblica. Non può però dire che non ha la soluzione e chiede che gli stessi Ministri gli offrano indicazioni. Di fronte alla situazione drammatica di Taranto con il rischio di chiusura e spegnimento degli altiforni del quarto centro siderurgico italiano un governo che nasce con la prospettiva della scadenza naturale della legislatura deve avere ben chiaro cosa deve fare. Avrebbe dovuto innanzitutto procedere con un consiglio dei ministri per rimettere d’urgenza lo scudo penale! Avrebbe eliminato immediatamente alibi ai gestori degli impianti. Pensare di ingaggiare una battaglia giudiziaria tra Stato e Ancelotti Mittal significa, con i tempi della giustizia italiana, vincere forse una battaglia tra chissà quanto tempo, ma perdere la guerra della siderurgia, mettendo in ginocchio non solo l’economia di Taranto, ma della intera filiera della meccanica che coinvolge numerosi distretti industriali. 
Quello che Conte non ha detto è una rappresentazione della realtà che non sono solo i numeri del Pil in discussione ma il futuro degli impianti, la loro riconversione con fonti energetiche a gas piuttosto che a carbone, i volumi produttivi, sia per il mercato domestico che per quello internazionale soprattutto per l’area del mediterraneo e per le prospettive di ricostruzione in Mesopotamia e in Libia. Uno dei punti di forza della produzione di Taranto erano i tubi per oleodotti e gasdotti, proprio quelli che i sognatori della decrescita felice e della coltivazione delle cozze, vorrebbero impedire. ! 
Quello che Conte non ha detto è il futuro dell’area tarantina nella economia del Mezzogiorno e nel Paese. Cosa che fece magistralmente Aldo Moro che, da Presidente del Consiglio, presenzió alla inaugurazione del polo siderurgico di Taranto come riporta il Popolo il 20 novembre 1964, come strumento essenziale dello sviluppo meridionalistico. C’erano gli effetti moltiplicativi dello sviluppo, aumento della occupazione manifatturiera, crescita dei redditi. C’era un contesto fatto di impresa a partecipazione statale, la politica meridionalistica, la diffusione delle infrastrutture con la autostrada Adriatica Bologna - Bari,l’asse Bari Napoli, l’autostrada del Sole, un insieme integrato per ridurre il costo di trasporto e favorire gli scambi Nord - Sud sia dei prodotti industriali che di quelli agricoli. In quegli stessi anni nasce sempre lì, cementificio Cementir. Il polo siderurgico non nasce a caso. Trova ancoraggio nella legge per il mezzogiorno presentata da Antonio Segni e da tutti i Ministri, la 634 del 1957, approvata in pochi mesi, che offre gli strumenti con i consorzi e le direttive di sviluppo industriale. Relatore di maggioranza fu Michele Marotta mentre quello di minoranza Giorgio Napolitano che nella visione della sinistra, offrì un contributo di proposte positive nella elaborazione della legge. 
Questo era il contesto. Poi la storia è stata demonizzata con la cancellazione delle politiche meridionalistiche e delle partecipazioni statali in nome della ideologia liberista. Oggi i post ideologici vorrebbero utilizzare la cassa depositi e prestiti senza neppure i controlli del Parlamento così come avveniva correttamente in presenza di intervento pubblico in economia. Ma mancano le idee e soprattutto una visione di insieme così come aveva indicato Moro per il
quale il “sistema economico meridionale non è più una appendice inerte da sollecitare con scelte per così dire “esogenere” al sistema stesso, ma, autopropulsivo, sempre più integrato nella economia nazionale”. 
Non a caso quell’intervento di Aldo Moro fu titolato da Giuseppe Rossini nel volume terzo degli Scritti e Discorsi così: Democrazia e progresso sociale 

COMUNICATO STAMPA

 

Giovedi 14 novembre 2019

 

VIA ALLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI FIRMATO IERI L’ATTO COSTITUTIVO DEL NUOVO POLO DI CENTRO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DC

 

E’ stato firmato ieri a Roma l’atto costitutivo della FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI. Per la prima volta i partiti, le associazioni e i movimenti che si ispirano al valore primario dell’umanesimo cristiano si uniscono in un comune progetto politico. Con l’obiettivo di dare vita ad un partito centrista che recuperi la cultura politica e l’identità che sono il presupposto della democrazia.

Il nuovo soggetto politico unitario punta a superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese ed a costituire una vera alternativa all’estremismo di destra e al populismo che si impone per la mancanza di un riferimento valoriale forte come quello del popolarismo.

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Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato GRASSI (DC), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti) Maurizio EUFEMI (Associazione Democratici Cristiani) unitamente a parlamentari, e 40 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.

La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla più ampia collaborazione con le forze disponibili alla difesa e integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione che è aperta all’adesione di movimenti, di associazioni, che si ispirano al popolarismo. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)

SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

ROTONDI, BINETTI, GARGANI, TASSONE, GRASSI, BONALBERTI, CESA E FIORI ANIMANO IL COMITATO PROVVISORIO CHE LAVORA ALLA PRIMA ASSEMBLEA COSTITUENTE

DELLA FEDERAZIONE CHE SI ISPIRA AI VALORI DELL'UMANESIMO CRISTIANO.

Centro di Cultura e di Iniziativa Politica

   “ Leonardo da Vinci”

 

Da: Centro Studi Leonardo da Vinci

Via della Colonna Antonina 36, Roma

Tel 06.6794253

 

COMUNICATO STAMPA

 

VIA AL NUOVO POLO DI CENTRO, SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

 

Si è costituita ieri, mercoledì 30 ottobre a Roma presso il Centro studi Leonardo da Vinci la FEDERAZIONE TRA I PARTITI E I MOVIMENTI CHE SI ISPIRANO ALLA TRADIZIONALE POPOLARE DELLA DC: hanno aderito 25 organizzazioni che si sono dati come programma la preparazione di un nuovo soggetto politico unitario per superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese. 

 

I firmatari del documento come manifesto politico della federazione, sono consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese e della presenza di una destra estrema, eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi che ha attraversato il centro e la sinistra.

