...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ritratti politici

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GIORGIO LA PIRA: La Frontiera dell'Apocalisse.

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BARTOLO CICCARDINI - Commemorazione all'Istituto Sturzo
UMBERTO AGNELLI: Politico e parlamentare

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 ALCIDE DE GASPERI: XIX Lectio degasperiana* 2022. - Sergio Fabbrini

articolo di Sergio Fabbrini da Il Popolo - Quotidiano della Democrazia Cristiana fondato nel 1923

XIX Lectio degasperiana 2022

Il ritorno della guerra in Europa:

De Gasperi settant’anni dopo

di Sergio Fabbrini**

Pieve Tesino, 18 agosto 2022

Premessa

Vorrei innanzitutto ringraziare la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi (nelle persone del suo presidente, Prof. Giuseppe Tognon, e del suo direttore, Dott. Marco Odorizzi) per l’invito che mi è stato rivolto a tenere la Lectio degasperiana 2022. È un grande onore per me, oltre che un piacere per via dei legami familiari, sentimentali e intellettuali che mi legano al Trentino.

L’argomento che mi è stato chiesto di discutere è L’aggressione russa dell’Ucraina, iniziata il il ritorno della guerra in Europa. 24 febbraio scorso, rappresenta un evento drammatico, di proporzioni storiche. Sebbene l’Unione europea (Ue) abbia reagito compatta all’aggressione russa, è tuttavia indubbio che essa si sia trovata impreparata ad affrontare il problema della guerra. Un problema, invece, che i leader europei (a cominciare da Alcide De Gasperi) si erano posti tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, elaborando e quindi sottoscrivendo (il 27 maggio 1952) il progetto più avanzato di integrazione militare e politica, la Comunità europea della difesa (CED).

Tenendo presente quell’esperienza, analizzerò le implicazioni dell’aggressione russa per l’Europa integrata. Procederò come segue.

Primo, discuterò le ragioni che hanno reso l’Europa impreparata ad affrontare l’invasione russa dell’Ucraina.

Secondo, discuterò il Trattato della CED, così come era stato pensato da Alcide De Gasperi nel dialogo con Altiero Spinelli, progetto finalizzato a difendere l’Europa da minacce esterne ed interne.

Terzo, discuterò le conseguenze del fallimento della CED (1954) sullo sviluppo successivo dell’Europa integrata.

Concluderò derivando da questa analisi, sulla base dell’azione di De Gasperi e del pensiero di Spinelli, una agenda per il futuro della sicurezza

24 febbraio 2022.

L’Ue ha risposto con immediatezza e compattezza all’aggressione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, decidendo di inviare armi letali al governo ucraino per potersi difendere e concordando con gli alleati atlantici diversi di pacchetti di sanzioni economiche nei confronti del governo russo.

Tuttavia, è indubbio che l’Ue si sia trovata impreparata, sul piano istituzionale e culturale, ad affrontare la guerra in casa propria. Durante la Guerra Fredda (1950-1991) alla NATO (North Atlantic Treaty Organization) il compito di garantire la sicurezza dei Paesi europei, dopo la Guerra Fredda ha finito per ritenere che la sicurezza non fosse più in pericolo nel continente europeo. Per l’Ue, con il crollo del muro di Ber lino (1989) e l’implosione dell’Unione Sovietica (1991), la “storia era finita”.

L’epoca della violenza tra stati avrebbe lasciato il posto alla cooperazione economica e culturale tra di essi. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, le leadership europee (sotto la pressione di quelle tedesche) hanno finito per pensare che la lotta per il potere tra gli stati sarebbe scomparsa dalla politica internazionale, in quanto le relazioni interstatali si sarebbero svolte all’interno di regimi internazionali istituzionalizzati le cui norme e aspettative avrebbero mitigato le loro pulsioni aggressive.

E così è avvenuto.  L’interdipendenza economica e culturale è stata causa ed effetto della formazione di un sistema di istituzioni internazionali incaricate di risolvere le dispute e i conflitti tra stati e attori privati attraverso il multilateralismo o ricorrendo alla mediazione di magistrature internazionali. Si è infatti formato un ordine legale globale capace di influenzare le scelte degli stati così come degli altri attori internazionali (corporations multinazionali, lobbies internazionali, organizzazioni non-governative).

L’Ue è stata la protagonista di tale normazione della globalizzazione, divenendo una vera e propria potenza normativa, un attore internazionale specializzato nell’esportazione di regole e nella promozione di commerci. L’Ue si è talmente identificata con questo suo ruolo che ha finito per pensare che, come se fossimo in un mondo post moderno, la guerra era stata ormai delegittimata in quanto strumento per la soluzione delle contese. Certamente, attraverso la diffusione di intensi scambi commerciali, finanziari, industriali, culturali, il sistema internazionale si globalizzato, di persone dei Paesi non industriali di uscire consentendo a milioni dalla miseria.

Anche se non erano mancati conflitti (si pensi a quelli generati dal fallimento della ex Jugoslavia) che avevano messo in discussione l’interdipendenza economica, è stata soprattutto la decisione di Putin del 24 febbraio scorso a mostrare l’altra faccia di quest’ultima.

Sebbene, negli ultimi trent’anni, l’economia russa si sia venuta ad intrecciare con le economie dei Paesi europei, in particolare della Germania; sebbene il Pil russo sia divenuto dipendente dalle esportazioni di gas e materie prime nei Paesi dell’Europa integrata (tra cui il nostro); sebbene la nuova classe media russa sia stata attratta dai consumi occidentali; sebbene i ricchi russi abbiano trovato estese e convenienti occasioni di investimento finanziario, immobiliare e industriale in Paesi come il Regno Unito; sebbene le sanzioni successive al 2014 (in risposta all’annessione della Crimea da parte della Russia) abbiano accresciuto la dipendenza energetica di Paesi come l’Italia e la Germania al gas russo; sebbene tutto ciò, Putin non ha avuto scrupoli a mandare all’aria l’interdipendenza economica, invadendo militarmente l’Ucraina. Dunque, i commerci contano, ma non abbastanza per fermare la guerra.

Quest’ultima, infatti, deriva quasi sempre da logiche interne, logiche che nei regimi autoritari (come la Russia di Putin) non incontrano ostacoli. Quei regimi, per dirla con Michail Sergeevič Gorbačëv, sono “automobili senza il freno a mano”. dell’Ucraina è il risultato delle scelte di attori Nel nostro caso, l’aggressione russa domestici (Vladimir Putin e la sua cerchia di potere) per promuovere una precisa visione del ruolo internazionale della Russia, sostenuta da una precisa ideologia politica (la Russia è una nazione-impero con una missione storica da perseguire).

Nel discorso del 21 febbraio 2022, Putin affermò di volere rimediare agli errori di Lenin, il principale dei quali era stato quello di legittimare il principio di autodeterminazione nazionale. Tale principio, per Putin, aveva infatti condotto alla formazione di una pluralità di repubbliche (quindi aggregate nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche) che, con la fine della Guerra Fredda, poterono rivendicare la loro sovranità nazionale.

L’aggressione all’Ucraina del 2022 è dunque una tappa del percorso di ri costruzione di una Grande Russia di impronta zarista. Un percorso iniziato nel 2008 con l’invasione della Georgia, andato avanti nel 2014 con l’annessione della Crimea, rafforzato con l’annessione di fatto della Bielorussia di Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnk a e giunto quindi all’aggressione dell’Ucraina nel 2022. La Russia di Putin rappresenta una minaccia permanente per l’Europa integrata. Putin ha ricordato all’Ue che la storia non è finita, che la guerra non è scomparsa.

 27 maggio 1952

La Comunità europea della difesa (CED) Che la guerra costituisse una minaccia permanente in Europa, ciò era invece molto chiaro ad Alcide De Gasperi e ai leader europei (come Robert Schuman, Konrad Adenauer e Paul Henri Spaak) che si trovarono al governo delle nuove democrazie europee postbelliche.

Per De Gasperi, la minaccia della guerra proveniva sia dall’esterno (dall’Unione Sovietica) che dall’interno (dalla rivalità tra gli stati nazionali dell’Europa occidentale). La minaccia esterna divenne subito chiara con l’invasione militare della Corea del Sud, il 25 giugno 1950, da parte della Corea del Nord (sostenuta dalla Russia sovietica oltre che dalla Cina comunista).

Quell’invasione ruppe definitivamente la fragile alleanza tra i Paesi vincitori della Seconda guerra mondia le, diffondendo la consapevolezza che un dramma simile si sarebbe potuto verificare anche nell’Europa continentale. Dopo tutto, il ferreo controllo sovietico dei Paesi dell’Europa dell’est, seguito alla Conferenza di Postdam dell’estate 1945, confermava la minaccia rappresentata dal regime staliniano, minaccia che aveva spinto il governo De Gasperi ad essere tra i cofirmatari del Patto atlantico che dette vita alla NATO nel 1949. Tale minaccia esterna imponeva con urgenza il problema del riarmo della Germania dell’Ovest, senza la quale sarebbe stato difficile garantire la sicurezza europea. A sua volta, il riarmo della Germania dell’Ovest sollevava il problema della minaccia interna alla pace europea, una minaccia alimentata dai nazionalismi sopravvissuti a i drammi delle due guerre mondiali e dell’Olocausto.

Dirà De Gasperi (Assemblea del Consiglio d’Europa, Strasburgo, 10 dicembre 1951), “Il bisogno di sicurezza ha creato il Patto Atlantico, cioè un’organizzazione che tende a ristabilire l’equilibrio delle forze. È questa la prima linea di difesa contro il pericolo esterno (…) Ma la condizione essenziale per una resistenza esterna efficace è in Europa la difesa interna contro una funesta eredità di guerre civili - tali bisogna considerare le guerre europee - dal punto di vista della storia universale”.

Contrariamente agli statisti che, dopo la Prima guerra mondiale, cercarono di costruire un nuovo ordine europeo basato sulla cooperazione tra stati (seppure nell’ambito della nuova Società delle nazioni, istituita il 10 gennaio 1920), i leader dell’Europa democratica emersa dopo la Seconda guerra mondiale sapevano che la buona volontà dei governi nazionali non basta se non viene istituzionalizzata all’interno di un sistema sovranazionale.

Questa consapevolezza è all’origine della Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, considerata l’atto di nascita dell’Europa integrata.

Da quella Dichiarazione emergono due progetti sovranazionali distinti (ma collegati). Il progetto della Comunità del Carbone e dell’Acciaio o CEC A (con il Trattato di Parigi del 18 aprile 1951) e il progetto della Comunità europea della difesa o CED (con il Trattato di Parigi del 27 maggio 1952).

A sua volta, quest’ultima derivò dal Piano per una difesa europea presentato dal presidente del Consiglio francese René Pleven all’Assemblea nazionale francese il 24 ottobre 1950, divenuto quindi la base della Conferenza diplomatica per la CED, convocata dal governo francese il 26 febbraio 1951, che elaborò un Rapporto inviato il 27 luglio 1951 ai sei governi che avevano aderito alla CECA (Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo).

Per De Gasperi, le nuove istituzioni (della CED in specifico) non dovevano essere percepite come accorgimenti meramente tecnocratici. “Se noi costruiamo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centra le, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore, noi rischieremo che questa attività europea appaia al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale” (De Gasperi, Assemblea del Consiglio d’Europa, Strasburgo, 10 dicembre 1951).

Ecco perché, per De Gasperi, la costruzione della CED doveva essere accompagnata dall’idea di una patria europea, inclusiva delle patrie nazionali ma nello stesso tempo più grande della loro somma. “Se noi chiamiamo le forze armate dei diversi Paesi a fondersi insieme in un organismo permanente e costituzionale e, se occorre, a difendere una Patria più vasta, bisogna che questa Patria sia visibile, solida e viva, anche se non tutta la costruzione è perfetta occorre che sin da ora se ne vedano le mura maestre e che una volontà politica comune sia sempre vigilante perché riassuma gli ideali più puri delle nazioni associate e li faccia brillare alla luce di un focolare comune” (De Gasperi, Assemblea del Consiglio d’Europa, Strasburgo, 10 dicembre 1951).

La CED, più che la CECA, è al centro della strategia europeista di De Gasperi. “Questo è il problema principale: impedire, attraverso la costituzione di una federazione o confederazione europea, che si de nuovamente, ad esempio, motivi di attrito e di revanche terminino tra la Francia e la Germania, sarebbe già un grande risultato.

Ma il nostro trattato si propone una méta più alta; esso sarà un trattato di pace perché poggia su uno strumento di pace, perché è garantito dal fatto che i Paesi membri hanno un esercito in comune” Per De Gasperi, la costruzione della CED costituisce la missione principale della sua generazione politica.

Così continua, “Non si tratta soltanto di impedire la guerra fra noi, ma anche di formare una comunità di difesa, che abbia a suo programma non di attaccare, non di conquistare, ma solo di scoraggiare qualsiasi attacco dall’esterno in odio a questa formazione dell’Europa unita” (De Gasperi, Conferenza dei 6 ministri degli esteri, Parigi, 31 dicembre 1951).

Un’Europa unita che, come abbiamo visto, continua ad essere odiata anche oggi dai tiranni e dai loro amici di casa nostra.

 De Gasperi e Spinelli

Nel promuovere il progetto della CED, De Gasperi dovette affrontare diversi e numerosi nemici. Fuori dal governo, nell’opposizione comunista-socialista per la quale la difesa europea era uno strumento al servizio degli americani e la federazione europea una manifestazione del nostro servilismo verso questi ultimi.

Si chiederà De Gasperi nel dibattito con gli esponenti di quella opposizione, allora “anche Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo erano filoamericani perché volevano la federazione europea?” L’opposizione comunista- socialista alla difesa europea era in realtà finalizzata a mantener e l’Europa occidentale in una condizione di debolezza, così come l’accusa del suo carattere militarista in nome di ideali pacifisti era strumentale a garantire rapporti di forza favorevoli alla Russia sovietica.

Come si vede, niente di nuovo sotto il sole, se si considerano le critiche ricevute dal governo Draghi per aver aiutato militarmente l’Ucraina. Ma De Gasperi dovette fronteggiare anche un’opposizione interna al suo partito, la Democrazia Cristiana, in particolare da parte della sinistra dossettiana ispirata da una visione pessimistica della democrazia. Intellettualmente, De Gasperi e Dossetti erano assai diversi.

Se De Gasperi era stato un lettore di Le democrazie moderne di James Bryce (1921), Giuseppe Dossetti preferiva l’ Autunno del Medioevo di Johan Huizinga (1919), l’uno era interessato a capire come le democrazie concretamente funzionano, l’altro a come le epoche storiche (con i loro assetti economici e politici) si concludono.

In un’epoca di scarsa conoscenza delle democrazie liberali, mentre Dossetti proponeva una lettura terzomondista dell’America, De Gasperi fa invece costante riferimento alla democrazia americana come ad un modello. Nel suo discorso a Bruxelles del 20 novembre 1948, noto come “Le basi morali della democrazia”, la indica come un esempio per “limitare il potere” attraverso “le sue molteplici istituzioni di controllo e la complicata macchina politica”. Anche se poi aggiunge che “nessuna precauzione di ordine costituzionale potrebbe impedire l’avvento della tirannia se una attiva coscienza democratica non è operante nel popolo”. Sulla CED, invece, De Gasperi ebbe l’aiuto fattivo di Altiero Spinelli, autore insieme a Ernesto Rossi del Manifesto di Ventotene del federalismo Italia del 1941 (di forte impronta socialista) ed esponente no di sinistra, oltre che il sostegno dell’azionismo italiano rappresentata da Ferruccio Parri.

Quest’ultimo scriverà nel 1952: “O accettiamo, con il coraggio e la decisione necessari, l'idea di una comunità europea sopranazionale, organica e funzionale, e d accettiamo quindi di realizzarne le conseguenze logiche, la prima delle quali è l'unità della politica estera e l'unitarietà dello sforzo difensivo, oppure questa politica è solo una lustra, provvisoria e reticente mascheratura di contrasti di fondo e di diversi fini (…)”.

Sarà soprattutto nel Promemoria sul Rapporto del 27 luglio 1951 che Spinelli scriverà per De Gasperi nel settembre successivo che l’idea dell’Europa federale troverà una sua più articolata definizione. In quel Promemoria, Spinelli osserva criticamente: “Gli autori del Rapporto pensano che sia possibile creare un esercito unico europeo senza creare uno Stato europeo (…) Si pone di conseguenza immediatamente il problema: a chi appartiene l’esercito europeo?”.

Seguendo il modello della CEC, il Rapporto affidava infatti ad un Commissario/Commissariato della difesa un compito esecutivo, corrispondente a quello di un Ministero della difesa, senza rendersi conto che quest’ultimo “non è che un pezzo dello Stato, e che per poter funzionare deve essere connesso strettamente con tutti gli altri pezzi”.

Annota Spinelli, “la Conferenza propone di creare un organo esecutivo privo di sovranità ed obbligato a ricevere ordine dal di fuori. Ma una Comunità non può fare a meno di un organo sovrano”. Per Spinelli, una Comunità della difesa “trasforma completamente tutto il sistema della sovranità”, un problema che non può essere risolto dal Consiglio dei ministri della Comunità (cioè dalla Conferenza di stati sovrani).

Invece, in una Comunità federale “è naturale che accanto all’Assemblea popolare vi sia un’Assemblea o un Consiglio di Stati (…) Ma il Consiglio di Stati è una camera del Parlamento, e non già una Conferenza diplomatica, come è previsto nel Rapporto”. Per poi concludere, “ogni volta che si è voluto raggiungere l’unità di azione di Stati, senza menomare le loro sovranità, il regolare risultato è stato sempre la paralisi della Comunità che si voleva fondare”.

Spinelli quindi conclude, “se si tocca la sovranità nazionale nel campo militare, occorre toccare la sovranità nazionale anche nel campo fiscale”. Dunque, la Comunità della difesa richiede la contestuale creazione di istituzioni democratiche (legislative, esecutive e giudiziarie) per gestire la sovranità ad essa trasferita. La Conferenza “dovrebbe redigere né più né meno che un testo di costituzione federale europea”.

Questo fu proprio l’obiettivo che De Gasperi si propose di perseguire nelle complesse negoziazioni con gli altri governi (in particolare con quello francese), consapevole anche delle resistenze interne agli apparati del suo stesso governo (in particolare tra i diplomatici e i militari). Dopo tutto, come disse all’Assemblea del Consiglio d’Europa a Strasburgo, il 10 dicembre 1951, “questa è l’occasione che passa e non tornerà più. Bisogna afferrarla ed inserirla nella logica della storia”.

