...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

Incontro dibattito in occasione della presentazione del libro

“ La politica senza eredi”

presso l’Istituto Luigi Sturzo

mercoledì 1° giugno 2011 ore 17,30

Intervengono nell’ordine

Roberto Mazzotta, Presidente Istituto Luigi Sturzo

Marcello Sorgi, moderatore, già direttore del TG1 e del quotidiano La Stampa

Maurizio Sacconi, Ministro delle Politiche Sociali

Marco Follini, senatore

Gerardo Bianco, Presidente Associazione ex parlamentari

Calogero Mannino, deputato

Paolo Simoncelli, storico

Maurizio Eufemi, autore del libro “La Politica senza eredi”

Roberto Mazzotta, Presidente Istituto Luigi Sturzo


----------------------------------------------

Roberto Mazzotta, Presidente Istituto Luigi Sturzo

Direi di cominciare. Siamo rispettosi di tutte le abitudini possibili.

Sono molto lieto di portare il saluto cordialissimo dell’Istituto Sturzo agli amici che sono qui stasera, intorno a questo tavolo e agli amici presenti in sala, per la presentazione di questo ricco e succoso volumetto che dobbiamo a Maurizio Eufemi, che, per quanto riguarda diverse delle persone presenti, qui è un prezioso scrigno di ricordi. Lo dicevamo prima con Mannino leggendo il libro di Eufemi, ci siamo ricordati di tante cose che si eravamo dimenticati. E’ un soccorso quanto mai utile, anche ar diversi di noi.

Racconta storie di epoche diverse, prevalentemente vissute all’interno della DC, e penso che la lettura di queste pagine possa aiutare molto per due ragioni: la prima perché Maurizio ha vissuto queste storie dall’interno e sempre in luoghi particolarmente interessanti, prima nella struttura del gruppo parlamentare alla Camera della DC, poi direttamente lui nelle Istituzioni, ma sempre da posizioni dove nelle quali informazioni si potevano cogliere bene e la sua intelligenza poi è sempre stata una intelligenza selettiva, che non si lasciava ingannare dalle parole in più;

la seconda è perché, anche i periodi storici che Eufemi ricorda, sono stati e sono ancora oggetto di due categorie di scrittura delle cronache storie che non sono sempre segno di fedeltà. Il primo metodo una sorta di demonizzazione delle cose che sono state fatte da una parte e il secondo metodo è l’ignoranza.

Il primo metodo dipende da cattiva volontà e un pochino da malafede, il secondo dallo status sociale e culturale degli addetti che usano l’ignoranza come strumento interpretativo di cose che non conoscono per essere sostituite da giudizi. Mi sembra che il lavoro di Eufemi sia prezioso. Non so che Maurizio ha proprio tutto quello che serve a uno per essere definito uno storico. Che però perché abbia tutto serve per fare in modo che gli storici abbiano, attraverso il lavoro di Maurizio, del materiale preziosissimo questo si.

Prima di passare la parola a Marcello Sorgi che ringrazio e che modererà la discussione.

Noi viviamo in una fase molto interessante perché probabilmente si mette nel crinale di un’epoca che sta trovando le sue conclusioni e in un’altra che si apre senza capire quale è il bandolo di una apertura diversa perchè il bandolo non c’è.

Ritornare alle storie e ai fatti di periodi che sono stati quelli precedenti il grande crack di inizio anni novanta, non faccia male. Perché tutto sommato se c’è la possibilità di diagnosticare qualche possibile futuro se non si torna a qualche conosciuto e noto passato - a mio avviso -questi bandoli diventeranno ancora meno rintracciabili.

Ringrazio infinitamente Maurizio Eufemi per quello che ha scritto e per il libro che ci ha dato. E prego Sorgi di voler cominciare a fare quello che deve fare.

Marcello Sorgi, moderatore

Ringrazio Roberto Mazzotta, l’Istituto Sturzo e l’autore di questo invito che mi hanno dato la possibilità di tornare qui all’Istituto.

Dico tornare perchè ho fatto di recente, un paio di anni fa, una visita agli archivi dell’Istituto nei sotterranei e sono rimasto molto colpito. Immaginative dico la curiosità di un giornalista che si trova davanti - ne dico una - a tutte le agende di Andreotti, all’archivio di Andreotti, a una quantità di documenti degli archivi privati dei leaders, dei grandi uomini di governo democristiani come quelli che sono custoditi qua sotto.

Nello stesso tempo oltre a provare una grande curiosità ho trovato anche lo sgomento di noi giornalisti che per natura siamo portati alla superficialità, nel senso che il nostro lavoro è un lavoro che si fa sempre in tempi sincopati quindi spesso - tranne che quando scriviamo dei libri - siamo costretti a guardare la superficie delle cose. Ho trovato quello sgomento tipico di chi dice che qui ci sarebbe da lavorare forse per dieci anni. Chi avrebbe mai immaginato che sarebbero stati disponibili documenti che per decenni sono stati riservati o tenuti gelosamente nel privato dei cassetti delle scrivanie di persone così importanti.

Certo questo qui è più un mestiere da storici. Ci pensavo venendo qui. Un avvenimento doloroso come la morte di Biagio Agnes, che qui ricordo con l’affetto con cui lo ricordiamo tutta una intera generazione di giornalisti che in qualche modo ha lavorato con lui, è stata l’occasione per scambiarci delle telefonate e in una di queste telefonate che ho avuto con Ciriaco de Mita che non sentivo da tantissimo tempo, gli ho detto: sa è vero che bisognerebbe fare la storia, farla bene; è’ vero che è stata fatta quando una pensa a da De Rosa. Esistono varie storie della democrazia cristiana scritte bene da storici che l’hanno conosciuta dall’interno. Esistono biografie di Andreotti, di Fanfani, esistono le raccolte dei discorsi parlamentari.

Quello che manca, e questo il libro di Maurizio Eufemi, da questo punto di vista è felice, è una storia della aneddotica, una storia che non pretenda di raccontare tutto per filo e per segno dall’inizio alla fine, ma che si offra per lettori avvertiti come sono i lettori della politica per offrirgli e spunti di riflessione. Basta legge l’indice del libro per rendersi conto.

La prima repubblica non era tutto quel male che ne abbiamo detto e scritto e mi ci metto pure io, ma si sforzava di affrontare questioni complesse con una passione e dedizione che oggi si vedono molto meno . Eufemi ha fatto per vent’anni dal 1972 al 1992 per vent’anni decisivi, quei vent’anni che vanno dalla contrapposizione ideologica alla fine del sistema della prima repubblica il segretario del gruppo, un gruppo parlamentare che comprendeva 260-265 parlamentari l’ultima volta 230 una quantità enorme e quello del segretario è un lavoro che si fa dietro le quinte e il lavoro è molto umile. Tenere insieme un organismo così vasto e articolato come era la dc a suo tempo non è per niente facile. Il funzionamento che lui fa della legge finanziaria anche come momento di incontro di centinaia, migliaia i emendamenti, che vengono dal territorio che vengono dalle richieste dei singoli parlamentari le difficoltà del passaggio allo Sme quanto influivano i passaggi di politica, quello che rappresentò per la DC il passaggio dal compromesso storico al preambolo quando influì sulla attività parlamentari fino a cose più recenti. Fino alla stagione della diaspora in con l’avvento del maggioritario che ha reso impossibile impedito in Italia l’avvento di un grande partito di centro, un partito laico di ispirazione cattolica che tiene insieme posizioni differenti tra loro .

Fino a cose più recenti intendo fino alla stagione della diaspora con l’avvento del maggioritario che ha reso impossibile un grande partito di centro che tiene insieme cose diverse tra loro.

Quando ci accostavamo a Piazza del Gesù alla direzione della DC uno dei più vecchi di noi diceva: abituatevi perchè la DC è un partito in cui si va da quelli sono quelli vicino alle Brigate rosse a quelli che sono antifascisti ma non hanno cattivi rapporti con il mondo post fascista. Quello è stato impossibile dall’avvento del maggioritario, che è successo In Italia quello che era successo prima in Francia o in altri paesi.