Con l’incontro svoltosi si mette la parola fine alla diaspora democratico cristiana durata oltre venticinque anni.

 

Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato GRASSI (DC), Gianfranco ROTONDI (Forza Italia), Publio FIORI (Rinascita popolare), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti) unitamente a parlamentari, e 25 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.

La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

 

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla partecipazione di movimenti, che si ispirano al popolarismo per la difesa della Costituzione.

 

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

 

“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)

 

Via Colonna Antonina,35 – 00186 – Roma                                                        Tel. 06.6794253 – Fax 06.6790868

 

Testo del Patto

 

I sottoscritti 

 

consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la 

costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e 

cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si 

erano affermati dopo le elezioni del 2018; 

consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla 

costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che 

abbiamo patito in questi anni; 

consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra 

eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra; 

consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche 

che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi 

un nuovo soggetto politico 

 

RITENGONO 

che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti 

saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un 

nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il 

naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e 

populiste, per affermare i valori democratici e liberali; 

invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al 

costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per 

seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della 

federazione

propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, 

possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando 

vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da 

quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione; 

propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, 

all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, 

o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio 

gruppo; 

propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i 

singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da 

adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali 

regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere; 

auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge 

democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 

con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi 

politici e protagonismo all’elettore. 

 

Letto, condiviso e sottoscritto dal 24 /09/2019 al 15/10 /2019 

Giuseppe Gargani (DC) 

Filiberto Palumbo (ex comp. C.C.) 

Mario Tassone (NCDU) 

Lorenzo Cesa (UDC) 

Antonino Giannone (Circoli Insieme) 

Renato Grassi (DC) 

Gianfranco Rotondi (FI) 

Giuseppe Rotunno (Civiltà dell’Amore) 

Ettore Bonalberti (ALEF – Associazione Liberi e Forti) 

Publio Fiori (Rinascita Popolare) 

Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani) 

Mauro Scanu (Iniziativa Cristiana) 

 

 

Sisma: Ussita non può finire come il Belice

Sabato 5 ottobre ore 10,30

Dobbiamo ringraziare quanti hanno voluto raccogliere il nostro invito per una riflessione libera, senza condizionamenti sullo stato della ricostruzione nelle aree del sisma del centro Italia e a Ussita in particolare.

Alcune considerazioni introduttive.

Abbiamo fatto la nostra parte anche manifestando a Montecitorio in una piovosa giornata di maggio.

Dobbiamo vincere la rassegnazione di chi non crede più a nulla, alle promesse ripetute. Respingiamo le critiche di quanti ormai dicono non c’è più nulla da dire e da capire, perché è chiara la strategia dell’abbandono. Non a caso abbiamo richiamato il terremoto del Belice, per i ritardi cinquantennali nella ricostruzione con le contraddizioni di anfiteatri e strade inutili.

L’iniziativa è stata assunta dalla lista Ussita insieme per la ricostruzione che ha tenuto sempre alta l’attenzione sul post terremoto con una battaglia democratica, nelle sedi istituzionali, nel consiglio comunale, con iniziative e evidenziando lacune, contraddizioni. La stella polare è stata la legalità e la trasparenza.

La politica non si fa con i comunicati stampa. Si fa verificando i risultati giorno per giorno, incontrando le persone, ascoltando anche quando questo è disagevole. Per questo voglio ricordare i presenti che hanno sottratto tempo alla famiglia a quasi tre anni dalla seconda grande scossa di fine ottobre 2016. Un pensiero va anche a quanti ci hanno lasciato, a quanti soffrono disagi incalcolabili e a quanti sono stati colpiti nella malattia.

L’incontro fortemente voluto perché a Ussita scelte incaute hanno portato al fallimento delle giunte comunali. I risultati sono sotto i vostri occhi. Una ricostruzione che non decolla. Né possiamo aspettarci molto da una gestione commissariale in comune. Nei giorni scorsi è atterrato e passato il Presidente del Consiglio, peraltro senza neppure fermarsi ad incontrare la popolazione che vive nelle casette SAE, ma nell’incontro di Castello, molti comuni hanno fatto sentire la loro voce, ma il Comune di Ussita era afono del rappresentante della comunità. Non può essere un rappresentante prefettizio capace di richiamare e risolvere i problemi che sono di tutta evidenza.

Che dire poi di un incontro che è stato silenziato, nel senso che la stampa non è stata ammessa ad ascoltare le prese di posizioni dei sindaci, quali rappresentanti delle comunità.

Sono molte le cose che non vanno.

La nomina a Presidente del Parco dei Sibillini di un docente universitario specializzato in veterinaria non ci entusiasma, quasi che si volesse privilegiare l’ambiente animale con lupi, orsi, cinghiali ad una visione antropologica del parco favorendone uno sviluppo in cui la persona umana sia protagonista. Siamo allo sviluppo imposto e non partecipato o proposto. Si afferma la mera conservazione senza un nuovo sviluppo che porti ad funzione razionale e antropologia delle risorse umane. Quale è il ruolo delle comunità. Azioni utili tra chi vie in montagna, chi vive di montagna e chi vive per la montagna.

E’ stata richiamata la legge per la montagna del 94 che trova un ancoraggio nell’articolo 44 comma 2 della Costituzione per iniziativa di quel grande costituente che fu Gortiani di Tolmezzo un geologo, passato alla storia non certo come Farabollini che ha atteso 10 mesi per nominare della commissione di esperti, il cts.

Per non parlare delle ordinanze osservate dalla Corte dei conti, la 80, 84, 85,86 autentico capolavoro della burocrazia, di cui sono state chieste modifiche tanto è che il commissario ha dovuto sospendere. La ordinanza 80 modificava ben 14 ordinanze precedenti a cominciare dalla 4 del novembre 2016, revisionata una decina di volte. Non stiamo scherzando. Questo è il pasticcio cui di troviamo dinanzi. Dobbiamo ringraziare Mario Sensini e Sibilla on line per l’accuratezza con cui indaga sul terremoto.