L’esito di quell’azione fu il Trattato per la Comunità europea della difesa, costituito di 132 articoli e 12 protocolli, firmato a Parigi il 27 maggio 1952. Un Trattato che iniziava (Art. 1) collocando la CED all’interno del Patto Atlantico e precisando subito che essa ha “un carattere sovranazionale, consistendo di istituzioni comuni, di Forze armate comuni e di un budget comune”.

Soprattutto il Trattato prevedeva (Art. 38) la creazione di “un’Assemblea della Comunità di difesa europea eletta su basi democratiche (che avrebbe dovuto) tenere in mente che l’organizzazione definitiva che prenderà il posto dell’attuale transitoria organizzazione dovrà essere concepita come uno degli elementi di una futura struttura federale o confederale, basata sul principio della separazione dei poteri, così da includere, in particolare, un sistema rappresentativo bicamerale”.

Questo Articolo, di importanza storica, celebra il successo della collaborazione tra De Gasperi Le resistenze al Trattato si fecero però sentire. e Spinelli. Al punto che, di fronte ai ritardi nell’avviare i lavori della Assemblea della CED, De Gasperi propose che fosse l’Assemblea della CECA, di già funzionante, a definire il progetto federale cui ricondurre entrambe le organizzazioni. Ma la finestra dell’opportunità si stava chiudendo.

Soprattutto in Francia, dove le conseguenze della decolonizzazione avevano polarizzato il sistema dei partiti, ma anche in Italia, dove l’approvazione parlamentare del Trattato fu tenuta in sospeso per negoziare concessioni territoriali sulla frontiera orientale.

Nonostante le formidabili pressioni americane affinché si arrivasse quanto prima ad una autonoma capacità di difesa europea, la logica della politica interna ai singoli Paesi conducevano in direzione opposta.

Il 30 agosto 1954, l’Assemblea nazionale francese, con un escamotage tecnico, decise di non votare il Trattato costitutivo della CED, sotto la spinta dell’opposizione sia della sinistra comunista che de lla destra gaullista. Un esito che De Gasperi aveva fortemente temuto nei suoi ultimi giorni di vita. Scrisse Spinelli nell’ottobre 1954: “De Gasperi può essere morto di crepacuore alla prospettiva dell’imminente fine del tentativo di unificazione europea” , quindi aggiungendo “L’epoca dei governi europeisti è finita il 30 agosto”.

 Dopo il 30 agosto 1954

Prima l’economia

Nonostante la delusione comprensibile di Spinelli, in quel 30 agosto 1954 si concluse il ciclo federalista dell’integrazione, non già quest’ultima in quanto tale. La sicurezza europea fu appaltata all’America rafforzando la guida militare e politica di quest’ultima all’interno della NATO (la NATO doveva servire a, “to keep the Russians out, the Germans down and the Americans in”, gli “americani dentro” perché essi non volevano rimanere in Europa, come sostenuto più volte dai presidenti Truman e Eisenhower).

Il modello che aveva in mente De Gasperi (cioè una NATO basata su tre pilastri: americano, britannico ed europeo) fu sostituito da un a NATO basata quasi esclusivamente sulle tecnologie, i finanziamenti e le capacità militari americane. Non tutti a Washington D.C. furono felici di questa soluzione, ma non ve ne era un’altra disponibile.

Il 9 maggio 1955, quattro giorni dopo la fine dell’occupazione militare da parte delle Forze Alleate, la Germania occidentale venne accolta all’interno della NATO, avviando una graduale politica di riarmo sotto la supervisione americana. De responsabilizzati sul piano della propria sicurezza militare, gli europei finirono per abbandonare la prospettiva federale.

Non oberati dalle spese militari (trasferite ai contribuenti americani), gli stati dell’Europa occidentale poterono utilizzare le risorse nazionali per rafforzare le basi economiche del loro svilupp-aiuti (sempre americani) ricevuti tra il 1948, già ricostruite attraverso gli 1952 nel contesto dello Program European Recovery (più noto come Piano Marshal).

Da allora, l’Europa occidentale è stata la beneficiaria di un gigantesco ‘azzardo morale’, in virtù del quale si è garantita protezione senza pagarla. In cambio, gli americani poterono condizionare la nostra politica interna. I Trattati di Roma del 1957 celebrarono la nuova divisione del lavoro. Gli americani pensavano alla sicurezza comune, noi ad un mercato comune, divenuto quindi unico nel 1987.

Seppure nati da accordi intergovernativi, i Trattati in questione celebrarono la visione funzionalista dell’integrazione europea, sostenuta da Jean Monnet in alternativa alla visione federalista di Altiero Spinelli. Si decise di partire dal basso (dalla soluzione di specifici problemi comuni nel contesto del funzionamento del mercato), non più dall’alto (dalla creazione di comuni istituzioni nel contesto di un accordo costituzionale).

Per fare ciò, venne de finito un sistema istituzionale triangolare in cui la Commissione europea detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, il Consiglio dei ministri nazionali e quindi il Parlamento europeo (eletto direttamente a partire dal 1979) approvano o rifiutano le sue proposte (direttive o regolamenti), sotto la vigilanza della Corte di giustizia europea (CGE).

Si trattava di un sistema sovranazionale, in quanto un ruolo cruciale veniva esercitato da istituzione (la Commissione europea, la CGE e quindi il Parlamento europeo) non dipendenti dai governi nazionali. Il mercato unico è stato un grande successo, consentendo ai Paesi dell’Europa occidentale di crescere impetuosamente (nel caso dell’Italia di diventare una potenza industriale in meno di una generazione). An cora oggi, costituisce la condizione del nostro benessere economico (e della nostra stabilità politica).

 L’economia non basta più

Le cose però cambiarono con la fine della Guerra Fredda (19891991). Se nei tre decenni precedenti, la politica di sicurezza (militare ed estera) era rientrata nei ministeri nazionali, dopo il 1991 la divisione del lavoro stabilita a Roma nel 1957 dovette essere rivista.

Il Trattato di Maastricht del 1991 istituì un Pilastro intergovernativo per la Politica estera e di sicurezza (PESC), al cui interno fu inserito (a partire dal 1999) la Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), mentre rimase sovranazionale il Pilastro del mercato unico (chiamato Comunità economica). Pilastri quindi ricomposti all’interno dell’Unione europea (Ue), così chiamata ufficialmente per la prima volta. Obbligata a fare i conti con il nuovo scenario europeo e internazionale, l’Ue accettò il compito ricorrendo però alla logica intergovernativa. Certamente non sono mancati i tentativi di mitigare la logica intergovernativa inaugurata a Maastricht.

Con il Trattato di Amsterdam del 1997, ad esempio, venne formalizzata l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, cui il Trattato di Lisbona del n2009 assegnerà il doppio compito di presiedere per cinque anni il Consiglio dei ministri nazionali per gli affari esteri e contemporaneamente di esercitare il ruolo di vicepresidente della Commissione europea. L’obiettivo era quello di collega re la logica intergovernativa del Consiglio dei ministri con quella sovranazionale della Commissione europea, ma non si può dire che abbia funzionato in quanto la prima si è regolarmente imposta sulla seconda.

Il Trattato di Lisbona del 2009 abolì la divisione in Pilastri, ma non la logica intergovernativa della politica estera e di sicurezza. Anzi, la rafforzò ulteriormente riconoscendo, per la prima volta formalmente, il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo, cui affidare il compito di stabilir e le grandi scelte dell’Ue.

Così, a partire dal Trattato di Lisbona, nel contesto delle crisi multiple del decennio successivo e sotto la pressione proveniente dai Paesi del nord e dell’est entrati tra gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, l’Ue ha registrato lo sviluppo spettacolare della logica intergovernativa, al punto da offuscare quella sovranazionale operante nelle materie regolative del mercato unico.

La logica intergovernativa ha caratteristiche molto precise. Si basa sul coordinamento volontario tra i membri dei governi nazionali (nei Consigli dei ministri degli affari esteri e della difesa) i quali monopolizzano il processo decisionale, relegando la Commissione europea a svolgere funzioni tecniche, con il Parlamento europeo e la CGE collocati ai margini di quel processo.

La PESC e la PSDC consistono di atti politici piuttosto che legislativi (come sono invece le direttive e i regolamenti), atti poi implementati dalle rispettive amministrazioni nazionali. All’interno dei Consigli (in particolare del Consiglio europeo), il processo decisionale si basa sul consenso o unanimità, così riconoscendo un potere di veto ad ogni ministro o capo di governo rispetto alla decisione da prendere. Un potere di veto regolarmente esercitato o minacciato da governi nazionali, come quello ungherese di Viktor Orban o polacco di Mateusz Morawiecki.

È stato inevitabile che l’Ue diventasse una potenza normativa, o che esercitasse esclusivamente la sua influenza economica, vista natura intergovernativa del suo pro cesso decisionale nella politica di sicurezza (e l’impossibilità di usare le risorse dell’ hard power rimaste sotto il controllo dei governi nazionali).

Certamente, di fronte a situazioni drammatiche, come l’aggressione russa dell’Ucraina, il Consiglio europeo è riuscito a prendere decisioni cruciali, immediate e consensuali. Tuttavia, un processo decisionale non può aver bisogno della eccezionalità e drammaticità di una crisi per divenire efficace. Anche le proposte recenti di un’Unione della difesa, come quella del presidente francese Emmanuel Macron, non fuoriescono dall’orizzonte intergovernativo.

Per il presidente francese, si tratta di rafforzare il coordinamento militare tra alcuni Paesi, con la Francia però destinata ad esercitare un ruolo di leadership al suo interno. L’impegno assunto dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, all’indomani dell’aggressione russa, di investire cento miliardi di euro nella difesa nazionale, così come la maggiore spesa nazionale per la difesa, promessa da diversi governi nazionali, non aumentano le capacità militari europee, mentre aumentano le duplicazioni, le diseconomie, le disfunzionalità tra i vari apparti militari nazionali. Così, gli impegni a maggiori investimenti nelle tecnologie militari non sono ricondotti ad un progetto europeo ma si basano su consorzi bi competitivi con l’industrotrinazionali, difficilmente ia militare americana.

Il vincolo intergovernativo comprime le capacità militari e industriali dell’Ue, un esito preoccupante se si considerano i cambiamenti in corso nella politica americana.  La presidenza di Trump (2017 europe2020) aveva ricordato agli i che l’America non è più disposta a pagare per la loro sicurezza, la presidenza Biden (pur ricostruendo un rapporto più collaborativo con noi) ha subito chiarito che le sue priorità sono in Asia e non in Europa. Come risolvere il problema della sicurezza europea?

 De Gasperi settant’anni dopo

La guerra russa all’Ucraina ha sollevato il tappeto sotto il quale era stata nascosta la questione della sicurezza dal 1954, il cui esito è stato una Europa integrata sul piano economico ma non su quello politico e mi litare. Un esito che De Gasperi e Spinelli cercarono tenacemente di scongiurare. Ritornare a loro, seppure criticamente, aiuta ad affrontare il problema della sicurezza europea settant’anni dopo.

Infatti, De Gasperi ci ricorda che la guerra è una minaccia permanente per l’Europa (confinando con un aggressivo regime autoritario dotato di armi nucleari), Spinelli che tale minaccia non può essere affrontata con il coordinamento intergovernativo. Naturalmente, non si tratta di finire nel vicolo cieco di una nuova guerra fredda.

Il rapporto con la Russia (o con la Cina) non dovrà sostanziarsi in un confronto esclusivamente militare, ma dovrà preservare o promuovere tutte le occasioni per scambi economici e culturali con loro. Tuttavia, l’Europa integrata non deve essere più ricattabile, sul piano delle risorse energetiche o degli scambi industriali, dai regimi autoritari.

L’interdipendenza dovrà approfondirsi al suo interno, ma alleggerirsi al suo esterno (con i regimi autoritari). La globalizzazione dovrà divenir e selettiva. Se la guerra è una minaccia permanente, e se l’America sta rivolgendo sempre di più la sua attenzione in Asia, allora è necessario che l’Europa integrata si assuma il problema di garantire la propria sicurezza. Senza una efficace capacità di autodifesa, l’Europa integrata non potrà difendere le sue libertà, la sua democrazia, il suo welfare.

Capacità di autodifesa che potrà essere garantita solamente da un’organizzazione sovranazionale. Tuttavia, contrariamente al progetto del 1952, la difesa europea non dovrà basarsi sulla fusione delle difese nazionali, bensì dovrà caratterizzarsi come un nucleo di capacità e risorse che si aggiunge a queste ultime, con lo scopo garantire la difesa collettiva.

Gli stati possono conservare le loro difese nazionali per fronteggiare sfide locali, anche se esse dovranno essere razionalizzate così da non ostacolare la difesa comune. La difesa europea dovrà agire in coordinamento con la NATO, come sostenuto con insistenza da De Gasperi.

Essa dovrà riflettere la visione strategica dell’Europa integrata, cui dovrà corrispondere una politica industriale europea per tecnologie di rilevanza militare. L’autonomia strategica dell’Europa integrata richiederà la costruzione di un’autorità di politica estera, così come la di fesa comune richiederà l’esistenza di un’autorità di politica militare.

Nello stesso tempo, non si potrà parlare di una politica estera e di difesa europee senza la creazione di un budget europeo con cui sostenerle, alimentato da risorse fiscali autonome e non da trasferimenti finanziari nazionali.

L’autonomia strategica implicherà anche la necessità di parlare con una voce singola all’interno delle organizzazioni internazionali, a cominciare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Come sottolineato da Spinelli e condiviso da De Gasperi, le nuove autorità di politica estera e di difesa dovranno essere parte di un’unione politica più ampia che garantisca la loro legittimità democratica, oltre che il loro rendiconto politico.

Oggi sappiamo ciò che non era evidente nel 1952, ovvero che un’unione politica non abbisogna di divenire uno stato per poter esercitare i suoi compiti autoritativi. Essa dovrebbe acquisire le caratteristiche di un’unione federale, non già di uno stato federale (come auspicava Spinelli nel 1952).

Infatti, uno stato federale che organizza la vita di centinaia di milioni di abitanti condurrebbe ad una accumulazione di potere tale da minacciare le libertà individuali. Per questo motivo, un’unione federale assegna al centro federale competenze esclusive solamente sulle materie che riguardano la sicurezza collettiva, riconoscendo agli stati federati competenze su “tutto il resto”.

Naturalmente, tale distribuzione sarà oggetto di continua negoziazione tra i livelli di governo, richiedendo la disponibilità di questi ultimi al costante compromesso. Sia i governi federati che le autorità federali dovranno essere legittimati elettoralmente, oltre che supervisionati dalle rispettive corti costituzionali.

Come De Gasperi aveva chiaro, l’unione tra stati non implica la soppressione del sentimento nazionale. “Badate bene che quando diciamo che non siamo nazionalisti (…) non diciamo qualche cosa che limiti le nostre forze reali, che diminuisca, comprima e deprima il nostro sentimento nazionale” (Senato della Repubblica, 15 novembre 1950).

Nel nostro caso, l’unione federale richiede identità multiple, non già la sostituzione di un’identità nazionale con un’identità europea. Seppure siano l’esito di un’invenzione, gli stati europei hanno profonde radici nei simboli e nelle relazioni dei loro cittadini.

Non si tratta di cancellare una storia, ma di aggiungerne un’altra, creando una cittadinanza europea di nazionalità distinte. Il nazionalismo è incompatibile con l’unione federale, ma non lo sono le identità nazionali intese come sistemi aperti di esperienze e memorie.

L’identità europea, invece, dovrà basarsi necessariamente sulla condivisione di valori politici, gli unici che possono unire vicende culturali o religiose diverse. Ciò che dovrà tenere insieme l’unione federale è la condivisione dei principi liberali dello stato di diritto e delle libertà individuali e i principi della divisione dei poteri che garantiscono la democrazia politica.

Sappiamo che diversi governi nazionali dell’Europa integrata (nell’Europa dell’est) non condividono quei principi. Sappiamo anche che altri governi nazionali (dell’Europa del nord) hanno aderito all’Europa integrata per ragioni esclusivamente economiche, ed altri governi nazionali (nei Balcani occidentali) vi aderirebbero per ragioni opportunistiche. L’unione federale non emergerà da uno sviluppo biologico, né potrà dipendere dalle idiosincrasie dell’uno o dell’altro governo nazionale.

Come sostenne De Gasperi nel 1952 (Assemblea del Consiglio d’Europa a Strasburgo, 15 settembre), un’unione tra stati richiede un preliminare atto “di volontà politica (…) per realizzarsi”, un atto attraverso il quale gli stati coinvolti riconoscono che vi sono sfide che non possono affrontare da soli. È poco plausibile raccogliere tali differenti visioni dell’Europa all’interno di un unico progetto istituzionale. Occorrerebbe, piuttosto, organizzare contenitori diversi per visioni diverse. Non mancano le proposte.

E’ possibile ipotizzare l’esistenza di: una comunità degli stati europei confederazione allargata a buona parte agli stati del continente che, basata su un Consiglio dei capi di , una governo, affronta temi come l’energia, i trasporti, la ricerca; una coincidente con gli stati che oggi condividono il mercato comune comunità economica, e ne rispettano il sistema sovranazionale triangolare; una unione federale, una federazione europea costituita dai “Paesi del 1952” più quelli che ne condividono l’ispirazione federale (come la Spagna), cui devolvere il governo delle politiche di sicurezza (da quella militare a quella monetaria).

Il futuro dell’Europa dovrà essere plurale.

In conclusione, l’europeismo di De Gasperi e Spinelli parla al futuro dell’integrazione, non solo al suo passato. Esso dovrebbe caratterizzare l’orizzonte della politica italiana, indipendentemente dai governi in carica, in quanto ci ricorda che fuori dall’Europa non c’è un futuro per l’Italia.

* La Lectio degasperiana è il grande evento pubblico che la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, d’intesa con l’Istituto Sturzo di Roma, organizza per onorare la memoria dello statista trentino nel suo paese natale nei giorni dell'anniversario della sua morte. Il 18 agosto pomeriggio, qualificati relatori si danno appuntamento a Pieve Tesino, il paese natale di De Gasperi. Ogni anno un tema inedito e una figura d’eccellenza per approfondire aspetti della storia italiana e trentina, della figura dello statista, della democrazia.

** Sergio Fabbrini (Pesaro, 1948) è Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, Professore di Scienze politiche e relazioni internazionali e Intesa Sanpaolo Chair on European Governance presso l’Università LUISS Guido Carli, dove ha fondato e diretto la School of Government dal 2010 al 2018. Fondatore e Direttore della School of International Studies dell’Università degli Studi Trento dal 2006 al 2009, è stato Pierre Keller Professor presso la Harvard Kennedy School of Government nel 2019-2020. È Recurrent Visiting professor presso la University of California di Berkeley (USA).