Meglio di me la testimonianza di questa epoca più recente può venire dai protagonisti che sono qui. Ce ne sono a questo tavolo di molto importanti. Quando penso che Gerardo Bianco è stato segretario del PPI, oltre che a lungo Presidente del gruppo parlamentare DC, capo del gruppo dei “cento”, Marco Follini che è stato segretario dell’UDC , uno dei partiti nati dalla fine della DC. Stava molto criticamente nella gestione nel centro destra. E’ l’unico che è riuscito a provocare una crisi di governo rituale, formale, a convincere Berlusconi a fare il passaggio quello che non ha voluto fare a dicembre, delle dimissioni, del Quirinale; c’è Roberto Mazzotta di cui ricordo una candidatura contro tutte le correnti a Segretario della DC che poi lo portò a fare il Vicesegretario. Poi c’è Calogero Mannino cui sono dedicate alcune pagine più drammatiche di questo libro. Mannino è stato Ministro; è stato Segretario Regionale in Sicilia. Ormai si porta dietro il fatto di essere un uomo simbolo di un caso molto, molto brutto di ingiustizia. Si è fatto due anni di carcere e ha aspettato 17 anni per essere proclamato innocente da accuse gravi come quelle di essere in collusione con la mafia fatte a una persona che per la verità - lo dico da siciliano, da giornalista, oltre che da suo amico personale - era stato impegnato su sponda opposta di quella della mafia.

Queste testimonianze potranno dare più di quanto possa dare io.

C’è il Prof. Paolo Simoncelli, uno storico autorevole, importante che non ha bisogno di presentazioni.

C’ è il Ministro Maurizio Sacconi che ha sulle spalle alcune decine anni di frequentazione parlamentari e politica e si ricorda i tempi della collaborazione- competizione fra DC e partito socialista.

Maurizio Sacconi , Ministro delle politiche sociali

Ringrazio per la opportunità che mi date di dare di prendere parte a questi commenti, a questa buona opera di Maurizio Eufemi che ho avuto modo di frequentare nei lunghi anni alla Camera prima quando era alle spalle della nostra funzione e poi come collega al Senato era immerso nella funzione parlamentare in termini molto operosi.

Considero questo suo volume davvero un giacimento la cui utilità non si debba ricondursi soltanto alla pur necessaria rilettura di un tempo non lontano e neppure vicino, ma che troppo spesso viene liquidato sulla base delle sentenze del colpo di stato mediatico-giudiziario, che continuerò a definire tale, convinto che abbia introdotto una terribile anomalia nella nostra vicenda democratica con la quale ancora oggi purtroppo oggi facciamo i conti.

Ringrazio Maurizio Eufemi anche per avermi considerato in un capitoletto dedicato alla evoluzione delle relazioni industriali nel segno cooperativo- partecipativo evoluzione che è sempre stata auspicata dal mondo politico e sociale di ispirazione cristiana che ha collegato la propria attività alla dottrina sociale della Chiesa.

Penso che proprio il modo migliore di utilizzare il suo lavoro sia quindi di iscriverlo nel concorso di idee per un progetto che molti hanno molti hanno nel cuore e nella mente, la costruzione del PPE italiano, dell’unica casa dei moderati e dei riformisti che possa quindi riunire tutti quelli che si riconoscono nel Partito Popolare Europeo. Il risultato elettorale dei giorni scorsi ha in fondo confermato il bipolarismo; ha consolidato la dimensione bipolare che è consostanziale a quel primato della società sui partiti e sulle stesse istituzioni che deve essere compiutamente affermata rispetto a un tempo nel quale le stesse forme politiche avevano la presunzione quale più quale meno, il Partito comunista più di tutte, di organizzare la società. Mentre penso che le moderne forme politiche debbano riflettere la società che si autorganizza.

A proposito delle evoluzione delle relazioni industriali, delle forme partecipative, sogno un tempo nel quale le forme politiche possano essere fortemente influenzate in un rapporto rovesciato rispetto al passato dai corpi intermedi perchè non pretendono di organizzare la società, ma assegnano a se la funzione non meno significativa di riflettere, di esprimere la società che si aut organizza e che nel nostro paese si autorganizza così vivacemente diffusamente attraverso una straordinaria molteplicità di forme che realizzano tante opere sussidiarie.

L’aspirazione all’unico partito dei moderati e dei riformisti che si riconosce nel PPE si può realizzare nella misura in cui si afferma compiutamente una sorta di laicità adulta ovvero nel momento in cui molti credenti e non credenti si trovano intorno a una laicità che non pretende di essere autosufficiente, ma che si ancòra alla verità della tradizione, a quella verità che si è affermata nei secoli, perché consiste in valori che hanno resistito alle intemperie dei tempi e perciò si sono legittimati e quindi anche i non credenti possono riconoscere - come avrebbe detto bene Benedetto Croce - nei principi cristiani della nostra tradizione.

E soprattutto nel tempo che viviamo, nel tempo che si è prodotto con gli straordinari cambiamenti degli anni più recenti, la costruzione nel futuro di una nuova stagione di sviluppo non può non ispirarsi ai quei caratteri di integralità dello sviluppo stesso di cui parla la enciclica Caritas in veritate, non può non ancorarsi a quei valori della tradizione nazionale . Per questo parlo di laicità adulta, di laicità riconosciuta anche dai non credenti, nella necessità di essere ancorata a valori fondamentali come certamente sono quelli che pongono al centro di ogni cosa la persona in se e nelle sue proiezioni relazionali e nel momento in cui viene riconosciuta la ricchezza della persona viene inesorabilmente riconosciuto il valore della vita.

Nella dimensione privata e soprattutto nella dimensione pubblica nella quale è doveroso promuovere il valore della vita, nel senso di promuovere la protezione di qualunque fragilità umana da un lato e di promuovere la accoglienza della nuova vita tanto più che la grande sfida di un paese industrializzato, di vecchia industrializzazione come il nostro è quello del riequilibrio demografico.

Allo stesso tempo la laicità adulta deve essere compiutamente capace di ridisegnare il rapporto tra Stato e Società. Sulla base delle esperienze che abbiamo vissuto riconoscere la necessità che si affermi quel primato della società che dicevo; si riorganizzi il confine tra stato e società; si ridefinisca lo stato non minore, ma migliore nella misura in cui in cui si ridisegna nelle sue strutture, nei suoi costi nelle sue entrate, ma nelle sue regole, sulla base della antropologia positiva.

Siamo stati tutti influenzati, più o meno coscientemente, dalla antropologia negativa nell’edificare lo Stato pesante. La sfida che abbiamo di fronte a noi è invece quella, riandando ai valori della tradizione, di accettare per convinzioni e per convinzione la antropologia positiva alla base della ridefinizione dello Stato e del suo rapporto con la società. Il che significa riconoscere l’attitudine della persona a capacitare gli altri e non al contrario, a limitare la capacità degli altri. L’attitudine cioè alla socialità della persona e non il contrario, come nei fatti si è ritenuto, nel momento in cui si è prodotta una regolazione così invasiva, così pesante, così destinata inesorabilmente a rendere difficile anche la competizione globale.

Credo che forti delle esperienze che abbiamo compiuto nei decenni trascorsi, in quella che abbiamo chiamato “prima repubblica” e forti delle esperienze che si sono compiute nella faticosissima transizione successiva e faticosissima, successiva al colpo di stato, credo ci siano le possibilità di una sintesi, che si realizzi nel solco di quei valori sono presenti in questo libro nelle tantissime esperienze che ritroviamo che tutte sono riconducibili a quei valori da cui dobbiamo necessariamente ripartire. L dico io che vengo da una esperienza politica laica, e che invoco questa evoluzione della laicità anche per i non credenti, terreno comune per i tanti cattolici che vogliano impegnarsi a costruire il soggetto politico protagonista della nuova stagione di sviluppo contro ogni tentazione nichilista nella nostra società, che proprio attraverso la illusione che potrebbe prodursi in un tempo come questo della autosufficienza della razionalità tecnica, potrebbe in realtà imboccare la via di un declino irreversibile.

Grazie per il tuo buon lavoro.

Marcello Sorgi, moderatore

Grazie. Vogliamo ripartire allora da Follini, Bianco, per fare Mannino e lasciare infine il Prof. Simoncelli.