La zona franca va benissimo ma è a un livello di governo nazionale e comunitario che finisce per appartenere al libro dei sogni.

L’opacità del sito dell’Ufficio Speciale Ricostruzione è di tutta evidenza. Non è stata fatta una distinzione reale per province, ma dentro Macerata hanno inserito Ancona e Pesaro Urbino e dentro Ascoli, la provincia di Fermo. Quasi a volere nascondere qualcosa.

Non vengono indicati quotidianamente i progetti approvati così da vedere il reale stato di avanzamento. Perché non viene messo un contatore dinamico delle pratiche, dei finanziamenti, del volume finanziario del validato e di quanto resta.

Assistiamo al paradosso che i comuni dell’area focale sono in forte ritardo. Tolentino ha avuto 58 milioni per la ricostruzione privata, con 128 pratiche di ricostruzione pesante, 108 delocalizzazioni, 145 ricostruzione leggera, rispetto a Caldarola 11 milioni, Matelica 16 milioni e San Severino 28 milioni. Non vuole e non deve essere una guerra tra poveri, ma solo una verifica.

Da una analisi effettuata è emerso che i più forti ritardi si registrano nelle aree più colpite dal sisma:

fino a 10 km dall’epicentro 376 pratiche presentate e contributi erogati 10.817.306;

tra 10 e 25 km pratiche 1.495 e contributi 68.607.587

tra 26 e 42 km pratiche 2.961 e contributi per 169.734.092;

tra 43 e 55 km pratiche 2.217 e contributi 165.368.426;

tra 56 e 73 km pratiche 958 e contributi per 40.899.608; tra 74 e 95 km pratiche 117 e contributi 4.024.538; tra 96 e 12 km pratiche 4 e contributi erogati 0.

Abbiamo riscontrato positivamente come il comune di Sarnano offra, a metà luglio, un trasparente quadro delle pratiche di ricostruzione privata: 209 pratiche presentate, 177 verificate, 32 in attesa di ammissibilità, e poi quelle rigettate, quelle in istruttoria, i decreti di concessione, il totale dei finanziamenti 8,206 milioni e le 54 pratiche all’u.s.r.

Quindi un plauso al sindaco di Sarnano.

Al Presidente Pirozzi vorrei segnalare una contraddizione della Regione Lazio. Lo sa Presidente che nel Lazio si paga una tassa sismica per i loculi cimiteriali pur essendo i cimiteri luoghi pubblici e la tassa viene fatta pagare anche se l’indagine geologica è stata ormai acquisita? Forse questo balzello andrebbe soppresso.

E’ semplice e facile chiudere le zone rosse, ma la più coraggiosa avrebbe dovuto prevedere una selezione, una accurata verifica della situazione. Forse ci si illudeva che quello era il modo, un metodo vecchio, per avere più risorse.

Poi ci sono le problematiche delle chiese. Ma tutti noi sappiamo che non sono la priorità. Le chiese delle 10 frazioni erano sostanzialmente chiuse. Quella autenticamente attiva era la Pieve. I beni ecclesiastici hanno un percorso separato, ma anch’esso irto di ostacoli. Scontano l’insufficienza del personale preposto alla sovrintendenza di Macerata che si trova a gestire un volume di pratiche superiore alle forze disponibili.

Per Ussita iI file dell’USR, verificato al 20 settembre 2019 nelle sue 239 pagine presenta 2818 progetti approvati sui 5255 pari al 53, 62 per cento. Per Ussita 15 progetti approvati dei 67 presentati, di cui n. 6 categoria 9, n. 7 categoria 4 e n. 2 di categoria 19 per un finanziato di 2.892 milioni praticamente quasi tre milioni di cui la metà vanno a due progetti.

Poi si potrebbe parlare di tante altre cose, come lo stoccaggio delle macerie creando dei siti intermedi rispetto all’area focale, il problema del calcolo dei contributi rispetto alla superficie lorda e netta in conseguenza nei nuovi materiali utilizzati, l’opportunità di dedicare personale della USR alle aree focali e alle perimetrazioni, la sollecitazione agli interventi a protezione delle frazioni a rischio, sia con mitigazioni delle acque che con rimboschimenti e molto altro.

Credo che la mia introduzione possa finire qui. Voleva essere solo una provocazione suscitando le vostre riflessioni arricchendo il dibattito con ulteriori stimoli a individuare quelle indicazioni utili a rimuovere le macerie di una ricostruzione che non decolla.

Siamo troppo legati a questi luoghi per appartenere al partito della strategia dell’abbandono. Fare presto. Il meglio è nemico del bene.

Ussita 5 ottobre 2019

 

 

Commemorazione di Renzo Patria

Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica

IN RICORDO DI RENZO PATRIA

Giovedì, 17 ottobre 2019
Ore 15,30
Sala Aldo Moro
Piazza Montecitorio – Roma

Saluto dell’on. Gregorio Fontana Questore della Camera dei Deputati
Intervengono: on. Antonello Falomi Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari

Prof. Giulio Alfano
On. Gerardo Bianco
On. Maurizio Eufemi
Dott. Fabrizio Palenzona
Testimonianze

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R.S.V.P: 06/67603170 – 3139
E mail: ass_ex_parlamentari@camera.it

L’accesso alla sala - con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta - è consentito
fino al raggiungimento della capienza massima

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Intervento del sen. Maurizio Eufemi:
 

E’ difficile ricordare in  pochi minuti una amicizia lunga quaranta  anni, fin da quando,  Renzo entrò a Montecitorio nel lontano 1979.

C’è il rischio che le emozioni, i ricordi personali, i sentimenti prevalgano sulla ragione e su una lettura meditata dei passaggi della vita, soprattutto se lo facciamo in questa Sala per noi così carica di ricordi.

La vita parlamentare di Renzo Patria si intreccia con la mia, che seguivo per il Gruppo parlamentare l’area economica. Renzo Patria fu sempre componente della Commissione Finanze e Tesoro,  fino a diventarne Presidente nella XIV legislatura.

Per quindici anni abbiamo condiviso scelte politiche, avvenimenti di vita parlamentare e quelli personali. Era una vita parlamentare intensa, fatta di tanti momenti di vita comune che terminavano ben oltre gli orari delle sedute.

