...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ritratti politici

ETTORE BERNABEI: Un cattolico in lotta contro il partito dei padroni
ANTONIO SEGNI: Nell'intervista a Mario Segni sul libro "Il Colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news"
GIUSEPPE SINESIO: una vita per la politica e la sua terra
FRANCESCO COSSIGA: un ricordo firmato Scotti
FRANCESCO MERLONI: UN PROTAGONISTA DELLA RINASCITA
ALDO MORO TERZIARIO DOMENICANO E COSTRUTTORE DELLA POLITICA: un esempio da seguire oggi

EMILIO COLOMBO: la politica come impegno sociale.

GIULIO ANDREOTTI: la politica a servizio della persona

ETTORE BERNABEI: Un cattolico in lotta contro il partito dei padroni

 

GIORGIO MELETTI

19 settembre 2021

 

  • Nei diari di Ettore Bernabei, uno dei democristiani più potenti, alla guida della Rai prima e del sistema degli appalti poi, l’invettiva contro «la reazione capitalista e i suoi luridi portafogli».  

  • La testimonianza non oggettiva e distaccata di un fervente cattolico, soprannumerario dell’Opus Dei, insegna molto sulla storia d'Italia e sulle radici della profonda crisi della politica di oggi. 

  • Nella composita Dc in cui convivevano l'ispirato Giorgio La Pira e il cinico Giulio Andreotti c'era più sensibilità al rapporto con gli umili e alla critica del capitalismo di quanta non se ne veda oggi nel centrosinistra.​​​​​​​

Leggete questa frase: «La reazione capitalista tenta di riconquistare il vessillo della Santa Crociata nascondendo i suoi luridi portafogli dietro le barriere spirituali di un cattolicesimo irretito nella difesa astratta dei principi e sostanzialmente avulso dagli uomini e in particolare dai poveri». E leggete quest’altra frase: «Ora si discute intorno alla congiuntura, ma è difficile che chi ha trovato un briciolo di benessere dopo secoli di inedia si persuada a tornare indietro in base a qualche teorema liberista diffuso dal governatore della Banca d’Italia». Potrà sembrare sorprendente che le abbia scritte nel suo diario privato, a cavallo tra 1963 e 1964, Ettore Bernabei (1921-2016), all’epoca direttore generale della Rai. Ma proprio per questo vale la pena di parlarne.

 

L’UOMO DI FANFANI

Giornalista fiorentino precoce e assai dotato, Bernabei è stato per decenni uno degli uomini più potenti d’Italia. Ombra discreta di Amintore Fanfani (il leader democristiano che insieme ad Aldo Moro ha segnato la storia della Prima repubblica tra Alcide De Gasperi e il declino) è stato a 35 anni direttore del Popolo, l’organo ufficiale della Dc, e a 40 numero uno della Rai che allora contava mille volte più di adesso, essendo l’unico mezzo di comunicazione di massa.

 

Tocca a lui, nell’agosto del 1964, decidere quanti minuti dei funerali di Palmiro Togliatti sia giusto far vedere agli italiani. «Si trattava di dare un doveroso rilievo alla morte di un personaggio che tanta parte aveva avuto nella vita italiana degli ultimi vent’anni senza disturbare gli otto-dieci milioni di suoi ammiratori e senza disturbare i diciotto-venti milioni di suoi avversari».

Decide per una sintesi registrata di 25 minuti dopo il telegiornale delle 23, e lo considera un gesto di attenzione per i comunisti, che di lì a poco potrebbero essere decisivi per l’elezione di Fanfani alla presidenza della Repubblica. Bernabei non è un funzionario, è un militante politico appassionato, anche se non comprare mai in pubblico ed è sconosciuto alle masse. 

Per conto di Fanfani tratta direttamente con Giancarlo Pajetta e Pietro Ingrao, due leader popolarissimi del partito orfano di Togliatti, i voti comunisti per il Quirinale. Rimane al vertice della Rai per 13 anni, fino al 1974, e i suoi diari rivelano un ruolo decisivo di snodo del potere. Svolge le funzioni di ambasciatore di Fanfani presso il governo degli Stati Uniti, ma è anche spesso a colloquio con l’ambasciatore sovietico a Roma Nikita Ryzhov.

 

Propizia lo storico incontro tra il papa Paolo VI e il ministro degli esteri sovietico Andrej Gromyko. Durante il rapimento di Aldo Moro si svolgono a casa sua gli incontri segreti tra Fanfani e il leader socialista Bettino Craxi per soppesare le possibilità di trattativa con le Brigate rosse. 

Dopo il 1974 Bernabei cambierà vita professionale, diventando ancora più potente alla guida dell’Italstat, società statale che finisce per diventare un ministero dei Lavori pubblici ombra, architrave del mercato degli appalti, un sistema perverso ma a suo modo efficiente che sarà distrutto dall’inchiesta Mani pulite. Da allora è una giungla: nessuno è riuscito a inventare qualcosa in grado di sostituire il sistema Bernabei.

 

LE DUE OSSESSIONI

I suoi diari (Piero Meucci, Il primato della politica, Marsilio) raccontano però la politica. Chi li scrive è un cattolico fervente, soprannumerario dell’Opus Dei, ossessionato dai due nemici che per lui minacciano l’Italia, gli ebrei e i massoni. La sua cronaca quotidiana copre in modo dettagliato il quarto di secolo dalla caduta di De Gasperi (1954) alla morte di Moro e di Paolo VI (1978) e, pur non essendo una testimonianza oggettiva e distaccata, punteggiata com’è da interpretazioni stravaganti, insegna molto sulla storia politica dell’Italia e, quello che più ci interessa, sulle radici della attuale crisi profonda.

Una classe politica sempre più ignorante e improvvisata non è in grado oggi di fare i conti con la storia che ne determina in larga parte difficoltà e incertezze. Torniamo dunque alle due frasi da cui siamo partiti. Bernabei non ha esitazioni, secondo lui il cattolico deve fare politica dalla parte dei poveri e degli sfruttati, contro i padroni. Usa proprio queste parole.

 

Ma la Dc è un’altra cosa, la Dc è, come si diceva un tempo, “interclassista”. Sta con gli operai e con i padroni perché solo in questa sintesi il partito cattolico raccoglie l’ampio consenso elettorale (stabilmente attorno al 40 per cento) che gli consente di governare per 45 anni. L’interclassismo, sottintende Bernabei, è contro natura, imposto dalla contingenza storica. Ma oggi vediamo che è durato così a lungo da sedimentare nel sistema politico italiano l’idea che sia una pratica virtuosa, una sintesi “alta”, l’unica declinazione possibile della cosiddetta cultura di governo. Una deriva perversa di cui l’attuale partito democratico è il malinconico risultato.

Per molti anni la vita della Dc è accompagnata dall’idea strisciante della scissione. Sintetizza Meucci, curatore dei diari: «La questione che [Bernabei] mette a fuoco è che il partito dei cattolici, per la sua forza elettorale e il suo carattere popolare, deve fare i conti con il destino di rappresentare dentro di sé due anime che si fronteggiano e si combattono quotidianamente. Una sinistra cristiano-sociale e una liberale, che in quegli anni prende la forma di un conservatorismo retrivo e reazionario. La soluzione potrebbe essere una salutare scissione».

È una guerra politica senza esclusione di colpi. Nel 1959, quando contro un Fanfani troppo di sinistra si forma il correntone “doroteo”, che diventerà la definizione proverbiale di una politica per il potere e senza principi, Bernabei scolpisce un’analisi profetica: il doroteismo «è una vera e propria categoria della politica italiana ed europea, è una tenace conservazione mascherata di progressivismo da chi in buona fede non ha capito cos’è la dittatura della borghesia e crede di costruire una società cristiana credendo in Dio a titolo personale e facendo riaffermazioni verbali di antifascismo e di socialità, o in mala fede si è asservito al padronato e gli offre la copertura del cristianesimo sociale».

 

CONTROLLO AMERICANO

Ma le due anime del cattolicesimo non possono separarsi. In primo luogo perché la chiesa non lo vuole. Una scissione la costringerebbe a scegliere se appoggiare l’ala cristiano-sociale di Fanfani o quella filo-padronale dei dorotei. In secondo luogo perché la Dc è l’architrave del controllo americano su un paese di confine con il blocco sovietico, in cui la forza del Pci, non abilitato a governare a causa dei suoi legami con Mosca, impedisce un’alternanza al governo tra progressisti e conservatori come avviene in tutti gli altri paesi europei. Così la Balena bianca (come la chiamò Giampaolo Pansa) è condannata a governare unita, alleata con i liberali di Giovanni Malagodi, i repubblicani di Ugo La Malfa e i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, poi dal 1963 in avanti anche con i socialisti di Pietro Nenni. 

Gli alleati minori sono considerati da Bernabei i veri «servi dei padroni»: «Accusano i cattolici di cedimenti al comunismo temendo proprio l’alleanza fra chiesa e comunismo come il colpo mortale al capitalismo e ai privilegi della borghesia». L’alternanza tra destra e sinistra avviene all’interno della Dc ed è sempre risultato di dure battaglie. 

C’è la spinta a sinistra di Fanfani dopo il congresso di Napoli del 1954 che segna la fine del degasperismo, c’è il tentativo di svolta autoritaria (definita senza tanti complimenti «avventura totalitaria clerico-fascista») di Fernando Tambroni, ex pupillo di Fanfani, c’è la nuova apertura a sinistra di Fanfani e Moro, la svolta di destra dei primi anni ’70 capitanata da Giulio Andreotti che però subito dopo sarà l’uomo chiave dell’ingresso dei comunisti nella maggioranza.

Tutto avviene dentro la Dc che in realtà federa due partiti molto distanti tra loro. Si manovra, si naviga, si combatte. Bernabei annota le parole del leader doroteo Mariano Rumor (nel tempo segretario della Dc e presidente del Consiglio): «Vedete, ve lo dicevamo noi quando avete cominciato ad attaccare i liberali (cioè i padroni) e a rompere la solidarietà quadripartita, i preti non ci permetteranno di andare a sinistra perciò se proprio non volete andare alla destra smaccata, accontentatevi di questa destra mimetizzata che è il centro». Rumor è sprezzante con il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, grande amico di Bernabei e anche lui legatissimo a Fanfani, definendolo «un ridicolo visionario perché difende sempre solo gli operai». 

 

 

COMMENTI

I problemi del capitalismo di Stato spiegati dal caso Inso

 

Alla vigilia delle elezioni politiche del 1958 il diarista annota che «sono elezioni decisive perché segnano l’antinomia evidente tra il padronato e la Dc». Fanfani va avanti sulla sua strada riformista, il suo fidato consigliere gongola: «I padroni e la massoneria hanno capito che con questo governo è finita l’era liberale e perciò il loro dominio della situazione è gravemente minacciato». Lo scontro è duro, «il padronato punta tutte le carte sull’opposizione interna alla Dc, stipendiando deputati e senatori».

Il pendolo interno alla Dc si muove secondo la sua insondabile armonia. Fanfani sale e scende, come sempre nella sua vita. Nel 1959 perde presidenza del Consiglio e segreteria del partito, e Bernabei ne registra la consueta ma rapida crisi depressiva: «Fanfani in stato di prostrazione pessimistica molto grave», appare convinto «che in Italia non sia possibile far politica per chi onestamente non vuol piegarsi ai ricchi e servirli». I partiti cristiani sono un equivoco, dice, e le politiche cristiane sono espedienti che la chiesa usa per guadagnare tempo. In tono più apocalittico, sostiene che «per un cristiano non c’è possibilità di svolgere una politica a favore degli umili».

 

ANTICAPITALISMO

La Dc occupa il centro tenendo alla sua destra i partitini centristi che Bernabei considera al servizio del padronato e alla sua sinistra i comunisti che, nella sua visione, lavorano per Mosca e quindi hanno, anche rispetto alle grandi questioni sociali, posizioni opportunistiche. Meucci sintetizza così il pensiero di Bernabei: «I socialisti al servizio della borghesia capitalistica e i comunisti paralizzati dal loro tatticismo, nello sforzo di apparire moderati e democratici, hanno addormentato le masse operaie».

Sullo sfondo, l’elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica (29 dicembre 1964). Bernabei soffre: «Come è potuto avvenire che un laico avversario dei cattolici e rappresentante di grandi interessi finanziari internazionali è assurto alla prima carica dello stato? Perché questo comportamento autolesionista della Dc?».

Intanto Fanfani, sconfitto nella corsa al Quirinale che non vincerà mai, prepara l’ennesima riscossa. Ancora una volta in nome dell’anticapitalismo. Annota il suo attento esegeta: «Sente che alla fine una gran parte degli italiani potrebbe trovare in lui un restauratore e un propulsore di nuove forme di vita associativa che non siano quelle ormai logore della dittatura borghese capitalista mascherata da democrazia parlamentaristica. Lo anima la vecchia passione integrale cattolica, anche se accompagnata da una durissima polemica con la gerarchia che in questi momenti si è dimostrata inetta e rinunciataria».

Nel gioco di specchi della politica democristiana e italiana nulla è come appare e in certi momenti anche Bernabei sembra che si perda. Nel 1971 va a pranzo a casa sua l’ambasciatore americano Graham Martin e il padrone di casa trae dal colloquio uno scenario un po’ onirico ma con tracce di autenticità: «L’ambasciatore tiene a far sapere che il suo governo (lui è molto amico di Nixon) ha deciso di puntare in Italia solo sulla Dc correggendo la precedente politica dell’amministrazione democratica, che puntava anche e soprattutto sul cavallo socialista.

Per attuare questa politica lui dice che ha carta bianca, ma che prima di muoversi nell’aiutare la Dc vuol vedere se saprà essere unita nella campagna presidenziale. Mi chiede cosa può fare per raggiungere meglio questi scopi, lasciando sottintendere che lui e il suo governo vedrebbero non ostilmente una candidatura Fanfani. Rispondo che un discorso del genere dovrebbe esser fatto a una decina di notabili democristiani, ad alcuni segretari di partito ed esponenti industriali tipo Agnelli, Pirelli, Cefis. Tace sugli ultimi due. Per il primo tiene a dire che ha rotto i rapporti perché troppo implicato nei finanziamenti di movimenti di sinistra extraparlamentare (Lotta continua, Potere operaio).