Marco Follini, senatore

Intanto questo libro parla di Maurizio Eufemi , parla del lavoro politico di una persona molto seria, molto preparata. Il nostro mestiere non va molto di moda negli ultimi i tempi. Eufemi è un buon esempio di una persona che si è dedicata con molto scrupolo, con molta dedizione, lo dico in sua assenza, così non arrossisce. E’ una persona - dal libro si evince - che ha messo molta competenza nel suo lavoro politico. C’è tutto. Ci sono i grandi valori e i piccoli, piccolissimi episodi della vita parlamentare raccontati con serenità, ma anche con grande passione civile. Naturalmente quando si fa una carrellata così lunga, attraverso gli anni della penultima e dell’ultima dc e poi gli anni del dopo, non so come vogliamo chiamarli “ seconda repubblica” e “era berlusconiana” viene inevitabile fare una comparazione tra il prima e il dopo.

Ora mi sembra che si sia depositata negli animi la consapevolezza che prima era meglio, il che naturalmente non esime noi, lo dico a Mazzotta, a Mannino e a Bianco che sono democristiani come me e forse più di me, dal porci la domanda sulle ragioni per cui quella storia così straordinaria ad un certo punto è finita ed finita anche per sua colpa e fino a quando non avremo portato fino in fondo che in un modo un po’ scabroso il ragionamento sull’epilogo della storia democristiana avremo qualche difficoltà a interpretare sia le ragioni della fine della cosiddetta prima repubblica, sia le ragioni per cui nel luogo che una volta era nostro ha preso posto una formazione politica che con noi non ha molto a che vedere. Che però sta li.

Ora ragioniamo come se stessimo alla vigilia delle elezioni che sembrano avere determinato un punto di svolta.

Come molti qui, mi sono interrogato a lungo su questo paradosso, per cui quando è nata Forza Italia si è prodotto un insediamento politico che ha raccolto il voto della grande maggioranza degli elettori DC in nome di un ragionamento, di una interpretazione del Paese di modo di vivere che molti di noi considerano agli antipodi della migliore tradizione democristiana.

Tra noi e Berlusconi ci sono stati a lungo in comune gli elettori e siamo stati invece mossi da ragioni antitetiche.

Interpreto così’. Berlusconi all’inizio ha rappresentato il tentativo di riedizione della DC privandola però dei suoi scrupoli, delle sue remore, dei suoi travagli di coscienza e trascurando il fatto che senza scrupoli, senza remore, senza travagli di coscienza semplicemente una nuova Dc non sarebbe mai potuta esistere. Questa è la differenza, che non è solo alla superficie delle cose perché certo le differenze di stile, di costume, le stesse differenze di propaganda balzano all’occhio. C’è qualcosa di profondo. C’è una idea diversa del Paese. C’è da un lato un partito che nel dopoguerra si pone alla testa della vita pubblica , quasi senza averlo rivendicato prima, la vittoria della DC fu una sorpresa una grande sorpresa per i suoi avversari ma forse anche all’inizio una sorpresa per i democristiani stessi.

Poi quella storia prosegue, sconta tutto il logoramento del potere, sconta la consumazione di alcune delle sue buone ragioni e attraversa un lungo periodo, lungo e tormentato in cui i capi più avveduti e più sensibili della Dc capiscono che quel mondo rischia di finire, che quel mondo è minato da una crisi profonda.

La lunga stagione del rinnovamento, questo continuo proiettarsi un po’ fuori da sè questo continuo immaginare come si potesse approdare ad un democrazia compiuta, e quindi anche ragionare su una democrazia cristiana che fosse all’opposizione e che comunque non fosse inesorabilmente “condannata” al governo del Paese, questo è la parte più importante e ricca di quel lascito e forse la fine della Dc ha a che vedere anche con il fatto che, all’indomani della caduta del Muro ci si illude che questo problema non ci sia più, e che, di li in avanti, il mutamento delle condizioni geopolitiche internazionali metta i democristiani in una condizione di assoluta sicurezza e quindi smettono di interrogarsi, smettono di guardarsi dentro, smettono di fare quel tanto di autocritica, che era espressione della loro sensibilità politica, ma era espressione anche della loro capacità di aderire a tutte le pieghe di un paese molto contraddittorio molto irrequieto che stava crescendo fuori dalle forme politiche che si era dato subito dopo la guerra.

La fine di quel mondo che Maurizio descrive in alcuni episodi e in alcuni passaggi, soprattutto quelli legati alla vicende legate all’economia ha prodotto una grande crisi di rappresentanza. Noi battendoci il petto viviamo come una crisi soprattutto della forse politiche, ma è una crisi più ampia.

E’ una crisi più ampia dell’associazionismo, delle forze sociali, della rappresentanza degli interessi, che ha avuto una drammatica accelerazione con la legge elettorale di qualche anno fa, e che ha prodotto di risultati paradossali. Ragiono sul risultato di Napoli dove è stato celebrato il trionfo di De Magistris.

Ogni risultato elettorale è una sentenza di terzo grado.

Però stiamo parlando di una città nella quale la metà dei cittadini non ha votato. Facevo i conti su un paradosso. A Napoli il PD che ha avuto un risultato mediocre il 16 per cento, elegge 4 consiglieri comunali; IDV che ha avuto l’8 per cento ha avuto 15 consiglieri comunali, alcuni dei quali eletti con 100 voti di preferenza. Tanti di questi episodi ci avvisano che la crisi della rappresentanza che è raccontata in alcune delle vicende di cui parla da Maurizio ha avuto una progressione negli ultimi tempi che non accenna a fermarsi.

Lo dico perché tanti di questi episodi ci avvisano che la crisi della rappresentanza che è un po’ raccontata in alcune delle vicende che racconta Maurizio ha avuto una progressione e non accenna a fermarsi e a cui illusoriamente si da l’idea che si possa rispondere con dosi sempre maggiori di populismo. Perché quella è la via di fuga. Quando si parla di populismo ognuno dei noi rivolge un pensiero particolare al principale leader del populismo del nostro paese. Ma saremmo cattivi analisti se pensassimo che l’unico populista sia Berlusconi. Non è così, ce ne sono tanti altri. E un modello come la settima enigmistica vanta molti tentativi di imitazione non tutti altrettanto riusciti, ma molti tenacemente perseguito E ci impone di andare all’osso del problema e capire meglio la differenza tra il prima e il dopo, al netto delle forze politiche .

La differenza sta qui. Prima il potere politico aveva una base socilae ampia. Il miracolo del dopoguerra è figlio di tante famiglie povere che hanno visto i loro figli, i loro nipoti scalare la cima della piramide politica.

Agnes era figlio di un ferroviere ed era una straordinaria figura di potere nel senso che lo incarnava quasi simbolicamente, ne aveva il culto, il gusto in senso buono. Se ci sono due persone con le quali Agnes è stato ai ferri corti in questi anni sono stati Berlusconi e Prodi, cioè gli uomini politici più importanti degli ultimi anni. A dimostrazione che quel potere aveva tale grado di libertà e di responsabilità da non avere timore di un conflitto con altri poteri, perfino più forti. La radice di questo potere stava nel fatto che quel potere aveva dietro di sé una lunga storia, un lungo cammino. Il dopoguerra è questo sono i gigli dei ferrovieri, i figli dei maestri di scuola, di sarti, di contadini che arrivano di punto in bianco in cima alla piramide politica e si determina e si produce uno straordinario ricambio di classe dirigente. Oggi quel ricambio di classe dirigente è sicuramente sfavorito dalla legge elettorale.

Ma è sfavorito anche dai costumi che tutti quanti ci siamo dati e che ha portato parlamentari qualche volta di valore a fare le spese del capriccio con cui sono state fatte le liste elettorali e che porta la classe politica a essere sempre più autoreferenziale cioè ad immaginare che solo al suo interno, solo tra i suoi ranghi, solo tra i suoi discendenti esistono le condizioni per perpetuare la avventura politica.

C’è una lettera di un ambasciatore di Venezia alla corte di Solimano il Magnifico che cito sempre perché mi ha colpito. Qui questi turchi sono strane persone, perché mentre noi a Venezia gli incarichi pubblici li destiniamo ai figli delle famiglie che conosciamo, alle famiglie blasonata e dunque sappiamo chi è alla guida del paese. Qui invece il sultano decide e magari affida incarichi delicati e importanti a persone che vengono dalle campagne ad agricoltori, ad allevatori che fino a qualche attimo prima si occupavano delle loro fattorie, delle loro pecore: lo dice con sdegno. In realtà aveva ragione Solimano il magnifico e aveva torto l’ambasciatore di Venezia.