Ha insegnato in diverse università degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone, dell’America Latina e dell’Europa. È stato Jemolo Fellow presso il Nuffield College di Oxford e Jean Monnet Chair Professor presso il Robert Schuman Center for Advanced Studies, European University Institute, di Fiesole, Firenze, e Direttore della “Rivista Italiana di Scienza Politica” dal 2004 al 2009 (il primo direttore dopo Giovanni Sartori che l’ha fondata nel 1971). È autore e curatore di decine di volumi e di centinaia di saggi scientifici, tradotti in sette lingue, che gli sono valsi diversi premi scientifici internazionali e nazionali. È inoltre editorialista del quotidiano Il Sole 24 Ore; impegno per il quale è stato insignito nel 2017 del Premio Altiero Spinelli che gli è stato consegnato a Ventotene. Nel 2021-2022 è stato membro del Comitato Scientifico della Conferenza sul futuro dell’Europa, nominato dal Governo Draghi, di cui ha presieduto il Gruppo su “Democrazia e Stato di Diritto in Europa”. Dal 2020 è Special Advisor del Commissario europeo Paolo Gentiloni per i temi legati alla riforma della governance europea. È considerato a livello internazionale uno dei maggiori studiosi di Scienza politica.

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 Lectio degasperiana 2022

Ricordo di Maria Romana De Gasperi 

Una De Gasperi

Intervento del Presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi Giuseppe Tognon in ricordo di Maria Roma De Gasperi (1923 -2022) in occasione della Lectio degasperiana 2022, pronunciato a Pieve Tesino del 18 agosto 2022

 La figura paterna ha attraversato ogni fase della lunga e travagliata vita di Maria Romana De Gasperi, scomparsa quest’anno a 99 anni.

La grandezza di Alcide De Gasperi è nella storia, eppure ciò che la sua figlia primogenita ha fatto per curarne la memoria è qualche cosa che va al di là dell’affetto per un padre.

È stata una missione e una prova di coraggio. Nata a Trento nel 1923, pochi mesi dopo la Marcia su Roma e l’avvento di Mussolini, l’infanzia di Maria Romana si sviluppò tra le ansie per la persecuzione a cui il regime condannò il padre.

Dal carcere lui le scriveva lettere colme di affetto. Ricordando quegli anni ebbe però a dire che le rinunce e le preoccupazioni dei suoi genitori non impedirono a lei e alle sorelle Lucia, Lia e Paola di crescere in un contesto amorevole e fiero, capace di trovare conforto nell’affetto familiare oltre che nella fede.

E per cogliere i sentimenti di gioia e di riconoscenza verso la vita che abitavano la famiglia dello statista basta rileggere il delizioso racconto della storia di famiglia che Lia De Gasperi ci ha consegnato in una conferenza a Torino di alcuni anni fa (che è in rete con il titolo di racconta) o il delicato libro di Paola De Gasperi Alcide e Francesca Cecilia De Gasperi del 2020, sul rapporto tra due personalità speciali quali furono i loro genitori.

La moglie Francesca e Maria Romana arrivarono a Roma nel 1929, nel modestissimo monolocale che Alcide si poteva permettere con il povero stipendio da minutante nella biblioteca vaticana dove, dopo l’esperienza del carcere, mani e menti amiche lo avevano rifugiato. Crescendo, Maria Romana decise di mettersi al fianco del padre, quasi per proteggerlo: dopo la caduta del fascismo, nel bel mezzo dell’occupazione nazista di Roma iniziò a collaborare alla sua attività politica, agendo come staffetta tra il padre e il gruppo di ex popolari che in clandestinità stava dando vita alla Democrazia Cristiana.

Si laureò nel frattempo in Lettere alla Sapienza. Il padre ne aveva stima e fiducia, tanto da volerla con sé come segretaria particolare una volta divenuto Presidente del Consiglio nel 1945. Seguì il padre in molti viaggi in Italia e all’estero, incluso quello famoso negli Stati Uniti del 1947 che segnerà nell’orbita atlantica l’ingresso dell’Italia. De Gasperi a Roma viveva in casa con sette donne. La moglie, la sorella Marcella che era venuta a stare con le nipoti quando erano morti i genitori, le quattro figlie e la tata. Nel 1947 Maria Romana si è sp osata e Lucia è entrata in convento per farsi suora. Maria Romana sposò l’ingegner torinese Piero Catti, fratello di Giorgio, partigiano che cadde nella Resistenza e a cui è dedicato un Centro Studi a Torino.

Era, quello del marito, un gruppo di amici antifascisti appassionati di montagna. Ha avuto tre figli, Giorgio, morto giovane in Francia per un incidente, Paolo e Maurizio, scomparso nel 2017. Ha avuto quattro nipoti diretti. Appena sposata ritornò a vivere a Trento, stare vicino al padre la spinsero a ri ma il richiamo di Roma e il desiderio di prendere la via della capitale. A Trento conserva un ristretto ma fedele gruppo di amici.

La storia di questa donna speciale e il suo rapporto con il padre ci apre uno squarcio prezioso su ciò che un bravo giornalista, Aldo Cazzullo, ha definito “una delle poche rivoluzioni riuscite che l’Italia contemporanea abbia vissuto”: la rivoluzione affettiva tra padri e figlie.

Non si è ancora conclusa ma ha radici solide. Alcide De Gasperi fu un esempio di padre ‘nuovo’, non più solo padrone, ma uomo che non si vergognava dei propri sentimenti e, pur nel poco tempo che gli rimaneva, seguiva con passione e partecipazione anche infantile la crescita delle figlie.

Quando il padre morì, il 19 agosto 1954, nella piccola casa d i Sella in Valsugana, Maria Romana si sentì investita di una nuova missione: custodirne la memoria di fronte a un Paese che con facilità innalza agli altari e ancor più facilmente dimentica.

Tanto più avendo visto 2con quanta sofferenza suo padre alla fine della sua vita dovette piegarsi sotto le scalpitanti ambizioni di un ceto politico che forse non aveva capito quanto dura fosse la lezione della storia. Mentre la stessa Democrazia Cristiana sembrava abbandonare al passato il profilo ingombrante del suo fondatore, giudice implacabile da vivo e da morto della politica italiana, Maria Romana, con il sostegno della madre Francesca, che sopravvivrà molti decenni al marito, si immerse tra migliaia di carte e documenti che raccolse silenziosa da archivi e fondi pubblici e privati, traendone la prima vera biografia paterna, uscita nel 1964 con il titolo De Gasperi uomo solo. Poi per anni pubblica raccolte di documenti, saggi e interviste.

E se anche talora la passione e l’immedesimazione con la figura del padre prevale sui criteri filologici e storiografici, è difficile dire cosa sarebbe oggi la memoria di Alcide De Gasperi senza l’opera di Maria Romana. Molti studiosi hanno contratto con lei debiti di gratitudine.

Ma molti altri hanno preferito rimanere ai margini, senza capire che la sua fatica e il suo impegno avevano bisogno che intorno alla figura di De Gasperi crescesse davvero una coscienza collettiva per l’impegno civile e per un ideale federalista europeo. È ciò che la nostra piccola fondazione trentina, operativa dal 2008, ha ricevuto come compito.

Sarebbe sbagliato però ricordare Maria Romana De Gasperi solo come biografa e vestale di suo padre. All’attività editoriale accompagnò un’intensa attività di animazione civile. Percorse il Paese incessantemente da Nord a Sud, per parlare del padre e della sua lezione democratica ed europeista.

Non le mancava certo la capacità di narrare e di arrivare al cuore delle persone, grazie anche a quell'eleganza e compostezza che faceva specchio all'immagine del padre. Fino agli ultimissimi tempi, nonostante l'età, non viene meno a questo dialogo con il suo tempo, curando anche la rubrica settimanale su “Avvenire” a cui tanto teneva.

La sua figura di testimone degasperiana visse sempre al di fuori dalla vita dei partiti, rifiutando di essere eletta. Diceva che per servire il bene comune talvolta è preferibile fare un passo indietro. Rimase fedele agli ideali politici paterni, o almeno a quelli che lei valutava essere fondamentali.

De Gasperi non ha eredi politici, e questo è chiaro, ma l’unicità del personaggio, che è consegnato alla storia, non ci impedisce di cogliere nel suo stile e in quello di Maria Romana sfumature che hanno anticipato la rinascita di una Italia nuova, più libera e autonoma anche nella condizione femminile e nell’esercizio dei diritti e dei doveri civili.

Il Trentino, culla di molte storie nazionali ed europee, ha il dovere di essere in prima fila nel testimoniare che grandi ideali e grandi capacità possono sorgere e rivelarsi anche in piccole patrie, così come piccole patrie posso ambire ad esercitare un ruolo propulsivo solo se inserite in un contesto sovrastatale più ampio. Nella concezione degasperiana della storia essere minoranza non era una condizione di inferiorità ma piuttosto di forza, se si era animati da coraggio e visione.

Maria Romana, donna tenace, devota figlia amatissima, biografa di uno straordinario uomo pubblico ma anche di un padre e di una famiglia ricca di sentimenti gentili, riposerà in pace quando vedrà che sotto le ceneri della storia ardono comunque le braci di una umanità che fa dell’ospitalità, del rispetto reciproco e del confronto pacifico un dovere quotidiano oltre che cristiano.

RICCARDO MISASI, POLITICO DEMOCRISTIANO DI ELEVATE QUALITÀ, NEL RICORDO DI CHI LO HA CONOSCIUTO. 

Articolo di Errore Bonalberti, comparso sul giornale online "ildomaniditalia.it" del 11 agosto 2022
http://www.ildomaniditalia.eu/riccardo-misasi-politico-democristiano-di-elevate-qualita-nel-ricordo-di-chi-lo-ha-conosciuto/
 

Nel volume appena pubblicato da Rubbettino (Riccardo Misasi. Un tributo) sono raccolte le testimonianze sul politico calabrese scomparso nel 2000. Tra le varie abbiamo scelto di pubblicare, per gentile concessione, quella di Bonalberti.

Voglio ringraziare l’amico prof. Pino Nisticò, già presidente della Giunta regionale calabrese, per aver voluto e curato questa raccolta di testimonianze sulla figura di Riccardo Misasi, uno dei più autorevoli esponenti della terza generazione democratico cristiana.

 Ricevute alcune copie del libro ho iniziato a leggere il saggio con passione, al punto che, ogni volta che interrompevo per una pausa, non riuscivo a stare in riposo se non per qualche minuto, stimolato a riprendere immediatamente le riflessioni e i ricordi che tanti amici DC calabresi e non solo hanno voluto scrivere sul loro leader politico e amico.

Amici della sua corrente o appartenenti ad altre della costellazione interna democristiana, hanno espresso tutti il ricordo delle loro esperienze vissute insieme a Misasi, considerato unanimemente una personalità di grande spessore umano, culturale e politico, che, giustamente suo figlio Maurizio ha sintetizzato in una splendida immagine, quella di una persona che “ha concepito la politica come un servizio all’Uomo e alla sua libertà”. Una personalità che come è scritto nel motto della  Fondazione a lui intestata è: “guardare al futuro con cuore antico”.

Sì l’On Misasi questo seppe indicare a tutta la comunità democratico cristiana calabrese, ossia la capacità e la volontà di “guardare al futuro con cuore antico”. Lui che, alla Cattolica di Milano con gli amici che, dopo pochi anni, a Belgirate con Albertino Marcora, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Luigi Granelli e Giovanni Galloni, concorse alla fondazione della corrente DC della Base, dotato di una cultura straordinaria storica, sociologica, filosofica, giuridica e  politico istituzionale, mise a capo degli obiettivi della sua azione politica, il riscatto della sua terra dalle condizioni di isolamento e di arretratezza. A lui, infatti, si devono molte delle istituzioni che con la sua attività politica da ministro e parlamentare seppe realizzare in Calabria: dall’università  della Calabria (Unical) ad Arcacavata di Rende (Cosenza), del CUD (Università a distanza) del progetto Telcal (Telematica Calabria) e di numerose altre scuole prima assenti nel territorio, sempre coerenti con la linea della promozione umana e sociale con particolare riguardo ai giovani. La cultura come strumento di elevazione della condizione di emarginazione dei giovani della sua terra.

Commovente la testimonianza del suo amico e concorrente politico nel partito, il compianto Carmelo Pujia, l’uomo forte dell’area dorotea, che finì col formare un sodalizio fortissimo, una sorta di due dioscuri calabresi: l’uno, Pujia, impegnato soprattutto sul fronte locale e regionale e  l’altro, Misasi, su quello nazionale dove, oltre agli incarichi ministeriali, durante la segreteria nazionale dell’On De Mita, assunse il ruolo di capo della segreteria politica prima nel partito e di sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo presieduto dal leader avellinese. Un ruolo di dominus che, in un mio intervento al consiglio nazionale della DC amichevolmente paragonai a quello di un “Minosse”, colui che, nelle nomine consigliava De Mita con l’autorevolezza di chi “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. 

Chi, come me, ha potuto conoscerlo e frequentarlo nelle occasioni dei lavori del consiglio nazionale del partito, non può dimenticare i tratti del carattere di Misasi, ben descritti nel libro. Quelli di un uomo sapiente, dai tratti gentili e sinceri sempre ispirati dalla volontà di concorrere all’equilibrio e alla ricomposizione dei contrasti; un politico che nei suoi interventi rivelava una capacità di eloquenza che lo rendeva unico tra i molti esponenti politici della DC. Fu proprio grazie a un suo appassionato intervento al congresso nazionale della DC del 1964, insieme a quelli dell’On Carlo Donat Cattin, che, diciannovenne, scelsi di militare nella sinistra allora unita della DC e per tutto il resto della mia vita. 

Di Misasi, al fine di comprendere la statura morale, culturale, giuridica e politica dell’uomo basterà ricordare, con le opere da lui promosse come l’apertura dell’università anche ai figli delle classi meno abbienti provenienti dagli istituti medi superiori e l’avvio dell’università della Calabria e delle due facoltà di farmacia calabresi, l’essere stato l’interlocutore privilegiato di Aldo Moro. Fu, infatti, Riccardo Misasi, il politico democristiano cui Moro dal carcere delle BR inviò la lettera nella quale chiedeva di intervenire nella DC, con tutte le argomentazioni giuridiche e politico istituzionali  insieme a quelle  etico morali più opportune per favorire la sua liberazione. Sarà il più grande cruccio di Misasi quello di non essere riuscito a far prevalere quelle indicazioni e a convocare, su delega ricevuta dallo stesso Moro, il consiglio nazionale del partito. Prevalse, ahinoi, la linea della fermezza e con la morte di Moro si aprì la lunga stagione del declino e della fine politica del nostro partito.

Edito da Rubbettino, questo tributo a Misasi curato da Pino Nisticò, mi auguro avvii una serie di studi e approfondimenti su coloro che nei diversi territori regionali e in sede nazionale sono stati i rappresentanti più autorevoli dei loro elettori e del nostro partito. Da parte mia, con l’amico Mario Tassone e alcuni autorevoli professori di storia dell’università di Padova abbiamo promosso il comitato 10 Dicembre 2021 che, tra i suoi obiettivi, ha proprio quello di approfondire lo studio delle figure più autorevoli della DC veneta. Un obiettivo che la DC dovrebbe far proprio in tutte le nostre realtà locali, anche per superare la damnatio memoriae con cui una pubblicistica radicale, laicista e anti DC, ha sin qui relegato la nostra storia politica e amministrativa. 

GIORGIO LA PIRA: La Frontiera dell'Apocalisse.

L'ultimo discorso di La Pira ai giovani de «La Vela»

 

articolo del 04/11/2017 di Redazione Toscana Oggi 

Come ogni anno, anche alla vigilia di Ferragosto del 1975 l’ex sindaco di Firenze parlò di pace ai giovani in vacanza al villaggio di Castiglione della Pescaia. Non l’avrebbe più fatto: e oggi quelle parole sono di nuovo quanto mai attuali. Quello che presentiamo è tratto dalla sbobinatura del discorso, ancora inedito, che La Pira fece quel 13 agosto 1975 a La Vela.

 

Il 13 agosto 1975 fu l’ultima volta che Giorgio La Pira parlò ai «giovani di Pino», al campo-scuola al Villaggio «La Vela» di Castiglione della Pescaia (Gr). Nell’estate seguente le sue condizioni di salute erano già precarie e saltò quello che era ormai diventato un appuntamento consueto alla vigilia di Ferragosto con il turno dei «più grandi». Non volle mancare invece al tradizionale pellegrinaggio a Roma del 3 novembre, che dal 1972 aveva come meta San Pietro, con la Messa e l’udienza dal Papa, e poi nel pomeriggio la visita ad un luogo storico, relativo al percorso di studio che i giovani – sotto la guida di don Ferdinando Manfulli – avevano fatto nei giorni precedenti a Firenze: dall’«Ara pacis» all’Arco di Costantino, dalle catacombe a Castel Sant’Angelo... Ad illustrarne il senso, all’interno della sua visione teleologica e bipolare della storia, era sempre La Pira. Fino a quel 3 novembre 1976, quando le forze rimaste gli permisero solo di partecipare alla Messa e all’udienza di Paolo VI al mattino per poi rientrare a Firenze e lasciare le spiegazioni storiche in piazza del Campidoglio all’amico Fabrizio Fabbrini.

I suoi incontri con i giovani dell’Opera venivano sempre registrati (anche se non tutti ci sono poi rimasti). Il testo inedito che pubblichiamo in queste pagine è parte della sbobinatura del suo ultimo incontro a «La Vela», quel 13 agosto 1975. Davanti a lui, con Pino Arpioni, oltre cento giovani dai 17 anni in su. Il professore parte, come era solito fare, dai «segni dei tempi», dai grandi avvenimenti mondiali di quegli anni (come i colloqui tra Ford e Breznev, la Conferenza di Helsinki, l’Anno Santo voluto da Paolo VI) per poi tracciare un bilancio del cammino compiuto proprio con i giovani dell’Opera Villaggi per la Gioventù, che dopo la morte del Professore si chiamerà appunto Opera «La Pira». Una riflessione che a distanza di oltre 40 anni mantiene tutta la sua attualità proprio nel momento in cui torna lo spettro di un possibile conflitto nucleare.

Claudio Turrini

 

La frontiera dell'Apocalisse

Questa è la situazione, il contesto storico di questo momento, oggi 13 agosto 1975. (…) 6 agosto 1945: trent’anni dopo la prima atomica, che era di 0,0015 megatoni. (...) Il primo problema è l’atomica. Perché essa è veramente il problema della vita o della morte del genere umano e dello spazio. 

Che si è fatto in questi trent’anni? 