 

 

CULTURA

Tutto quello che Pasolini aveva capito e che non abbiamo mai potuto leggere

 

Ma che malgrado ciò farà sapere anche ad Agnelli le direttive sulle quali si muove la politica della sua ambasciata». Agnelli finanzia Lotta continua e Potere operaio? Difficile da credersi, ma quello che conta è la visione sottostante, quella di un cattolico che si sente accerchiato da forze padronali (e quindi, in automatico, anche massoniche ed ebraiche) che puntano a ridimensionare l’anima popolare del partito cattolico.

Il tema è ricorrente da 150 anni. I cattolici e i socialisti fondano insieme nell’Ottocento le società di mutuo soccorso che sono l’embrione del Partito socialista e del sindacato. La chiesa tende, almeno in teoria, a schierarsi con i poveri contro i ricchi, se non altro perché è l’unica strada per tenere viva un’identità culturale originale nella moderna società industriale. C’è un filo sotterraneo che unisce, dall’inizio del Novecento all’inizio del terzo millennio, l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII alla Fratelli tutti di Jorge Mario Bergoglio. Poi ci sono le curve della storia. Con il fascismo la chiesa si mette al servizio del regime e della «dittatura borghese», ma nella nuova Dc che nasce nella lotta contro il nazi-fascismo l’anima sociale emerge fortissima, anche nell’era di De Gasperi che sosteneva, ricorda Bernabei, che «per la Dc è meglio perdere due voti a destra per guadagnarne uno a sinistra».

 

IL DUO MONTINI-MORO

Impressionanti le righe dedicate nel 1978 al bilancio storico di due figure decisive come Aldo Moro (ucciso dalle Brigate rosse il 9 maggio) e Giovanni Battista Montini (Paolo VI), morto il 6 agosto. Secondo Bernabei avevano costituito «il più saldo anche se beato sodalizio spirituale e politico mai esistito tra chiesa e politica italiana».

 

CULTURA

Aldo Moro, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. I rapporti della Dc con l’intelligence

 

Papa Montini ha infatti determinato, secondo Bernabei, il «più complesso e organico esperimento di (Jacques) Maritain, secondo il quale i cattolici devono mantenersi diversi e distinti sul piano dottrinale dai movimenti di ispirazione marxista, ma devono essere disposti a collaborazioni sul piano pragmatico anche con i partiti comunisti allo scopo di impedire che le forze borghesi e capitalistiche, dividendo le masse comuniste e cattoliche, possano attuare regimi a sfondo più o meno dichiaratamente fascista». Montini, prima assistente ecclesiastico della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana, grande scuola di formazione religiosa della classe dirigente alla guida del paese dal dopoguerra in poi), in seguito segretario di stato, infine pontefice, determina la prevalenza nella Dc della «ala pluralistica (dorotei e morotei) rinunciataria verso qualsiasi proposta contraria di politica sociale cristiana, disposta a lasciar prevalere tutte le ideologie e i possibilismi per fare perdonare i passati errori “esclusivistici” e “trionfalistici” della chiesa». Di conseguenza, spiega Meucci, lo scudo crociato volta le spalle alla linea autonomista propugnata da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, «che con Fanfani, La Pira e (Giuseppe) Dossetti propugnava una proposta sociale cristiana in alternativa a quella illuministica borghese ma anche a quella marxista». Tanto che Bernabei ripone grandi speranze nel pontificato di Albino Luciani (Giovanni Paolo I), che però durerà solo 33 giorni. Definisce la sua elezione «un soffio dello Spirito Santo». Commenta Meucci: «L’enfasi dell’espressione usata dal diarista non è casuale, esprime l’attesa per una dottrina sociale capace di rilanciare l’idealità del mondo cattolico e dei suoi valori. Una visione del mondo capace di competere con il neoliberismo e l’utopia marxista».

Mentre inizia, con l’uccisione di Moro, il disfacimento della Dc, Bernabei rimpiange l’incapacità di proporre un vero modello cattolico di società e la scelta (che attribuisce al duo Montini-Moro) di presidiare il centro politico con una specie di modello intermedio tra liberismo capitalista e sinistra di ispirazione marxista. 

Nei decenni successivi si crea il paradosso imprevedibile che domina l’Italia di oggi: la Dc esplode e le sue schegge “pluralistiche” finiscono prevedibilmente in tutte le aree politiche, ma nel frattempo liberismo e comunismo si fondono in quella specie di pensiero unico da cui nasce, per esplicita rivendicazione, il Pd. Così oggi, di fronte alla domanda di politica determinata dalla profonda crisi del capitalismo, ci troviamo a constatare nei diari di Bernabei che in quella composita Dc in cui convivevano l’ispirato La Pira e il cinico Giulio Andreotti c’era più sensibilità al tema del rapporto con gli umili e della critica del capitalismo di quanto non si veda nelle formazioni di centrosinistra di questi tempi.

 

GIORGIO MELETTI

Giornalista. Ha lavorato, tra l'altro, per il Corriere della Sera, La7 e il Fatto Quotidiano

ANTONIO SEGNI Nell'intervista a Mario Segni sul libro "Il Colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news"

Moro vinse il duello sul centro-sinistra ma il golpe fu una fake news. Parla Mario Segni

Di Federico Bini - 

Un tuffo nel passato con Mario Segni, padre della stagione referendaria degli anni ’90, figlio di Antonio (presidente della Repubblica e ministro Dc) in libreria con “Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news”

Mario Segni, il padre della stagione referendaria degli anni ’90, figlio di Antonio (presidente della Repubblica e ministro Dc), si racconta a Formiche.net sul presunto golpe del ’64. Per la sinistra fu un “colpo di Stato”, per Segni “la madre di tutte le fake news”. Si tratta di un tuffo nel passato necessario per capire quanto delicata fosse la situazione politica italiana avendo all’interno del Paese il più organizzato partito comunista dell’intera area occidentale. Servizi segreti, carabinieri, istituzioni e presidenza della Repubblica, erano tutti preoccupati da una possibile avanzata, anche armata, del Pci. Al centro della scena Antonio Segni, un politico di alta statura morale e civile, volto a garantire la tenuta del sistema repubblicano.

Tenendo presente il suo ultimo libro, Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news, per citare Pietro Scoppola, la nostra ad oggi è ancora una “Repubblica dei partiti”?

Certamente no. La Repubblica dei partiti è finita nel 1992-1993. È finita da un lato con Mani pulite, ma è finita soprattutto con il passaggio al sistema maggioritario. Nel ’93 il cambiamento del sistema elettorale ha posto le basi di una Repubblica non più dei partiti ma delle istituzioni.

Suo padre, Antonio Segni, non fu solo presidente della Repubblica ma anche uno stimato ministro con De Gasperi e presidente del Consiglio. Una carriera nelle istituzioni.

Fu all’interno delle istituzioni e all’interno della Democrazia Cristiana. Storicamente non dobbiamo dimenticare che la Dc è il partito che ebbe il merito della nascita dello Stato democratico e della ricostruzione economica, sociale e morale del Paese dopo la guerra. Io in particolar modo dividerei la Prima Repubblica in due periodi: uno che può essere definito degasperiano che dura anche un po’ oltre la morte di De Gasperi (governi Scelba, Segni ecc…) e arriva intorno al 1960, l’altro la seconda parte è la fase del lungo declino che l’Italia ha iniziato e che ancora non è finito.

Il rapporto tra suo padre e De Gasperi?

Intanto non dobbiamo dimenticare che appartenevano allo stesso ristretto gruppo di fondatori della Democrazia Cristiana. Persone che avevano molte caratteristiche comuni: un’ispirazione cristiana profonda e una totale discontinuità con il periodo fascista. Nessuno di loro era stato fascista o simpatizzante del ventennio. Mio padre di De Gasperi fu ministro dell’Agricoltura di cui l’opera principale fu la riforma agraria sulla quale ebbe anche divergenze spesso profonde anche con lo statista trentino. È una storia complessa e travagliata, di due statisti che hanno avuto sempre un rapporto solidissimo di stima reciproca.

Entrambi provenivano dal gruppo del PPI di don Luigi Sturzo.

Mio padre era un grande estimatore di Sturzo e fu anche tra i militanti del PPI negli anni ’20. Fu anche candidato alle elezioni politiche del ’24 ma non passò, fu il primo dei non eletti in Sardegna. Tra l’altro finita la guerra ebbe modo di frequentare intensamente Sturzo quando tornò dall’esilio.

Come si arrivò alla designazione di suo padre come presidente della Repubblica?

Fu molto semplice. La Dc si mostrò quasi sempre compatta sul suo nome. Moro era segretario del partito, fu uno degli artefici della sua elezione. Fu eletto al nono scrutinio ma fu dall’inizio alla fine il candidato del partito contrapposto a Saragat candidato delle sinistre.

Cosa successe realmente nel 1964 con la crisi del I° governo Moro?

Nell’ultima parte del mio libro, ci sono alcune lettere di mio padre scritte soprattutto a Moro e Rumor (segretario della Dc) e ad altri, in cui appare chiarissimo qual è il motivo delle preoccupazioni, delle ansietà che lo turbano come presidente della Repubblica. Prima di tutto la crisi economica che precedeva di molto la crisi di governo. Tanto è vero che era stata preceduta da due eventi clamorosi: l’arrivo a Roma del vicepresidente della Commissione Europea e la lettera di Colombo, ministro del Tesoro, in cui denuncia disastrose le misure economiche del governo.
L’altra preoccupazione era di carattere costituzionale. Lo ripete varie volte nelle lettere a Moro, “io da presidente della Repubblica non posso permettere che l’Italia cancelli il sistema economico basato sulla libera impresa di mercato e sulla proprietà privata, determinato e scelto dalla Costituzione e metta in pericolo la partecipazione dell’Italia tra i paesi europei”.

E Guido Carli, governatore della Banca d’Italia come reagì?

Carli era schierato con ancora più forza a fianco di mio padre.

E la figura del generale De Lorenzo come la possiamo interpretare?

Nella crisi precedente, un anno prima, in cui si era formato il I° governo Moro, mio padre aveva instaurato l’abitudine di convocare ufficialmente al Quirinale durante la crisi anche personalità esterne. Convocò in occasione della prima crisi, Gaetano Martino sulla politica estera, Guido Carli governatore della Banca d’Italia e Giovanni De Lorenzo come esperto di ordine pubblico. Nessuno disse niente. In realtà la presenza di convocare personaggi esterni era già avvenuta la volta precedente, non era nemmeno una novità. Dopodiché dobbiamo dire che mio padre aveva una grande fiducia personale nei confronti di De Lorenzo e nei Carabinieri.

Come erano a livello politico e istituzionale i rapporti tra Antonio Segni, capo dello Stato, Moro presidente del Consiglio e Rumor segretario del partito?

Rapporti di grande cordialità. Con Aldo Moro c’erano però differenza politiche molto profonde. E la crisi del ’64 dimostra come le posizioni sono diversissime. Aldo Moro vuole il mantenimento della formula del centro-sinistra, mio padre invece vuole che la formula almeno in quella fase vada cambiata. Nella crisi vincono Moro e Nenni con la conferma del centro-sinistra. Poi la crisi obbliga il governo a cancellare – per fortuna – quelle misure che Segni e Carli non volevano. Vengono più cancellate per la forza delle cose che per la spinta politica.

L’ultimo colloquio tra suo padre e Moro prima della malattia?

È un colloquio dopo la crisi, molto emozionante. Alla fine mio padre gli dice: “Credo che tu non abbia a lamentarti nulla di te”. E Moro gli risponde: “Sì, è vero, ma io volevo essere certo del tuo appoggio”. E Antonio Segni: “Io te lo confermo e garantisco ma nei limiti della Costituzione”.

L’aneddoto riportato giornalisticamente da Jannuzzi della famosa litigata al Quirinale con Saragat e Moro? Cosa può dirci a riguardo?

Ritengo che sia una delle tante invenzioni, bugie, balle inventate da Jannuzzi. E ne sono sicuro per un piccolo motivo pratico. Io conosco il Quirinale, mio padre ci ha vissuto due anni, nello studio in cui si svolse l’incontro e il Salone dei Corazzieri ci sono quattro, cinque stanze con porte massicce. Dopodiché la smentita di Saragat è più precisa che mai: “Vergognose speculazioni”.

Taviani era ministro dell’Interno con Moro.

Tra Taviani e mio padre c’era una lunga amicizia, ma c’era da tempo una forte divergenza di opinioni politiche. Taviani era già fortemente attento all’apertura verso i comunisti e riteneva che fosse scomparso il pericolo comunista dopo la sconfitta di Secchia al congresso precedente.

L’incontro tra suo padre e De Gaulle?

De Gaulle era un personaggio che non poteva non incutere un senso di straordinaria autorevolezza. Ricordo una frase di Kissinger che disse che quando arrivarono all’Eliseo sembrava che tutto il palazzo ruotasse intorno a lui. Mio padre invece ricordo che mi disse: “Sembra più un vescovo che un generale”. Sembrava trasparire quasi un senso di superiorità religiosa.

La Sardegna ha dato i natali a figure politiche importantissime. Quali erano i rapporti tra queste famiglie?

Erano tutte famiglie sassaresi che si conoscevano da secoli. Con Cossiga mio padre ebbe quasi un rapporto di affetto paterno, era quasi un membro della nostra famiglia. Parliamo ovviamente di due generazioni diverse. Erano tutte famiglie nate e residenti in poche centinaia di metri di distanza, tutte appartenenti alla stessa parrocchia. La parrocchia di San Giuseppe ebbe due presidenti della Repubblica e il segretario del Partito Comunista.

Mario Berlinguer, padre di Enrico, fece anche una piccola apertura per votare suo padre presidente della Repubblica.

Mario fu quasi coetaneo e deputato socialista, e sì, durante le elezioni presidenziali, nonostante la candidatura di Saragat per le sinistre fece apertamente campagna per Antonio Segni.

Qual era il rapporto tra suo padre e la vostra terra di origine?

Io non dimenticherò mai una cosa che scrisse Montanelli. Il rapporto tra Antonio Segni con la Sardegna è un rapporto di amore carnale. Fu un rapporto di affetto profondissimo.