Avviamo creato un sistema politico dove invece vige la sindrome dell’ ambasciatore veneziano cioè l’idea che solo affidando ai propri cari la gestione della cosa pubblica si può ragionevolmente pensare di essere in mani sicure.

Allora vengo al punto decisivo che il libro di Maurizio ci aiuta a chiarire. La politica è una funzione di rappresentanza e la rappresentanza richiede un certo grado di dedizione. Noi oggi in parlamento, credo che sia una esperienza anche Maurizio ha vissuto nelle due legislature in cui è stato al Senato, ci troviamo in mezzo a tanti colleghi di buone qualità, un po’ trafelati, che partecipano alla vita parlamentare con l’aria di fare quasi un piacere agli altri. Votano distrattamente. Il cuore della loro attività sta da un’altra parte: quelli che hanno lo studio di avvocato, quelli che hanno la clientela da medico, quelli che hanno le loro attività professionali.

Credo invece che la funzione parlamentare dovrebbe avere una funzione quasi monacale; siamo pagati, anche bene, per fare un lavoro e si suppone che dedichiamo tutto il nostro il tempo a quel lavoro, solo a quel lavoro. Se la nostra preoccupazione si deve dividere tra l’attività politica e una attività professionale tenuta aperta come se fosse il maggiore centro di influenza, anche qualche volta di influenza politica, si determina un corto circuito che immagino Maurizio abbia vissuto, essendo l’esempio di un parlamentare che si è dedicato con straordinaria cura al suo lavoro, che lo ha interpretato con passione, che lo ha vissuto in maniera esclusiva, con tutta la competenza che sappiamo, ma anche sapendo appunto che la sua giornata non doveva dividersi tra l’attività parlamentare e altre attività; doveva fare perno e leva solo sui doveri parlamentari.

Se riuscissimo a ricostruire una funzione parlamentare di questo tipo, con il grado di competenza che ci ha messo l’autore, che è un po’ il ricordo di passate stagioni politiche forse avremmo dato un piccolo aiuto a risolvere o a diminuire la crisi della rappresentanza che ci attraversa.

Non potendo arrivare a tanto leggiamo con piacere il libro di Maurizio e gli facciamo i complimenti.

Bianco Gerardo, Presidente associazione ex parlamentari

Se io volessi dire tutto quello che ho nella mente, caro Marcello, mi prenderei tutta la serata e mentre invece giustamente richiami alla brevità delle considerazioni. Premesso che condivido molte delle considerazioni che ha fatto Marco Follini, su quella che è la condizione oggi della politica, non a caso oggi come scrive opportunamente in modo indignato Maurizio Eufemi “senza eredi” e credo che il titolo già dica molto. Le considerazioni sono sicuramente pertinenti molto interessanti come avveniva la selezione della classe dirigente con questo ricordo per altro per noi molto emozionante dell’amico i Biagio Agnes di come il figlio di un ferroviere raggiunge certi livelli, la selezione democratica della classe dirigente.

Pur condividendo e lasciando alla vostra meditazione le considerazioni di Follini faccio rapidamente un passo indietro e torno alla mia Democrazia Cristiana.

Questo libro nasce - non ho scambiato idee su questo punto con Maurizio Eufemi - in qualche maniera da una considerazione che ho fatto nel momento in cui ho voluto ripercorre un periodo analogo quello del 1990-94, l’ultimo periodo della democrazia cristiana e la funzione che i gruppi parlamentari, 206 parlamentari, svolsero in quel particolare periodo. La considerazione è la seguente: la storia della DC non è stata mai scritta. Questo credo sia il punto di partenza. Questo titolo la politica senza eredi potrebbe avere anche un sottotitolo “la DC senza storici”.

Quello che si sta accadendo che poi si riflette nella pubblicistica è sostanzilmente la ripetizione stanca di una serie di clichè sulla democrazia cristiana.

Negli ultimi tempi ho raccolto una serie di frasi , espressioni di tuoi colleghi illustri non illustri quanto te, che appartengono ad un giornale illustre, che però si caratterizza per essere molto riformista, ma poco attento alla comprensione storica dei fenomeni. E dico quale è il giornale : La Repubblica.

C’è il vezzo di dire questo era “il metodo della DC”, “ è la linea della DC” , “significa essere democratici cristiani” con questo tono dispregiativo e perfino un personaggio importantissimo che ha scritto libri di storia come Bocca, di recente in un supplemento di Repubblica nella storia della resistenza italiana, ricorda i monarchici, ricorda tutti quanti quelli che hanno fatto parte della resistenza e dimentica che c’era anche una componente importante di amici, che noi ben conosciamo, che hanno giocato un ruolo importante nella Resistenza e nella postresistenza, come Marcora per cui la presenza dei cattolici nella resistenza è cancellata. Questi sono i dati da cui parto per cui la storia della Dc dovrebbe essere scritta.

Sulla storia della Dc c’è una serie di cliché, di criteri che vengono adottati completamente infondati.

La Dc è accusata di essere la responsabile del grande deficit che ha oggi come palla al piede il paese.

La storia attenta e valutata anche attraverso le considerazioni di Eufemi, mette parecchio in guardia rispetto a questi fenomeni, che peraltro Eufemi con un excursus storico fa risalire al 1861.

Ci sono una serie di considerazione per cui sembrerebbe che noi in questo periodo di governo del paese ci siamo preoccupati di disperdere e di creare assistenza.

Basta pensare alla storia difesa della lira e alla battaglia che abbiamo fatto per riportare sotto controllo quando il rischio esisteva di poter uscire fuori dal controllo e c’è uno dei protagonisti Luigi Cappugi il quale, attraverso le sue ricerche, ci forniva gli elementi e Eufemi racconta la lettera che insieme scrivemmo a Spadolini, al Presidente del Consiglio, del più rigoroso partito della spesa pubblica nella quale richiamavamo l’attenzione che forse i conti rischiavano di uscire fuori del controllo e ci fu un grande scontro che Eufemi racconta tra Andreatta e Giorgio La Malfa, proprio su questo punto. La storia va riconsiderata rispetto agli elementi.

Voglio dire una cosa che a me sta a cuore. Sono convinto che la cosiddetta seconda repubblica nasce su una menzogna storica. Non so valutare se il leader di FI aveva sangue democristiano nelle vene. A me è parso sempre di no. Questa è la verità Ha richiamato tutta una serie di antenati; aveva messo insieme De Gasperi, Sturzo. So però solo una cosa. Un partito che si presenta nella storia del Paese ritenendo che doveva fondare la libertà nel paese, questo è un furto storico. Sui furti storici si compromettono la realizzazione di vere e proprie esperienze storiche.

Quando nel 1994 quando una parte rilevante, un certo attivismo della magistratura che si è anche arrogata il diritto di fare storia, che non sono le condanne peraltro poche a fronte di molte assoluzioni, ma la pretesa di alcuni magistrati di scrivere la storia.

Chi ha tirato fuori – prof. Simoncelli - la idea del doppio Stato, la idea della doppia verità, per cui sembrava che Andreotti da un lato governava democraticamente e dall’altra attraverso un’altra parte manovrava contro se stesso. Poi ci sono state alcune decisione per cui sembrerebbe che la grande tragedia di Aldo Moro sia stata provocata dalla stessa Democrazia Cristiana. Sono cose che non reggono minimamente ad un appena elementare processo di analisi logica delle situazioni.

Nel 1994 avevamo realizzato quella che era la democrazia compiuta. C’erano stati dei passaggi. Non solo Aldo Moro si era mosso ma tutta la classe dirigente s’era mossa con una idea costante, precisa che era quella che le forze antisistema a partire dal PCI si potessero progressivamente inserire nel sistema democratico accettando i presupposti dello stato democratico.

Sono una serie di passaggi che Eufemi registra. Il libro di Eufemi è una miniera. Non voglio enfatizzare. E’ un testimone eccezionale. Non solo li ha seguito dall’interno. Peraltro è pieno di aneddoti. Gli incontri negli ascensori, le parole che sono state catturate.