Abbiamo cercato di eliminarlo, di non pensarci, per non aver dubbi di coscienza. È come un debitore che ha molti debiti: cerca di non pensarci. (…)

Tutti i problemi, politici, culturali, spirituali, sono tutti legati a questa frontiera dell’Apocalisse. O finisce tutto, o comincia tutto. O eliminare l’atomica o saremo tutti quanti eliminati globalmente, in un contesto atomico. Contesto spaziale… Chi di voi non sa quello che è avvenuto? L’incontro tra Apollo e Soyuz. Che senso ha? Le stalle del cielo sono aperte. Voi potete tirare una bomba atomica di lassù… Quanti mutamenti dall’anno passato a quest’anno: già un milione di megatoni – 0,0015 quella di Hiroshima.

Poi il contesto politico. Parliamoci francamente… Qualunque sia l’intenzione, non conta… Il fatto è che Urss e Stati Uniti, Ford e Breznev, hanno stabilito un ponte. L’unità del mondo almeno su questo piano atomico e spaziale è già realizzata. Poi, la Conferenza di Helsinki, una cosa incredibile, come mai sia avvenuta. Perché non è soltanto europea: l’Europa unita e con essa l’America, il Canada… tutto il mondo. E a capitano di questa conferenza europea chi c’è? C’è Paolo VI. Non c’era mai stato che la Santa Sede avesse una funzione motrice e definitoria nelle conferenze internazionali. Che senso ha?

Poi finalmente la componente spirituale. Supponiamo – confratelli – che lo Spirito Santo esista – ed esiste –, la ragion d’essere della Trinità è tutta qui, in qualche maniera. Poniamo che la Chiesa – Pietro – abbia la sensibilità di afferrarne il movimento. E bandisce l’Anno Santo con questa specifica definizione: l’anno in cui il genere umano viaggerà – è rivolto ai giovani – verso il porto escatologico. Quindi inevitabilmente sei chiamato… La terza età. Qual è questa terza età? L’età dello Spirito Santo. Che significa età dello Spirito Santo? L’età in cui fiorisce… L’età in cui o avviene la distruzione della terra, l’età atomica, del cosmo o non avvenendo questo avviene un’altra cosa, che è la fioritura della terra. Quaggiù l’anno del millennio. Che significa la pace universale? Il testo di Isaia: la pace universale, le armi cambiate in aratri, la giustizia in qualche maniera attuata tra tutti i popoli della terra e una cultura (...). Il nostro tempo, se voi lo analizzate culturalmente e spiritualmente, lo troverete fermentato da queste varie componenti, teso verso la pace universale – Isaia –, verso l’unità di tutti i popoli della terra – lo stesso Isaia –, il disarmo inevitabile – lo stesso Isaia – , e la contemplazione dei grandi misteri della Chiesa e della storia. Inevitabilmente, non c’è niente da fare.

Supponiamo quando ci vedremo il prossimo anno – inshallah –, fra due anni, fra tre anni… e voi ci riflettete, vedrete come c’è questo cammino sempre crescente, sempre verso un porto, il porto escatologico, che è il porto finale sulla terra, della fioritura del mondo.

Il punto in cui siamo, da dove veniamo, è un punto interessante è il punto dell’Apocalisse. L’Apocalisse ha due volti: il volto della distruzione totale e il volto della ricostruzione totale.

Da dove veniamo? Con questa barca che ha come capitano te (Pino), come bandiera la Vela… In questi anni si è fatto un discorso organico, non a caso. Quali sono le tappe che abbiamo attraversato? La prima tappa è quando abbiamo difeso la persona: una lettera fatta a te «Caro Pino» (pubblicata sulla rivista dell’Opera, «Prospettive», ndr). Qui tutti parlano… ma la persona chi è? Cos’è questo individuo? E abbiamo affermato che questa persona ha senso, questo individuo ha senso, se è su una barca ancorata a uno scoglio. E questo scoglio è soprannaturale, senza di che si spezza, si sbanda, una nave sbandata. E noi abbiamo contestato questa nave sbandata.

La seconda tappa di questo cammino che abbiamo fatto: i punti fermiCioè questa nave che cammina ha una bussola, dei punti fermi, punti fissi, stelle fisse che non mutano con il mutare degli eventi? Sì. E quali sono? Quattro. Noi abbiamo affermato, contestando i punti mobili, che vi erano dei punti immobili, delle stelle fisse attorno a un punto Omega. Noi crediamo la scelta del Messia di Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente; la scelta della Samaritana: Dammi da bere, l’acqua, la Grazia che integra ed eleva la persona umana; la scelta di Cesarea: Tu sei Pietro, e su questa pietra…; e la scelta di Isaia, che è quella di Nazareth: Sono venuto a liberare gli oppressi. Queste quattro scelte sono i quattro punti immobili verso i quali viaggia sempre inevitabilmente come la bussola la nave che noi abbiamo, questa nave con questa Vela.

Poi non solo. Poi siamo andati a Roma e abbiamo fatto tre viaggi: nell’uno abbiamo fatto l’asse tra Pietro e Augusto, l’Ara Pacis... La seconda Pietro e Costantino. La terza Pietro e Giustiniano (Cesare fui e son Giustiniano). E poi continua… E arriva fino ad oggi: Pietro e Helsinki. Il telegramma che abbiamo fatto per la cosa di Helsinki dice così: «Questa nave della pace, che è stata disegnata nelle capitali europee, che è stata costruita nel cantiere di Helsinki, e che levata l’ancora è scesa nell’oceano della storia». E poi, finalmente, indicando che cosa? Che la storia ha una sua finalità, suprema, imbattibile, invincibile – la teleologia della storia – che ha un suo fondo, è bipolare: per un verso la Chiesa e per l’altro l’impero. La tesi di Dante. Che c’è una storiografia del profondo. E finalmente questa fioritura del mondo e il porto escatologico. Questa è stata la seconda tappa. Prima tappa la persona, seconda tappa la storia. E questa è l’ultima tappaDove si va? Si va verso la fine, il porto escatologico, che è caratteristico dell’Anno Santo, che orienta tutto l’Anno Santo, in cui noi ci includiamo.

Ora ragazzi, questo è il problema vero. Siamo in navigazione, tenuti tutti a dare un colpo di remo a questa nave. Per condurla dove? Verso il porto escatologico. Come si dà questo colpo di remo? La forza fondamentale è la preghiera, l’unione con Dio, interiore, l’uomo interiore, che muove qualunque cosa. Qualunque cosa voi chiederete vi sarà dato… Quindi aiutare tutti gli sforzi perché la nave arrivi in porto. Non è facile perché le tentazioni nemiche sono tali, perché le difficoltà terrestri sono tali, economiche, finanziarie, politiche. Perché bisogna ridurre questo mondo a una unità. Come un’unica famiglia che ha Dio per Padre. La Chiesa è orientatrice. E tutti noi per fratelli, senza distinzione di classe… L’unica forza motrice… Tenendo conto che c’è ancora da imbarcare Israele, tutto; tutti i non credenti, tutti, di qualunque denominazione siano; tutto il terzo mondo, la Cina. Tutti i popoli imbarcati verso la pienezza degli ebrei e degli arabi, la famiglia di Abramo, e verso la pienezza dei gentili, tutti i popoli della terra.

Dice: ma è possibile? Non c’è altro. San Paolo nella Lettera ai Romani lo dice in maniera esplicita, chiara: Pienezza degli ebrei e pienezza dei gentili. Questa barca deve fare questo viaggio, inevitabilmente. E ciascuno di noi è corresponsabile di questo viaggio. La può aiutare con la sua vita interiore e con la sua azione a tutti i livelli, politica, economica, culturale e spirituale. Non possiamo dire: «Sa, io non c’ero». Lei c’era. Perché o affonda anche per te o fiorisce anche per te. (...) Il discorso che fece Kennedy, nel ’61: diecimila anni di pace o la terra ridotta a un braciere, è vero oggi più di ieri, inevitabilmente. Isaia, ogni giorno più diventa lo storico contemporaneo, la lettura attraverso questa lente degli avvenimenti che si svolgono davanti a noi. E noi tutti coimbarcati, con maggiore o minore responsabilità. (...) Per dare alla terra questa fioritura che poi alla fine è il regno millenario di Cristo, quaggiù.

CIRIACO DE MITA – Il ricordo di Gerardo Bianco
 

26.05.2022 - E' morto stamani ad Avellino Ciriaco De Mita all'età di 94 anni. In ricordo dell'ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario della Democrazia Cristiana, pubblichiamo un articolo di Gerardo Bianco, scritto per il "Quotidiano del Sud". In questo testo di Bianco,   i ricordi personali  si mescolano alla ricostruzione del profilo politico e culturale di De Mita, uno dei più significativi ed influenti esponenti della vita democratica e repubblicana del dopoguerra.

Ecco l'articolo:


De Mita e l’“intelligenza della politica”

«La politica è conoscere le vicende e dominarle con l’intelligenza», così De Mita apriva il suo discorso al XV Congresso della Democrazia Cristiana che lo elesse Segretario del Partito.

È stata questa la sua costante convinzione: la politica intesa, appunto, come ragionamento, “freddo e lucido” continuava a dire, per capire gli eventi e trovare le appropriate soluzioni.

Ciò significa creare “nuova statualità”, in grado di canalizzare armonicamente la tumultuosa contesa sociale attraverso un sistema di regole da tutti condivise.

La politica per De Mita, la grande passione della sua vita, è, quindi, soprattutto, cultura delle istituzioni.

Se dovessi indicare una data per l’origine, o comunque la “messa a punto” di questa visione della politica come progressiva costruzione e cura dello Stato democratico, risalirei agli anni della sua formazione universitaria nella Cattolica di Milano. Siamo nell’aureo quinquennio degasperiano, tra il 1949 e il 1953. De Mita approdava a Milano avendo già esperienza associativa e politica; conosceva Fiorentino Sullo, l’indiscusso e innovatore leader democristiano dell’Irpinia, era convinto per le sue letture, che bisognava superare lo Stato liberale, ma è nella vivace e raffinata facoltà giuridica della Cattolica, nell’insegnamento del suo maestro Domenico Barbero e dei dialoghi inesausti, anche notturni, con noi puntigliosi colleghi dell’Augustinianum, che egli andò precisando il suo pensiero politico come costruzione costante di regole ampiamente condivise, ma con grande attenzione alle trasformazioni in atto di una società “ribollente” come quella post-bellica, che andavano ben interpretate.

Siamo agli albori dei primi anni ’50 del secolo scorso e dei primi slanci vitali di una rinascita, appunto, dopo la distruzione fascista, che si manifestava a Milano in modo particolarmente vigorosa. Continue erano le scoperte e le innovazioni, dalle mostre pittoriche, ai grandi incontri culturali, ai concerti di leggendari pianisti, alla rinascita del teatro e del cinema che aveva in Mario Apollonio, l’italianista della Cattolica, uno dei più ascoltati ispiratori, mentre si avviava la grande ricostruzione edilizia, e robusta riprendeva la produzione industriale. La città si animava di nuovi negozi, cinema e mostre, a partire da Viale Manzoni, dove eleganti si aprivano al pubblico le vetrine di Motta e di Alemagna.

Dinanzi a tanto dinamismo era inevitabile che la politica cercasse di mantenere il passo, e numerosi erano i circoli e i dibattiti, anche pubblici, in Galleria e in Piazza Duomo. La tradizione del popolarismo e il rilancio della Democrazia Cristiana erano a Milano molto robusti. Ciò non poteva non avere un forte impatto nella “Cattolica” dove consistente era, con Giuseppe Lazzati, la presenza del dossettismo, ma anche di tendenze legate ai Comitati Civici di Gabrio Lombardi. E fu in occasione di una sua conferenza all’Università che De Mita organizzò una manifestazione di netto dissenso che metteva ben in luce la sua concezione anti-integralista della politica, l’ascendenza ideale alla lezione degasperiana, rivisitata da una coscienza più attenta verso le trasformazioni sociali necessarie, a partire dal Mezzogiorno d’Italia che fu un punto fermo della sua vita politica.

Nella logica di questo orientamento “naturale” fu l’incontro di De Mita con la corrente di Base, che proprio a Milano aveva origine, con Marcora e Granelli, e che si apriva a nuovi orizzonti di allargamento dell’area democratica, con un colloquio avviato con il socialismo meneghino nella città fortemente radicato. Nella Base De Mita divenne, per molti aspetti, il teorico della piattaforma politica e istituzionale.

Sulla sua lunga vicenda politica, che ha le radici nell’Irpinia dell’immediato dopoguerra, e nel fervido laboratorio intellettuale dell’Università Cattolica di Milano degli anni ’50, e sul concreto operato politico nelle diverse esperienze di governo e di partito, può addentrarsi solo un’avveduta ricerca storica, scevra da pregiudizi che valuti successi, sconfitte e anche contraddizioni. Ma ciò che si può già affermare è che egli ha sentito la politica come alta vocazione, che indubbia è la coerenza del suo pensiero che si condensò in una dottrina democratica nella quale le “istituzioni pensano e agiscono”, lanciando fortunate formule politiche come il “patto costituzionale” e “l’arco costituzionale”.

A testimoniare l’autentica passione politica v’è la sua biografia. Egli, infatti, non ha mai considerato gerarchie nei ruoli da svolgere, passando, appunto, dai vertici della Repubblica alla guida come Sindaco di un piccolo comune, Nusco, sia pure paese natio.

In un momento storico nel quale sempre più si manifesta la crisi della democrazia rappresentativa e, quindi, del Parlamento, e riemergono tentazioni decisioniste con le proposte presidenzialiste, la lezione politico-istituzionale di Ciriaco De Mita, risulta di grande attualità e ci ammonisce di quanto sia illusoria e pericolosa la soluzione del Governo affidata al leader di turno, favorendo, così, le spinte populiste, invece di costruire lo spirito pubblico e il consolidamento sociale di un popolo.

Questo ragionamento ascoltavo nei lontani anni della Cattolica, l’ho ritrovato, limpidamente esposto, nei suoi libri e l’ho sentito ribadito ancora di recente, nell’estate scorsa.

È un insegnamento che resiste nel tempo, perché solido e meditato e che rende De Mita un indiscusso protagonista della tormentata democrazia italiana.

Non sempre le decisioni, le scelte, la gestione del potere sono state da me condivise.

Agli anni della profonda intesa, nata negli ambulacri della Cattolica, proseguita nelle battaglie politiche avellinesi e nel cammino del primo, comune decennio parlamentare, sono seguiti periodi di dissenso, ma poi anche di robusto accordo per difendere la storia dei cattolici democratici, al momento della grande frattura buttiglioniana. Diversa ancora è stata la valutazione dello sbocco politico del popolarismo nell’afono movimento pidiessino, ma comune resta la difesa intransigente di una storia politica come quella democristiana che ha costruito la Repubblica democratica dell’Italia, in un quadro rigorosamente europeo.

In questo lungo tempo di alterni rapporti, non si è, comunque, mai spezzato il filo sottile dell’amicizia che ha continuato ad accomunarci, anche nella condivisa profonda amarezza per il tramonto della forza politica, la Democrazia cristiana, alla quale abbiamo dedicato la vita, ma che resta un prezioso serbatoio di dottrine e di metodo politico che può ancora indicare la strada di una nuova, seconda rinascita dell’Italia.

Gerardo Bianco

BARTOLO CICCARDINI - Commemorazione all'Istituto Sturzo - 1 ottobre 2014

 

 

 

interventi di: Gerardo Bianco, Massimo Cortese, Maurizio Eufemi, Alessandro Forlani, Francesco Malgeri

tratti dal sito: bartolociccardini.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

 

INTERVENTO DI GERARDO BIANCO

 

Se dovessi immaginare una raffigurazione di Bartolo Ciccardini, sintetica della sua personalità, non riuscirei a trovare nessun’altra immagine che non sia quella di un vulcano in continua eruzione, perché era tale la sua capacità creativa e inventiva, che peraltro si traduceva in linee culturali e politiche molto precise ed erano così innovative ed anche, in qualche maniera, spiazzanti le sue scelte, da apparire a molti, un po’ schizzinosi del rigore della politica, perfino “poco politico”, mentre invece Bartolo Ciccardini riusciva a guardare nel presente, avendo ben chiaro quello che era il flusso culturale, politico e sociale che si innervava nella nostra società.

La mia è un’amicizia antica, che risale ai tempi della Cattolica e si è sempre intrecciata con la sua storia personale.

Io so che molti vogliono dare testimonianza di questo rapporto con Ciccardini e presentarne lati della sua ricchissima personalità, quindi non posso che essere succinto e breve. Tanto più succinto quanto più ampia è la storia personale di Ciccardini, perché attraversa tutta la vicenda della Democrazia Cristiana, direi fino ai nostri giorni. È una storia che comincia da lontano, comincia quasi agli albori della storia della Democrazia Cristiana. Egli partecipa ed è testimone di quell’incontro, diventato mitico, all’interno della nostra vicenda politica, che è l’incontro del “porcellino”, quell’incontro straordinario fra Dossetti, Fanfani, Lazzati, la Bianchini ed altri. Ciccardini ne è testimone, ed ha lasciato in questo libro, dedicato a Franco Maria Malfatti, che abbiamo presentato qualche giorno fa a Rieti, una testimonianza bellissima di questa sua esperienza.

Ciccardini, come ha detto benissimo poco fa Francesco Malgeri, appartiene ad una generazione che ha segnato la storia del nostro Paese in momenti fondamentali ed importanti. E’ la generazione degli anni ’20, la generazione che prende in mano l’Italia, dopo la guida di De Gasperi.

È una generazione interessantissima, ha nomi prestigiosi, importanti, oggi non catalogati fra i grandi personaggi della storia, perché altra è la storia che viene scritta nel nostro Paese. E qui, se permettete, come un mantra, continuo a ripetere che la storia della Democrazia Cristiana, caro Malgeri, non è stata scritta, o quella che è stata scritta è una storia distorta, artefatta.

Peraltro, la cosa singolare è che quando si parla di questi personaggi della Democrazia Cristiana, grandi personaggi, e sono tanti, sono decine di migliaia di persone, paradossalmente non si riesce a criticare la grandezza di questi personaggi e si usa sempre dire, lo hanno fatto perfino con Martinazzoli, nostro grande punto di riferimento, “democristiano anomalo”, quasi che questi personaggi, che hanno scritto la storia, sono differenti da che cosa sia stata la Democrazia Cristiana, che non è stata affatto capita, perché complessa è la sua natura.

Io voglio sottolineare che qui c’è una testimonianza importante di che cosa abbia rappresentato Bartolo Ciccardini nel contesto democratico: è la presenza di Pannella, che dimostra quanta capacità lui aveva di colloquio con uno che rappresentava, dal punto di vista della visione fondamentale dei valori della società, qualcosa di molto distante rispetto alla cultura cristiana, però c’era questa grandezza in Ciccardini, la capacità di colloquiare portando tesi, affrontando i temi con una presenza culturale molto raffinata.