GIUSEPPE SINESIO: una vita per la politica e la sua terra

(articolo di Paolo Cilona tratto dal giornale "La Sicilia/Agrigento e Provincia" del 18 Maggio 2021)

Oggi ricorre il centenario della nascita a Porto Empedocle dell’onorevole GiuseppeSinesio, uno dei quattro figli (Pasquale, Maria e Aldo) di una famiglia piccolo borghese. Il padre, era un laborioso commerciante, proveniente dalla vicina Cattolica Eraclea. Una famiglia assai conosciuta e ben voluta dalla comunità empedoclina.
Il piccolo Giuseppe dopo avere frequentato la scuola d’obbligo fu mandato a studiare ad Acireale
presso il Collegio Pennisi, retto dai padri gesuiti. Si diplomò all’età di 17 anni, anticipando di un anno il corso scolastico. Venne poi mandato a Milano, dove si iscrisse alla Facoltà di Chimica. Tra i suoi docenti il prof. Giulio Natta (inventore della plastica e Premio Nobel per la Chimica nel 1963).

Durante l’esperienza universitaria partecipò in modo clandestino alla contestazione del regime fascista. Venne scoperto ed espulso da tutte le università italiane, ma grazie all’intervento di un amico studente che interessò la casa reale, fu riammesso a frequentare il corso di laurea.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, il giovane Giuseppe venne chiamato alle armi ed assegnato al Corpo di Spedizione Italiano in Russia. La campagna si concluse amaramente per l’esercito italiano che riportò novantamila morti e cinquantamila congelati su un contingente di quasi duecentocinquantamila soldati. Di questa grave avventura bellica ne parlava spesso con i giovani, ricordando quei momenti di dolore e di disperazione, con le suole bucate sulla neve e con le numerose sofferenze subite durante la ritirata e che secondo lui Cristo gli stava accanto
alimentando la speranza di poter riabbracciare la famiglia lontano.
Si laureò presso l’Ateneo palermitano ed iniziò ad insegnare presso il Liceo “Empedocle” di Agrigento. Tra i suoi più cari amici il giovane Andrea Camilleri che voleva apprendere da lui le tecniche dell’oratoria che costituiva la parte indispensabile del bagaglio del personaggio politico.
Nel 1948 fu eletto vice sindaco. In tale veste cominciò a confrontarsi con i reali problemi della città marinara.
Nel 1950 sposò la più giovane delle sorelle Sciangula, Carmela, appartenente ad una famiglia
della imprenditoria empedoclina operante nel settore della pesca. Dal felice matrimonio vennero al mondo Pippo e Ketty.
Fu chiamato a svolgere attività sindacale da Enzo Lauretta. Nel 1951 prese il comando della Cisl, il più grande sindacato dei lavoratori cattolici. Come sindacalista promosse tutte le battaglie per il riconoscimentodei diritti a favore dei lavoratori incominciando dalle miniere di salgemma e di zolfo
presenti nel territorio agrigentino, per poi partecipare alle grandi lotte per l’occupazione delle terre per l’attuazione della riforma agraria.
Molta attenzione riservò ai problemi dei pescatori e dei marittimi, con il sindacato “Liberpesca”, con il compito di tutelare i lavoratori del mare.
Nel 1951, grazie ad una borsa di studio si recò a New York per partecipare ad uno stage organizzato dalla Fondazione creata dal Senatore americano Fulbright. Le borse di studio avevano il solo compito di agevolare gli scambi di idee e di cultura tra gli Stati Uniti e gli altri
paesi del mondo tra cui l’Italia.
Un anno dopo dal suo ritorno dagli Stati Uniti sarà eletto sindaco di Porto Empedocle. La sua sarà una lunga sindacatura quasi ventennale fino al 1969 per poi proseguire dal mese di febbraio 1970 al mese di luglio dello stesso anno ed infine dal 1985 al 1989.
Alle elezioni politiche del 1953 venne escluso dalle liste della Democrazia Cristiana a seguito dell’intervento diretto di De Gasperi e di Scelba perché «aveva idee troppo radicali e di sinistra». Idee che preoccupavano i dirigenti nazionali di allora della Dc. Ma questa delusione non mino’ il suo entusiasmo e la sua azione.
Dal 1958 e per otto legislature fino al 1992 fu deputato nazionale, ricoprendo la carica di sottosegretario. Per il sottile gioco politico, pur avendo la capacità e la statura, non fu mai ministro, ma fece parte della direzione nazionale del suo partito. In verità Giuseppe Sinesio
venne nominato ministro della Funzione pubblica nel IV Governo Andreotti, ma non andò a giurare, rinunciando all’incarico ministeriale perché era venuto meno l’accordo tra Donat Cattin (suo capo corrente) e il duo Andreotti-Moro che prevedeva per Sinesio il ministero dell’Industria. Rivestì la carica di sottosegretario al Tesoro, ai Trasporti, all’industria nei governi presieduti da Rumor, Colombo, Andreotti e Moro. Ricoprì inoltre, con autorevolezza ed impegno la carica di presidente dell’Ueo (Unione Europa Occidentale).

Assieme a Giulio Pastore, Donat Cattin, Vittorino Colombo, Guido Bodrato costituì la corrente di “Forze Nuove”.
Nel 1992 lasciò la politica attiva per dare spazio al figlio Pippo, il quale pur avendo ottenuto un ottimo risultato elettorale non venne eletto deputato. Un risultato amaro per Giuseppe Sinesio, dovuto principalmente alla perniciosa conflittualità all’interno della sua famiglia dove il cognato Salvatore Sciangula, potente assessore regionale ai lavori pubblici non aiutò sul piano elettorale il nipote Pippo Sinesio. Sempre attivo sul piano parlamentare e negli organi nazionali del partito. Persona di grande umanità e punto di riferimento di tanti giovani impegnati nell’ambito della politica locale e regionale.
Fu Sinesio a scoprire e a sostenere sul piano politico tanti giovani come Salvatore Sciangula e Calogero Mannino. Furono tante le battaglie da lui condotte per dare al Comune di Porto Empedocle una prospettiva industriale. Infatti, grazie al suo costante interessamento e ai rapporti
personali con la famiglia Pesenti sorsero gli stabilimenti della Montecatini, dell’Italcementi, della
Vertem, creando un’area di sviluppo industriale. Nel 1963 dotava l’area del porto di un piano regolatore con lo scopo di accrescere il movimento del trasporto marittimo.
Nel 1994 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli conferì la più alta onorificenza di
“Cavaliere di Gran Croce”.
Si deve al suo impegno culturalela realizzazione a Porto Empedocle del monumento a Luigi Pirandello, in occasione del cinquantenario della morte del grande scrittore agrigentino, premio Nobel per la letteratura. Si spense all’età di 81 anni il 15 febbraio del 2002.

 

Video youtube su Giuseppe Sinesio. https://youtu.be/BtHmgwlLXIQ

FRANCESCO COSSIGA: un ricordo firmato Scotti

di Vincenzo Scotti  - Politica

Cossiga è stato protagonista di uno snodo della vita sociale e politica europea e mondiale. A differenza del suo maestro Moro non ha lasciato un’ordinata traccia scritta della sua visione, che va ricostruita soprattutto attraverso le sue azioni. Il ricordo di Vincenzo Scotti, già ministro degli Esteri e dell’Interno, che sarà pubblicato in un’opera a cura dell’Università di Sassari


L’Università di Sassari, che ha conosciuto  Francesco Cossiga  prima come studente e poi come docente della Facoltà di Studi Giuridici, ha organizzato in suo onore, con la presenza del Presidente della Repubblica, una giornata di studi secondo la tradizione accademica.

Dall’insieme dei contributi raccolti in queste pagine emerge, anche per chi non lo ha conosciuto e frequentato, quanto sia complessa la personalità di Cossiga. Essa è stata letta, pur nel rispetto della complessità delle diverse espressioni, alla ricerca della sua unità: uno statista del tempo presente, della sua terra sassarese, della sua nazionalità italiana ed europea e della sua cittadinanza del mondo. Essendomi stato richiesto di partecipare a questa lettura, in nome della nostra amicizia di una vita, non ho potuto che scrivere qualche pagina di testimonianza sul modo con cui Cossiga visse i grandi cambiamenti del contesto storico che cercò di capire andando sempre oltre l’emergenza e guardando oltre la siepe che recingeva il cortile del quotidiano. Nello scrivere questa piccola testimonianza mi sono ricordato un ammonimento di Goethe: “non si va molto lontano quando non si sa dove si va. Il guaio peggiore è quando non si sa dove si sta”.

Nel 1999, dovendo inaugurare il primo anno accademico della Link Campus University (allora of Malta), con il nostro grande amico comune,  Guido De Marco  – Presidente della Repubblica di Malta – chiedemmo al Presidente emerito di dedicare la sua lectio magistralis alle origini e agli sviluppi dei totalitarismi del secolo breve: il nazismo, il fascismo e il comunismo. Nella sua analisi, Cossiga parlò ai giovani studenti della fragilità delle democrazie e del loro rapporto vitale con la libertà.   Alla luce di questa analisi, era chiara la sua definizione di cattolico liberale e l’indicazione dei suoi maestri  Tommaso d’Aquino, insieme ad alcuni pensatori cattolici moderni: il beato  Antonio Rosmini, il Cardinale oggi Santo, John Henry Newman,  Papa Benedetto XVIe alcuni tra i grandi teologi protestanti di quegli anni.

A completare la sua vasta cultura interdisciplinare, vorrei ricordare gli studi di filosofia del diritto e di diritto costituzionale che sviluppò sotto la guida del maestro  Giuseppe Capograssi. 

Da queste prime righe il lettore potrà constatare che questa mia non è altro che la testimonianza di un amico conosciuto fin dagli anni Cinquanta, i tempi dell’Azione Cattolica, con cui ha condiviso tanti momenti felici, pur sempre accompagnati da un percorso politico quanto mai accidentato e, a volte, anche drammatico. Ma il fulcro della mia testimonianza è negli anni finali del suo mandato di Presidente della Repubblica.

Ritornando per un istante agli interessi e alle curiosità culturali di Cossiga c’è un’area che avemmo in comune come ministri dell’Interno: mi riferisco agli studi strategici internazionali e a quelli sulla sicurezza e sull’intelligence nel tempo presente. Su questi temi si sviluppò non solo una sintonia accademica ma anche un’uniformità operativa quando mi trovai a rapportarmi da ministro dell’Interno con Cossiga Presidente della Repubblica.

I momenti più difficili e tormentati su cui continuo a riflettere e sui quali ancora mi interrogo, restano certamente quelli del rapimento e della uccisione di  Aldo Moro  e quelli finali del suo settennato. Ad oggi, nonostante siano trascorsi ben dieci anni dalla sua morte, questi due periodi sono i meno sedimentati e poco oggetto di analisi storica condivisa.

Mentre per quello che riguarda il tempo delle icconate�e dellimpeachment  mi sento oggi di testimoniare, sulla questione Aldo Moro mi rimane difficile perch�troppo complesso per limitarlo a poche righe. Seppure con lui non abbia avuto mai alcun contrasto e mi sia sempre rivolto a lui con molta franchezza, sulla questione Moro, il suo maestro, ho sperimentato quanto fosse per lui doloroso parlarne. Nel 1992, in presenza di richieste da parte della Commissione parlamentare sui documenti in possesso del ministero sul caso Moro, nominai una ristretta commissione per verificarne lsistenza negli archivi delle forze dellrdine e del ministero. Dovetti consegnare i risultati ad un gruppo guidato dal vice presidente  Luigi Granelli, redigendo un apposito verbale. Pur riscontrando la sua sofferenza, devo dire che questa non lasci�traccia nel nostro rapporto di amicizia.

Passo ora alla testimonianza su come Cossiga visse il cambiamento della fine del comunismo e come si impegn�con grande coraggio a leggere gli avvenimenti che hanno smentito il semplicismo di un giudizio di semplice vittoria del capitalismo liberista e, di conseguenza, di una fine della storia. Cossiga fu uno dei pochi convinti che in Italia, in Europa e nel mondo si richiedeva alle classi dirigenti di ambedue i blocchi di affrontare i cambiamenti culturali, sociali e politici che avrebbero investito lmisfero del capitalismo, proprio in conseguenza della caduta del muro di Berlino.

Dal mantenimento della pace, alla competizione coi Paesi emergenti, al formarsi di nuovi equilibri geo-economici e geopolitici, al disfarsi e riorganizzarsi degli Stati dell’ex Patto di Varsavia e quindi alla revisione degli assetti delle istituzioni mondiali e di quelle interne ai singoli Paesi comunisti. Una volta caduto il sistema del socialismo reale, non solo come ideologia ma di potere, non c’era soltanto da espandere e rendere globale e più radicale il capitalismo e da esportare la democrazia dei Paesi industriali. Cossiga, nel silenzio della prima parte del suo settennato, aveva riflettuto proprio sulla fine del comunismo e sulle difese economiche, sociali e politiche costruite per garantire in Europa, e in particolare in Italia – il Paese con il più grande partito comunista, equilibri di potere alle forze di governo e di opposizione.

Vorrei fare qui una breve parentesi che certamente è fuori dalle vulgate della storia della Dc: il partito politico che ha avuto al proprio interno la maggiore insofferenza verso l’equilibrio allora esistente è stata proprio la Dc che, a prima vista, avrebbe potuto trarre la maggiore rendita di posizione. Il dibattito sull’andare oltre è stato sempre presente nella vita del partito, da De Gasperi a Moro.

Cossiga intuì che a rendere più urgenti e necessari i cambiamenti istituzionali e politici fosse l’avanzare della rivoluzione digitale che avrebbe messo in crisi le forme di democrazia rappresentativa, imponendo di sostenere la globalizzazione, il capitalismo finanziario, il determinismo dell’algoritmo e dei modelli.

Cossiga era certo che la maggioranza delle forze politiche pensava che bastasse cambiare subito nome e segni dei partiti storici per poter mantenere, senza nulla mutare, gli assetti politici esistenti. Contro questa area di continuità, Cossiga riteneva bisognasse alzare la voce e usare il piccone per essere ascoltato e demolire l’esistente.

Gli avvenimenti precipitarono con il crollo del muro di Berlino, dei regimi comunisti nei Paesi satelliti e del mondo bipolare: al centro della comunicazione vi erano la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, e l’immagine del presidente Gorbaciov e di sua moglie che scendono dall’aereo che li riporta a Mosca, il 19 agosto 1991, dopo il fallito colpo di stato.