Un libro scritto con l’idea soltanto di dire cose e non si è preoccupato della forma dell’ordine, ma di dire cose, di offrire elementi .

Nel 1977, quando c’è il passaggio definitivo del Pci nella piena visione occidentale, cioè la accettazione del sistema occidentale del patto atlantico, questo ordine del giorno firmato da Natta porta la firma prima di Piccoli e il Ministro degli Esteri che accetta quell’ordine del girono e che sancisce questo passaggio, su cui poi non furono coerenti, per cui ecco perché quello che tu hai detto, il preambolo. Il ministro degli Esteri era Arnaldo Forlani, uomini cosiddetti moderati.

Perché nel 1979 e poi successivamente, un periodo che ha vissuto straordinariamente il mio amico Roberto Mazzotta, perché tra il 1977- 1978 e il 1979 pur avendo accettato questa linea non ne traggono le conseguenze. C’è la storia dello SME. L’unico invito che posso fare è leggetevi questo libro.

Prima di chiudere voglio ricordare alcune cose. Eufemi rende giusta ad alcuni personaggi, per esempio a Umberto Agnelli, una figura che anch’io ho evocato che ha avuto un ruolo rilevante, nella storia della DC cui fu assegnato il compito di rigenerare. Non fummo insensibili, tentammo varie strade .

Nella politica estera abbiamo messo insieme per la prima volta israeliani e palestinesi.

Poi c’è la testimonianza di Calore Mannino. Calogero Mannino fu quello che da Presidente del Gruppo il sottoscritto mi consigliava la legislazione antimafia. Fu più duro di Cattanei. Pensate alle conseguenze della loica, non della logica, che altri hanno inteso tirare.

Poi c’è tutta una serie di riferimenti. fino all’ultimo punto che vorrei ricordare. Nel 1983 eravamo così attenti ai problemi che si aprivamo. Eravamo come donna Prassede poche idee, ma ferme. E l’unica idea ferma era che non dovevamo perdere mai la rotta dell’Europa. Questo era il principio che ci guidava. Nel 1983, c’è una fotografia straordinaria, facemmo un grande convegno, invitando Samuelson e Sauvy. Alcuni dei più grandi nomi e mettemmo le basi di alcune cose.

Abbiamo il diritto, Marcello, di essere indignati per il modo in cui una certa cultura italiana continua a trattare la Dc. Non siamo stati né il partito dello sfascio, né quello di qualche scrittore dalle mani untuose e viscide Siamo il partito che ha avuto la più importante classe dirigente. Certo amareggia che nel momento in cui quando si fa la commemorazione di Zaccagnini non esce un rigo sui giornali.

Si ricorda Mariano Rumor 5 volte presidente del Consiglio e non esce un rigo.

Siamo convinti, da indignati rispetto alla cultura del nostro tempo, che prima o poi libri come quello di Maurizio Eufemi contribuiranno a restituire la verità storica di quello che è accaduto in Italia.

Marcello Sorgi, moderatore

Ringrazio Gerardo Bianco per questo intervento così appassionato e anche – faccio una annotazione corporativa - per avere distinto tra giornale e giornale e tra giornalisti e giornalisti.

Anche perché credo che a vent’anni, più o meno, dalla caduta della prima repubblica una certa azione di ripensamento, di rilettura, di approfondimento, vada fatta.

Calogero Mannino evocato tante volte in questa discussione.

Calogero Mannino, deputato

Mi unisco subito a tutti quelli che giustamente hanno rivolto un elogio a Maurizio che compie una fatica qualche settimana dopo Gerardo Bianco e verrebbe la voglia di sollecitare un po’ tanti - io dovrei rivolgere contra me ipsum questa mia sollecitazione - a raccogliere le proprie testimonianze.

Maurizio dice, richiamando Chabod, la storia va costruita sui documenti.

La storia degli ultimi trenta anni ha a propria disposizione una raccolta di documenti non sempre completa e non sempre obiettiva.

Ci sono documenti, per esempio i giornali , che sono unilaterali. E tra questi giornali il giornale senza voglia di nessuna polemica, che è stato richiamato pocanzi che ha diffuso e consolidato concetti che sono diventati poi patrimonio della propaganda politica , non della parte politica che Repubblica avrebbe voluto agevolare, ma anche della parte avversa.

Ora iI lavoro che ha compiuto Maurizio è positivo perchè un catalogo non di memorie personali ,non soggettive, ma un catalogo di fatti e ricordi precisi. Gli sono personalmente debitore perché la sua memoria a me è servita anche in circostanze condizioni molto difficili.

Maurizio ha vissuto tutto il periodo che va dal 1976 ad oggi intensamente, lo ha vissuto direttamente come teste molto qualificato, era il segretario del Gruppo parlamentare della DC, e aveva assunto un ruolo cerniera tra Gerardo Bianco Presidente e altri colleghi del direttivo e anche il sottoscritto.

Maurizio poi è diventato parlamentare, senatore in due legislature per il CDU e l’UDC.

Porta dentro questo libro la testimonianza di tutte le esperienze vissute.

Farò una osservazione il libro delle memorie di Maurizio comincia dopo la fine di Moro.

Il capitolo Moro è saltato. Non ne vedo una ragione così volontaria escludere quel capitolo; ne vedo una ragione involontaria, molto rispettabile. Subito dopo la morte di Moro tutti noi , certamente quelli che noi siamo qui superstiti della DC Gerado Bianco, Roberto Mazzotta io e in qualche modo anche Marco Follini che è parte importante della storia della DC, ci ponemmo il problema, non della archiviazione di Moro, non della rimozione di Moro, ma angosciati avendo vissuto quella esperienza con una intensità drammatica ci ponemmo il problema del che fare ed il che fare era assolutamente incerto, era problematico; il che fare impegnava su molteplici piani. Maurizio ricostruisce bene il piano economico. Gli anni in cui, parlo in modo schematico ed essenziale, la inflazione verrà trasformata in debito pubblico.

Poi un luogo comune della propaganda e quindi della la ragione per cui si fa politica ancora oggi è l’attribuzione del debito pubblico ad una volontà dissipatrice di una classe di governo. Si ignora di ricostruire quel passaggio che dal 1976 al 1980, quando con le leggi Stammati viene consolidato il debito degli enti locali e viene riportato allo Stato. E’ una responsabilità politica. Gli enti locali dopo il 1976 sono largamente amministrati in quegli anni dalle forze di sinistra. E’ un debito pubblico che si forma non per responsabilità della dissipazione di Cirino Pomicino o di Prandini che verrà in anni molto successivi.

Viene ricostruito un passaggio molto importante che vede il Gruppo parlamentare della DC protagonista, al di là del governo, la adesione allo SME. Una scelta che incardina la prospettiva economica del Paese in una direzione che certamente si fa carico dei problemi politici del dopo Moro. Il dopo moro quell’episodio viene vissuto da tutti noi non con angoscia personale, esistenziale ma con angoscia storica e politica, le ragioni di quel fatto, le conseguenze di quel fatto, le prospettive che quel fatto apre e determina.

Raccogliendo tutte le sue esperienze, tutte le sue memorie Maurizio ricostruisce, viene richiamata la scelta fatta la scelta fatta dal Gruppo parlamentare della DC nel 1979 quando il gruppo parlamentare della DC per impulso di Gerardo Bianco e mio si chiede di portare alla approvazione del Parlamento, della Camera dei Deputati, la relazione conclusione della Commissione antimafia che rimaneva giacente dal 1972, la commissione Cattanei e dalla relazione di Cattanei si traggono delle conclusioni operative . Quel documento che fu scritto personalmente da me, in collaborazione con Pio La Torre – mi dispiace ricordare quasi se fosse un merito mio - sotto la benedizione dei due capigruppo Gerardo Bianco e Ferdinando di Giulio introduce tutti quegli strumenti che sarebbe stati introdotti successivamente nell’ordinamento e nella legislazione italiana: il 416 bis e la introduzione della dia etc.