Aveva competenze specifiche che gli venivano riconosciute e che venivano valorizzate nell’esame dei provvedimenti in particolare sulla finanza locale, sul fisco, sulla Amministrazione finanziaria, sui quali spesso veniva chiamato a svolgere il ruolo di relatore, così come sul bilancio dello Stato dove non mancava di intervenire.  Era in fondo il riconoscimento della sua specializzazione, delle sue competenze, delle sue relazioni e della sua sensibilità in una Commissione dove era forte la professionalità dei suoi componenti. Era la commissione per citare dei nomi, degli Usellini, dei Citterio, dei Fiori, degli Azzaro, di De Cosmo,  dei Rubbi, ma anche di Felice Borgoglio, Spaventa, D’Alema padre, Sarti Armando, Vincenzo Visco e tanti altri, dove il confronto delle posizioni era di alto livello e dove la sensibilità politica doveva essere coniugata con la competenza. Le sue iniziative legislative guardavano ai settori prima ricordati, ma non mancava di porre attenzione al territorio dove il suo legame era forte, sia con la previsione di sezioni distaccate delle Corti di Appello, e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino, valorizzando il decentramento e la vicinanza su aspetti fondamentali come la giustizia e la Istruzione, come esigenza dei giovani e dei cittadini rispetto alla “lontana Torino”.

Nell’ambito fiscale sottolineò con anticipo, anche per la sua esperienza di amministratore locale la “spinta al riordino della imposizione del settore immobiliare e norme severe in materia di responsabilità per il dissesto”. Ribadiva come “la mancanza di autonomia impositiva e l’insoddisfacente impianto normativo porta a difficoltà di gestione”. Era una risposta alla esigenza e alle spinte che stavano maturando, anche con fratture politiche, per l’autonomia sostanziale degli enti locali. Tutto questo con largo anticipo rispetto alle concrete  innovazioni nell’ordinamento. Il suo impegno parlamentare sui problemi ambientali è contrassegnato dalla lunga azione sull’Acna di Cengio e sulla Val Bormida che lo coinvolgerà con numerosi atti di sindacato ispettivo nella decima legislatura.

Soltanto alcuni anni dopo, nel 1994, si arriverà alla istituzione della commissione monocamerale di inchiesta.

Interpellanze, mozioni parlamentari erano seguite passo dopo passo, non azioni estemporanee, ma con la piena consapevolezza dell’obiettivo da raggiungere anche attraverso un confronto duro con il suo partito la DC, con la stessa maggioranza e con il Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo. Gerardo Bianco in quel tempo Vicepresidente della Camera dovrebbe ricordare una di queste sedute movimentate. Muovevano i primi passi le politiche di compatibilità ambientali per l’assenza di controllo nei decenni nelle produzioni inquinanti. Sottolineò la necessità di prevedere processi di risanamento per rendere compatibili le produzioni con l’ambiente e di istituire autorità ambientali, perché i rischi ambientali superano i confini amministrativi delle provincie e delle Regioni e degli Stati. E’ stato così per Chernobil come per le fabbriche della Germania Est che inquinavano le foreste della Baviera. Era così per la Val Bormida. In una occasione la sua penetrante attenzione ai testi in discussione gli fece scoprire che un punto del dispositivo della mozione Matulli, quindi del responsabile Ambiente del suo partito, era scomparso nel testo in votazione. Non era cosa di poco conto perché prevedeva di “assicurare che nessuna attività produttiva sia avviata prima che venga attivato integralmente il monitoraggio” ( di cui al punto 2). Un vero e proprio giallo. La sua Mozione non fu approvata. Rimase fermo sulla sua posizione, ma fu un alto momento tra i partiti e all’interno della stessa DC dove il confronto democratico era un valore assoluto.

Lo studio di quei problemi ambientali lo portò a presentare trenta anni or sono una iniziativa di riforma della Costituzione per la tutela dell’ambiente, del paesaggio, e il patrimonio storico della nazione per promuovere la collaborazione internazionale per la salvaguardia dell’ecosistema. Sono questioni recentemente richiamate dal Presidente del Consiglio Conte nelle recenti dichiarazioni programmatiche di agosto. Metteva la persona umana al centro degli interessi per la salubrità degli ambienti di vita e di lavoro.

La sua iniziativa costituzionale per la detrazione fiscale delle spese per l’istruzione eliminando la sperequazione tra istituti pubblici e privati si muoveva all’interno della cornice costituzionale degli articoli 33 e 34 della Costituzione.

Ma è sul bilancio interno che emergeva la sua sensibilità istituzionale. In un suo intervento del 1983 non v’era solo il riconoscimento formale della Presidenza Iotti, per le grandi trasformazioni della Camera dei Deputati in atto come la creazione dell’Ufficio di Bilancio, una innovazione specifica, come strumento di valutazione della spesa e la creazione della struttura per la redazione dei testi legislativi o come il trasferimento della biblioteca e la sua trasformazione in Biblioteca di ricerca. Non mancava di sottolineare la “urgenza di recuperare la centralità del Parlamento”. Quel Parlamento che oggi si vuole limitare nelle sue funzioni di rappresentanza e con idee strampalate sulla democrazia diretta.

Poi nell’ultima sua legislatura quella dal 2001 al 2006 voglio ricordare la sua azione in difesa del ruolo e della funzione delle Banche popolari e di credito cooperativo, come fu attivo protagonista, quando il Paese fu attraversato da scandali finanziari, nella indagine conoscitiva sui rapporti tra le imprese, i mercati finanziari e la tutela del risparmio che portò alla definizione di una buona legge, la 262 del 2005, che ancora oggi riscontra notevoli apprezzamenti, per le profonde innovazioni nelle infrastrutture normative introdotte a tutela dei risparmiatori.

Auspicò come “adempimento al dovere del legislatore di accendere un faro che indichi la strada per la ricostruzione di una etica finanziaria” come sollecitato da Ciampi, ma al tempo stesso “la politica doveva recuperare un ruolo primario se non vogliamo – disse – che la finanza e i poteri forti siano essi a dettare l’agenda anche alle Istituzioni elettive”. Come sono attuali queste parole!