Non posso non sottolineare che la mia amicizia con Cossiga copre la gran parte della sua straordinaria vita. Nasce agli inizi degli anni Cinquanta quando ero impegnato nella sede centrale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Giac), all’Ufficio Studenti. Sono gli ultimi mesi di presidenza di Carlo Carretto e l’intero periodo di  Mario Rossi,  il giovane medico del Polesine. Cossiga è un dirigente dell’Azione Cattolica della diocesi di Sassari, impegnato poi nella Fuci e nei Laureati Cattolici e nella vita politica, a partire delle elezioni del 1958. Nel contrasto tra Luigi Gedda, Carretto e Rossi si era consolidato il rapporto tra la Giac, la Fuci e i Laureati Cattolici. Gli storici dei movimenti cattolici si sono molto interessati alla vicende della Fuci e del Laureati; di queste ultime erano parte  Giulio Andreotti, Aldo Moro  e  Giovanbattista Montini. La Gioventù Cattolica era molto meno impegnata nella vita della DC, lo scontro con Gedda era culturale e sociale. Quando, nel 1954, viene destituita tutta la dirigenza della Giac, per intervento del Santo Uffizio, la notizia viene commentata solo da alcuni grandi giornalisti. Eppure la Giac era una comunità che comprendeva uomini di notevole spessore culturale, a partire da  Pietro Phanner, Umberto Eco, Emanuele Milano, Dino De Poli, Wladimiro Dorigo, Michele Lacalamita, Luciano Tavazza,  Antonio Graziani  e  don Arturo Paoli. L’unico rappresentante politico era il vice presidente, Emilio Colombo. Erano straordinarie personalità che hanno lasciato un segno nella storia culturale e civile del Paese. Sotto la presidenza di Rossi, la GIAC cambiò la sua struttura con la nascita dei movimenti degli studenti, dei lavoratori e dei coltivatori che divennero una delle ragioni dell’allontanamento di tutta la dirigenza.

A me fu chiesto di collaborare ad organizzare il movimento nelle scuole cattoliche e di impegnarmi a dar vita a una Scuola nazionale del Movimento studenti, a cui contribuirono tutti i dirigenti del movimento, compreso  Vincenzo Saba, grande amico di Cossiga (tanto da chiedergli di fare da padrino di battesimo a sua figlia Gavina) e un grande vescovo, monsignor  Emilio Guano, assistente dei Laureati Cattolici. La scuola del movimento studenti, nel dicembre del 1953, fu l’occasione per conoscere e stabilire un rapporto d’amicizia con Cossiga tramite proprio Vincenzo Saba.

Dopo qualche anno, quando ero capo della segreteria tecnica del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, presieduto da  Giulio Pastore, incontrai pi�volte Cossiga per discutere delllaborazione del primo Piano di Rinascita della Sardegna. In quel momento,  Paolo Dettori  era presidente della Regione e  Pietrino Soddu  era lssessore al Piano. Tutti e due erano di Sassari e in Sardegna era gi�scoppiato lo scontro politico tra i cosiddetti  giovani turchi, organizzati da Cossiga, e i  grandi popolari, non solo di Sassari (per tutti  Antonio   Segni) ma di Cagliari (Antonio Maxia, Efisio Corrias, Lucio Abis) e di Olbia (Salvatore Mannironi).

I giovani turchi avevano una grande vivacità culturale e coraggio politico tanto da porre ultimati ad Antonio Segni. Celestino Segni, il primogenito di Antonio Segni, faceva parte dei giovani turchi! Per Cossiga iniziavano gli anni della crescita di responsabilità politiche e di governo: consigliere di Moro in questioni di estrema riservatezza, sottosegretario, ministro e poi Presidente del Senato e, infine, Presidente della Repubblica. Nessun politico italiano ha percorso una così rapida crescita di responsabilità e di successi e, al tempo stesso, di grandissime amarezze e dure lotte. Nella formazione del Governo di Mariano Rumor del 1972, fu proposto, dai suoi amici della Base, come Ministro della Funzione Pubblica, ma la sua nomina incontrò il veto di  Eugenio Cefis  per il sostegno dato, insieme a  Stefano Siglienti  e a  Beniamino Andreatta, rispettivamente Presidente e Consigliere dell’Imi, al progetto del polo chimico di Porto Torres.

Il giorno dopo la formazione del Governo, Cossiga   mi chiamò a brindare coi giornalisti, alla bouvette della Camera, per la mancata nomina a ministro. Si era chiusa una porta ma era convinto che si sarebbe aperto un portone. Infatti si susseguirono: ruoli politici crescenti nel governo Rumor, il sottosegretariato alla Difesa, ministro della Funzione Pubblica e, infine, ministro dell’Interno, dove si trovò a gestire la tragedia dell’uccisione di Moro e da cui si dimise appena scoperto il cadavere. Queste dimissioni fecero pensare a un ritiro dalla politica. Ma non passò molto tempo e Sandro Pertini gli diede l’incarico di formare, in sequenza, due Governi.

Mi chiamò a far parte del suo Governo come ministro e mi fece partecipare, a Palazzo Chigi, alle riunioni della sua “squadra di sardi”, tra i quali il cugino  Sergio Berlinguer  e  Luigi Zanda. Fu un periodo molto intenso, sia sul versante interno che su quello internazionale, in cui riuscì a stabilire una difficile intesa con i socialisti, in specie con Bettino Craxi e Giuliano Amato, nonostante i crescenti contrasti tra i due partiti. La decisione sulla installazione dei missili a corto raggio nel nostro Paese fu presa con una liturgia attenta a tutti minimi particolari, non ultima quella dell’isolamento dell’area di Palazzo Chigi durante la seduta del Consiglio dei Ministri impegnata nella decisione, cosa usuale nei governi dei Paesi anglosassoni.

La campagna elettorale del 1983 segnò il massimo della tensione tra  De Mita  e  Craxie portò ad una perdita di voti alla Dcdel 6%; cosa che spinse De Mita a proporre la disponibilità immediata della Dc a indicare al Presidente della Repubblica il nome di Craxi per la formazione del governo. Cossiga fu indicato dalla Dc come Presidente del Senato, garantendo in questo modo al Governo Craxi una navigazione protetta. Allo scadere del mandato di Pertini, De Mita, con la proposta di Cossiga, mostrò non solo un’immagine di forza e di prestigio ma anche di affidabilità non solo per i socialisti ma anche per i comunisti. Un’operazione che manifestò tutte le capacità di “manovra politico-parlamentare” del segretario della Dc.

Nei primi quattro anni di presidenza, Cossiga si attenne a una condotta strettamente istituzionale senza molti interventi e comunque sempre rispettosi della prassi costituzionale. Era succeduto a Pertini e il contrasto fu evidente, specie quando la situazione dei Paesi del Patto di Varsavia cominciava a manifestare i segni della disgregazione. La presenza a Roma del Papa polacco,  Giovanni Paolo II, e le sue visite in Polonia, alimentavano la convinzione dei cittadini dei Paesi comunisti che i loro regimi non sarebbero stati in grado di reggere al vento della libertà.

Nelle poche volte che lo incontrai in quei giorni, Cossiga mi manifestò la sua opinione che l’Urss non avrebbe potuto sostenere la spesa della competizione militare con gli Stati Uniti e con la Nato. La decisione della installazione dei missili a corta gittata in Italia e in Europa sarebbe stato un elemento di accelerazione del dissolvimento dell’Urss. Non pochi in occidente e negli stessi circoli diplomatici della Santa Sede avevano una convinzione opposta, ritenendo che il cammino fosse ancora lungo e che si sarebbe dovuto continuare a convivere con il mondo comunista.

Molto interessante è rileggere le cronache della visita di Gorbaciov a Roma dal 29 novembre al 1 dicembre 1989, quando era già caduto il muro di Berlino. L’accoglienza a Gorbaciov veniva espressa con esagerata enfasi per un personaggio in grande declino a Mosca. Anche nei circoli di Governo venivano rilevate opinioni divergenti tra il Presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e l’ambasciatore a Mosca, Sergio Romano.

Queste diverse posizioni rendevano evidente, a giudizio di Cossiga, non solo il ritardo con cui si percepiva la crisi galoppante dell’Unione Sovietica ma anche la mancanza di idee su come cambiare l’assetto istituzionale, dove la presenza del più grande partito comunista fuori dall’Unione Sovietica aveva portato alla stesura del Titolo V della Costituzione, che avrebbe reso sempre più difficile governare nell’incombente era digitale e globale. Per Cossiga la Dc non aveva ancora preso coscienza su cosa e su come cambiare per affrontare il tempo nuovo e, in questa situazione, aveva pensato alla necessità di un gesto forte per indicare al Paese che si era di fronte a un mutamento radicale, chiamando gli italiani a un voto politico nell’immediato. La prima volta che me ne parlò fu subito dopo la visita di Gorbaciov.

Nell’autunno del 1992, raccontai a Cossiga, Presidente emerito, che in quei giorni, quando era già scoppiata la vicenda “Mani pulite”, avevo invitato a casa mia, per un caffè, Mino Martinazzoli, divenuto da pochi giorni Segretario della DC, insieme al Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, al Capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, Domenico Pisani e al mio ex Capo di Gabinetto,  Raffaele Lauro. Poiché Martinazzoli mostrava indifferenza allo scenario che gli veniva disegnato, il generale Pisani gli chiese se per caso avesse capito che di lì a un anno la Dc non sarebbe più esistita. Non fu una mia interpretazione della realtà. Nel 2004, Cossiga, nella prefazione ad un mio libro “Un irregolare nel Palazzo” scrisse “Egli (Scotti) fu, grazie anche alla azione informativa e alla analisi compiuta da Vincenzo Parisi e dai suoi uomini (è ormai venuto il momento di dirlo!) il primo che comprese che stava per scatenarsi la bufera di ‘Mani Pulite’ e che vi era il pericolo che si tentasse, come poi infatti accadde!, un vero e proprio ‘golpe istituzionale per via giudiziaria’ contro la prima Repubblica”.

Torniamo indietro: dopo il Congresso della Dc del 1989, lasciai la vice segreteria del partito per candidarmi a Presidente del gruppo parlamentare alla Camera, succedendo a  Martinazzoli. La situazione politica parlamentare era difficilissima: alla fine di ogni seduta pomeridiana si ascoltavano le “catilinarie” dei radicali e di Oscar Luigi Scalfaro contro le esternazioni di Cossiga. Era molto difficile la posizione del Presidente del Gruppo democristiano, anche perché cresceva l’opposizione al Presidente della Repubblica.

Dopo quella fase iniziale delle esternazioni, la mia repentina nomina a ministro dell’Interno, dopo le dimissioni di  Antonio Gava  colpito da un ictus, mi consentì di seguire molto da vicino quella fase convulsa della politica e della vita di Cossiga.     Ricordo che la mattina del 15 ottobre del 1990 fui svegliato da una telefonata del Presidente della Repubblica che mi informava che, nel pomeriggio, avrebbe firmato il decreto per la mia nomina a ministro dell’Interno e che, l’indomani, ci saremmo incontrati al Quirinale per il giuramento. Da quel momento ero tenuto a riferire sulla situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica, in alcuni casi anche con la presenza dei capi delle tre forze di polizia. Per me erano giornate di particolari tensioni, soprattutto per l’intrecciarsi delle stragi mafiose con il pressante lavoro legislativo, necessario a offrire ai responsabili delle Istituzioni, politici, magistrati, uomini della polizia, dei carabinieri e della Guardia di Finanza, strumenti e organizzazioni (DIA e DNA) adeguate alla guerra alla mafia. Lavoro che venne affrontato con i capi delle forze dell’ordine e dell’allora servizio interno e con i giuristi del Viminale e del Ministero di Grazia e Giustizia, sempre in sintonia con il ministro  Claudio Martelli  e  Giovanni Falcone.

Vorrei però aggiungere una testimonianza sul mio rapporto con Cossiga in tema di legislazione antimafia e della sua legittimità rispetto alla Costituzione. Non è un mistero che sia io che Martelli eravamo attaccati su quasi tutti i numerosi provvedimenti e in modo particolare su tre di questi: l’istituzione della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) e della Dna (Direzione Nazionale Antimafia), il decreto legge 8 giugno 1992, che fu giudicato incostituzionale in Commissione al Senato (prima della uccisione di  Paolo Borsellino) e i provvedimenti contro il condizionamento mafioso delle amministrazioni locali. Come è prassi costituzionale, il Governo può sentire il parere degli uffici del Quirinale su questioni che poi saranno vagliate dal Presidente prima della presentazione al Parlamento del disegno di legge, dopo l’approvazione e prima della promulgazione. Cossiga fu sempre un lettore rigoroso e attento dei provvedimenti e, in alcuni casi, ritenne di esprimere un suo parere con qualche esternazione. Parlando del lavoro legislativo fatto, nella citata prefazione al mio libro, Cossiga scrisse ” Avendo come consiglieri Giovanni Falcone e Vincenzo Parisi, Scotti diede una svolta quasi ai limiti della “legalità formale”, sia sul piano legislativo sia su quello organizzativo, alla lotta alla mafia. Sua l’idea di istituire un centro interforze di “intelligence” e di coordinamento investigativo antimafia”.

Con lui e con l’assenso del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti decidemmo di dar vita a una Conferenza Nazionale Annuale sulla Legalità alla quale invitare tutte le Istituzioni dello Stato a ciò deputate e i Rappresentanti più significativi del pluralismo sociale e religioso, per valutare – tutti insieme – l’andamento e i risultati della lotta alla mafia. Giovanni Paolo II ci concesse un’udienza in Vaticano per esprimere il suo pensiero sulla lotta alla mafia e alla criminalità. La prima e unica sessione fu aperta proprio dal Presidente della Repubblica attento, anche per questo fenomeno, su quali sarebbero potuti essere gli impatti del nuovo contesto internazionale economico e politico, conseguente alla fine dell’Unione Sovietica, sulla corruzione e sulle reti criminali internazionali.

È ancora troppo presto per poter affrontare la lettura della complessa esistenza di Cossiga. Manca da analizzare ancora un folto materiale archivistico tra cui anche alcuni testi segretati e relativi alle vicende ancora controverse. C’è tuttavia una valutazione che comincia ad essere condivisa: che una caratteristica di Cossiga fosse quella di saper cogliere a fondo le evoluzioni delle vicende politiche.