Bisogna leggere i suoi scritti, bisogna anche scoprire quella sua venatura spirituale ed anche religiosa che soprattutto ha alimentato gli ultimi bellissimi scritti di Camaldoli, l’ultimo tentativo che insieme abbiamo sviluppato per mantenere viva la fiammella di una cultura politica che rischia di essere completamente dimenticata, ignorata e che sicuramente, sparendo dal panorama politico italiano, rischia di impoverire complessivamente tutta la cultura e la società del nostro Paese.

Bartolo Ciccardini ha inventato mille cose. Nei momenti di depressione del partito c’era Bartolo Ciccardini che accendeva una fiammella.

Io voglio ricordare, qui c’è Ferrarini, quello che lui fece, per esempio, in un momento di depressione della Democrazia Cristiana, inventò le feste dell’amicizia e ci fu il grande incontro di Palmanova che, come ricordate, fu la riscoperta che, in fondo, non tutto era cenere nella Democrazia Cristiana, che c’era ancora fuoco all’interno della Democrazia Cristiana e quel fuoco si riaccese intorno a Zaccagnini, intorno alla Democrazia Cristiana, e si accesero nuove speranze, che poi sono andate, ahimè, perdute, anche per nostra insipienza.

Era un personaggio che aveva nell’animo quella che si chiama la curiositas, un termine latino che dice molto più della nostra curiosità. Voleva dappertutto sapere, capire.

Io non voglio farla lunga, ma una delle cose che mi ha più colpito era che, quando discuteva con me, amava parlare del Mezzogiorno ed ero sorpreso perché conosceva episodi, fatti, vicende che a me, che pure vivevo nel Mezzogiorno e che qualche libro l’avevo pure letto, riuscivano praticamente ignote.

Mi dette una volta un manoscritto ed io questo manoscritto ho voluto che fosse pubblicato. È nato questo libro “Viaggio nel Mezzogiorno d’Italia”. E’ un libro di una scrittura, come lui sapeva fare, vivace, ricca. Aveva indagato dappertutto, aveva letto libri di autori dimenticati, scritti in un italiano desueto, ma erano ricchi di notizie che diventavano una storia sorprendente, intensa era questa sua capacità di indagare, per esempio, sulle Repubbliche marinare, e poi anche nella vita vera, materiale delle comunità nella loro cultura popolare, perché per lui cultura popolare era anche l’incontro con i cibi, descritti in vivaci squarci narrativi. Voglio ricordare questo aspetto importante della sua attività. Egli infatti è l’inventore della catena Ciao. Sapeva che la cultura popolare si manifestava in tutte le espressioni della vita, non era solo pensiero, non era solo astrazione. Non parlerò qui di quella che è stata poi la sua intuizione del modo di affrontare la crisi italiana, c’è qui Zamberletti, c’è qui Mario Segni, ci sono altri amici che tentarono allora di capire che forse bisognava dare una svolta, che non passasse solo per la dialettica politica. Io appartenevo ad una corrente che pensava che la soluzione della crisi italiana passasse per la dialettica fra i partiti, e non invece per una capacità incisiva riformatrice dello stesso partito democristiano che, cambiando alcune regole dell’organizzazione istituzionale del Paese, fosse in grado di affrontare la crisi. Naturalmente allora ci fu una grande offensiva mediatica contro, e quindi la demonizzazione del movimento accusato di gollismo, come antidemocratico. Ciccardini fu invece un anticipatore, un inventore di soluzioni democratiche che oggi sono diventate pane quotidiano. Si pensi, per esempio, alle famose primarie, ma soprattutto alla battaglia per l’elezione diretta del Sindaco, una battaglia che cominciò da lontano e che riuscimmo con Segni a realizzare solo nel 1992.

La sua è una storia straordinaria e, per scriverla, spero che prima o poi ci si metta insieme a elaborarla, perché scrivendo la storia di personaggi come Bartolo Ciccardini si aiuta, a mio avviso, a scrivere la storia non ancora scritta della Democrazia Cristiana, quella ignorata eppure luminosa. Credo che Bianchi ricorderà, per esempio, le sue ostinate battaglie per ricordare quello che è stato dimenticato, l’apporto che i partigiani cristiani e 400 sacerdoti sacrificati durante la Resistenza, hanno dato alla storia del Paese. Anche questa è una battaglia sulla quale si è caratterizzato moltissimo l’impegno storiografico di Gabriele De Rosa, quasi che la Resistenza non avesse visto la partecipazione attiva degli uomini che appartenevano al filone culturale e politico cattolico-democratico.

Testimonianza del suo amore per la storia e la libertà è questo libro, che è stato prefato, come è stato ricordato, da Scoppola. Ma io voglio soprattutto richiamare il ricordo della sua scorribanda storica lungo le strade del Mezzogiorno. Rosaria ricorderai quando noi a Positano lo presentammo. Era felice e contento, così come credo che felice sia finita la sua ultima giornata, ancora fortemente impegnato nella sua battaglia ideale. Non si rassegnava alla fine della nostra storia e fino all’ultimo ha tentato di mantenere vivo almeno il discorso culturale.

Per me il ricordo è insieme politico e personale.

Se permettete, perché è una sintesi, faccio un riferimento molto personale.

Forse non è elegante che io citi qui la pagina che lui, quando io gli ho fatto pubblicare questo libro e inserita una mia prefazione, mi ha dedicato, però lo faccio lo stesso.

Caro Gerardo, da quando ci siamo conosciuti, nel 1952, per un mio pellegrinaggio alla Cattolica, a causa di Terza Generazione (è il momento di ripresa di un discorso nuovo) la mia strada politica è segnata da pietre miliari, che si chiamano “lettere a Gerardo Bianco”. Non c’è fase del nostro comune andare che non sia segnata da una lettera a Gerardo Bianco. Questo libro, di cui sei stato osservatore ed osservato, è in realtà una lettera a Gerardo Bianco, che vi appare come maestro in verità, come Virgilio, nel mio viaggio.”

Questa è una delle pagine più care che ho ricevuto fra i tanti amici. Volle regalarmi questa cravatta. Questa cravatta, come vedete, porta la balena bianca, non la vediamo più all’orizzonte. I balenotteri pare che siano scomparsi, ma prima o poi la politica, come la natura, ricrea sorprese.

Mi dispiace soltanto che il postino non busserà più per portarmi le lettere di Bartolo Ciccardini.

Gerardo Bianco

 

L’Azione ricorda Bartolo Ciccardini  - Commemorato a Roma l’onorevole cerretese Bartolo Ciccardini

di MASSIMO CORTESE (su l’Azione del 16 Ottobre 2014)

Se mi avessero detto che, alla Commemorazione dell’onorevole democristiano Bartolo Ciccardini, sarebbe stata letta una commossa lettera dell’onorevole comunista Luciana Castellina, che manifestava grande stima per Bartolo, conosciuto nei lontani Anni Cinquanta, e che al coro degli elogi si sarebbe unito l’onorevole radicale Marco Pannella che, non pago del suo bellissimo e interminabile intervento, come solo lui sa fare, avrebbe sollecitato l’onorevole democristiano Arnaldo Forlani a prendere la parola, avrei risposto, senza mezzi termini, che non poteva essere vero. Invece è tutto vero, come è stato documentato da Radio Radicale, che ha filmato l’evento, e dai miei due compagni di viaggio, il cerretese Alberto Biondi, cugino di Bartolo e locale presidente dell’ANPI ed il professore Aldo Crialesi, che per un trentennio è stato vicedirettore de L’Azione. Per questa ragione, quando Michela Bellomaria mi ha chiesto di scrivere qualcosa per L’Azione sulla Commemorazione del vostro Illustre Concittadino, ho pensato che la mia riflessione fosse da considerarsi un obbligo, specialmente nell’attuale momento storico in cui la vostra amatissima Cerreto d’Esi è Commissariata, segno inconfutabile che la Politica cittadina vive un momento di difficoltà. Perché Bartolo Ciccardini, oltre ad essere un giornalista, uno scrittore, uno che pensava in grande, era essenzialmente un politico, ma non ha mai dimenticato i suoi legami con i luoghi dove è venuto al mondo. Vi chiedo scusa se questa mia riflessione richiederà qualche minuto del vostro tempo, cercherò di fare del mio meglio: sarà un’impresa ardua, ma non impossibile: io andrei ad iniziare.

“è mercoledì 1° ottobre 2014, sono le quindici e quaranta, sto per entrare a Palazzo Sturzo a Roma per partecipare alla Commemorazione dell’onorevole Bartolo Ciccardini, che aveva scritto la prefazione per il mio ultimo libro. Nessuno è arrivato, sono in grande anticipo, vado a cercare la sala dell’incontro, sul tavolo posto all’ingresso della sala trovo due lettere su carta intestata dell’Istituto Sturzo, una scritta da Pino Ferrarini, un suo amico, mentre l’altra riporta il ricordo di Luciana Castellina. Incuriosito, vado a leggere questa lettera appassionata, perché racconta con nostalgia dei lontani Anni Cinquanta, al tempo degli incontri e degli scontri tra i due opposti schieramenti dei giovani comunisti e dei giovani democristiani, nel corso dei quali prese a stimare Bartolo. I primi ad arrivare sono due operatori di Radio Radicale, con i quali scambio alcune opinioni a proposito della trasmissione Radio Carcere, che va in onda presso la storica emittente il martedì sera alle 21.00 e viene replicata il giovedì sera. Nel frattempo la sala comincia a riempirsi, vedo arrivare molti volti noti, tra i quali il ministro Zamberletti, Gerardo Bianco, Mario Segni, Arturo Parisi, Calogero Mannino, Maria Pia Garavaglia e i marchigiani Francesco Merloni e Adriano Ciaffi, oltre a un bel plotone di giornalisti, tra i quali riconosco il sempre verde Gianni Bisiach, che per un amante della Storia come me è una specie di mito. In una sala affollatissima la Commemorazione ha inizio alle ore 17.15 con l’intervento di Giuseppe Sangiorgi, il Segretario Generale dell’Istituto Sturzo che, nel fare gli onori di casa, prova ad immaginare una vicenda curiosa che potrebbe avere accompagnato la scomparsa: “Quando Bartolo è andato in Paradiso, e a San Pietro è stata presentata la lista dei nuovi venuti, il santo, quando ha saputo che c’era Bartolo, è andato ad accoglierlo, data la sua grande popolarità anche da Quelle Parti “. I posti a sedere sono tutti occupati, a parte uno che, per ironia della sorte, è quello accanto al mio. In quel momento vedo Pino Ferrarini che, visto il posto libero, fa: è arrivato Marco Pannella, questo è libero? Certo, faccio io, onorato dall’insolita situazione, ma dopo qualche secondo un signore occupa il posto. Sento dal fondo della sala il vocione inconfondibile dell’onorevole Pannella, che ho spesso sentito a Radio Radicale e alla TV: a quel punto, c’è una sola cosa da fare: quando Ferrarini accompagnerà Pannella al posto che lui ritiene libero, il sottoscritto si alzerà e gli cederà il posto. Ed è esattamente quanto è accaduto: incredibile davvero! All’intervento introduttivo di Sangiorgi, segue quello dello storico Francesco Malgeri, che cerca di riassumere brevemente l’esperienza politica di Bartolo, nelle vesti di parlamentare, uomo di governo, dirigente di partito, giornalista, scrittore, autore di slogan e manifesti elettorali come il Famoso “La DC ha vent’anni” del 1963, direttore di giornale, inventore delle Feste dell’Amicizia… È poi la volta di Gerardo Bianco, che regala all’uditorio l’immagine più genuina dell’onorevole Ciccardini: un vulcano in continua eruzione. L’ intervento di Gerardo Bianco è stato particolarmente toccante: aveva idee innovative, nei momenti di difficoltà del Partito reagiva con nuove iniziative. Poi, quando legge alcuni brani del libro di Bartolo “Viaggio nel Mezzogiorno d’Italia”, specialmente quando parla delle lettere di Ciccardini a Gerardo Bianco, si commuove, e noi con lui. Alla commozione di Gerardo Bianco, segue quella di Giovanni Bianchi, che legge una poesia, che ha anche il sapore di una preghiera, ritrovata nella Bibbia di Bartolo, in cui lui chiede al Signore misericordia per quel “capretto storto”, come appunto lui si definisce. Interviene poi l’onorevole Marco Pannella, chiamato a gran voce da Sangiorgi a parlare, ad intervenire, a dare il proprio contributo, e lui non si fa certo pregare. L’onorevole non mi fraintenda, ma la sua presenza, quella di questo Gian Burrasca della Politica Italiana, che non ha mai avuto peli per la lingua per nessuno, è fondamentale per comprendere come realmente Bartolo Ciccardini fosse contro gli schemi, essendo un uomo che dialogava davvero con tutti, a prescindere dalla militanza politica. Non a caso, molti sono rimasti sbalorditi nel constatare che Marco Pannella ha fatto di tutto per lasciare Londra ed essere presente alla Santa Messa organizzata al mattino in suo suffragio dall’Associazione Ex Parlamentari. È poi seguito l’intervento di Alessandro Forlani, che ha avuto il privilegio con pochi altri di essere presente al ritrovo in pizzeria la sera della scomparsa, che ha messo in rilievo la fede di Bartolo nelle esigenze concrete della sua attività politica. Suo padre Arnaldo ha evidenziato come Ciccardini fosse rimasto giovane, al punto che a parlare della sua persona era stato chiamato suo figlio. Flavia Nardelli ha comunicato che alcune iniziative intraprese da Bartolo verranno portate avanti. Il noto giornalista Gianni Bisiach ha ricordato Ciccardini quando, era ancora vivo Pio XII, entrambi s’interessarono addirittura del parto indolore, che all’epoca costituiva una novità. Perché Bartolo è noto soprattutto per le innovazioni, per le invenzioni, per le intuizioni, molte delle quali si sarebbero rivelate delle realtà: in una parola, era un Creativo. Per ultimo, in ordine di interventi, parla il fabrianese professor Crialesi che, dopo aver detto che avrebbe messo a disposizione di tutti molti libri d Ciccardini, si sofferma sul fatto che Bartolo soffrisse per la latitanza del mondo cattolico”.

Cari Amici dell’Azione, io avrei concluso questa mia riflessione sulla Commemorazione, ma prima di congedarmi vorrei riportare una osservazione dell’onorevole scomparso, tratta dall’articolo “Bartolo   fuori dagli schemi” scritto da uno che lo conosceva bene, l’amico Giovanni Bianchi. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista online Camaldoli del 6 ottobre 2014, di cui l’onorevole era Direttore: ecco quanto diceva Bartolo: “ Io leggo moltissimi giornali, ma quello che mi sembra fatto meglio è L’Azione, il settimanale di Fabriano-Matelica, che poi è la terra dove sono nato. Quando mi arriva a Roma ci trovo dentro tutto: la vicinanza al territorio, ai fatti concreti, anche piccoli, che vi accadono. Una linea, cioè una angolatura precisa con cui interpretare gli avvenimenti, proposti però senza chiusure, senza toni tetragoni. E anche una certa freschezza e vivacità, cosa non troppo frequente per un organo di stampa cattolica”.

Non ci sono parole migliori per dimostrare, qualora ve ne fosse ancora bisogno, quanto Bartolo amasse la sua Terra.Non vi dovete commuovere, per favore: l’onorevole non lo avrebbe mai permesso.