Aveva la grande preoccupazione di evitare il rischio di far ricadere sulle Istituzioni la crisi che colpiva i partiti politici nei primi anni novanta “pena l’irreparabile decadenza della nostra democrazia”. La tutela delle condizioni di vita e di lavoro dei deputati non poteva, secondo Renzo Patria, essere intesa “quale tutela di privilegi individuali e corporativi, ma va ricondotta nell’ambito suo proprio e cioè  di garanzia della funzione di rappresentanza popolare che i membri del Parlamento esercitano”. “Delegittimare il Parlamento significa sconfiggere la sovranità popolare facendo prevalere con la piazza minoranze velleitarie e  violente ma non per questo meno pericolose per le sorti    della democrazia del nostro Paese.

Sapeva ascoltare i fermenti della società civile. “Sarebbe semplicistico e colpevole - disse in Aula - se ignorassimo le domande, e non ci accorgessimo della profondità della crisi che è di identità e di credibilità dei nostri comportamenti”.

Riteneva preminente l’obiettivo  di restituire le Assemblee legislative alle loro finalità più vera, la sede nella quale si operano  scelte nell’interesse dei cittadini.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità,  poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare” per renderlo sempre più libero dai condizionamenti dei partiti e dei Gruppi. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera.

Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”.

Per Renzo  “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera  le condizioni necessarie di autonomia per il  pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”.  L’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a svolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica funzioni che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

Nel suo agire quotidiano portava avanti l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana. Forte era la sua Fede democratica. Sentiva profondamente il contatto con il mondo cattolico da cui era stato formato. Ripeteva “dobbiamo ripartire dagli oratori e dalla società civile”. Nella diaspora non cancellò le amicizie, ma mantenne rapporti cordiali senza rancori.

L’associazionismo nelle sue varie forme e articolazioni era il momento per portare avanti insieme le idee. Fino all’ultimo istante è stato protagonista nella Associazione Democratici Cristiani dove mi volle fortemente.

Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno nella vita degli ex parlamentari per tredici anni di cui otto anni con responsabilità comuni con Gerardo Bianco e poi con Antonello Falomi. Abbiamo avuto altri intensi momenti di vita vissuta. Nella Associazione ha potuto traslare tutta la sua esperienza nella gestione quotidiana dei problemi grandi e piccoli, anche rispetto all’ondata di populismo e antipolitica, soprattutto nella valorizzazione di un corpo intermedio con le sue regole ancorate ai valori costituzionali, che non erano un retaggio del passato,  ma la stella polare dell’agire quotidiano.

Ha partecipato con entusiasmo alla promozione di iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano per l’Expo, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia. Portava la sua esperienza istituzionale, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava  l’odio sociale contro il Parlamento con una campagna antisistema  volta a ridurne ruolo e funzione, Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle quotidianamente.

Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti quotidiani, permanenti.

In venti anni di presenza in Parlamento, i  numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di  900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”.

Volle dotare la nostra Associazione del proprio vessillo come simbolo di unità e di rappresentanza perché nelle manifestazioni ufficiali fossimo presenti con il coraggio e l’orgoglio della nostra storia senza distinzioni partitiche.

Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria e fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i  valori per i quali ha lottato nella sua vita.

Roma, 17 ottobre 2019 - Sala Aldo Moro - Montecitorio

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servizio fotografico sull'evento

Incontro - dibattito su USSITA

Una finta flat tax

Sta avanzando la proposta di una flat tax sui redditi incrementali. Si tratterebbe di rispolverare una vecchia idea dei FdI. Del resto questo partito è ormai stampella del governo. Ma evitino di spacciarla per flat tax. È una cosetta  molto mini che va nella stessa direzione della flat fino a 65 mila euro per le le partite iva. Anzi andrebbe ancora a loro perché la categoria del reddito fisso, sia dipendenti che pensionati non ha, anno su anno, rilevanti incrementi di reddito tali permettere grandi guadagni fiscali, così da giustificare una flat tax che violerebbe il principio di uguaglianza e di proporzionalità. Per i dipendenti c’è già la tassazione per i premi di produttività. Sono riformicchie che guardano a pezzi di elettorato delle forze di governo piuttosto che alla generalità dei cittadini con un linguaggio di chiarezza e di trasparenza come sarebbe necessario.
 È solo un modo per poter dire che è stata introdotta la flat tax ad uso dei social, dei Twitter e di Facebook, senza misurarne gli effetti concreti e soprattutto senza rilevanza, con limitatissimi effetti sulla finanza pubblica e quindi praticabile senza obiezioni a Bruxelles. Con questa finta riforma i conti pubblici non vengono messi a rischio.
Non è una riforma alla Vanoni, così per dire.