Come ho sottolineato, Cossiga è stato protagonista di uno snodo della vita sociale e politica del contesto europeo e mondiale nel quale le vicende italiane si sono svolte. A differenza del suo maestro Moro non ha lasciato un’ordinata traccia scritta della sua visione e delle sue idee, quasi una bussola per la classe dirigente. Era un uomo politico il cui pensiero va ricostruito attraverso lo scritto ma soprattutto attraverso le sue azioni e i suoi gesti concreti. Per questo vorrei riprendere il filo del suo ragionamento sul declino e sulla sparizione del comunismo e sulle conseguenze sulla vita sociale e politica del Europa e dell’Italia. Abbiamo già ricordato la spiegazione del suo ricorso alle picconate. Non è una novità che fosse un’impaziente e quindi reagisse immediatamente a una mancata risposta. Cossiga intravide, nel caotico precipitare della fine del comunismo, ciò che la classe dirigente avrebbe dovuto fare al cadere dei nodi di una democrazia incompiuta e di un’economia frenata da una quantità di vincoli amministrativi.

La globalizzazione e la società digitale richiedevano una decisione politica rapida ed efficiente, necessaria a sostenere un sistema produttivo e sociale in fase di trasformazione. Nella competitività crescente della globalizzazione, l’efficacia veniva sempre più misurata non solo dalla produttività di una singola unità ma dall’efficienza del sistema complessivo. La stabilità e la rapidità delle decisioni di Governo richiedevano il superamento di un sistema elettorale proporzionale puro e l’attribuzione di un proprio spazio normativo dell’esecutivo, senza dover “violentare” la Costituzione con un continuo ricorso a decreti di urgenza in mancanza dei requisiti.

Di fronte a un sostanziale rifiuto di cambiare la Costituzione, Cossiga mandò un suo Messaggio alle Camere. La maggioranza dei Parlamentari erano stati presi di sorpresa dalla sparizione dei vertici dell’Urss e erano contrari a cambiamenti costituzionali.

Cossiga divenne furibondo, non capiva il perché i deputati non avessero almeno letto e risposto al suo Messaggio. Tra essi, tra l’altro, si trovavano la maggioranza dei suoi vecchi amici di partito che l’avevano eletto. Per Cossiga era troppo tardi: presto gli sarebbero caduti sulla testa i sassi della casa in dissoluzione. I fatti si sono preoccupati di dimostrare che, persa quell’occasione, non si sarebbe più riuscito ad approvare una modifica costituzionale anche quando fosse stata votata in Parlamento. Infatti, succederà che gli stessi Parlamentari che approveranno la modifica, poi, nel voto referendario di conferma, concorreranno a bocciarla.

Quando nella vita politica si perde l’occasione temporale giusta, i percorsi diventano sempre più difficili da portare a compimento, specie quando i disegni politici sono deboli o inesistenti. Qualche anno dopo Cossiga concluderà così la prefazione a un mio libro: <<mi si consenta una notazione personale, io debbo essere grato a Vincenzo Scotti non solo per la sua amicizia e per il suo affetto personale ma per aver compreso e plaudito al mio Messaggio Presidenziale al Parlamento sullo stato delle istituzioni e sulle necessità di una loro riforma. A tutti sono grato. Ma in modo particolare a Vincenzo Scotti che compì non solo un atto di stima e di amicizia nei miei confronti ma un autentico atto di coraggio, dato l’atteggiamento ostile delle gerarchie del suo partito”

Ma Cossiga non si fermò nella sua battaglia, cercando disperatamente una via per mettere in moto un processo effettivo di cambiamento. E rimase attento agli spazi che si potevano presentare. Ci fu un momento importante, dopo la dissoluzione del comunismo, quando – nell’aprile del 1990 – il Governo Andreotti entrò in crisi.   Cossiga, nelle more delle consultazioni al Quirinale, rese evidente la sua convinzione che, sia pure con ritardo, quello fosse il momento di sciogliere le Camere e andare alle elezioni. Un tardo pomeriggio di aprile mi convocò per chiedermi se l’ufficio elettorale della Direzione competente diretto da Menna, figlio del Sindaco di Salerno, fosse in grado di organizzare lo svolgimento delle elezioni politiche prima della fine di luglio, nel caso il Ministro dell’Interno avesse potuto garantire un governo per il brevissimo tempo necessario.

Erano presenti due testimoni: il prefetto Parisi e il prefetto Lauro. Evidentemente avevo bisogno di 24 ore per consultare gli uffici e dargli una precisa e documentata risposta. Mi chiese poi di mantenere la estrema riservatezza e di tornare il più rapidamente possibile. La verifica fu positiva: si potevano fare le elezioni nel mese di luglio. Cossiga non capiva perché il Presidente del Consiglio e i due partiti PSI e Dc, oltre al Pds, fossero nettamente contrari. Anche a me sembrava strano non avviare subito, con un nuovo governo, una stagione di rapide riforme.

Cossiga insisteva sulla sua linea anche quando ormai la situazione politica interna stava degenerando. La rendita di posizione dei cosiddetti partiti democratici diventava non più accettabile. La classe dirigente che pure aveva portato l’Italia a diventare la quinta potenza economica del mondo, mostrava stranamente una visione corta.  Solo se nelle ore conseguenti alla caduta del muro di Berlino ci fosse stata la decisione di una elezione anticipata e la proposta di una assemblea costituente si sarebbe potuto governare il cambiamento.

Cresceva nel Paese l’insofferenza per l’assenza di cambiamento politico che trovava nell’iniziativa referendaria di Mario Segni e nella lotta giudiziaria di “Mani pulite” sempre più consenso verso la distruzione dei partiti storici che avrebbe portato anche alla fine della Prima repubblica.   Di questo pericolo e dello scontro violento con la mafia parlai alla Camera a Commissioni riunite Camera – Senato nell’inizio primavera del 1992.

Nessuno può dire cosa sarebbe potuto succedere se si fosse andato alle elezioni e se si fosse aperta una stagione di riforme di cui parlava Cossiga.

Questo era Francesco Cossiga: era presbite e vedeva lontano!

FRANCESCO MERLONI: UN PROTAGONISTA DELLA RINASCITA


‘RAI Cultura’ è una struttura della RAI che presidia il settore “Cultura”, sia attraverso la realizzazione dei programmi con l’utilizzo di risorse proprie, sia attraverso l’acquisto di prodotti da altri soggetti.

In occasione del 70° Anniversario dalla nascita della nostra Repubblica, nel 2016 RAI Cultura mandò in onda una serie di puntate dal titolo esemplificativo “L’Italia della Repubblica”. La quarta puntata, intitolata “La Rinascita”, aveva come ospite in studio l’ingegnere Francesco Merloni: la scelta dell’industriale marchigiano è la riprova, qualora ce ne fosse stato bisogno, dello spessore della persona.

Francesco Merloni nasce nel 1925 a Fabriano, figlio di Aristide, la cui figura è fondamentale per comprendere la vocazione industriale di una realtà periferica, quale era appunto quella marchigiana. Il binomio Rinascita-Francesco Merloni rappresenta un pezzo di storia di questo nostro Paese, grazie anche all’incontro fortunato con personalità dell’epoca, prima fra tutte quella di Enrico Mattei. Quest’ultimo, con la sua vita avventurosa, con le sue scelte in campo economico anche controcorrente, è notoriamente considerato l’artefice principale dello sviluppo di questo Paese. Nel corso di un intervento sulla figura del fondatore dell’ENI, Francesco Merloni ebbe a fare una confidenza, che a prima vista potrebbe evidenziare una propria debolezza, ma nella realtà nasconde una profonda ammirazione: “In vita mia, Mattei è stata l’unica persona che mi ha dato soggezione”. La stima per il mitico capitano d’industria scomparso tragicamente a Bascapè nell’ottobre 1962 non poteva essere meglio sintetizzata, se si tiene conto del rispetto misto a timore che un personaggio del genere sapeva suscitare, in particolare tra i giovani nati nel Ventennio e desiderosi di farsi strada nel Secondo Dopoguerra. Per comprendere Francesco Merloni è doveroso fare un passo indietro, accennando alla storia del nostro Paese. L’Ingegnere marchigiano è sempre andato fiero di un episodio della sua vita: mi riferisco alla condanna a morte comminatagli dalle Autorità della Repubblica Sociale Italiana, in seguito alla renitenza alla leva militare. Il giovane Francesco ha vagato, fuggiasco, per le colline intorno a Cerreto d’Esi, ultimo Comune della Provincia di Ancona prima del confine con quella di Macerata, avendo eletto a rifugio la casa del parroco di Poggeto di Matelica, don Pacifico Veschi. Come ho avuto modo di ascoltare dalla sua viva voce il 28 maggio 2016, al teatro Casanova di Cerreto d’Esi, ad un Convegno commemorativo sull’amico Bartolo Ciccardini, nei momenti più duri, quando le Autorità andavano a cercarlo, Francesco si nascondeva con Dalmato Seneghini nel campanile della chiesa di Poggeto. I due passavano giornate intere a parlare tra loro, per passare il tempo potevano fare solamente questo. Proprio questi dialoghi, tra un giovane ed un anziano, hanno contribuito in modo significativo a porre le basi per il ritorno alla democrazia.

Tante volte sono venuti a casa nostra a cercarmi e non mi hanno mai trovato, una volta hanno arrestato mia madre, che è stata in carcere per oltre quaranta giorni a Fabriano, dove ha passato lì anche il Natale e il Capodanno del 1943/44. “

Quei momenti tragici appartengono a quella generazione di italiani che, probabilmente proprio a seguito delle privazioni e delle sofferenze della loro esistenza, hanno dato prova, una volta ritrovata la libertà, di una grande voglia di vivere, di fare e di operare, oggi inimmaginabili.

Nonostante l’interessante invito di Enrico Mattei ad andare a lavorare con lui dopo il conseguimento della Laurea in Ingegneria, Francesco Merloni preferì rimanere a Fabriano nell’impresa di famiglia. La sua scelta si è rivelata giusta, anche grazie al consiglio paterno di assumere persone con maggiori conoscenze delle proprie, in modo da poter meglio raggiungere i propri obiettivi aziendali. “Circondati di persone più competenti di te”: in fondo, questo piccolo insegnamento, se accettato e praticato, nasce dall’umiltà propria di persone che hanno raggiunto il successo a prezzo di tanto lavoro e sacrificio: una tale scelta si è rivelata decisiva, sebbene vada collocata agli antipodi di quel tutto e subito, frutto della mentalità corrente, spesso all’origine di tanti fallimenti societari di aziende ritenute solidissime.

Nel 1972 ha inizio per Francesco Merloni, che fino a quel momento era stato consigliere comunale e provinciale nel partito della Democrazia Cristiana, la presenza quasi trentennale al Parlamento della Repubblica. Deputato nella 7°, 8°, 9°, 10° e 13° Legislatura, ha rivestito l’ufficio di Senatore nella 6° e 11° Legislatura. In questo periodo Francesco Merloni viene chiamato a fare il Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo guidato da Giuliano Amato, dal 28 giugno 1992 al 27 aprile 1993, e rimarrà tale anche nel Governo Ciampi, dal 28 aprile 1993 al 9 maggio 1994. Importantissima sarà la legge quadro in materia di lavori pubblici, conosciuta appunto come la legge Merloni dell’11 febbraio 1994 n. 109, emanata in un periodo di grandi difficoltà per le nostre Istituzioni repubblicane, rese fragili dal pesante condizionamento del fenomeno noto come Tangentopoli. In quella fase di transizione, probabilmente la più critica dai tempi della riconquistata democrazia, Francesco Merloni viene considerato l’uomo che sa ridare impulso e credibilità ad un settore delicatissimo, quale quello dei lavori pubblici segnato dagli scandali. Si diffonde la convinzione che la sua figura di industriale proveniente da una regione operosa sarebbe stata un esempio di buon governo. Ecco, io penso che la scelta di Merloni, che trova compimento nell’importante legge che porta il suo nome, rappresenti il migliore riconoscimento alla sua autorevole personalità e alla realtà industriale di provenienza. Lo stesso rapporto di amicizia fra l’industriale marchigiano ed Enrico Mattei era cementato dalla passione per il Bene Comune, al centro dei loro interessi e della loro azione.

Altri tempi, lontanissimi dagli attuali, ma se non ci fossero stati, lo sviluppo economico italiano probabilmente non sarebbe mai decollato.

Il mandato parlamentare di Francesco Merloni ha avuto inizio nel 1972, anno nel quale si è verificato il primo scioglimento anticipato delle Camere, con la Democrazia Cristiana uscita vincitrice dalle elezioni politiche. Il mandato, dopo una partecipazione ministeriale di alto prestigio, è terminato nel 2001, quando l’allora partito di maggioranza relativa ha cessato di esistere, come è testimoniato dall’iscrizione nel gruppo parlamentare dei Popolari e Democratici l’Ulivo. Residente a Roma, Merloni non manca di operare a favore del territorio dove è nato, come quando nel 2006 diventa Presidente del Comitato scientifico che organizza, presso il quattrocentesco Spedale di Santa Maria del Buon Gesù, la Mostra “Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento”, dedicata al celebre pittore nato a Fabriano. Merloni si rese conto che l’iniziativa della mostra – che fra l’altro prevedeva un percorso presso la locale chiesa di san Domenico – incontrava difficoltà di carattere economico, nonostante il successo in Italia e all’estero dell’iniziativa. In particolare, evidenziò l’assenza di agevolazioni fiscali per quanti avessero voluto organizzare una mostra sull’Arte del nostro glorioso Passato. L’autorevole presenza politica lascia un segno anche in tempi recenti, grazie soprattutto alle interviste nel corso delle quali non manca di fare acute osservazioni sui tempestosi terremoti politici che caratterizzano la Democrazia Italiana, come quando fece notare che a Fabriano solamente gli esponenti del Movimento Cinque Stelle si erano scomodati ad andare nelle case a far conoscere la propria vicinanza ai cittadini, i quali li avevano ripagati con un importante successo elettorale.

Un parere ascoltato, quello di Francesco Merloni, non solo per essere ancora oggi una delle persone alle quali dobbiamo il Miracolo Italiano, per il quale avvertiamo una profonda nostalgia, ma anche per la partecipazione diretta alla vita delle nostre Istituzioni, alle quali ha sempre garantito quello spirito di servizio tipico della sua generazione e di coloro che lo hanno preceduto.