Massimo Cortese

La commemorazione di Bartolo Ciccardini all’Istituto Sturzo di MAURIZIO EUFEMI

Quello che avrei voluto dire nell’incontro presso l’Istituto Sturzo su Bartolo Ciccardini, mi è rimasto dentro. Non ho potuto farlo perché il programma si era dispiegato oltre i tempi previsti con interventi fuori programma, ma particolarmente graditi, come quelli di Arnaldo Forlani e del suo amico avversario politico Marco Pannella. Tanti hanno voluto essere presenti per partecipare al ricordo. Tra questi Francesco Merloni, Mario Segni, Arturo, Parisi, Dario Antoniozzi, Favia Piccoli Nardelli, Giuseppe Gargani, Angelo Sanza, Adriano Ciaffi, Maria Pia Garavaglia, Giuseppe Zamberletti, Pietro Giubilo e tanti altri ancora. Lo storico Francesco Malgeri ha lumeggiato la figura politica di Bartolo ricordando le tappe della sua lunga esperienza politica, di parlamentare, uomo di governo, dirigente di partito, autore di slogan e manifesti elettorali come quello del 1963 “La DC ha vent’anni “ direttore di giornale, inventore delle Feste dell’Amicizia, la sua vitalità straordinaria e la curiosità ai mutamenti. Autore di significative riflessioni religiose sulla presenza dell’uomo nel mondo. Poi le esperienze recenti di direttore della rivista culturale on line Camaldoli.org, di animatore dei partigiani cristiani, ribelle per amore. Per Gerardo Bianco che fa risalire il primo incontro con Bartolo alla Cattolica di Milano nel 1952 Ciccardini era un “vulcano in continua eruzione”. Era esponente di quella generazione degli anni venti protagonista della storia della DC. La loro amicizia profonda ha trovato espressione nel libro viaggio nel Mezzogiorno configurato come lettere a Gerardo Bianco, ma ora quel postino che ha recapitato tante lettere di Bartolo ora non suonerà più. Poi il vecchio leone politico Marco Pannella ha voluto essere presente e parlare perché è certo che avrebbe fatto piacere a Bartolo. Ha ricordato le sue battaglie con la sinistra liberale, la sua amicizia antica e il suo impegno costante a ricercare la storia delle madri, dei padri e dei figli senza distinzioni. Si è abbandonato a citazioni storiche rivendicando con orgoglio e ricordando la vicenda Parri e quella verso De Gasperi. Alessandro Forlani ha ricordato gli ultimi tragici momenti vissuti insieme a parlare di politica con una grande preoccupazione per il Paese, ma con uno sguardo ancora al futuro e ad iniziative rivolte alla città di Roma, che dovevano coinvolgere il Vicariato e le parrocchie E’ stato maestro di più generazioni per un approccio alla vita pubblica. Ha dato i rudimenti del mestiere a tanti giovani con gli incontri a Sant’Ignazio e al Terminillo. Sapeva introdurre sempre elementi innovativi. Giovani Bianchi ha voluto ricordare la battaglia condotta con i partigiani cristiani e la grande amarezza che aveva avuto nel mancato riconoscimento. Ciccardini apparteneva alla categoria degli anomali, degli irregolari di genio, quelli che legavano i partiti con i territori, con i corpi intermedi. Voleva sottrarre la Resistenza alla epopea e farla capire alle nuove generazioni. Di qui le iniziative per i 400 sacerdoti uccisi, per Suor Teresina, per la battaglia della Montagnola per Dossetti e la Resistenza, per il 70° del Codice di Camaldoli. Per Arnaldo Forlani, Bartolo Ciccardini è morto con i giovani. Per onorarlo sarebbe bene dare vita ad una casa editrice con una collana editoriale che riprenda la esperienza delle 5 Lune. Non tutti erano giovani come Bartolo che sapeva stare con i giovani. Luciana Castellina ha voluto mandare un ricordo scritto per testimoniare il dialogo tra giovani DC e giovani comunisti attraverso gli organismi universitari. Nei giorni della famosa legge truffa litigarono lungo Corso Vittorio ma in realtà erano più d’accordo di quanto apparisse. “Con lui – ricorda Luciana Castellina – se n’è andato un pezzo della storia della mia generazione, oltreché un grande amico: il solo amico democristiano!”Avrei voluto tratteggiare l’aspetto umano, quello della persona, le telefonate, le mail, i commenti, i giudizi, i programmi, le idee, le iniziative. Sapeva guardare ad orizzonti lontani. Il Ciccardini parlamentare, uomo di vasta e profonda cultura. Quello che avrei voluto dire è che Ciccardini non voleva essere protagonista. Sapeva essere discreto. Preferiva fare il soggettista sceneggiatore, stare dietro le quinte, scrivere il copione. Non voleva la ribalta. Altri dovevano essere i protagonisti. Per il 70° di Camaldoli volle filmare l’evento nonostante un braccio ingessato. Rimase piacevolmente sorpreso della straordinaria partecipazione ad un evento che si tenne nel pieno di un torrido mese di luglio. Non si accontentava del sito, voleva una diffusione larga anche per coloro che non poteva essere presenti nelle sale della Camera. E la diretta streaming lo riempiva di gioia. E’ mancato pochi giorni prima della commemorazione del 15° anniversario della scomparsa di Livio Labor. Era l’occasione per fare il punto su un particolare momento storico quello della scissione delle Acli agli inizi degli anni settanta che per lui vecchio aclista fu una ferita non rimarginata. Voleva illuminare la storia con i protagonisti degli eventi. Bartolo Ciccardini inizia il suo percorso parlamentare con le elezioni del maggio 1968. Interviene alla Camera il 28 aprile 1970 sulla legge istitutiva del Referendum che marciava parallela alla legge sul divorzio. Lì, in quell’intervento c’è tutto Bartolo. Quel discorso racchiude e anticipa le indicazioni e le scelte degli anni successivi fino ad oggi. Riteneva necessario rendere viva la Costituzione allo sviluppo storico del Paese. Poneva la esigenza si una legge adeguandola allo spirito della Costituzione. Riteneva il referendum come mezzo necessario per integrare il Parlamento e come mezzo di allargamento della vita democratica. Si sofferma sul ruolo dei partiti. Anticipa di venti anni la elezione diretta del sindaco e la difesa delle autonomie locali non in una visione percentualistica delle forze politiche. Con il proporzionale che era nato nel 1919 votiamo i numeri invece che i nomi. Interviene sul bilancio interno della Camera, sollecitando il Presidente Pertini, affinchè i pannelli che ornano l’Aula riportino i risultati del referendum Istitutivo della Repubblica frutto della Resistenza. Era un simbolo, ma che simbolo! Vedeva scarsa attenzione per Roma Capitale e il rischio che Roma divenisse il gorgo in cui si perdono i deficit. Propone un asse attrezzato lontano dal centro storico anziché la concentrazione della città della politica. Non voleva il privilegio del permanente ferroviario, ma i mezzi per il contatto con l’elettorato. Richiamò ben 25 anni fa perfino il ruolo costituzionale del Cnl, che solo oggi viene cancellato. Vede i rischi del procedimento legislativo con continue incomprensibili norme di rinvio che definì un “Olimpo giuridico che il popolo non capisce”.Potrei dire e scrivere molto altro. Mi fermo qui. Resta il ricordo di una persona che sapeva coinvolgerti anche in progetti difficili. Niente riteneva insuperabile. Apparteneva appunto a quella generazione degli anni venti formata nella Resistenza, nelle difficoltà della guerra e del dopoguerra, nella faticosa ricostruzione, negli anni del contestazione giovanile e poi nel terrorismo e vedeva la necessità di adeguare il sistema istituzionale nel solco della Costituzione. Un ribelle per amore. L’Istituto Sturzo gli ha dedicato il giusto tributo in quella che Bartolo Ciccardini considerava la sua casa, il luogo del confronto delle idee senza pregiudizi.

Maurizio Eufemi

 

INTERVENTO COMMEMORAZIONE CICCARDINI di Alessandro Forlani

 

Penso di poter dire che Bartolo abbia concluso la sua esistenza terrena in piena coerenza con quella che è stata la sua storia personale, quella di un uomo che valorosamente, con energia intellettuale e passione, si è battuto per il progresso sociale e per il bene comune. Credo possa qualificarsi come un vero patriota, perché veramente ha manifestato fino all’ultimo quel grande amore per il suo paese di cui la sua lunga milizia politica era stato lo strumento, affiancata da un intenso impegno pubblicistico e associativo. Anche nelle sue ultime parole emergeva prorompente la preoccupazione per le sorti del Paese, delle giovani generazioni, della nostra democrazia repubblicana, faticosamente conquistata e sempre a rischio di derive demagogiche o fuorvianti, rispetto agli ideali e agli intenti delle origini. A quelle origini, a quei valori e, in particolare, alle radici dell’impegno sociale e politico dei cattolico-democratici nel nostro paese, tendeva sempre a richiamarci, quando, da giovani, ci coinvolgeva nelle sue iniziative formative e culturali. Ed è a questo aspetto della sua storia e della sua personalità che vorrei oggi rendere testimonianza, mentre gli amici che mi hanno preceduto hanno evidenziato altri passaggi e caratteri della sua instancabile attività. Avremo modo poi in altre occasione di focalizzarne altri ancora, perché l’impegno profuso da Bartolo ha investito diversi campi d’azione ed è stato particolarmente intenso e sarebbe impossibile ricomprenderlo nella trattazione di una sola giornata. Ma io, in questa occasione, vorrei soprattutto testimoniare l’importanza del ruolo che ha svolto nella formazione politica e culturale di più generazioni di giovani, di cui tanti rappresentanti vedo anche ora tra i presenti. Con i suoi corsi di formazione, le sue conferenze, i suoi stimoli ed insegnamenti concorreva sensibilmente alla maturazione delle nostre consapevolezze sui doveri sociali, sul senso della nostra appartenenza alla collettività, sulle potenzialità che gli strumenti della cultura e della democrazia ci offrivano per migliorarla. Spontaneamente e, direi, per vocazione, Bartolo si interessava ai giovani, voleva sapere quali tematiche e problemi dovevamo affrontare nei parlamentini scolastici, nei tormentati Anni Settanta, caratterizzati dagli “opposti estremismi”, da fenomeni di violenza e di intolleranza, direi, nel mondo giovanile, da un “eccesso di politica”, mentre ai nostri giorni sembra dominare l’antipolitica! In quegli anni della mia adolescenza, inoltre, la nostra appartenenza democratico-cristiana era continuamente sotto attacco, sembrava ci volessero ridurre alla marginalità, relegandoci in un ghetto di oscurantismo clericale e di conservazione! Cercavano sempre di metterci in mora, con semplificazioni mistificanti delle nostre motivazioni e della nostra ispirazione, stimolando un continuo contraddittorio in cui eravamo indotti a spiegare le nostre ragioni. E il contraddittorio continuo richiede gli strumenti culturali, quelli di cui, grazie proprio a persone attente alle istanze giovanili, come appunto l’on. Ciccardini e a iniziative come quelle da lui organizzate, riuscivamo ad appropriarci per contrastare quei continui attacchi alla nostra identità e alla nostra scelta di campo.

Ci dicevano che loro erano laici e noi confessionali, no, invece eravamo laici di ispirazione cristiana, né liberisti, né libertari, ma interclassisti, con una visione sociale fondata sul solidarismo e sulla centralità della persona.   I suoi corsi e le sue riunioni ci offrivano insomma le categorie, i concetti di fondo, le argomentazioni per le fatiche dialettiche che ci attendevano nelle assemblee, nei “collettivi” e successivamente per l’impegno sul territorio, nei quartieri !   Ricordo i corsi presso l’Antica Farmacia, nella Rettoria di S. Ignazio, quelli in un rifugio di montagna del Terminillo che si tenevano in settembre, i grandi convegni di Fiuggi! E accanto ai protagonisti della politica nazionale che sovente si incontravano in queste occasioni, partecipavano altre persone che con generosità contribuivano alla nostra “educazione” alla vita pubblica, cui dobbiamo riconoscenza, ricordo in particolare il prof. Ignazio Vitale, sui temi economici e sindacali, l’ing. Vanni Cocco, sulla famiglia, Celso Destefanis sui problemi dello Stato e altri temi legislativi e sociali, Anna Maria Cervone, sull’integrazione europea.   Persone sobrie e allo stesso tempo appassionate che dedicarono – con Bartolo che coordinava – il loro tempo ai giovani della Dc.   Bartolo amava soprattutto ricordare gli albori della storia del Movimento Cattolico in Italia, le realtà di base che operando nel tessuto sociale avevano preparato la strada all’impegno politico vero e proprio, attraverso il partito.   L’Opera dei Congressi, le leghe bianche, le cooperative, la stampa cattolica, le casse rurali, gli studi sociali, le esperienze municipali.   E devo ammettere che il passaggio dalla fase di formazione alla diretta esperienza nella realtà di partito, così come si profilava a cavallo tra gli Anni Settanta e gli Ottanta, si rivelò assai deludente, il contrasto con quelle aurore gloriose evocate nei corsi di formazione appariva piuttosto stridente !   Ancora la Dc era guidata, in ambito nazionale, da personaggi straordinari e carismatici, ma sul piano locale la degenerazione e il declino erano purtroppo evidenti. Cinismo, lotta spregiudicata per il potere, faziosità, arroganza e tesseramenti gestiti come pacchetti azionari non creavano certo entusiasmo e motivazione per coloro che iniziavano a cimentarsi nell’agone politico. Ci illudemmo però di poter salvare quel partito, di rinnovarlo riscoprendo lo spirito delle origini e consentirgli di recuperare credibilità e fiducia, attraverso idee innovative, sul piano istituzionale e anche della riorganizzazione, secondo schemi nuovi, della sua presenza nella società.   Idee che Bartolo elaborava con grande vivacità intellettuale e promuoveva con il suo attivismo vulcanico. Ma la sincerità di intenti non fu sufficiente e quel partito chiuse i battenti, per varie ragioni, sulle quali non si è mai riflettuto abbastanza… e forse lo faremo, scegliendo tempi e modi.   La Dc concluse traumaticamente la sua esperienza e noi ci siamo divisi in tanti rivoli, ritrovandoci poi, in tante occasioni, anche in questa sede dell’Istituto Sturzo, a rimpiangere quella scelta e a stigmatizzare la sostanziale marginalità in cui poi è stata indotta la nostra corrente di pensiero.   La Dc finì, ma restò per molti di noi il rapporto personale con Bartolo, la consuetudine del confronto di idee, la sua disponibilità al consiglio affettuoso e all’analisi acuta e illuminante di quanto maturava nella società italiana, lo stimolo prezioso all’approfondimento delle evoluzioni in essere.

Si preoccupava soprattutto della crisi sociale, delle prospettive e della demotivazione dei giovani, dell’irrilevanza della presenza cattolica nella vita politica.   Avvertiva, in questi anni, la crisi di rappresentanza della democrazia italiana, la scarsa capacità dei partiti di radicarsi nella società civile. A questa carenza si collega la sua tenace insistenza per la promozione di liste civiche, di movimenti che sorgessero dalla base della società per perseguire il bene comune! Così come auspicava l’intensificazione dell’impegno dei gruppi parrocchiali sul territorio, iniziative di solidarietà verso le persone bisognose sempre più numerose e servizi alle famiglie. Dall’iniziativa civica di base occorreva – secondo il suo pensiero – ripartire per restituire motivazione e tensione morale all’azione sociale e politica e, in questo quadro, perseguiva con noi la riorganizzazione di momenti formativi per i giovani, nei quartieri e nelle parrocchie.

Proprio per affrontare questo tema, in termini anche organizzativi, insieme ad altri amici, ci eravamo incontrati quella sera in cui ci ha lasciati. E sempre emergeva, nelle sue proposte e sollecitazioni, il fervido sentimento religioso, calato nella storia e nel destino degli uomini, una religiosità direi “affettuosa”, verso il Supremo Pastore, in un tutt’uno con le Sue pecore, proprio quel sentimento che si coglie nella breve commovente poesia sul Giudizio Universale, quella del capretto, che è stata prima ricordata.

E speriamo che da quelle altezze Bartolo possa ancora ispirare la nostra azione e fare in modo che sia degna di quella che è stata la lezione di vita di cui intendiamo oggi ringraziarlo.

Alessandro Forlani

Ricordo di Bartolo Ciccardini di Francesco Malgeri

Ho accolto con grande piacere l’invito di Giuseppe Sangiorgi a essere qui presente, stasera, per ricordare Bartolo Ciccardini.

Chi vi parla, a differenza della gran parte dei presenti, ha avuto modo di conoscere, collaborare con Bartolo Ciccardini solo in anni più recenti, da quando prese a frequentare l’Istituto Sturzo, riconoscendo in questa sede un luogo dove era possibile riflettere, studiare e recuperare il senso più autentico e genuino della storia del cattolicesimo politico.

Un luogo dove era ancora possibile rievocare la storia italiana della seconda metà del Novecento alla luce di ricerche serie e documentate, senza le demonizzazioni ricorrenti nei mass media e nei talk show televisivi, ove sembra predominare una sorta di cupio dissolvi di una storia che, pur con le sue inevitabili ombre, costituisce uno dei periodi più felici e costruttivi che l’Italia ha conosciuto negli oltre centocinquant’anni di unità nazionale.

Bartolo con la sua presenza, discreta ma incisiva, ha arricchito l’attività dell’Istituto, che con lui ha trovato, accanto agli archivi cartacei, una sorta di archivio vivente, capace di illustrare, spiegare, animare momenti,convegni e tavole rotonde che affrontavano vicende storiche di cui era stato protagonista o testimone per oltre mezzo secolo.

E’ qui che, di volta in volta, ci ha ricordato la sua esperienza politica, al fianco di uomini come Mattei, Malfatti, Fanfani, Rumore molti altri, la sua presenza ininterrotta alla Camera dei deputati dal 1968 al 1992, la sua attività di governo come sottosegretario ai trasporti e poi, dal 1980 al 1986 alla Difesa, i ruoli fondamentali da lui svolti in seno al partito, come direttore dell’organo del movimento giovanile Per l’Azione, della rivista Terza Generazione e poi della Discussione. Ci ha ricordato più volte il ruolo svolto in seno alla Spes, e quell’idea del 1963, del manifesto su La Dc ha vent’anni, rivendicando, al di là delle facili ironie che suscitò, la validità e il successo di quel manifesto sul piano elettorale.

Insomma è qui che egli ha discusso di molti problemi e aspetti politici e culturali legati alla presenza dei cattolici nel dibattito politico del secondo dopoguerra. Lo ha fatto sempre con garbo e discrezione, offrendoci contributi che riflettevano la sua lunga esperienza, la sua conoscenza di molti risvolti sconosciuti, ignorati dagli storici, la sua capacità di leggere i fatti della storia e della politica, assieme alla sua profonda cultura che spaziava in campi diversi.

Ricordo una sua bellissima lezione, nell’ottobre dello scorso anno, sulla figura, il pensiero e l’itinerario politico culturale di Lucio Magri, assieme a Luciana Castellina e Gerardo Bianco, ove affrontò il delicato tema del rapporto tra cattolici e comunisti nella storia del nostro paese.

Ciò che sorprende, della sua lunga esperienza politica e umana, è la straordinaria vitalità che mai lo ha abbandonato, e soprattutto la curiosità di fronte ai mutamenti politici, sociali, culturali, tecnologici. Non è un caso che già in età avanzata, si cimentasse senza alcuna riserva o timore con le più moderne tecnologie, dando vita e sostenendo il peso di una rivista on-line, Camaldoli, che nel nome rievocava una pagina fondamentale nella storia dei cattolici democratici. Fino al giorno della sua scomparsa egli ha alimentato e arricchito questa rivista con articoli, riflessioni, proposte, tutte animate da una profonda carica e da una lettura attenta dei fatti della politica, della Chiesa, della società e del costume, senza pregiudizi e senza demonizzare la modernità. Non mancano riflessioni di carattere religioso, che non erano mai fini a se stesse, ma si confrontavano sempre con la presenza e con i problemi dell’uomo nel mondo.

A rileggerli, gli articoli apparsi su Camaldoli, nei suoi cinque anni di vita, possiamo ripercorrere la più recente storia del nostro paese, del quadro internazionale e della Chiesa cattolica, da Berlusconi a Renzi, da Obama a Putin, da papa Ratzinger a papa Francesco, alla luce del vaglio critico, a volte pungente, con cui Ciccardini sapeva arricchire la sua prosa.

Non sarebbe forse una cattiva idea rimetterli insieme e pubblicarli questi scritti su Camaldoli, come una testimonianza viva e a volte sofferta di un laico cristiano di fronte ai mutamenti politici e sociali conosciuti dal mondo negli ultimi anni.

Ma vorrei aggiungere un altro elemento per ricordare la figura di Ciccardini. Si tratta del suo impegno, proprio negli ultimi mesi di vita, per ricordare e celebrare degnamente il 70 anniversario della Resistenza.

Così volle spiegare il significato delle sue iniziative per rievocare la Resistenza e la lotta di liberazione del nostro paese: “Oggi nel momento in cui affrontiamo il vero problema dell’identità nazionale, credo che vada riscritta la storia della Resistenza, tenendo presente quel valore civile diffuso, che indicava una direzione morale non attendista, non indifferente, ma basata su una scelta di civiltà: l’appartenere ad una nazione che aveva dignità, che voleva riparare ai suoi errori, che voleva darsi un avvenire pacifico. E a questo eroismo civile, per cui i Partigiani cristiani si chiamarono “ribelli per amore”, bisogna ispirarsi per dare una motivazione ideale alla nostra ultima generazione. Ricostruire storiograficamente questi valori, significa anche ricordare che la Resistenza non finì il 25 aprile del 1945, ma continuò nelle conquiste democratiche della Costituente e del 18 aprile. In momenti difficili della nostra storia, negli anni di piombo si tentò di mostrare che la Resistenza non era finita, ma che anzi essa andava ripresa contro la Democrazia Cristiana e contro le istituzioni democratiche. Il terrorismo insanguinò il nostro paese ed il sacrificio di Aldo Moro non fu un atto conseguente alla Resistenza ma piuttosto in una nuovo e terribile ritorno del fascismo. Ritornare al sentimento civile e popolare della Resistenza è il modo giusto per intravedere uno sviluppo ed una crescita della società italiana e delle istituzioni della nuova Europa”.