Attualità del pensiero di Keynes


Pomeriggio letterario, ieri nella sede dell’Abi, con un pubblico numeroso (docenti, parlamentari, servitori dello Stato, amministratori, studiosi compreso il presidente della Consob Paolo Savona) che ha sfidato il caldo torrido dell’estate romana. La presentazione del recente libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese è stata l’occasione per un confronto pubblico, profondo e ricco di aneddoti, sulla attualità del pensiero di Keynes. Ne hanno parlato gli autori insieme al Professore Sabino Cassese e all’economista Pierluigi Ciocca, giá Banca d’Italia.
Giorgio La Malfa ha confessato che con questa opera ha voluto “pagare un debito alla formazione che ebbe  Cambridge negli anni sessanta” , quando frequentando quella università inglese frequentò gli allievi di Keynes. 
Si è certamente parlato della rivoluzione Keynesiana, dell’attacco di  Keynes alla cittadella della  ortodossia, con un assalto alla cittadella del pensiero classico,  con la lunga  genesi della Teoria generale nel convincimento che il mercato da solo non ce la fa e richiede azioni consapevoli ponendo alternative al capitalismo che non ė capace di creare piena occupazione. Nel  1935 scriveva “ la difficoltà non risiede  nelle nuove idee ma nelle vecchie che risiedono in ogni angolo della mente”. Prima del 1936, dunque  prima di Keynes prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse e che i governi dovevano astenersi dall’intervenire. Anche Von Hayek sosteneva l’astensione e  che ci  sarebbe il lento riadeguamento della produzione  Il problema, nel secolo scorso fu purtroppo superato solo con il ricorso alle guerre. Toccò alle guerre ridare lavoro.  Certo la spesa pubblica ė un oggetto pericoloso e va maneggiata con prudenza, soprattutto dai responsabili politici. 
Guardare all’oggi significa prendere coscienza che la rivoluzione tecnologica porta a produzioni con pochissimo lavoro,  con il rischio di cattiva distribuzione della ricchezza  e solo la mano pubblica può correggere i livelli della occupazione e della distribuzione del reddito. Purtroppo anche nelle università si è tornati a diffondere ed insegnare teorie ottocentesche.  Quindi oggi le teorie di Keynes andrebbero maneggiate con prudenza pensando ai nuovi protezionismi, alla sovranità limitata, ai minibot o a mini monete  o a quota cento e a quanti insidiano perfino il capitale della Banca d’Italia.  Keynes non era per lo Stato spendaccione; l’intero bilancio deve essere in equilibrio se non in pareggio; agire sulla composizione del bilancio e sulle infrastrutture produttive, che nulla hanno a che vedere con il bilancio in deficit. La forza del moltiplicatore degli investimenti è diversa da quello per le spese correnti. 
Keynes propone di abbandonare lo stato ottocentesco per entrare in un socialismo liberale, proteggendo l’individuo, la sua iniziativa, la sua proprietá. 
Lo Stato deve assumersi la responsabilità di intervenire. Solo lo Stato può rimediare e può entrare in gioco come fattore equilibratore, assumendo una responsabilità crescente negli investimenti. Stato e mercato sono padre e madre dell’individuo. 
Il libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese per la collana dei Meridiani dell’editore Mondadori  con  la ricchezza di un saggio introduttivo di 100 pagine di Giorgio La Malfa e  di 500 note (bibliografiche, storiche, di relazione, biologiche o letterarie) restituisce forma e sostanza al pensiero di Keynes per il quale l’economia deve avere una importanza secondaria rispetto “all’arte della vita”. Assume, oggi,  un grande significato politico oltre e che letterario soprattutto nel tempo della crisi dell’Unione Europea sopraffatta dalla ventata di ordoliberismo che porta ai rischi della deflazione, scoraggia la domanda privata, genera insicurezze, disuguaglianze,  risentimenti nei ceti medi e piccoli li borghesi. I pericoli sono elevati è ancora non sufficientemente percepiti. 

 

    

Servire non servirsi

Dibattito all’Istituto Sturzo promosso dall’isle su ”Servire non Servirsi “ la prima regola del buon politico, con Il Prof.Traversa Pino Pisicchio, Gerardo Bianco, Cesare Mirabelli, Mons Vincenzo Paglia e Luciano Violante.

Il confronto è stato di alto livello. Ho preso un pò di appunti per non smarrire interessanti considerazioni.
Si è tenuto nell’anno del centenario della fondazione del Partito Popolare nella disattenzione degli organi di informazione come ha sottolineato Pino Pisicchio illustrando la figura di Luigi Sturzo politologo.
Gerardo Bianco si è soffermato sul pensiero sturziano partendo dalla commemorazione di Sturzo fatta da Aldo Moro al Teatro Eliseo nel 1959 con il richiamo a Sturzo “ che ha scoperto nella autonomia dello Stato  la moralità della politica”, poi la battaglia contro la corruzione, la riscoperta dei valori umani alla base del tessuto, la scelta in favore dei Comuni piuttosto che verso le Province e i Comuni, e il ruolo delle grandi forze politiche per il riscatto delle classi popolari, il PPI sturziano che nasce come partito intransigente per usare na giudizio di De Rosa , non moderato rispetto alle scelte Gentiloni anche quindi non di supporto o di subordinazione alle classi dominanti. La lezione di Sturzo come vademecum al servizio della Nazione. Un invito a leggere il carteggio con il fratello con cui esamina l’illuminismo e le conseguenze della secolarizzazione. Tu ciò ciò oggi sfugge alla cultura italiana. Il Prof. Cesare Mirabelli si è soffermato sui valori etici in particolare su Sturzo che rientra in Italia nel 1946 con  la nascita della Repubblica, l’attenzione verso il recupero della moralità non nelle istituzioni pubbliche, ma anche nella comunicazione con la diffusione di notizie false, il degrado non solo della classe politica ma anche di altri settori che lascia oggi perplessi, il tradimento del giuramento scritto nella Costituzione.
Per Mons Paglia oggi il bene comune non è più alla base della polis. Non si parla più di bene comune.
La globalizzazione imperfetta non è governata. Ha creato un mondo unito nella economia ma non è stato accompagnato nella solidarietà con ingiustizie trasversali in tutti i Paesi specialmente nella egocrazia , una società liquida da si salvi chi può, un individualismo narcisistico patologico. Il narcisismo ha preso il potere e non è sentito come una colpa. Si è ferita a morte la dimensione di socialità alla base della Polis. La Costituzione è una lingua comune. Oggi manca il sogno comune. Ognuno pensa di essere il palatino del popolo che lo ha votato. Ritessere un linguaggio comune è esigenza imprescindibile. Esprime preoccupazioni per gli attacchi a Papa Bergoglio che assumo i caratteri di attacco dottrinale. Luciano Violante dopo avere ripreso le valutazioni di Mirabelli sull’articolo 54 della Costituzione ha ribadito il dovere della competenza. La politica riguarda la organizzazione della società ed è potere e servizio. Quale è l’interesse della società. Se uno vale uno la mia ignoranza vale come la mia conoscenza. Richiama otto principi che vanno nella direzione del principio sturziano “servirsi per servire”.
L’altro potrebbe avere ragione;
La Repubblica Romana sapeva chiudere i conflitti;
Quale è la forza della politica: la credibilità la reputazione che è come tu rispetti gli altri; la credibilità ci vuole molto a conquistarla e si perde in un giorno;
la politica è una comunità di eguali; costruire la comunità; la morale per costruire una comunità ;
Le persone vogliono un rapporto umano; conoscere il dolore della gente;
I leader del passato stavano dentro una comunità; il capo dipende da come nasce.
Bisogna studiare; istruitemi ho bisogno della vostra intelligenza.
La politica deve risolvere i bisogni.
Non si può fare tutto quello che che si può fare. C’è un limite che deve essere posto;
Guardare e studiare i fatti. Il politico spiega i fatti.
La considerazione finale di Violante è rivolta ad Aldo Moro con la sua lettura del caso Lockheed laddove diceva  di guardare ai fatti e che un grande partito popolare non può essere condannato per la colpa di qualcuno.