 

Massimo Cortese

ALDO MORO TERZIARIO DOMENICANO E COSTRUTTORE DELLA POLITICA: un esempio da seguire oggi

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 17 novembre 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

Capita,a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che,nonostante tutto,fanno parte anche della nostra vita privata. E’ più o meno quanto succede a chi scrive queste brevi note ripercorrendo l’impegno politico di un protagonista sempre attuale della nostra storia politica: Aldo Moro. Ho avuto,giovanissimo, la possibilità di incontrarlo, conoscerlo condividere con lui riflessioni e giudizi e fu lui a guidarmi nei primi passi all’interno della Democrazia Cristiana. Ringrazio la casualità di questo incontro che avvenne per motivi familiari a Bruxelles, che mi ha fornito a me ragazzo la ricchezza del suo insegnamento politico,culturale e soprattutto umano,fondato essenzialmente sull’esempio e ancor oggi la sua elevata statura morale lo rende non sempre facilmente collocabile in un ambito storico tanto diverso da quell’epoca eppure altrettanto bisognoso di Maestri e di esempi.

Complessivamente la sua leadership all’interno del variegato mondo democristiano è durata vent’anni,dal 1959 al momento della sua tragica fine:si trattava tuttavia di un rilievo “etico” di uno spessore “morale” che nulla aveva in comune con il posizionismo della politica tradizionale e conservatrice perchè esprimeva un costruttivo e responsabile impegno per una concezione della politica legata alla “potestas” che egli offriva,interpretando il vissuto della società civile. Era in sostanza, un intellettuale della politica,nel quale l’epifania della parola diveniva elemento di purificazione della stessa politica,da reinterpretare alla luce delle non facili esigenze di una società in costante e rapida trasformazione.

Artefice di una concezione della politica fondata sul confronto,ricercava sempre una feconda solitudine propria del mastro di pensiero che operava per raggiungere una visione comune tra forze politiche anche alternative tra loro per concezione e retaggio storico. Ne nasceva un progetto che si alimentava della sua profonda cultura meridionale,attraverso un ermetica concezione del linguaggio che esprimeva un ascetismo sociale proprio della sua formazione per una duplicità di ragioni. Da un lato vi era l’uomo di fede che,alla vigilia della seconda guerra mondiale nel1939 e prossimo ad assumere la carica di Presidente della FUCI,avverte il bisogno spiritual di entrare nel Terz’Ordine Domenicano assumendo il nome religioso di Frà Gregorio,in onore di Padre Gregorio Inzitari,Direttore della Fraternita di S. Nicola di Bari. Dall’altro vi era l’acuto intellettuale onusto di studi giudici e filosofici improntati alla cultura di S. Tommaso d’Aquino che,osservando la realtà sociale avverte la necessità di un nuovo modo di vivere la ritrovata e sofferta democrazia rappresentativa nel secondo dopoguerra ed in questo l’insegnamento della filosofia politica dell’Aquinate gli sarà fondamentale ed indelebile:Soprattutto resterà il “metodo” politico che Moro mutua da S. Tommaso:esattamente come il Dottore Angelico avvertiva nel medioevo di svolgere un attenta “mediazione”tra i ceti dell’epoca per pervenire alla promozione dell’uomo “gloria Dei”, così Moro trasforma quel “medium” in una attenta mediazione tra i partiti politici del secondo ‘900 portatori in democrazia di interessi sociali,culturali diversi ma non opposti:conquistare alla democrazia tutti attraverso il dialogo! Questo è l’insegnamento domenicano che resta vivo in Aldo Moro per tutta la sua attività politica ed accademica!

In un saggio pubblicato dalla rivista “Studium” di cui fu direttore,nel maggio 1945 a poche settimane e giorni dalla fine della guerra,egli sosteneva l’esigenza della “purezza” come libertà interiore e come indipendenza morale da condizionamenti esterni ed estranei alla coscienza,sottolineando come l’intelligenza non dovesse consumarsi in se stessa perchè era “doveroso” riconoscersi in quanto cristiani oltre e al di là delle divisioni ideologiche,”tutti puri e liberi,disposti solo all’ossequio della verità che è tutto!”(“Studium,n.2,1945):altro fondamentale inegnamento della Scuola del S.Padre Domenico!

Tuttavia già allora era nitido nella sua coscienza un itinerario fondato sulla costante ricerca dell’accordo come presupposto della visione democratica oltre che cristiana,della politica,che comunque non doveva rinunciare alla difesa ed alla proposta delle proprie legittime posizioni. Lo strumento verbale perciò diventa in Moro accorta mediazione fndata sul potere orfico della parola,come capacità di svelarsi dell’uomo,segnato dalla potenzialità creaturale del “dirsi”,del dialogo chè è l’essenza della socialità. Ciò lo rendeva praticamente unico all’interno anche del suo partito al quale si iscrive con notevole sofferenza sostenuto dal mons.Marcello Mimmi,futuro Cardinale Arcivescovo di Napoli,perchè i vecchi popolari antifascisti pugliesi lo vedevano con sospetto giacchè era stato Presidente della FUCI,organizzazione tollerata dal regime fascista.Ma la sua estraneità ad ogni forma di dottrinarismo,persuaso che la coscienza religiosa dovesse vivere nella politica,lo rese capace di unire in breve tempo anche nel suo territorio le forze del lavoro,nel pieno vigore della missione del cristiano nel mondo. In questo senso egli apparteneva alla cultura della mediazione politica,dell’intesa su tutto ciò che non rappresentasse un cedimento alla stanchezza della gestione ordinaria degli eventi e la lunga e sofferta vicenda dell’allargamento delle basi democratiche del nostro paese,ne è l’esempio forse piu’ nitido,per recuperare la società civile al metodo della democrazia ,non solo procedurale ma partecipata ,condizione indispensabile per tutelare e conservare la libertà. In lui proprio in virtù della formazione domenicana risaltò la lettura che del tomismo aveva dato a partire dagli anni ’30 il filosofo francese Emmanuel Mounier(1905/1950)del quale ricordava la lezione della libertà nella condizione “totale”della persona,perchè,dice Mounier:” La libertà è sorgente viva dell’essere e un atto non è propriamente umano se non trasfigura anche i dati più ribelli nella magia di questa spontaneità e la libertà dell’uomo è la libertà della persona che tuttavia è vincolata e limitata dalla nostra situazione concreta e storica”(“Il Personalismo”,ed.AVE 1964,p.97). Ecco nel personalismo di Mounier Moro trova l’humus per la sua proposta e l’attualizzazione del suo retaggio culturale. Per questo motivo agì sempre con gradualità ed attenzione,come fece sin dall’esordio del centrosinistra nella seconda e terza legislatura e quando assunse la carica di Segretario Politico della D.C.nel 1959 mentre le relazioni del partito con gli altri partners politici centristi erano in una situazione di grave deterioramento tanto che non si era riusciti a dar vita stabilmente ad una compagine governativa.

e dopo le dimissioni del governo Fanfani ci fu una breve esperienza del governo Segni,molto precario e sostenuto dall’esterno dal Partito Liberale. Erano anni intensi;sullo scenario internazionale l’avvento alla presidenza USA di Kennedy e al soglio pontificio di S.Giovanni XXIII sembrava rendere possibile il superamento di obsoleti blocchi ideologici oltre la guerra fredda e l’antico blocco delle sinistre era attraversato da non poche tensioni dopo i fatti di Ungheria del 1956. Si trattava di mettere il partito socialista nelle condizioni di cogliere nei rapporti con la D.C. un elemento di quella autonomia socialista che il leader PSI cercava ormai da tempo e l’approdo poteva essere un organica collaborazione di governo assai temuta dai poteri economici forti anche internazionali. L’operazione di superamento dei governi centristi fu piuttosto lunga e durò diversi anni,con un accorta mediazione che esprimeva uno sforzo intelligente di conoscenza dello sviluppo oggettivo della situazione,senza esporre la giovane democrazia italiana ad alcun pericolo salvaguardando il ruolo guida della D.C. come partito ma soprattutto come cultura politica in grado di esprimere maturità e senso dello stato,eredità faticosamente conquistata dall’opera politica di Alcide De Gasperi.,per un mondo cattolico maturo al senso dello stato.

Uno dei motivi per i quali Moro non risukta di particolare attualità è probabilmente la sua estraneità ad ogni forma di alternativa,soprattutto ideologica e tale estraneità era in relazione al timore che essa avrebbe potuto spezzare e frantumare lo schieramento politico del sistema proporzionale,costringendo la d.C. a scegliere un versante o l’altro,mentre per lui doveva restare sempre al centro non del potere ma della strategia politica e in ciò si invera il profondo umanesimo popolare moroteo.. Egli riteneva che la D.C. dovesse restare elemento di riferimento di quei processi che avrebbero dovuto aiutare il nostro paese a non temere per il mantenimento della democrazia,allargando a tutte le forze politiche il consenso allo stato e alla costituzione repubblicana.

Aldo Moro ha vissuto e prodotto strategie politiche in un momento storico in cui la democrazia doveva ancora compiersi e a come far procedere la politica nel momento in cui si trovava. Gli anni ’70 con tutto ciò che hanno rappresentato nel nostro vivere civile indicavano scenari politici nuovi che egli interpretò con duttile linguaggio ma mai indeterminato,formulando una proposta articolata di rinnovamento delle relazioni democratiche.Si muoveva nella prospettiva di una distinzione tra stato e società,non dimenticando però di differenziare la società politica da quella civile,comprendendo in essa sia le istituzioni statali che i partiti politici,considerati strumenti indispensabili di mediazione proprio tra lo stato e la società.

Alla metà degli anni ’70 il pluralismo sociale assume nella prospettiva morotea una maggiore autonomia rispetto al politico perchè si enuclea uno spazio sempre maggiore rendendo più difficile la relazionalità unitaria con la struttura politica;rivaluta in quegli anni l’identità cattolica dell’azione politica,secondo un ottica etica portandosi su un terreno di sostanziale alterità con buona parte degli esponenti del suo stesso partito. Voleva una D.C. non rappresentante egemone di tutta la società,ma attenta all’ascolto alla riflessione sollecitando una concezione di partito “sociale” e non elemento di puro raccordo elettorale,rispettoso viceversa delle diverse esperienze maturale nella società che dovevano essere coordinate e guidate e questo era il ruolo che egli voleva assumesse la D.C.al di la e oltre ogni scontro ideologico. Il clima di quegli anni con una sempre più forte conflittualità aveva reso la D.C. partito primario nell’insediamento all’interno delle istituzioni e bloccato ogni forma di rinnovamento come invece vi era stata negli anni ’40 e ’50,portando ad una concezione “familiare”della cosa pubblica contro la quale proprio la D.C. delle origini aveva fortemente lottato. Lasocietà stava cambiando e la consolidata gestione del potere si doveva superare di fronte all’emergenza delle nuove sfide mentre il potere politico rischiava di schiacciare lo stato di diritto e le nuove identità che inevitabilmente sarebbero emerse di li a poco tempo.

Questo timore per la tenuta della democrazia,resa debole da fattori concomitanti lo espresse compiutamente nel suo ultimo discorso il 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari del suo partito dicendo tra l’altro:”..la nostra flessibilità ha salvato più che il nostro potere,la democrazia italiana”(Scritti e Discorsi,vol.VI,ed.5Lune p.370).La situazione d’emergenza doveva comunque essere superata e ciò che Moro pensava di fare si riferiva alla qualità del realismo politico proprio della sua cultura oltre che della sua personalità. Fu certamente anche uomo di partito,esponente della cultura democratico cristiana che lo portò a difendere l’amico Luigi Gui ingiustamente trascinato nel vortice dello scandalo Lockeed nel 1977,ammonendo da vero maestro una gremita ed attenta aula di Montecitorio:”…Non ci lasceremo processare sulle piazze,non accetteremo che la nostra esperienza politica complessiva sia bollata col marchio di infamia!” Tornava nel suo linguaggio politico il primato della D.C. e anche l’incontro col PCI nella sua visione doveva restare transitorio teso a solidificare le istituzioni democratiche e non un cedimento ideologico,per ripristinare i fondamenti essenziali,quindi costituzionali del sistema politico,richiamando anche i comunisti alle loro responsabilità avendo anche essi contribuito e fortemente alla stesura e all’approvazione della Costituzione Repubblicana(si veda l’art. A:MORO,”Gestiamo il presente,guardiamo al futuro”,in “Il Giorno” 10/12/1976).

Aldo Moro non fu un profeta ma un interprete realista di una fase appunto,la terza,come disse in un celebre discorso a Benevento,della politica italiana,della quale non era ovviamente in grado di indicare la durata,ma che sicuramente restava emergenziale.L’eredità politica e culturale di Aldo Moro è ancora oggi enorme soprattutto nei suoi insegnamenti etici;il suo sacrificio ha segnato la disfatta del terrorismo,della violenza,ma ha contribuito a consolidare le istituzioni democratiche con un fortissimo richiamo ai valori cristiani del vivere civile .

Resta l’insegnamento di come la ragione e il dialogo debbano sempre prevalere sull’odio e sull’egoismo e nel cuore di chi lo ha conosciuto ed amato rimane indelebile la testimonianza di una profondissima fede in Dio arricchita dalla cultura dell’Ordine Domenicano al quale restò sempre legato fino alla fine frequentando insieme al suo amico ing.Galati la fraternita romana di S.Maria sopra Minerva,vivificando quei valori che rendo sempre l’uomo gloria di Dio!

 

Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto E.Mounier

https://www.istitutomounier.it/aldo-moro-terziario-domenicano-e-costruttore-della-politicaun-esempio-da-seguire-oggi/

Ricordo di EMILIO COLOMBO: la politica come impegno sociale.