Scrivendomi in vista di una riunione seminariale tenuta il 30 gennaio 1914 affermava: “Ci prefiggiamo un lavoro di ricerca ed una mobilitazione di giovani per riscoprire il significato ed il valore della Resistenza civile e della “Resistenza di coscienza” (l’obbligazione morale dei “ribelli per amore”) rivedendo con attenzione l’autogoverno delle zone non controllate dai tedeschi, la partecipazione delle donne nel loro sacrificio quotidiano, il significato dei sacerdoti come capi naturali della Resistenza civile”.

Come segretario dell’Associazione nazionale partigiani cristiani si mise all’opera con grande fervore. Chiese aiuto ad istituzioni appositamente preposte a fornire contributi per iniziative celebrative della resistenza, ma, con suo grande disappunto,molte porte si chiusero.

Non si scoraggiò, chiese a me e ad altri amici, di aiutarlo per realizzare una serie di iniziative che lui stesso aveva programmato. Prese contatto con il Vescovo emerito di Perugia, Mons. Chiaretti, che è il nipote di Concezio Chiaretti, parroco di Leonessa, cappellano degli Alpini, fucilato dai tedeschi, il 7 aprile 1943.

Ottenne anche il patrocinio dell’amministrazione comunale di Leonessa. Una sua telefonata a pochi giorni dalla sua scomparsa, mi comunicava la sua intenzione di realizzare a settembre, a Leonessa, un convegno sulla resistenza nell’Italia centrale, con l’obiettivo di mettere in luce una pagina di storia della resistenza civile del nostro paese, rifiutando le tesi della zona grigia e della morte della patria, per restituire ad un evento come la lotta di liberazione il suo grande significato storico.

Lui stesso, del resto, con il volume dedicato alla Resistenza di una comunità. La repubblica autonoma di Cerreto d’Esi, aveva già affrontato l’argomento, ricostruendo la singolare vicenda vissuta dal suo paese natale tra la primavera e l’estate 1944. Nella bella introduzione a questo volume, Pietro Scoppola ebbe a scrivere: “L’immagine della zona grigia è inaccettabile e Ciccardini non manca di dichiararlo esplicitamente: la popolazione del suo piccolo paese (come la popolazione italiana nel suo insieme) non fu inerte e indifferente di fronte ai mille drammi umani provocati dall’8 settembre. […] Dobbiamo dire ormai con chiarezza che prendere le armi non si può considerare l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento. […] Il fenomeno della lotta armata che conserva tutto il suo valore non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “Resistenza civile”.

Anche per questo dobbiamo ricordare e ringraziare Bartolo Ciccardini.

Francesco Malgeri

UMBERTO AGNELLI: Politico e parlamentare

articolo di Maurizio Eufemi tratto dalla rivista "La Discussione" - 1 giugno 2004

ERMANNO GORRIERI: La grande levatura politica e intellettuale di Ermanno Gorrieri. Un esempio, il suo, per i cattolici democratici d’oggi

 

 

Urge una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato la più recente esperienza del cattolicesimo democratico, specie in rapporto con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva. (Paolo Frascatore)

 

È una situazione politica strana quella che stiamo vivendo, ma che non è certamente nuova in questa seconda Repubblica che ha archiviato l’esperienza politica dei Partiti del Novecento per abbracciare più che la deideologizzazione, il rifiuto della politica fondata sui valori. Si torna a parlare in continuazione di centro politico rispetto ad una realtà che paralizza, o meglio radicalizza, le posizioni politiche sull’uno o sull’altro versante.

 

I risultati al centro, stando alle ultime iniziative, mettono in evidenza soltanto una personalizzazione dell’intervento politico (privo di qualsiasi respiro futuro) che non trova riferimento, né tanto meno esempi alti di cultura legata all’esperienza dei cattolici democratici. Eppure gli esempi non mancano! Non manca l’esperienza del cattolicesimo democratico di frontiera rispetto alla decadenza della politica, alle alleanze equivoche ed interessate, al suo modo di saper interpretare gli avvenimenti politico-sociali di questo tempo difficile da vivere, ma, proprio per questo, più significativo e foriero di nuove idee originali ed incisive nella storia politica italiana, ormai ridotta ad una semplice contesa di potere.

 

Figure come quella di Ermanno Gorrieri andrebbero studiate e riattualizzate in questo scenario politico inconcludente e arido, soprattutto se riferito agli attuali “partiti” politici. Urge infatti una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato, almeno da quattro lustri, l’esperienza politica del cattolicesimo democratico, specie se confrontata con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva non solo negli ultimi anni della sua vita terrena. Non è certamente un caso se il suo interesse si concentrava sempre sulla realtà sociale, sull’uguaglianza delle condizioni di vita, materiali ed immateriali, di tutti i cittadini al fine di costruire uno Stato veramente sociale, ossia capace di realizzare le condizioni di vita dignitose per tutti.

 

La forza delle sue proposte rimandava in maniera decisa ed indissolubile alle idee dossettiane (anche quando Dossetti decise l’abbandono della politica attiva per sposare la causa del servizio religioso) nella consapevolezza che non solo si poteva far politica anche al di fuori delle istituzioni (Parlamento), ma soprattutto che occorreva mettere mano ad uno Stato sociale che non garantiva (e non garantisce) quella uguaglianza tra cittadini, che per Gorrieri non era mai stata quella meccanica e semplicistica rivendicazione ideologica della sinistra marxista, ma azione concreta e sostanziale nel portare tutti i cittadini su uno stesso piano di vita civile e materiale.

 

Oggi sembra di rileggere le idee di Gorrieri nelle affermazioni di Papa Francesco: le guerre viste come fallimento della civiltà laicista e radicale, materialista. Le prese di posizione contrarie all’accoglienza come stato essenziale di quanti sono sempre più legati all’egoismo, all’individualismo, all’utilitarismo. Certo, la guerra mondiale è vista dal partigiano Gorrieri non solo come motivo di decadenza culturale, morale e civile, ma anche come catarsi della storia, come bagno purificatore per costruire una società fondata sui valori della fratellanza, della solidarietà e della uguaglianza. Su Gorrieri si può e si deve tornare nella consapevolezza che il suo magistero politico (insieme agli uomini migliori del cattolicesimo democratico) costituisce oggi il faro per qualsiasi iniziativa seria in funzione di una nuova presenza dei cattolici in politica.

FRANCO SALVI: Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini (3 articoli)

 

 

FRANCO SALVI NEL CENTENARIO DELLA SUA NASCITA: VISSE COME UN SAMURAI, UNA VITA DEDICATA ALLA MORALITA’ DEI FINI.

(articolo di Tino Bino)

 

Franco Salvi moriva la sera del 28 ottobre 1994. La malattia fisica lo aveva aggredito da tempo. La malattia dello spirito, il declino della energie morali, il morire, erano cominciati con l’assassinio di Aldo Moro ed erano precipitati con l’uccisione di Bachelet nell’atrio della Sapienza. Lo avevano trovato Franco, immediatamente accorso, accasciato ad un angolo dell’università, perso nella disperazione. Bachelet era l’amico intimo rimasto dopo la morte di Moro. Moro, era stato la ragione di vita e di impegno di Franco. Quel leader e le idee che incarnava non erano solo teorie, principi etici, ragioni politiche, progetti illuminati, ma prassi di una gestione dello Stato che si andava inverando pur fra mille difficoltà e feroci avversioni interne e internazionali. Era la comprova fattuale che l’anima delle idee, e tale era il moroteismo, minoranza marginale delle politiche democristiane, possono divenire egemoni, governare i processi di allargamento della democrazia, quando contengono la forza non dei numeri, ma dei principi, quando incarnano i bisogni di giustizia e libertà, quando interpretano l’irrinunciabile aspirazione all’eguaglianza, destino irraggiungibile forse, ma proprio per questo irrinunciabile di ogni azione politica e di ogni progetto di democrazia.

 

Capiva Franco che, con la morte di Moro l’Italia sarebbe entrata in una regressione di idee, in una confusione progettuale, in un disorientamento politico da cui non sarebbe stato facile uscire. Dopo molti decenni ancora oggi all’Italia non è riuscito di ritrovare il percorso, una traiettoria di progresso morale, un sentiero di futuro. Perché il Paese non ha avuto il coraggio di rivisitare i suoi anni settanta e di sistemarne, ordinatamente, gli avvenimenti che li hanno attraversati. Nel male ed anche nel bene. Si è chiusa la stagione dei partiti, perno della vita democratica sancita dalla Carta Costituzionale. Si è archiviata, per colpe proprie e dell’episcopato italiano, la storia dei cattolici impegnati in politica. La sinistra, con la morte di Moro, e lo spaesamento di Berlinguer, si è sciolta nel mare della proprie contraddizioni storiche. Vent’anni di egemonia berlusconiana hanno sfarinato la democrazia partecipativa, dando vita al populismo politico, all’individualismo di una società malata di solitudine, curata adesso con il narcisismo social. Non estraneo alla deriva dei no vax che impedisce la sconfitta definitiva del virus che ha stravolto la nostra vita collettiva nell’ultimo biennio.


Franco Salvi fu fra gli ultimi cavalieri, uno degli ultimi sacerdoti della vita democratica dei cattolici impegnati. Uso termini sacrali perché così lui pensava la democrazia, un rito che esigeva costi personali, sacrifici individuali, fedeltà non discutibili. Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini. Morì come i soccombenti per eccesso di virtù. In letteratura sono modelli, i don Chisciotte, i Cyrano di Bergerac. In politica sono i molti leader sconfitti dal potere ma testimoni di una idea, di una utopia, di una aspirazione più alta delle nostre mediocrità. È la storia del Risorgimento, della lotta di liberazione, dei Costituenti per la democrazia in Italia e in ogni parte del mondo.

Così fu la vita di Franco Salvi, dalla militanza nella Resistenza, dal carcere nazista di Verona, dalla leadership nelle fiamma verdi, da una saga familiare ancora tutta da scrivere. Il suo carisma bresciano lo esercitava con incontri settimanali nella grande sala della dismessa farmacia paterna nel quartiere popolare del Carmine. Una sala rimasta sempre arredata dai grandi vasi medicinali della farmacia di Emilio Salvi che per decenni ha servito i poveri della città e che, per tutto il periodo della Resistenza, è stata la sede della clandestinità, dei comitati di liberazione, degli incontri segreti, degli approdi rischiosi. Dentro, crebbe una famiglia di leader sociali e politici e culturali.

Una palestra riconosciuta di educazione all’esercizio esemplare della cittadinanza. Il fratello Roberto fu il partigiano più coraggioso della Resistenza bresciana, il fratello Mario un dirigente industriale di riconosciuta professionalità, la sorella Elvira una intellettuale di prestigio, critica d’arte temuta e preparata. I Salvi, come i Trebeschi, i Montini, i Bazoli, i Minelli sono la storia di Brescia e del suo cattolicesimo sociale e liberale.

Sono non solo l’ossatura, la trama della tenuta civile della città, ma l’identità culturale, la leadership politica per lunghi anni, fino a quando la politica rimase portatrice del ruolo essenziale della tenuta e della crescita sociali. Ma lo furono perché l’egemonia del cattolicesimo che quelle famiglie interpretavano era universalmente riconosciuta. Il loro era un impegno che si generava nei capisaldi della responsabilità individuale, nell’universalismo cristiano, nel progetto capace di coinvolgere l’intera società, non una parte di essa. Sono famiglie che hanno pagato prezzi alti, fedeli ad un comportamento divenuto concezione di vita emblematico di una storia del cattolicesimo democratico.

 

Dopo la guerra Franco Salvi si impegnò immediatamente nella ricosruzione. Fu vice-presidente nazionale della FUCI per volere di Montini, poi Paolo VI. E in breve, iscritto alla Dc, divenne responsabile della Camilluccia, la scuola quadri del partito. Passò da lì l’intera classe dirigente democristiana, metà del giornalismo italiano, tutta la dirigenza dell’industria pubblica. Fu a lungo parlamentare, primo collaboratore di Aldo Moro, responsabile dei morotei, fondatore del moroteismo, e dei rapporti, per conto di Moro, con i leader della sinistra, e le figure d’oltre Tevere, le teste pensanti del Vaticano. Incarnò in prima persona la linea politica del cattolicesimo democratico. Gettò a lungo lo sguardo sui problemi internazionali con collaborazioni dirette e indirette, promosse movimenti, fu presidente di associazioni per l’Africa e per l’Est Europa. E alla fine accettò ruoli secondari, incarichi di modeste identità.

Non chiese mai nulla per sé, la sua carriera, il suo prestigio.

Ho incontrato due anni fa, poco prima che morisse, Nicola Rana, l’intellettuale di Moro. Abbiamo parlato a lungo di Franco. Mi ha confermato che Franco Salvi è stata una delle personalità più rigorose e cristalline della Dc italiana e che non ebbe ciò che meritava. Molte volte il suo nome figurava nella lista dei ministri da nominare, ma lo stesso Moro ne chiedeva la rinuncia. Franco, diceva, doveva stare al partito, doveva dirigere il gruppo, essere il riferimento delle mille controversie che nascevano in ogni parte d’Italia. La fedeltà, il coraggio, la testimonianza, lo sguardo al futuro, la passione per il rigore e la verità, l’assunzione del rischio personale, sono tutte qualità che si trovano intatte nel discorso storico che Franco pronuncia dalla tribuna del XIV congresso del febbraio 1980. Lo ricorda in una bella pagina Corrado Belci nella biografia dedicata a Franco. Fu deriso, insultato, fischiato dai dorotei e da quanti stavano aderendo ad una linea che era un insulto alla memoria di Moro. Denunciò l’ipocrisia, il potere fine a sé stesso, il trasformismo imperante, le congiure, il capovolgimento e il tradimento della linea di Moro e Zaccagnini. Faticò a terminare l’intervento. Le sue parole erano sommerse da urla e minacce. In tribuna stampa, dove io sedevo, arrivavano solo echi e stralci del discorso. Ma Salvi, un piccolo punto grigio, isolato e solitario sulla tribuna al centro di una assemblea babelica, non si intimidì. “Amicus Plato, concluse, sed magis amica veritas. Per questo, amici, ho parlato, ho creduto doveroso dire quello che vi ho detto”. Ed era come un addio, un congedo limpido in una stagione che avrebbe cominciato il declino finale di una lunga storia.

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FRANCO SALVI UN VERO MAESTRO DI COERENZA E POLITICA

(Alfredo Bonomi)

 

Ci sono persone che diventano determinanti per il percorso umano di una vita. Per me Franco Salvi è stata una di queste. È datato negli ultimi mesi del 1969 il primo incontro che ho avuto con lui e da quel colloquio sono uscito con la convinzione che era necessario, per dar voce al mio desiderio di impegnarmi per la società della Valle Sabbia, un coinvolgimento diretto nel vivo dell’amministrazione pubblica.

 

Da questa certezza venne l’idea di dedicarmi al mio piccolo comune montano, denso di storia e di problemi, visto come concreto campo d’azione per dar senso a idealità e progettualità maturate dopo attente riflessioni.

 

Senza l’incontro con Franco Salvi, con molta probabilità, non avrei intrapreso quel percorso amministrativo che mi ha poi visto Sindaco per venticinque anni, attivo a livello della Comunità Montana di Valle Sabbia e nella U.S.L. n.39. Tutti gli altri impegni nei vari organismi scolastici e culturali della Valle, ed anche in un raggio più esteso, sono state ‘piste operative’ saldamente ancorate ad una visione più vasta, non limitata ad un singolo territorio. In questo ‘sguardo d’insieme’ Franco Salvi mi ha insegnato che la cultura era fondamentale per dar più valore all’impegno.

 

Sulla rigorosità morale di Franco Salvi è già stato detto tutto.

L’impegno politico per lui è scaturito, come normale conseguenza, da un dovere etico profondo, attento alle necessità delle persone, nel tentativo di costruire una società giusta e generosa dove i problemi fossero considerati e affrontati indipendentemente dalla loro apparente importanza.

 

Per un giovane la vicinanza di una personalità così granitica nei valori e così misurata nel porsi, non poteva che essere percepita come una ‘folgorazione’ per impegnarsi.

 

Così è stato per me. I moltissimi incontri avuti con lui, non tanto i convegni ‘di grido’, ma nell’antica farmacia di via Battaglie, trasformata in studio o, meglio, in un luogo di paziente e generoso ascolto, erano un sicuro arricchimento umano, ma anche una sorta di percorso spirituale, dove la politica non si immiseriva nel contendere del potere, ma era vista come un convinto impegno quotidiano, lontano dalla fuga dalle responsabilità, che non disdegnava la legittima forza dialettica per la difesa di valori ritenuti portanti per una società più giusta.

 

Da questa visione veniva a noi giovani, e naturalmente a me giovane amministratore, la molla per un impegno fatto di atti concreti ed anche di decoro sul piano umano.

 

Non si trattava quindi di impoverire il cammino intrapreso con una disinvolta pratica nel ‘superare gli ostacoli’, ma di arricchirlo con la pazienza di rimuovere gli ostacoli di danno per una visione della società ancorata ai grandi valori cristiani e a quelli portati dalla Resistenza, tesa a creare uno Stato attento ai bisogni di tutti e rispettoso delle peculiarità personali, in un quadro complessivo di vera libertà.

 

Dal 1970 al 1990 i nostri incontri sono stati fitti, poi si sono un po’ diradati anche per le sue condizioni di salute.

 

Nella farmacia-studio di via Battaglie portavo problematiche, richieste che riguardavano anche situazioni di singole persone, che sembravano poca cosa ma che, in realtà, erano ‘grande cosa’ per chi aveva la necessità di essere considerato ed aiutato. Chiedevo pure molti consigli. Naturalmente questa era la facciata più evidente di un rapporto ‘declinato’ nell’ottica di poter giovarsi di un parere autorevole per rispondere alle molte esigenze che si presentano quotidianamente ad un amministratore.

 

A questo versante si affiancava però una dimensione più profonda.