In ricordo di Renzo Patria

 

L’Associazione Democratici Cristiani piange la scomparsa del suo socio sostenitore Renzo Patria, e si stringe al dolore della famiglia. Renzo Patria ha partecipato come protagonista attivo al lavoro, alle iniziative e alle scelte di questa piccola comunità di idee e di passione politica nata su impulso di Carlo Alberto Ciocci insieme a Gaetano Morazzoni, Ivo Butini, Giorgio Spitella, Lorenzo Cappelli, Danilo De Cocci, Emilio Neri, Mario Pedini, Angelo Sanza, Michele Zolla , Giulio Alfano, Giovanni Maria Venturi, e tanti altri che hanno voluto e vogliono difendere e tenere alta l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana.

Con Renzo Patria scompare uno stimato parlamentare della DC, che dopo le esperienze nelle amministrazioni locali viene eletto in Parlamento nel 1979 e nelle successive elezioni fino al 1994. Tornerà poi in Parlamento nel 2001 nella lista di Forza Italia. In quella legislatura ricopri l’importante ruolo di Presidente della Commissione Finanze e Tesoro, in un periodo particolarmente delicato per il Paese, attraversato da scandali finanziari che portarono dopo una importante e laboriosa indagine conoscitiva sul sistema delle imprese e i mercati finanziari, alla riforma del risparmio, una riforma positiva per adeguare le infrastrutture normative alle esigenze del Paese. Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno alla vita della Associazione ex parlamentari per 13 anni, di cui sette come Vicepresidente Vicario della Presidenza di Gerardo Bianco con iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia che fu un momento di particolare gratificazione per il successo della manifestazione. Si trattava di un “volontariato istituzionale” di cui Renzo Patria andava fiero portando la sua esperienza di 10 anni come segretario di Presidenza della Camera e di 2 anni come Questore sotto la Presidenza Napolitano, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava l’odio sociale contro il Parlamento. La campagna antisistema era funzionale a ridurre il ruolo e la funzione del Parlamento attraverso la esaltazione del populismo e del sovranismo. Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle.

Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti permanenti. Sul piano politico parlamentare era componente della Commissione Finanze e Tesoro. Era un profondo conoscitore della materia delle banche popolari, degli enti locali, delle dogane, dei monopoli. Interveniva sul bilancio dello Stato e sulla finanza locale, proprio perché sapeva che quello era il momento più alto del rapporto tra Governo e Parlamento. L’attenzione al territorio è dimostrata dalle iniziative parlamentari per il distacco delle sedi giudiziarie e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino. In venti anni di presenza in Parlamento, i numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di 900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”. Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria, ma fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i valori per i quali ha lottato nella sua vita.

 

Quando già le sue condizioni di salute non gli permettevano di venire a Roma con l’intensità del passato, mi ”costrinse” ad un impegno più forte nella nostra Associazione. Non potei rifiutare di fronte a tanta sollecitazione, nonostante i miei gravi problemi famigliari. Il nostro Segretario Generale Giovanni Eurante ne è testimone.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità, poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare”. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera perché secondo Renzo Patria “siamo chiamati a che responsabilità di gestire parametri quantitativi sulla base di esigenze strettamente qualitative come non possano essere considerate le decisioni di governo politico della nostra Assemblea”. Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”. Per Renzo “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera le condizioni necessarie di autonomia per il pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”. Questo bilanciamento tra le indicate esigenze e la ponderazione sotto il profilo istituzionale delle scelte di gestione costituiscono la funzione preminente che l’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a rivolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

L’Associazione ha già assunto iniziative per ricordarne la figura a Roma, così come merita.

 

Maurizio Eufemi

Roma, 10 giugno 2019

 

Una ricostruzione a passo di lumaca 

Ieri in Senato si affrontava il decreto legge che nelle aspettative del Governo del cambiamento dovrebbe rilanciare la crescita. V’è l’illusione che intervenendo sul codice degli appalti con norme più trasparenti, elevando  l’affidamento diretto fino a 150 mila euro, con nuovi limiti alle procedure negoziate o a quelli del subappalto. Sono tutte cose fuorvianti rispetto alla posta in gioco. Forze di governo e di opposizione contrapposte in una visione ideologica sganciata dalla realtá, che richiederebbe un approccio più razionale. Le norme del decreto incideranno anche sulla ricostruzione del centro Italia, ma saranno marginali nella realtà operativa. Vi sono dei numeri che determinano allarme e che avrebbero dovuto suscitare indignazione. Sono quelli emersi per l’Umbria a tre anni dal sisma. L’ufficio speciale ricostruzione ha lavorato 500 pratiche di cui 110 chiuse, 1200 sono giacenti, quelle attese 8.000.! 
Con i tempi di lavorazione registrati, in base alla citazione di personale dell’USR per 136 comuni occorrerebbero sedici anni.! 
La riflessione dovrebbe coinvolgere i commissari straordinari alla ricostruzione, passati e presenti. 
Assistiamo ad un palleggiamento tra USR, Comuni e Regioni, che sembra un gioco dell’oca, con tempi infiniti che portano ad una strategia dell’abbandono. 
Sono state fatte molte promesse, “ non vi lasceremo solo” “ i soldi ci sono”,  coperrtura totale per prime e seconde case, ma la ricostruzione non parte. L’errore più grande è stato quello di non avere sospeso i vincoli del Parco che non hanno senso in territori devastati e che poi subiscono deroghe giuste e opportune come per  le strutture temporanee amovibili. Così come avere puntato nella ricostruzione sismica con un utopistico livello di sicurezza con una eccessiva presenza dell’intermediazione pubblica senza dare fiducia al privato con un atteggiamento che puntasse più sui controlli successivi che su paralizzanti vincoli preventivi, facendo prevalere un atteggiamento parcellizzato da forze che esaltano il verticismo e il decisionismo. 
Questo decreto è una occasione sprecata e dimostra la incapacità di affrontare i reali problemi delle zone terremotate.
L'elemosiniere elettricista