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 11 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

 

“Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…”

Con queste parole il presidente Emilio Colombo del quale ricorre il centenario della nascita,ricordava gli inizi della sua attività politica,in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia,uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente,col quale ho avuto amicizia lunga e feconda è per me motivo di commozione e di onore:egli è stato un vero e grande statista,tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia,realizzato la Costituzione repubblicana,promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente grazie a oltre 21 mila voti,ma il suo retroterra e la sua formazione sociale sono piu remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico,addirittura adolescente,negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo stato ormai stabilmente dominato dal fascismo,ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi:il fascismo voleva il pieno controllo soprattutto della formazione dei giovani,per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso. E’ in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo,una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo ormai da anni in esili all’estero pressochè sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento,un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo.l’Azione Cattolica che proprio grazie al Concordato del ’29 aveva diciamo una certa autonomia,pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica anche se non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo nel 1931 si vide costretto a pubblicare una lettera documento,”Non abbiamo bisogno”,con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli,detto dalle iniziali,Papà Pericoli,una figura mitica in quel periodo il primo vero formatore di giovani in anni così difficili. Ma l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica,nella quale aveva iniziato a militare;durante un incontro di formazione,intorno agli anni 1935/36 incontra il Presidente della GIAC,il prof.Luigi Gedda(1902/2000)che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo,studioso e riservato,ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. Negli anni quaranta,precisamente nel 1942 Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici. Ma arrivano gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari,ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza.Proprio sul finire della guerra,già trasferitosi a Roma,viene nominato insieme ad Agostino Maltarello,segretario della GIAC,carica che Gedda crea appositamente per loro e che non c’era fino ad allora negli statuti dell’organizzazione e il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita.Ma l’incontro diciamo del “risveglio”politico era avvenuto qualche anno prima:nell’estate del 1943 in quell’anno cosi drammatico,a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si era riunito dal 18 al 24 luglio in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra.L’incontro a cavallo tra il primo bombrdamento di Roma e il crollo del fascismo,fu sollecitato da mons.Giovanni Battista Montini,oggi S.Paolo VI e dal domenicano padre Mariano Cordovani nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli” detto allora “Per una comunità cristiana”.Un documento formidabilmente moderno il quale insieme alla scelta che l’anno dopo PioXII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi,spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo,egli mi ripeteva spesso che proprio il codice di Camaldoli,le intuizioni in esso contenute avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso.Il documento “Per una comunita cristiana”venne redatto dal giovane prof.Sergio Paronetto,che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945,ma l’impatto fu dirompente.Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”,già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali,ma uno contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”.Questo sara il leit motiv che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana,alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari:il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2(“…lo stato riconosce..”)prima l’uomo coi suoi diritti poi lo stato espressione della tutela di essi. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino,nel quale non si parlava MAI di cittadini ma di sudditi! Inevitabile quindi l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42 riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa,C”Per l’Italia e per l’Europa”,Colombo ripercorrendola a mo’di conversazione con l’amico Arrigo Levi,ricordava la sua vita politica,soffermandosi su alcuni aspetti importanti collegati fra oro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico e proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi,al quale come spesso ricordava..”…Ho dato sempre del Lei,come anche a Togliatti”.La figura e il prestigio di De Gasperi son l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo:l’dea delle coalizioni,la politica come mediazione,l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo,la sua Basilicata che egli ha restituito all’Italia e ne ha condotto lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo.La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta in poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a ricordarne alcune parti,per me molto significative.L’inizio degli anni ’50,il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la Riforma Agraria,si sente anche in Basilicata.Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera,vergogna d’Italia”evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita.Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra,Colombo giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura,promosse la cosiddetta “legge dei sassi”,che erano antichi monasteri pressochè caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni.Grazie a quella legge,ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria,delle finanze,ma soprattutto lungamente del tesoro, dove egli,giurista,seppe individuare attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli una politica accorta di stabilizzazione economica,dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica.Presidente del consiglio dal 1970 al ’72,biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria,volle promuovere la nascita dell’università della Calabria e Lucania,non trascurando mai la sua vocazione europeista riportando dietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota,e diventando sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo.Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati inizio anni ’80 e inizio dei ’90,varando gli accordi Colombo/Genscher,con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale.Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale,non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà,giustizia e libertà per tutti perchè al centro vi è sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013:credo l’impegno oggi a superare relativismo e individualismo,oltre ogni contrattualismo perchè l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto;ma credo che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito,tra i pochissimi ad esserlo,del premio Carlo Magno e del premio Monnet,oltre a ricevere il laticlavio a vita negli ultimi anni,e reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per molti anni,significhi adoperarci affinchè una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e al superamento di ogni divisione di sesso,razza,religione per una società non fondata su sovranismi,populismi e ideologie,ma sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

prof.Giulio Alfano – Cattedra Filosofia Politica Pontificia Università Lateranense e Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Ricordando GIULIO ANDREOTTI: la politica a servizio della persona

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 2 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

La politica ha valore se ancorata a qualcosa di superiore;essa è anche prassi anche vita quotidiana,risposta alle esigenze dell’immediato senza dubbio,ma qualcosa di diverso per trasmetterlo soprattutto ai giovani,per far si che ci siano dei punti di riferimento!”.
Con queste parole Il presidente Giulio Andreotti il 25 ottobre 2004 ricordava cosa fosse la politica e cosa soprattutto fosse stata per lui,per i giovani degli anni della seconda guerra mondiale,aprendo un convegno dal titolo “De Gasperi,ritratto di uno statista” in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino,suo grande maestro che tanto fortemente aveva influito sulla sua formazione e sulle sue scelte giovanili.
In quel periodo il mondo giovanile “tout court” viveva la grande stagione della formazione sociale nella FUCI,la federazione universitaria cattolici italiani fondata proprio a Roma nel 1894 da don Romolo Murri(1870/1944),discusso animatore anche della prima Democrazia Cristiana, fermata dalla enciclica “Graves de communi” ndi Leone XIII b nel 1901,ma erano anche gli anni del fervore della GIAC il ramo giovanile dell’Azione Cattolica rivitalizzato proprio per formare i giovani da Pio XI e affidata alla guida del prof.Luigi Gedda(1902/2000). Andreotti giovane della Roma storica delle antiche strade del centro storico in quel decennio vive una formazione culturale,religiosa e morale all’interno di quel vivace mondo cattolico,che però faceva i conti con un regime politico sempre più distante ed a volte avverso alla vita cattolica e quindi dobbiamo collocare le sue scelte e le sue caratteristiche in quello specifico periodo. In questo senso la formazione politica morale,ma direi anche religiosa che Andreotti ha ricevuto non può essere disgiunta dal clima storico vissuto dai giovani di quella ormai a noi lontana generazione, che era caratterizzato da una pesante limitazione dell’espressione personale,ma anche da un fervore irrorato da rinnovati studi e direi da innovativi approcci alla dottrina cattolica iniziando dagli anni trenta,segnati da radicalismo ontologico sempre maggiore.
Certo dobbiamo ricordare che su quel mondo giovanile esercitava un forte fascino e un profondo ascendente l’intensita editoriale e filosofica francese,importata in Italia da mons.Giovanni Battista Montini (!1896/1978),il personalismo di Jacques Maritain ma soprattutto di Emmanuel Mounier,che offri a quella generazione un apertura di vedute culturali senza precedenti. Per questo ho concentrato il mio intervento non gia sull’apostolato politico della lunga carriera dello statista Andreotti,ma sugli anni quarata,quando matura proprio nella FUCI la sua coscienza civile di cattolico impegnato nella da poco rinata Democrazia Cristiana della quale fu uno dei maggiori esponenti per mezzo secolo.