Quel documento e la discussione di quel documento in un rapporto di collaborazione con alcuni i magistrati di Palermo - oggi ne posso parlamentare apertamente, - mi procurò, e di questo non ha mai fatto mistero, l’amicizia fortissima di Giovanni Falcone. Perché è utile ricordare questo. E ha fatto bene Maurizio a ricordarlo. Uno dei luoghi comuni con cui si procede alla sentenza condanna della prima repubblica dopo il debito pubblico è il coinvolgimento della DC nelle faccende di mafia. Tutta la storia che si può ricostruire dice esattamente il contrario, che la svolta epocale nel rapporto Stato mafia in Sicilia fu determinata con la 1979- 182-1983 con la esclusione di Ciancimino dalla vita della DC fu una scelta fatta da noi, una scelta fatta dalla DC. Il direttore Sorgi per avere testimoniato di un episodio particolare poco mancava che fosse incriminato per falsa testimonianza nel corso di un processo, il mio.

Chiarimento sul debito pubblico, chiarimento sulla lotta sulla mafia, chiarimento sul cammino che attraverso il gruppo parlamentare che in quella stagione, non voglio rendere omaggi immeritati a Gerardo Bianco, il gruppo cosiddetto degli “ottanta” e qui devo portare un racconto personale. Quando fu convocata l’Assemblea dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato per l’approvazione di quel governo Andreotti che era il governo che faceva il passo in avanti nei confronti del Partito Comunista, l’On Moro, personalmente, chiamò me, chiamò Mazzola dicendo: “guardate questo documento dovete portalo alla approvazione voi giovani e soprattutto coinvolgete Roberto Mazzotta”.

Moro non si preoccupava né dei dorotei nei fanfaniani; aveva dalla sua sicuramente la sinistra democristiana, io allora ero uno di questi; si preoccupava di quella parte che andava emergendo nella vicenda della Dc come una parte che, in quelle circostanze, svolse un ruolo molto importante anche in ordine al rapporto con il PCI. Perché questa parte, questo gruppo degli “ottanta” non svolgendo una avversione di tipo pregiudiziale, aprioristico, ma una avversione motivata e critica nei confronti del PCI, introduceva elementi di consapevolezza da parte della DC della delicatezza della operazione che si andava a fare.

C’è un grande equivoco e il memoriale post mortem che Scalfari pubblica sulla Repubblica . Uno come me che ebbe parecchie volte mondo di accompagnare Donat Cattin da Moro, in Via Savoia, può testimoniare una cosa diversa . Moro non pensava per nulla all’avvenire della politica italiana in termini di alleanza definiva tra DC e PCI; lo dico perché, Caro Gerardo, nella crisi del 1992-1994 questo sarà un tema scatenante, anche paradossale. E’ stato ricordato da Marco Follini e anche da te. La DC non ha mai svolto una azione anticomunista di tipo pregiudiziale ad escludendum; ha svolto una azione anticomunista rivolta alla inclusione.

Ho nella mia memoria, che ho testimoniato all’Istituto Sturzo, il ricordo di un episodio raccontatomi da Mario Scelta che ricevendo l’ambasciatrice Clara Luce Boothe, che gli contestava la mancata presentazione di una legge per mettere fuori legge il MSI, avendo capito l’antifona e cioè che alla signora non interessava il MSI ma interessava il PCI, Scelba, esecrato poi dai comunisti, rispose: “signora Lei si sta preoccupando di una cosa dalla quale noi siamo preoccupatissimi. Solo che vogliamo procedere in modo diverso. Noi vogliamo arrivare al giorno in cui i comunisti siano convinti del sistema democratico e aderiscano al sistema democratico perciò non li mettiamo fuori, li mettiamo dentro”. La signora Boothe Luce si scatenò contro Scelta. Quando qualche mese dopo però, in occasione della crisi di Trieste, quelli con i capelli bianchi possono ricordarlo , la signora Boothe Luce fiancheggiò Scelba nella risoluzione della crisi di Trieste, il passaggio dal governo Pella al governo Scelba, che chiuse la drammatica vicenda di Trieste.

Questo motivo dell’anticomunismo – caro Marco - lo so è difficile perché per tutta una vita avendo trascorso tutto il mio tempo dentro la storia della sinistra democristiana, dossettiana, cislina, donatcattiniana, parabasista, il tema dell’anticomunismo è un tema reale. Ancora oggi Berlusconi non ha molti temi da agitare davanti al Paese. Dobbiamo chiederci, interrogarci perché questo argomento funziona e perchè questo argomento determina un orientamento elettorale.

Grazie a Maurizio per avere con sforzo personale perché non ha trovato un editore. E già la dice lunga; è una sforzo che ha fatto da sè per avere raccolto non queste memorie, questi ricordi che non decadono mai nel particolarismo, nel frammento. Hanno una linea che permette da una parte una ricostruzione storica per chi lo dovrà fare, lo vorrà fare in termini e con criteri scientifici e dall’ altra parte introduce per il dibattito politico attuale perché siamo ancora dentro la crisi che ha determinato la fine della Dc perché la seconda repubblica non ha trovato un assetto né costituzionale né politico definitivo.

La raccolta di documenti del passato non ci deve servire a ripetere scelte, ci deve servire a capire cosa dobbiamo fare.

Essendo noi una classe dirigente, come quella rappresentata da Biagio Agnes, che ha avuto la ventura di venire fuori in una stagione del Paese in cui la creatività anche sociale era possibile, mentre oggi la rappresentanza politica e la classe dirigente si avvale soltanto del criterio della cooptazione brutale. Anche nella prima repubblica c’erano forme di cooptazione ma erano forme di cooptazione che puntavano alla di selezione personale che valesse, che poi sapesse stare sul campo.

Marcello Sorgi – Lei, Prof. Simoncelli, ha un compito difficile, perché ha ascoltato una serie di interventi più che appassionati, di testimonianza molto forte che ho trovati accumunati da un sentimento, il sentimento di quelli che pensano di avere subito una ingiustizia.

Prof. Paolo Simoncelli storico

Queste parole aumentano il mio imbarazzo; non ho alcuna legittimazione, né di competenza tanto meno, né di empatia a far parte di questo consesso.

Orgoglioso, presuntuosamente orgoglioso non mi nascondo dietro un dito, della distanza siderale dalla vostra tradizione, dal vostro ambiente, dalla vostra koinè.

Il direttore non me ne voglia. Non chiedo il permesso per una battutaccia. Serve a capire. Un esempio epigrafico. Guardate che la prima frase della prefazione - non so se sono qui i prefatori - dice testualmente “la ricostruzione della storia della democrazia cristiana sarà compito degli storici”. Pensavo e che dei biologi o peggio che dei criminologi .

E’ un elemento tale che mi porta. Se pure arbitrariamente sono qui, la responsabilità è Maurizio Eufemi che mi ci ha voluto, sapendo che per fuoriuscire dalla liturgia delle presentazioni absit iniuria verbis - sono masturbazioni intellettuali, salvo pretesti per parlare d’altro, - avrei giocato, sportivamente fuori casa, il ruolo della contrapposizione.

L’immagine complessiva di questo volume, Eufemi editorialmente è devastato, è della televisione a circuito chiuso, di una lettura interlineare possibile a chi conosce il linguaggio e può decrittare e che ha costretto me che non faccio parte del contesto, a rimedi antichi tipici della editoria in regime assoluto per avere un approccio meno superficiale, attento più al non detto, alle reticenze e alla traditrice volontà dell’inconscio.

Due mi sembrano i temi sostanziali oggetto d’attenzione: l’ economia, il debito pubblico e l’Europa su cui abbiamo sorvolato tranquillamente. Eufemi o ce l’hanno con lei o ho letto un libro diverso.

Quando lei parla a pag 11 parla di “politica di rientro dalle tensioni inflazionistiche” e due pagine dopo parla di sentiero stretto per tenere in ordine i conti pubblici per il periodo 1992-2001.

Non dice cosa era successo prima. Di chi la eventuale responsabilità. Solo venti pagine dopo a pag . 31 va a confessare che “bisognava avere il coraggio di dire di no”, che “la politica democristiana del consenso si scontrava con la necessità di tenere in equilibrio i conti pubblici”.

Adesso glielo dite voi. Tutti i discorsi che avete fatto finora evidentemente o non avete letto il libro o ce l’avete con lui.

A ciò si aggiunge una circostanza.