La vicenda dell'elemosiniere della Santa Sede che con un gesto di solidarietà restituisce la energia elettrica a un intero stabile, ci riporta alla realtà del dramma umano dei senza casa che lottano per vivere di fronte alle difficoltà economiche e sociali. 
C’ė una contraddizione feroce tra l'introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento e rifiutare l'erogazione di energia elettrica a quasi 500 persone tra cui donne, bambini,  disabili in uno stabile pubblico. C’è indifferenza nelle autorità pubbliche che non si domandano le condizioni di vita di quelle persone come se non fosse dovere  dello Stato assicurare una abitazione dignitosa alle famiglie in quello o in un altro posto della città ma comunque prendendosi carico del problema, affrontandoli,  non facendolo marcire nella indifferenza. Il fatto che l'immobile sia di proprietà pubblica ė ancora più grave perché non sono stati lesi diritti di privati. 
Il gesto dell'elemosiniere ė stato un ammirevole atto di coraggio della società moderna. Per chi ha conoscenza delle cose romane e vaticane sa che l'elemosiniere aiutava e aiuta quotidianamente le famiglie in difficolta con elargizioni in denaro per far fronte a ogni necessità: dai viveri alle bollette. Si presentavano al portone di Sant'Anna e ricevevano  il dono dell'elemosiniere. Cinquanta anni fa  quel ruolo lo ricopriva  Mons Venini. Ho ancora nella memoria dei ricordi giovanili quelle visioni. Le disponibilità finanziarie provenivano dalle benedizioni apostoliche che l'elemosiniere firmava con il bollo pontificio. Quindi tutti, i pellegrini,  i turisti,  aiutavano indirettamente i fratelli in difficoltà. 
È uno splendido momento di solidarietà. 
l'elemosiniere ci ha riportato a vedere le situazioni più difficili della società che viviamo con lo sguardo caritatevole e solidale piuttosto che non quello del rancore, dell'odio e della indifferenza.

Elezioni regionali in Piemonte: Mauro Carmagnola è candidato con lo scudo crociato

vedi articolo sul giornale online: Civico 20 news: http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=33006

 

Il 4 marzo non c'è più

 

Il quadro politico uscito dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018 è profondamente mutato.

Certo i numeri parlamentari non sono cambiati, ma i rapporti di forza dopo la sequenza delle elezioni regionali in Abruzzo, in Sardegna e in Basilicata, certamente si.

È cambiata la rappresentanza nella Conferenza Stato Regioni con tutto ciò che può determinare nei confronti del Governo alla vigilia di importanti decisioni sulla autonomia regionale.

In un solo la forza politica del M5S è rapidamente evaporata. In modo repentino. Ha inciso in modo profondo l’incapacità di governo e soprattutto la inadeguatezza di affrontare i reali problemi del Paese a partire da una crescita insufficiente.

 

Ora ci avviamo ad una campagna elettorale per il rinnovo della rappresentanza al Parlamento Europeo. Dopo la Brexit è tempo di aprire gli occhi e di non seguire populismi dannosi e inconcludenti.

 

Le elezioni regionali in Piemonte saranno il vero banco di prova per il centrodestra.

Resta da vedere se si manterrà fede all’accordo sul candidato presidente di scelta Forza Italia o se la Lega vorrà imporre il proprio candidato.

Per la Lega si porrà il problema della autosufficienza o della politica delle alleanze. In questo caso tutto verrebbe rimesso in discussione.

Di fronte a un delirio di onnipotenza dalle urne potrebbero venire sorprese. Nulla è escluso.

Eppure la storia politica del M5S e prima ancora quella di Renzi dovrebbero insegnare qualcosa. Il voto in assenza di partiti, se resta affidato solo alle leadership diventa fluido. I voti così come arrivano, possono andar via con la stessa rapidità, perché gli errori sono dietro l’angolo e a volte diventano irrimediabili.

 

Roma, 25 marzo 2019

Il Tatarellum, un sistema elettorale senza inganni

In Abruzzo i numeri sono lì.  Si torna alle coalizioni omogenee e sui programmi.

Non si possono fare contratti di governo, ma solo contratti elettorali.

Un centro destra vincente con la Lega che fa il grande gesto del cedere il candidato presidente alla lista di Fratelli d’Italia che non ha l’effetto lista del Presidente basti pensare alla lista Legnini che si cifra quasi al 10 per cento. La coalizione di centrodestra avrebbe vinto con un Presidente di qualsiasi lista della stessa aggregazione. La Lega paga bisogno della coalizione per governare nelle Regioni non potendo andare da sola salvo forse in Veneto. Resterebbe da sola come i Cinque  Stelle. Il Pd ha tentato la via delle liste di sostegno per aumentare i consensi. Il tentativo è stato in parte premiato ma resta insufficiente senza la prospettiva di individuare un alleato credibile che aumenti le potenzialità di sviluppo successo che porti la coalizione al traguardo del 40 cento. 
I Cinque stelle da soli, senza coalizione, non vanno da nessuna parte. Pagano i risultati negativi del governo e l’incapacità di affrontare i reali problemi del Paese sia a livelli nazionale che a livello locale. 
Il tatarellum ha contribuito a fare chiarezza tra contratto di governo e contratto elettorale imponendo scelte preventive e evitando inganni postumi. 
Forse è il migliore omaggio per il parlamentare pugliese nell’anniversario della scomparsa

 

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