Giulio Andreotti nasce a Roma sotto il pontificato di Benedetto XV,il pontefice dell’”Appello contro l’inutile strage” durante gli anni critici del primo conflitto mondiale e da questo appello il presidente americano Wilson avrebbe l’anno successivo pres spunto per la proposta dei famosi “14 punti” per radicare meglio le democrazie una volta fosse finita la guerra. Ecco, proprio nell’anno in cui nasce Andreotti il mondo attolico si sveglia fortemente e viene fondato il Partito Popolare di don Luigi Sturzo(1871/1959),,dopo appena 4 giorni dalla sua venuta al mondo,nell’hotel S. Chiara non distante dalla suaabitazione. La felice congiunzione degli eventi lo fa nascere da famiglia di origine ciociara,di Segni,,ma in una via del centro storico di Roma,via dei Prefetti,culmine del vecchio rione Parione adiacente a Montecitorio,luogo che il futuro statista democristiano avrebbe a lungo frequentato!
Quel rione pieno di tradizioni del cattolicesimo romano minuto e devoto,sarebbe rimasto sempre nel suo cuore,tanto che per anni il suo ufficio fu in piazza Montecitorio,di fianco quasi aalla via della sua nascita. Papa Francesco che ha voluto dedicare un sinodo proprio ai giovani,ai quali rivolge sovente la sua pastorale attenzione,,che:” La gioia della verita esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra,non abita e non condivide con tutti la luce di DIO”(Veritatis Gaudium”,1)
Ecco allora che anche quei giovani di tanti anni fa,la gioia la trovarono nella formazione cattolica di base,nelle parrocchie,nei circoli giovanili,anche nelle stesse omelie che i parroci svolgevano in quegli anni tanto difficili,dai loro pulpiti,per ricordare che l’uomo è essenzialmente “creatura di Dio”,persona,quindi immagine del Creatore. Vi era un forte bisogno di ermeneutica evangelica S che fece loro capire gli inganni immani dei totalitarismi e li aprisse alla vita,alla bellezza della fede vera autenticamente vissuta e testimoniata,in un atmosfera spirituale di ricerca e di certezza,per tornare alla ragione fondamentale del vero credere e la filosofia personalista fece irruzione in quel tornante drammatico degli anni trenta,nella formazione di una generazione destinata a reggere per decenni i destini dell’Italia,protagonista della rinascita europea!
U ltimo di tre figli,una sorella muore a soli 18 anni,la madre Rosa Falasca,donna di solidi principi e di amorevole fermezza,scomparsa nel 1976,vedova di Filippo,maestro elementare,morto quando il piccolo Giulio aveva appena due anni,tornato gravemente malato dalla grande guerra e come il presidente poi avrebbe spesso confidato,lui e suo fratello Francesco,futuro comandante della polizia urbana della capitale,avevano il terrore di morire a 33 anni perché a quella età erano morti il padre e il nonno!
Negli anni del liceo,prima frequentato al Visconti poi al Tasso, direi che egli sperimenta la liberta,una forma un po anomala di liberta anzi una liberta di privilegio vedendo che i figli del Duce alunni di quel liceo facevano un po come pareva loro data la posizione dell’importante genitore!. Quindi ancora la parola magica proibita in quel periodo “liberta”un tema quello della liberta che lui frequenterà spesso nei suoi tantissimi discorsi,ma soprattutto negli anni della militanza giovanile,tema che sara anche la chiave divolta della sua definitiva scelta politica in favore di un partito che nel simbolo aveva proprio la parola “libertas”. Confidera molti anni dopo lo stesso Andreotti in un intervista:”.. Non ero affatto bravo,ero pteparato aquato bastva per non essere bocciato,ma niente di più e devo confessare che non mi piaceva affatto studiare!”. Sembra un paradosso in un uomo non solo politico,ma fine intellettuale,che avrebbe fatto della scrittura nei suoi tanti e sempre arricchenti libri,lo strumento specifico del suo lavoro. Voglio, a margine,ricordare che egli è stato l’uomo politico italiano che ha lasciato in eredita la maggiore quantita di libri articoli,saggi,con uno stile arguto e facondo,oltre ad un immenso archivio assai minuzioso di oltre 3000 titoli affidati alle cure dell’Istituto Sturzo. Ma quello studente cosi particolare che viveva nella Roma dei vicoli,che quasi non aveva conosciuto il padre,si impegnava comunque in una sempre piu profonda interiorita spirituale che ne avrebbe fortificato il carattere e gli avrebbe fonferito uno spirito religioso e uno spessore etico che lo avrebbero accompagnato tutta la vita,soprattutto nei momenti piu delicati e difficili,pubblici e privati.
Ecco questa era la vera liberta che il giovane Giulio andava costruendo in se,la liberta interiore che rende veramente uomini,attraverso un etica fondata su fortissimi principi morali e sempre piu comprendendo che la fede religiosa è sì un dono,ma anche qualcosa di più che ci arricchisce e ci completa,come ammonisce Jean Racine nel suo capolavoro “Athale2, “Di un cuore che ti ama Dio mio nessuno turba la pace!” e la pae interiore di Andreotti non sara turbata neanche negli anni del lungo processo di cui fu vittima!.
Nel 1937 si iscrive all’universita,facolta di Giurisprudenza e si impiega,esempio moderno di studente lavoratore ed anche quando cambiera quartiere e casa le modeste entrate di mamma Rosa che da pensionata reversibile doveva mantenere due giovanotti,non gli permetteranno di essere esclusivamente uno studente;Si impiega all’ufficio imposte,sezione tasse sui celibi,e nel 1941 consegue il diploma di laurea. Sono gli anni cruciali della sua formazione e del suo slancio in un apostolato che da associativo diverra ben presto politico,sotto la guida di mons.Montini che educa i giovani della FUCI,della quale Giulio diverra presidente succedendo ad Aldo Moro. Con lo statista pugliese il rapporto è molto stretto pur nella diversita del carattere :diversi ma complementari. In quel periodo dovendo adempiere agli obblighi militari Andreotti era rimasto tre giorni presso l’ospedale militare del Celio,dove lo avevano riconosciuto inabile al servizio militare,prevedendogli addirittura solo sei mesi di vita. Anni dopo confidera che una volta divenuto ministro provo a rintracciare l’ufficiale medico che gli aveva fatto una cosi drastica previsione,ma purtroppo seppe che era morto nel dopoguerra.
Collabora e poi dirige il periodico “Azione Fucia”,organo della FUCI e si forma anche giornalisticamente pur preferendo dedicarsi a scrivere articoli di critica inematografica,quel cinema verso il quale provera sempre grande interesse e per salvare il quale scrisse nel dopoguerra la legge in favore delle produzioni italiane.
Proprio nel 1941 Pio XII istitui l’ufficio della segreteria militare,col compito di mantenere i contatti coi giovani dispersi sui vari fronti e Andreotti si occupo dei contatti coi giovani militari della FUCI;
La laurea arriva appunto il 10 novembre 1941,mentre era reggente della presidenza nazionale FUCI,essendo Moro richiamato militare La tesi riguardava “Il fine delle pene ecclesiastiche e la personalita del delinquente nel diritto della Chiesa”,con la votazione di 110 su110 e relatore il prof.Pio Ciprotti. Va ricordato che in quel periodo tra ragazzi e ragazze nella FUCI ci si dava del leinon per distanza ma per rispetto;in quelle occasioni di incontro si formeranno grandi solidarieta e profonde amicizie,anche tra esponenti che poi sarebbero stati su sponde politiche opposte,basti pensare ai rapporti che Andreotti inizio a stringere con figure come Franco Rodano e Adriano Ossicini,del mondo comunista.
Quei giovani ovunque politicamente collocati sembra anticipassero quanto ci esorta oggi a fare papa Francesco:”Nella formazione di una cultura cristianamente ispirata,si deve scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo una trama di relazioni in cui è proprio di ogni essere vivente tendere ad una vera spiritualita della solidarieta globale che sgorga dal mistero della trinita”(Veritatis Gaudium”,49)
Parole odierne che applichiamo all’origine di una formazione che con determinazione giunse all’emergenza della creaturalita irripertibile della persona umana,come poi quei giovani seppero dimostrare di riconoscere nel partecipare alla redazione del testo della Costituzione Repubblicana. Il valore della persona passa e della politica al servizio della persona,passa attraverso l’apprendistato che Andreotti vive dopo l’incontro con De Gasperi e nei primi omenti dell’adesione al partito della Democrazia Cristiana.
Sotto la guida di Igino Righetti e del giovane assistente Montini in quegli anni la FUCI svolge un intenso lavoro formativo e culturale;lo scopo principale è proprio quello di sviluppare all’interno del mondo cattolico una seria corrente intellettuale capace di dare allo stesso una nuova incisività ed un nuovo slancio. Per questo l’invito costante ai fucini da parte di Montini era di approfiondire la “dottrina cattolica. Scrivera infatti in quegli anni il futuro Paolo VI:”Noi dobbiamo cercare libri,maestri,idee,metodi per rendere a noui accessibile e possibile lo studio e l’affermazione di questa superiore dottrina!”(G.B.Montini,”Logica di un attività”in “Azione Fucina”4/XII/1932)
Negli anni del fascismo nelle associazioni cattoliche irrompe infatti il pensiero personalista maritainiano che lascia traccia quasi esclusivamente nei movimenti intellettuali giovanili in particolar modo nella FUCI,mancando negli altri rami dell’Azione Cattolica una riflessione in termini culturali sull’impegno di testimoniare il cristianesimo a livello sociale con un progetto politico.
Qui risiede secondo me,la palingenesi che il giovane Andreotti subisce a cavallo tra l’inizio e la metà degli anni quaranta,soprattutto perché nell’estate del 1943 la redazione di quello che impropriamente o piu genericamente viene definito “Codice di Camaldoli”,mentre la definizione del documento redatto dal giovane e purtroppo assai prematuramente scomparso Sergio Paronetto,si chiamava “Per una comunità cristiana”.sconvolge gli orizzonti dei giovani cattolici impegnati nel mondo associativo.
Ecco il concetto di “comunità”è il centro della riflessione di quei giovani chiamati a raccolta dal mondo cattolico a Camaldoli dal 18 al 24 luglio 1943.
Il Regime fascista già da tempo vacillante è sul punto di crollare,ci si interroga,dopo vent’anni di dittatura cesariana,quale stato sarebbero stati chiamati a realizzare i cattolici una volta fosse finita la guerra. Quei giovani come Andreotti,La Pira,Taviani,Colombo, neanche sapevano chi fosse Sturzo e tantomeno De Gasperi ridotto all’anonimato nella Biblioteca vaticana.e l’incontro col futuro statista trentino ebbe contorni quasi comici perche recandosi in biblioteca vaticana e sentendosi chiedere perché volesse fare una tesi sulla marina pontificia, Andreotti rispose stizzito a quell’allampanato signore di mezza età ignorando che quell’incontro casuale sarebbe stata come egli amava ripetere “una scintilla” che gli avrebbe aperto un mondo nuovo,incontrandolo poco tempo dopo in una riunione semiclandestina in casa di Giuseppe Spataro in via Cola di Rienzo.
Ma cosa è una Comunità e in cosa differisce da una società? Lo ribadirà molti anni dopo lo stesso Andreotti ricordando che “Ogni momento della politica si deve aggiornare alle novità,ai contesti di carattere interno ed esterno” (G.Andreotti,”De Gasperi,ritratto di uno statista”,Rizzoli,Milano.1976,p.28) questo possiamo vederlo nella rivoluzione che il messaggio personalista produce nel cuore e nella cultura di quei giovani nella calda estate del ’43.
Essere “comunità”significa riconoscersi come uguali nell’alterità mentre essere solo “societa” vuol dire essere semplicemente “individui casuali”,che stanno assieme per un fine ma non riconoscendosi reciprocamente,per questo il liberalismo politico è una dottrina e la democrazia un ideale.
Cosa significa riconoscersi? Vedere nell’altro il volto di Cristo,la creatura persona il soggetto vivente da rispettare ma anche fonte di arricchimento perché vi è il supremo tribunale ontologico. Il giovane Andreotti soprattutto nella maturazione acquisita durante la permanenza in FUCi fino alla presidenza,comincia a disporre di una griglia analitica che gli consente di rilevare le carenze del processo di sviluppo che aveva condotto alla tragedia della guerra ma comprende meglio anche come avessero potuto configurarsi le grandi soluzioni politiche fino ad allora emerse,dall’individualismo al socialismo liberale,alle soluzioni totalitarie,ma capisce ancher che se l’operare esterno allora imperante si svolgeva secondo tali costanti,esse originavano la struttura della convivenza civile,le sue componenti strutturali che implicavano ambiti popolari ad esse in qualche modo corrispondenti,quelle che uil Codice di Camaldoli definisce “Democrazia della partecipazione”. La lezione montiniana prima e l’incontro di Camaldoli poi gli fanno comprendere che in quanto “persona”-ciascuno è dotato di capacità potenziali ad essere autore del proprio agire e del proprio operare e il realizzare tali capacità è per ciascuno una necessità un dovere,del proprio “essere uomo”;in questo nasce il nucleo di quella “democrazia della partecipazione”che sarà il centro del contributo che i cattolici daranno alla stesura della carta costituzionale,perché essa è la realizzazione di tali capacità da parte di ciascuno nell’insieme delle persone,ovvero nella realtà popolare. La differenza era in quei giovani cresciuti nell’epoca fascista si configurava anche in alternativa al regime liberale precedente al fascismo stesso,che era fondata sulla “democrazia del consenso”,finalizzata alla gestione del potere politico nella libertà comune,mentre quella della partecipazione è finalizzata alla gestione dell’autorità personale e la prima è funzione della seconda ed entrambe sono funzionali al processo di sviluppo e perfezionamento comune o storico di ciascuno e di tutti insieme. Di fronte a quel crinale di fine dittatura vi era l’eredità della rivoluzione francese i risultati carenti della quale era da riferirsi al prevalere della democrazia diretta su quella del consenso ,mentre vi erano anche quelli tragici della rivoluzione russa,al prevalere improprio del partito come struttura portante della democrazia del consenso su quella partecipativa. Non è certo trasferendo dall’individuo ad una struttura pubblica il compito di interpretrare la realtà e di guidare il divenire storico che si possono superare le car3enze dell’individualismo ed il fallimento dell’idealismo,non nascondendo le carenze dell’interpretazione empirista.
Nel passaggio dalla militanza in FUCI all’esperienza politica si matura in Andreotti l’idea che tutti gli uomini devono essere chiamati a diventare protagonisti dello sviluppo storico alla pienezza,da crearsi quotidianamente con impegno totale e costante,realizzando una pienezza storica sistematica della democrazia della partecipazione,come canale popolare che consente a ciascuno di autogestire,in quanto persona umana,l’aspetto pubblico della vita non solo quello familiare e personale,perché contribuendo ciascuno a costruire lo sviluppo nella libertà comune,si contribuisce a costruire la pace nel mondo in modo fattivo e questo Andreotti lo terrà ben presente anche in momenti non facili nella lunga responsabilità che ebbe come ministro degli esteri tanti anni dopo. La verità è il modo corretto che ogni persona ha di rapportarsi si con la realtà attraverso l’amore,mentre l’amore è il modo corretto di ogni persona di rapportarsi con la realtà mediante la volontà. In questo il passaggio dalla vita in FUCI a quella politica nella D.C avviene non solo grazie all’incontro con De Gasperi,certamente fondamentale,ma proprio attraverso la partecipazione agli ideali innovativi del Codice camaldolese,perchè elabora che la vita umana implica una pluralità di azioni ed operazioni nell’universo cosmico,nell’unità familiare,nella convivenza civile e nella comunione ecclesioale,necessitando di un minimo di interventi e di un massimo di orizzonti. Quell’incontro di Camaldoli e l’elaborazione del relativo Codice al quale Andreotti partecipa evince che la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle “virtu”,che hanno,come ricordava S.Tommaso d’Aquinio al magistero del quale il codice spesso attinge, degli attributi positivi e negativi:tra i primi vanno ricordati l’INTELLIGENZA,che favorisce la libera conoscenza;la PERIZIA che abilita l’uomo a distingueretra bene er male e la ARETE’ che rende l’uomo immune da sentimenti deteriori che conducono alla corruzione morale.
Ma sono i secondi attributi negativi che in politica concorrono alla decadenza deller istituzioni e minano la libertà,ovveero la FRETTA,che fa agire secondo emotività;la PASSIONE,che fa comportare secondo desideri improvvisi e la VANITA’ che rende assoluti i desideri egoistici e ipostatizza i comportamenti.
In quel passaggio alla vita politica Andreotti comprende che in politica è la ragione che rende effiicace una progettualità e solida una vera democrazia,altrimenti si scadrebbe nel moralismo e in questo egli darà prova di vero statista! La volontarietà,che implica sempre l’assenza dell’ignoranza,manifesta come non abbia fondamento la cosiddetta “opzione fondamentale”,perché attribuisce valore soltanto a cio che è deciso,mentre c’è già un implicito indirizzo al bene morale attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni attraverso la volontà.
Il personalismo mounieriano che mons.Montini ora Santo,infonde nella formazione di quella generazione di giovani dei quali Andreotti sarà con Moro uno dei maggiori esponenti,scopre e valorizza l’uomo come soggetto e attraverso questa intuizione egli figlio e fedele dell’eredità della Roma antica e papalina,scopre la laicità del suo impegno in politica,riscoprendo l’esperienza riattualizzata di Giuseppe Toniolo,poi la lezione del giusnaturalismo e infine giungendo alla scuiola di De Gasperi che gli insegna il “metodo democratico”,per evitare di identificare il mezzo da usare,ovvero il partito politico,con il fine da raggiungere,ossia la promozione dell’uomo. Per questo quando l’influsso personalista arrivo alle giovani generazioni che si accingevano a redigere le costituzioni politiche degli stati europei nel secondo dopoguerra,fui chiaro l’impegno di radicare il ruolo dei parlamenti in una tradizione sociale che configurasse una “comunità politica”,perché lo stato democratico non crea diritti ma li riconosce,giacche essi sono espressione proprio di una comunità politica formata da persone;in questo senso la democrazia nuova che emerge nel secondo dopoguerra a cui Andreotti offre un contributo fondamentale e fondante,delinea l’architettura di uno stato “limitato”,ovvero quello che in politica si è soliti definire “abilitante”,che incoraggia ma soprattutto promuove tutte quelle forme di azione sociale che producono effetti pubblici attraverso la promozione e il radicamento di assetti istituzionali che facilitano lo sviluppo dei corpi intermedi della società,come poi infatti vennero definiti dall’articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana.
In questa fase del suo impegno Andreotti contribuisce con una presenza che sara costante e continua,ad un attività legislativa per recuperare saldare e superare la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo,senza cedere alle suggestioni di quella collettivistica,evitando che ogni libertà fosse isolata dalle altre. Quel progetto lo animerà sempre collegando intimamente ogni liberta ma non limitandosi a riconoscerle bensi ad unirle all’insegna dell’eminente dignità dell’uomo creatura di Dio. Soprattutto verso la famiglia l’impegno dello statista romano sarà continuativo;nel passsaggio di formazione daklla FUCI alla DC il volano era stato proprio questo leitmotiv: Lo stato non crea la famiglia ma la riconosce come società naturale ;non ha alcuna ideologia da insegnare nella scuola,ma assicura con le sue strutture scolastiche il diritto alla scuola e nel contempo la libertà di insegnamento;non protegge alcuna religione di stato,ma riconosce libertà religiosa ed organizzazione è pubblica di culto a tutte le religioni;riconosce infine la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica senza però che il proprietario o l’imprenditore siano sottratti all’adempimento inderogabile dei doveri di solidarietà politica ed economica. In definitiva l’influsso della formazione giovanile fara comprendere ad Andreotti il superamento completo di quell’individualismo posto al centro della societa politica dai principi della rivoluzione francese. L’uomo non considerato individuo,che per uscire dall’anarchia conferisce tutti i poteri allo stato,salvo un generale controllo democratico parlamentare perché l’uomo è persona ma anche individuo che costruisce la sua personalita in rapporto alla solidarieta nella societa in cui vive (la famiglia,la comunita di lavoro, la comunita economica,a comunita religiosa). Tutte le società che preesistono allo stato e rispetto alle quali esso è soltanto uno strumento di servizio. In questa intuizione si configura l’apprendimento in quegli anni da parte di Andreotti della dottrina dello stato democratico e si forma sempre di piu il grande statista che abbiamo conosciuto nel lungo servizio allo stato. Il passaggIO alla politica dalla FUCI alla DC significa per Andreotti te cose essenzialmente:
1)Confermare i principi di liberta politica e civile contemperandoli coi diritti dell’uomo persona;
2)superare l’identificazione del diritto con lo stato che aveva condotto allo stato etico e che era stato identificato con l’assoluto ma anche reagire ad un concetto di stato agnostico che poteva portare alla formazione di maggioranze estranee ad ogni regola morale;
3) costruire uno stato ne etico ne agnostico ma tuttavia portatore di valori non astrattamente imposti da una ideologia,ma dalla coscienza popolare espressa nella comunita in cui si articola la vita della societa civile e che assume come propri fini il diritto al lavoro,all’istruzione,alla salute.
Quella espressione “lo stato riconosce…” contenuta nell’articolo 2 della nostra Costituzione che in filosofia politica si definisce “suiddita”,ovvero la centralita del soggetto persona,non piu lo stato che accetta o che addirittura concede,ma uno stato che si ferma di fronte al riconoscimento della consistenza ontologica dell’uomo e lo spirito di mediazione che lo statista Andreotti avrebbe dimostrato nei decenni successivi era erede di quel breve ma intenso periodo degli anni quaranta,mettendo sempre al primo posto non gli interessi personali o il trionfo elettorale,ma la promozione dell’uomo:la politica come servizio!

Prof. Giulio ALFANO (Pontificia Università Lateranense)

https://www.istitutomounier.it/ricordando-giulio-andreotti-la-politica-a-servizio-della-persona/

 

Home page