Che nella storia del debito pubblico che fa Eufemi in poche battute sulla base dei dati forniti da Vera Zamagni, si limita al 1861-1913 e recupera dal 1994 al 2010 sorvolando in maniera democristianamente comprensibile quello che c’era in mezzo. Sorvolando in particolare sugli anni della vergogna nazionale quelli della sesta e settima legislatura. Avete idea di quello che cos’è dal punto di vista economico quel periodo: la inflazione che raddoppia, le continue svalutazioni della lira a danno dei sudditi, il debito pubblico che si impenna.

Nel 1970 la bilancia dei pagamenti è in attivo di 365 milioni di dollari, cinque anni dopo, è in passivo di oltre 2 miliardi di dollari. Nel 1975 per la prima volta dal dopoguerra tasso del il PIL non cresce, decresce, va sotto zero, non di qualche decimale, – 3,9 per cento. Ci vogliamo dimenticare allegramente che il 10 dicembre del 1975 l’Istituto San Paolo di Torino emana il primo mini assegno seguito da altri 31 istituti che mettono in circolazione allegramente, illecitamente, indisturbatamente per 200 miliardi di lire. Lo Stato, evidentemente ricordavo male, mi sembrava che fosse l’unità autorizzata politico-giuridica legittimata a battere moneta. Non si parla di corda a casa dell’impiccato e nemmeno a casa del boia.

Timidamente a pag 148 cerca una corresponsabilità: Spadolini che con La Malfa ministro del Bilancio sfonda il debito del 50 per cento. Non condannerei o meglio condannerei la prostituta che conclamatamente esercita il mestiere, ma alle pene accessorie condannerei la prostituta che fa l’elogio della verginità.

Con questa stessa timidezza, elegante Eufemi, in via assolutamente minimale, si lancia nell’elenco degli scandali che hanno strutturato la prima repubblica:

Montesi, Fiumicino, Monopoli Tabacchi, Sifar, Lockheed, Eni Petromin omettendo quello di esclusiva responsabilità monopolistica del partito socialista, quello dell’Anas e a proposito delle vergini repubblicane quello che non si sia riflettuto o o saputo più di tanto, quello legato alle commesse delle quattro fregate dell’Iraq ad anteguerra. Se poi volessimo indulgere ad esercizi psicanalatici nella pagine immediatamente seguenti, non siamo più a pagina 148, siamo un po’ prima, Eufemi parla del ruolo positivo delle PPSS e delle intervento straordinario nel Mezzogiorno , che solo nell’ultima fase hanno una degenerazione. Pietro Campilli non è minimamente citato. E’ all’origine della Cassa per il Mezzogiorno.

Sarei francamente, piacevolmente sorpreso se l’archivio Campilli - pronto a smentirmi - se sapessi l’archivio Campilli fosse depositato qui dentro. Ne dubito. A proposito dell’indice dei nomi hanno citato Rumor, lei lo cita solo una volta, incidentalmente all’inizio a pagina 7.

Di Moro in modo assolutamente intelligente, da un rilievo più di politica internazionale che di politica interna con il Trattato di Helsinky, certo sorvolando sulla vergogna aggiuntiva che è quella del trattato di Osimo.

A proposito di scandali. C’è un elemento che non collocherei in quella sezione:Cossiga-Gladio. Laddove parla dell’appassionato intervento di Sinesio a difesa di Gladio in parlamento e della esperienza di Sinesio sul fronte russo dovrebbe oggi usare se ne avesse tempo e voglia queste indicazioni per svelare un livello diverso militarmente non è più segreto e desueto.

Oggi sappiamo che l’”invasione” era progettata dal Patto di Varsavia e conosciuta perfettamente da noi non attraverso la soglia di Gorizia, nè il Friuli ancora più al centro: dalle Dolomiti. Che significa che la struttura Gladio di antica tradizione osomana in Friuli non aveva moto di esistere e forse sarebbe stato necessario continuare a farlo credere farlo .

Questo ovviamente non poteva saperlo allora Eufemi. Magari poteva sapere se non se lo fosse dimenticato, chi tradì Gladio, chi ne svelò la struttura, i nomi, i depositi. Qualcuno se lo ricorda. In modo elegante timidamente Eufemi non fa nomi. Non ha mai fatto nome di protagonista vero o presunto degli scandali. Non fa il nome di chi tradisce Gladio e non fa nemmeno il nome di quel Presidente della Repubblica cui guarda come ultimo baluardo, prima di arrendersi della buona battaglia che Eufemi ha combattuto in difesa dell’ Ordine Mauriziano. La speranza di Eufemi era venisse un intervento da parte del Presidente della Repubblica.

A pagina 48 parla di solitudine del legislatore, di norma sbagliata, di rozzezza di quella votazione, e giunge a dire che gli interessi avevano prevalso sul buon senso. Pleonasmi.

Dal 1762, dalla data di edizione del contratto sociale, ogni critica aggiuntiva al sistema e alla rappresentanza parlamentare è pleonastica. Si immagini sulla produzione normativa. Non abbia timori. Non c’è Consesso e assemblea parlamentare in cui gli interessi, anche più biechi, non prevalgano sugli ideali anche più nobili.

Il nome di quel presidente lo fa due pagine dopo, a pagina 150 e pagina 151. Quando ne parla dell’eleganza: l’eleganza di Ciampi. Lo fa in modo auto celebrativo, di sponda per ricavarne il plauso che ne ebbe in commissione Finanze nel novembre 2006.

Il tempo non mi consente di leggere per contro quello che Robespierre disse alla convenzione del 4 febbraio 1794 dell’autocelebrazione: è il discorso della virtù e del terrore.

A proposito di Ciampi e dei vari presidenti della repubblica su cui Eufemi ci da indicazioni non solo quelle più facili da ricordare e di colore. Le schede bruciate.E’ stato svelato chi stava a sentire dietro le porte. Chi cercava le schede bruciato. E’ stato svelato perché è persona elegante: l’attuale direttore del TG1. Lo dico io. La responsabilità civile e penale è mia. Trovo silenziato a proposito di queste elezione dei presidenti della Repubblica un mimimo comune denominatore: la esperienza del Presidente eletto fatta in precedenza presso il Ministero degli Interni , non degli esteri, per acquisire esperienza internazionale, un minimo comune denominatore ininterrotto, seriale dal 1985 . Da 26 anni tutti i presidenti della repubblica eletti sono passati, ma guarda un po,’ per il ministero degli interni, Ciampi compreso, per un breve interim nell’aprile 1994. Mi limito a mettere a vostra disposizione la coincidenza singolare. Sarete più bravi di me.

A pagina 105. Eufemi lamenta la mancata citazione delle ragioni giudaico cristiane nel Trattato.

Per fortuna:

A parte che non è il primo caso. C’ un contenzioso precedente: 1942 italo-tedesco tra Bottai e Rust. In cui Bottai chiede, nella carta della nuova Europa, l’indicazione delle radici classiche e cristiane e l’omologo di Bottai, il Ministro Bernard Rust proibisce la citazione delle radici cristiane dell’Europa. E’ una circostanza che magari sarebbe stato utile ricordare: l’opposizione nazista alle radici giudaico-cristiani nel momento in cui si svolgeva il dibattito. Silenzio. Per questo dico per fortuna.

Radici di che cosa. Di questa superfetazione burocratica, elefantiaca che è l’Europa, distante dai sentimenti prima ancora che dai bisogni dei cittadini i quali peraltro tutti si sono presi tutti felicemente a cannonate.

E’ questa l’Europa di De Gasperi, di Adenauer!. Pensateci. L’Europa in cui la Commissione non conta niente. Il Parlamento conta ancora meno. Non c’è nulla di sostanziale in comune a cominciare dalla politica estera, Il vero centro di potere – lo sapete benissimo - è a Francoforte, nella BCE, i cui esponenti non ricordo se sono mai stati eletti e rispondono democraticamente, rispondano a qualche elettorato. La volete finire con questa ipocrisia ineffabile con questa liturgia farisaica chiamata a sostituire la fede. Sapete che significa, cosa sono i PIGS: è l’acronimo di Portogallo Irlanda Grecia Spagna, aree in crisi o prossime a entrare in crisi, ma sapete pure che significa in inglese PIGS: maiali. L’Europa cattolica, i maiali.

Posso chiedere l’azzardo.

Volete fuoriuscire dalla comodità della paura di avere coraggio, di dire una volta, prima che l’Europa presenti il conto alle generazioni immediatamente seguenti, e sarà un conto di disperazione , voi che avete un ruolo politico e l’avete avuto, l’avrete ancora; l’imperatore è nudo o dovete continuare a dire che belli i vestiti dell’imperatore.

Un grazie non desamantizzato dalla ritualità per la cortesia con cui avete seguito un intervento provocatorio.

Marcello Sorgi, moderatore

Forse se lo avessimo saputo sarebbe stato meglio metterlo all’inizio.

Maurizio Eufemi, autore

Pochissime parole di ringraziamento a voi che siete venuti e avete voluto dedicare un pomeriggio così riflessivo. Un ringraziamento ai relatori per le parole che hanno detto, molto generose nei miei confronti, anche al Prof. Simoncelli, che ho fortemente voluto , perché siamo ancorati a un partito pluralista, che ama il confronto, un partito che ama il contraddittorio. La storia di questo Istituto è anche storia di confronto democratico. La sua controrelazione l’ho particolarmente apprezzata. Non c’è forse il tempo per controbattere tutte le cose che sono state dette però una questione forse è saltata alla sua lettura.

Quando dico che la decisione del “divorzio” degli anni ottanta, - gli anni che imputa alla generosità - fu una decisione giusta presa nel momento sbagliato, perché i tassi di interesse andarono a due cifre, fin al venti per cento e ci fu il moltiplicatore della spesa per interessi. Questo è il dato inoppugnabile.

Poi la questione Moro.

Ho veramente voluto sorvolare, perché passando tutti i giorni in Via Fani, credo che ci sia un ricordo, quasi quotidiano, così come passo in Via della Camilluccia la sede storica della DC, del centro studi.

Avere avuta la grande riconoscimento di temere le lezioni nella Aula XI quella che era la Aula di Aldo Moro, è stato per me il massimo della soddisfazione.

Ho voluto ricordare esplicitamente quelle pagine di Helsinky nel libro, perché Helsinky ha rappresentato la svolta, prima ancora di Solidarnosh. Soltanto chi non ha una lettura attenta della storia e delle vicende di politica estera non può comprendere cosa ha significato il trattato Helsinky al quale Moro ha dedicato tutta la sua esperienza e sapienza. Forse avremmo bisogno di una Helsinky del Mediterraneo, oggi, se avessimo politici accorti in grado di vedere cosa sta maturando nel fronte sud del Paese.

Grazie al Presidente Mazzotta perché abbiamo voluto tenere questo incontro qui piuttosto che in una sede istituzionale come avremmo potuto. Abbiamo preferito voluto una sede storica, nell’Istituto caro a Gabriele De Rosa, di cui ricordo il tormento intellettuale soltanto per dovere scrivere la epigrafe della statua di Moro e di cui conservo il manoscritto.

Non voglio andare oltre nei ringraziamenti.

Maurizio Sacconi certamente rappresenta il riformismo più attento. Ho avuto occasione di confrontarmi con lui . Ha portato avanti la legge sula cooperazione, la legge Biagi, e di fronte agli emendamenti manoscritti firmati da Biagi, ai manoscritti mi sono fermato rispetto ad una possibilità di insistere rispeto ad ulteriori modifiche e interventi migliorativi.

Maurizio Sacconi ha portato avanti la riforma sui destini dell’impresa, il superamento del conflitto tra capitale e lavoro, in una fase in cui si superano gli steccati e i confronti del novecento e si apre una fase nuova rispetto a globalizzazione ed a un confronto aspro tra le aree del Paese.

Calogero Mannino ci ha dato una lezione di sofferenza. E so cosa ha significato andare li a Palermo quel giorno triste per me e per lui perché che ha dovuto sopportare un carico così forte.

Gerardo Bianco è inutile che lo ricordi. Abbiamo vissuto anni di straordinaria collaborazione.

Marco Follini ha sottolineato, dopo una analisi storica sulla caduta della DC, con la consueta eleganza e intelligenza ha posto l’accento sulla deriva del principio di rappresentanza e la sua profonda crisi, con la progressiva affermazione del modello populistico; non sono mancati i richiami sulle differenze tra presente e passato come pure sul ricambio della classe dirigente e alla politica come funzione di rappresentanza.

Al Prof. Simoncelli desidero ribadire che nel libro c’ è una cosa che cerco e voglio sostenere con forza.

Il libro è diretto al mondo democristiano, al confronto nostro. E’ vero che ci sono stati degli errori, ma dentro quel nucleo grosso c’era una avanguardia che cercava di fare le cose per bene, di evitare la finanziarizzazione, cercava di evitare gli errori, cercava di portare avanti una politica di rigore . Era difficile in un corpo grande, come ricordava Sorgi fare vincere quelle idee. Era quella la difficoltà. E allora le avanguardie intellettuali, le minoranze intellettuali possono fare e svolge una funzione propositiva.

Sulla vicenda Cassa, sorvolo ci sarebbe molto da dire. Ho voluto semplicemente dire questo rispetto alla Cassa e alle Partecipazioni riscontriamo che, oggi, i tutti gli uomini più impegnati nel paese e hanno le più grandi responsabilità, provengono dalle partecipazioni statali.

Significa che la cultura delle partecipazioni statali aveva dentro aveva qualcosa di positivo e dobbiamo riconoscerlo. E sulla vicenda Cassa, oggi i più grandi liberisti del Paese stanno riconoscendo che la Cassa era essenziale allo sviluppo del Paese. Se perfino Tremonti riconosce che è necessaria la banca del Sud e riconosce di procedere nel superamento dei dualismi. Ci dobbiamo rendere conto che furono fatti errori anche nel completamento delle opere idriche, quelle opere idriche che avevano portato l’acqua in tutti i paesi e che nessun privato porterà. Tengo a sottolineare questo aspetto.

Ho citato una frasi di Guido Carli che mi è rimasta impressa. “In tutti i paesi industriali si è compiuta una rivoluzione della distribuzione del reddito fra i gruppi sociali e si è compiuta pacificamente perché la funzione redistributiva è stata assunta dagli Stati”. Queste sono le parole di Guido Carli!

E ho citato anche Gianni Goria che nel 1985, scrisse nel suo libretto verde del Ministero del Ministero del Tesoro: “Nel nostro Paese ci sarà la prevaricazione della parte più forte del Paese su quella più debole, con la frantumazione delle speranze di chi cerca lavoro”. Appunto i giovani di oggi.

Chiudo e ringrazio tutti voi per la presenza. De Rita in occasione del libro di Gerardo Bianco alla Sala del Mappamondo, ha detto che”Abbiamo fatto buone positive cose, ma i nostri leader erano inadeguati al duello”. Perché è prevalsa la videocrazia, pur avendo ottimi argomenti eravamo incapaci di confrontarci. E’ tempo di rimboccarci le maniche; è tempo di cercare una nuova piattaforma programmatica come quella di Camaldoli per ritrovare il senso di una storia, perché se non ci confrontiamo e non ci prepariamo al futuro, non diamo uno sguardo al futuro, non riusciamo a contare nel Paese perché soltanto se ci contiamo riusciamo a contare. Il mio impegno era cercare quello di guardare dentro una storia attraverso piccoli frammenti senza nessuna esuberanza e senza nessuna pretesa di essere il verbo assoluto. E’ soltanto un piccolo tassello che ho voluto portare ad un mosaico che dovrà essere ricostruito.


Roberto Mazzotta , Presidente Istituto Sturzo

Vorrei dare un saluto finale e un ringraziamento.

Nel saluto finale e nel ringraziamento c’è la raccomandazione che tutti gli amici che possano avere tempo e modo per scrivere i loro appunti e i loro ricordi sugli anni che vanno dal 1989 al 1994 lo facciano, perché se non si capisce bene quello che è successo tra il 1989 e il 1994, sarà difficile riprendere il bandolo del futuro.

All’amico Maurizio che ricordava una battuta in cui si diceva che i leader democristiani erano incapaci di competere, io vorrei chiudere con una riflessione: quelli che potevano essere capaci di competere sono stati fucilati alla schiena. Però è evidente che questo non emerge se non si rifà la storia che comincia con il 1989 con la fine del comunismo internazionale e arriva al 1994.

N.B. Trascrizione non rivista dagli intervenuti.

Home page