 

La coerenza morale di Franco Salvi, la sua rigorosa adesione ai valori in cui credeva, il suo modo di vedere la politica, strettamente legata ad una scala valoriale da rispettare, mai da rinnegare, sono stati una ‘lezione politica’ profonda e motivante per molti anche nei momenti difficili e drammatici che ha dovuto affrontare.

 

La mia convinta adesione al ‘Gruppo Moroteo’ bresciano (un orientamento mai mutato durante tutto il mio ‘cammino amministrativo’) è maturata e si è consolidata, sino a diventare una ‘dominante’ nel modo di concepire l’impegno pubblico, grazie ai ripetuti colloqui avuti con Franco Salvi e al suo esempio moralmente luminoso e politicamente tutto dedito allo spirito di servizio. La sua figura è stata un punto obbligato di riferimento per un gruppo di valligiani, attivi a livello comunitario, che, pur nelle difficoltà, hanno cercato di avere una visione d’insieme nell’agire amministrativo, supportati anche da serie riflessioni culturali.

 

Ricordando Franco Salvi è però d’obbligo soffermarsi sulle sue caratteristiche umane. Uomo di poche ma sostanziali parole, di sguardi significativi più che di gesti teatrali, con una grande delicatezza nel porsi e nell’esprimere i sentimenti, sapeva rapportarsi all’interlocutore in maniera penetrante e coinvolgente. Quella che, ad una prima impressione, poteva sembrare timidezza, era Franco Salvi, Presidente della Fuci di Brescia e poi Vice Presidente nazionale invece una forma di rispetto per chi aveva di fronte.

 

La non eccelsa retorica nel parlare denotava lo sforzo continuo di trovare i vocaboli giusti e di ‘far parlare l’animo’. Teneva in alta considerazione l’amicizia. La sua semplicità nel porsi era dettata da una collaudata propensione a non voler ‘apparire’, ma a voler ‘essere’. Così era anche nei rapporti umani e nell’amicizia.

 

Il 21 ottobre del 1978 Franco Salvi mi accompagnò all’altare della piccola e artistica chiesa parrocchiale di Avenone per il mio matrimonio con Daniela. Io ero a quel tempo Sindaco di Pertica Bassa e lei segretaria della Sezione D.C. di Vestone-Nozza. La giornata era di quelle che mozzano il fiato tanto era bella. I picchi della Corna Blacca sembravano di cristallo, protesi verso il cielo di un azzurro totale. La tavolozza dei colori autunnali componeva una cartolina di bellezza indimenticabile. Le sfumature del colore erano in armonia con la felicità dei cuori.

 

Gli occhi di Franco Salvi brillavano mentre mi accompagnava in chiesa. Si era portato in quel di Pertica Bassa per essere vicino a due giovani in un momento fondamentale della loro vita. Non ho mai dimenticato il suo volto e l’intensità del suo fugace sorriso che ha detto molto in quella giornata.

 

Certo, pensando a Franco Salvi, alla sua rigorosità morale, alla ‘palestra dei valori’ nella quale allenava il suo animo, ai drammi che ha affrontato per essere fedele ad una vita coerente ed ad azioni altrettanto coerenti, non si può scacciare un sottile filo di malinconia che pervade la mente. Questo filo è alimentato dalla constatazione dei ‘disastri politici’ che sono venuti dopo, dell’arroganza di ‘politicanti’ presenzialisti, della nevrosi del dover apparire ad ogni costo, della ‘solitudine della politica’, così come è stata costretta dall’attuale società, certo per ragioni che andrebbero attentamente indagate, senza però far venir meno il senso della speranza.

 

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LETTERA AGLI ELETTORI

(Brescia, 1992 Franco Salvi)

 

Ho chiuso la mia esperienza parlamentare ed anche quella della politica attiva.

Devo ringraziare quanti mi hanno permesso di stare in Parlamento per così lunghi anni e mi scuso per le inadempienze, le deficienze e gli errori che hanno accompagnato questa mia vita.

La società o la politica sono radicalmente cambiate da quando ho incominciato ad interessarmene; pensate che già dal 25 luglio all'8 settembre del '43 in bicicletta con mio cugino Cesare Trebeschi andavo in giro per le parrocchie a presentare ai parroci l'opportunità della creazione della Dc ed è inutile dire quante diverse reazioni incontrassimo.

Poi vi è stata la Resistenza, il 25 aprile e il risorgere della democrazia. un primo impegno coi giovani della Dc e poi il Vescovo di allora mi chiese di scegliere tra l'attività politica e la presidenza della Fuci di Brescia e io lasciai la politica (anche se nelle elezioni davo il mio possibile contributo all'attività di via Tosio) fino a quando dopo essere arrivato a Roma quale vice-presidente nazionale della Fuci conobbi vari dirigenti della Dc e alla scadenza del mio mandato alla Fuci entrai nell'attività di partito col gruppo di Id (Iniziativa democratica, ndr).

Scusate questa digressione, non voglio fare ìa mia storia ma mi serviva per dirvi una delle questioni che più mi hanno colpito ultimamente in questo cambiamento della società e della politica.

 

Senza essere stato affatto un eroe ho però partecipato con un contributo modesto a quella che era chiamata lotta di liberazione contro i tedeschi e i fascisti e io ricordo qui i nostri caduti della Resistenza, i giovani che hanno disertato la chiamata alle armi della Repubblica Sociale per passare nclle file della Resistenza e le migliaia di prigionieri nei lager tcdeschi che hanno prelerito restare e soffrire e morire in quei campi di concentramento piuttosto che aderire alla Repubblica Sociale.

 

Ero convinto che il risorgore della democrazia in Italia fosse sì dovuto alla sconfitta dei tedeschi da parte di americani, inglesi, francesi, russi, etc., ma che non fosse affatto insignificante il contributo degli italiani nella liberazione del nostro Paese con l'atteggiamento che in diverse forme e ìn diverse situazioni avevano dato alla lolta contro il fascismo e il nazismo.

 

E avevo sempre saputo e creduto che la Costituzione italiana nascesse proprio da questo impegno e dai sacriiici che questo impegno aveva comportato.

 

Ora sento dire da storici di varia matrice, e fra questi da Scoppola che pure è un amico e che ha falto battaglie con noi in questi anni di vita democratica e da ultimo dal prof. Francesco Cossiga, che quella è stata una guema civile.

 

Ma certo loro non hanno visto le nostre città occupate dai tedeschi e dai fascisti! Permettetemi di dirvi, e mi scuso coi giovani che non hanno vissuto quegli anni, che non riesco ad accettare questa versione e che, se volete, oltre a tutti gli altri cambiamenti nella vita politica e sociale che sono sotto gli occhi di tutti quelli che si sono impegnati nella vita del partito e nelle altre organizzazioni che hanno contribuito allo svilupparsi della vita politica e sociale di questi 47 anni e oltre alle condizioni nelle quali stiamo vivendo oggi, questa è un po' la goccia che fa traboccare il vaso e che mi induce a ritenermi ormai un superato e a ritirarmi dalla vita politica attiva.

 

Nuove energie si presentano alla ribalta e possono ridare slancio e vigore agli ideali che erano alla base della nostra vita e che credo abbiano ancora una loro validità anche se l'impegno sarà gravoso per chi continuerà o inizierà questa azione correggendo anche gli errori, e sono tanti, che noi più anziani abbiamo commesso.

 

Di fronte al frantumarsi dei partiti e della società credo ancora che la politica abbia la funzione di sintesi e di guida degli interessi, delle spinte, delle richieste provenienti dalla società e il compito di ricercare il bene comune e credo che anche di fronte al crollo del comunismo resti valida l'opportunità di un impegno unitario dei cattolici; vi sono valori che sono propri dei cattolici e che, I'esperienza ci insegna per la presenza anche parlamentare di cattolici in altri partiti, non possono essere affermati e difesi che nella unità, in questo contrastando Ie affermazioni del prof. Cossiga.

 

Certo si tratta di trasformare e rinnovare i partiti (io non vedo, a parte iI dettame della Costituzione, altri strumenti diversi atti a garantire la vita democratica). Di fronte al frantumarsi dei partiti e della società credo ancora che la politica abbia la funzione di sintesi e di guida degli interessi, delle spinte, delle richieste provenienti dalla società. Rendere veramente democratica la vita interna del partito, renderla pulita, sottrarla agli intrecci con gli affari, rivitalizzare gli ideali, ricollegarla con la società, dare giustizia ai più deboli, ridare valori ai quali credere a tutti i cittadini ritengo siano compiti che soprattutto la sinistra della Dc può e deve ancora svolgere.

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Gli articoli citati sono tratti dal numero di dicembre 2021 del giornale Democratici Cristiani per l'Azione

UGO LA MALFA: Draghi ricorda La Malfa, riformatore di scuola laico-democratica, sempre attento a bilanciare crescita ed uguaglianza

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio intervenuto ieri alla Camera dei Deputati alla presentazione del “Portale Ugo La Malfa – scritti, discorsi, epistolario, multimedia”. La “rivoluzione” di La Malfa – quella della liberalizzazione del commercio con l’estero e dell’abbattimento del 10 per cento dei dazi, di cui per altro andava particolarmente orgoglioso – ebbe la consacrazione di un Consiglio dei ministri che in pochi minuti deliberò le misure da prendere: a riprova del fatto che “…certe riforme fondamentali – come disse lo stesso La Malfa – non hanno bisogno di anni di discussione”. De Gasperi e Vanoni (a differenza dì Pella) appoggiarono il giovane ministro repubblicano, il quale mise a segno, in questo modo, un’operazione di straordinario effetto sull’economia italiana del secondo dopoguerra, fino al boom di fine anni ‘50. 

Sono molto felice di essere qui oggi per rendere omaggio a Ugo La Malfa. Voglio prima di tutto ringraziare coloro che hanno contribuito a questa importante iniziativa, a partire dal figlio Giorgio e dalla nipote Claudia. L’archivio digitale degli scritti politici di La Malfa, dei suoi discorsi, del suo epistolario non è solo un viaggio nella nostra memoria collettiva.

È un tesoro nazionale, da preservare sì, certo per voi, per le generazioni future, ma anche per noi, ora.

La Malfa è stato uno dei principali costruttori della Repubblica. Antifascista, la sua opposizione al Regime, come ricordava Claudia, gli costò un arresto e la degradazione militare, prima dell’espatrio in Svizzera.

La Malfa portò i valori liberali e democratici del Partito d’Azione nel Comitato di liberazione nazionale e in una nuova casa, quella che fu la sua casa, il Partito Repubblicano Italiano.

In politica estera agì da convinto atlantista ed europeista. Nel dopoguerra, La Malfa è stato uno dei padri del miracolo economico. Ministro del Commercio Estero nel Governo De Gasperi, ha guidato la liberalizzazione degli scambi. 

Nel 1951, abbassò i dazi del 10% e aprì le frontiere al libero commercio, a fronte di accuse di voler distruggere l’economia italiana e di esporre l’industria alla concorrenza sregolata. A motivarlo era la convinzione che fosse necessario stimolare l’economia del Paese con la concorrenza, soprattutto al Sud. Puntare – come ebbe modo di dire – sulla “capacità nazionale di andare sui mercati”, sull’iniziativa e sullo spirito imprenditoriale degli italiani.

Con audacia, senza complessi di inferiorità. La storia gli ha dato ragione. Le esportazioni dall’Italia aumentarono rapidamente per tutti gli anni ‘50 e il deficit commerciale in rapporto ai volumi totali di scambio diminuì. Grazie a La Malfa, l’Italia divenne un modello per l’Europa.

Altri Paesi, come Francia e Inghilterra, rinunciarono poco dopo alle barriere doganali. L’Europa tutta si avviò verso un regime di liberalizzazione del commercio, che sarebbe culminato nel Trattato di Roma e nella Comunità economica europea. 

Queste scelte valsero a La Malfa l’ammirazione dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea e della Germania. Ludwig Erhard, durante una visita in Italia, elogiò con un certo stupore il suo coraggio e la sua tenacia. Quell’Italia, aperta e coraggiosa, seppe sorprendere il ministro tedesco dell’economia sociale di mercato – e, con lui, l’Europa intera. 

Da questo passaggio storico si evince un tratto distintivo di Ugo La Malfa. La grande apertura mentale, accompagnata alla profondità di riflessione sull’economia. Conoscenze e convinzioni sviluppate direi soprattutto con la lettura di Keynes e degli economisti americani. Una scoperta avvenuta in un grande luogo della cultura italiana: l’Ufficio Studi della Banca Commerciale.

Fu Raffaele Mattioli nel ‘33 a volere lì La Malfa, nonostante fosse stato da poco liberato dopo un arresto politico e sorvegliato dalla polizia. Mattioli aprì la sua casa ai giovani dell’Ufficio Studi, dove poterono incontrare intellettuali, scrittori e poeti, da Bacchelli a Montale. E in quegli uffici della Banca Commerciale, come ricorda lo stesso La Malfa, si svolse la battaglia clandestina contro il fascismo.

Da uomo di governo, La Malfa continuò a circondarsi di giovani studiosi. Nel 1962, da Ministro del Bilancio, lavorò insieme a Paolo Sylos Labini, a Francesco Forte, a Giorgio Fuà e a Pasquale Saraceno alla Nota Aggiuntiva – il suo maggiore lascito intellettuale. Nella Nota, La Malfa cercò di dare risposta a una questione centrale per la ricostruzione.

Come trasformare il periodo eccezionale che il Paese stava vivendo in una stagione di crescita di lungo termine.

La Malfa ci ricorda l’importanza di una politica di programmazione, necessaria per uno “sviluppo equilibrato”.

E ci invita ad affrontare le situazioni settoriali, regionali e sociali che non riescono a trarre “sufficiente beneficio dalla generale espansione del sistema”. “Soltanto in una fase di grande dinamismo – scriveva La Malfa – è possibile attuare le necessarie modificazioni del meccanismo economico senza incontrare costi elevati”.

L’alternativa è quella che La Malfa chiamò successivamente il “non-governo”. Una definizione fulminante, per sottolineare l’incapacità di affrontare i problemi, di dare continuità alla modernizzazione del Paese. Al “non-governo” va contrapposto il coraggio delle riforme economiche e sociali. Quel coraggio che lui sempre dimostrò, insieme ad una visione direi profondamente pessimista della politica, ma mai sfiduciata. Una visione, quella che Caffè chiamò “la solitudine del riformista”, che non diminuì mai il suo entusiasmo riformatore. Un’azione paziente ma decisa, che eviti gli sterili drammi degli scontri ideologici, per dare all’Italia una prospettiva di sviluppo, coesione, convergenza.

Oggi, ricordiamo La Malfa come grande statista e appassionato riformatore. Uno degli artefici del boom economico, sempre attento a bilanciare crescita e uguaglianza. Un uomo onesto e rigoroso, che non dimenticava quando, da giovane studente alla Ca’ Foscari, per risparmiare si nutriva di fichi secchi. Un protagonista della vita civile dell’Italia, che non ha mai perso di vista i valori morali dell’attività clandestina e della Resistenza e l’importanza di trasmetterne la memoria.

Nella lettera a Donato Menichella all’annuncio delle sue dimissioni da Governatore della Banca d’Italia, La Malfa si preoccupa che i più giovani non conoscano mai “quello che noi abbiamo sofferto e quello per cui tutta la vita abbiamo combattuto”. Sono certo che l’archivio che inauguriamo oggi contribuirà a diffondere la lezione riformatrice di La Malfa, il suo coraggio, la sua passione civile.

Mercoledì, 10 Novembre 2021 - dal giornale online "Il domani d'Italia"

http://www.ildomaniditalia.eu/draghi-ricorda-la-malfa-riformatore-di-scuola-laico-democratica-sempre-attento-a-bilanciare-crescita-e-uguaglianza

webtv.camera.it/evento/19338

CARLO DONAT-CATTIN: pluralismo e unità politica cattolica

ETTORE BERNABEI: Un cattolico in lotta contro il partito dei padroni

 

GIORGIO MELETTI

19 settembre 2021

 

  • Nei diari di Ettore Bernabei, uno dei democristiani più potenti, alla guida della Rai prima e del sistema degli appalti poi, l’invettiva contro «la reazione capitalista e i suoi luridi portafogli».  

  • La testimonianza non oggettiva e distaccata di un fervente cattolico, soprannumerario dell’Opus Dei, insegna molto sulla storia d'Italia e sulle radici della profonda crisi della politica di oggi. 

  • Nella composita Dc in cui convivevano l'ispirato Giorgio La Pira e il cinico Giulio Andreotti c'era più sensibilità al rapporto con gli umili e alla critica del capitalismo di quanta non se ne veda oggi nel centrosinistra.​​​​​​​

Leggete questa frase: «La reazione capitalista tenta di riconquistare il vessillo della Santa Crociata nascondendo i suoi luridi portafogli dietro le barriere spirituali di un cattolicesimo irretito nella difesa astratta dei principi e sostanzialmente avulso dagli uomini e in particolare dai poveri». E leggete quest’altra frase: «Ora si discute intorno alla congiuntura, ma è difficile che chi ha trovato un briciolo di benessere dopo secoli di inedia si persuada a tornare indietro in base a qualche teorema liberista diffuso dal governatore della Banca d’Italia». Potrà sembrare sorprendente che le abbia scritte nel suo diario privato, a cavallo tra 1963 e 1964, Ettore Bernabei (1921-2016), all’epoca direttore generale della Rai. Ma proprio per questo vale la pena di parlarne.

 

L’UOMO DI FANFANI

Giornalista fiorentino precoce e assai dotato, Bernabei è stato per decenni uno degli uomini più potenti d’Italia. Ombra discreta di Amintore Fanfani (il leader democristiano che insieme ad Aldo Moro ha segnato la storia della Prima repubblica tra Alcide De Gasperi e il declino) è stato a 35 anni direttore del Popolo, l’organo ufficiale della Dc, e a 40 numero uno della Rai che allora contava mille volte più di adesso, essendo l’unico mezzo di comunicazione di massa.

 

Tocca a lui, nell’agosto del 1964, decidere quanti minuti dei funerali di Palmiro Togliatti sia giusto far vedere agli italiani. «Si trattava di dare un doveroso rilievo alla morte di un personaggio che tanta parte aveva avuto nella vita italiana degli ultimi vent’anni senza disturbare gli otto-dieci milioni di suoi ammiratori e senza disturbare i diciotto-venti milioni di suoi avversari».

Decide per una sintesi registrata di 25 minuti dopo il telegiornale delle 23, e lo considera un gesto di attenzione per i comunisti, che di lì a poco potrebbero essere decisivi per l’elezione di Fanfani alla presidenza della Repubblica. Bernabei non è un funzionario, è un militante politico appassionato, anche se non comprare mai in pubblico ed è sconosciuto alle masse. 

Per conto di Fanfani tratta direttamente con Giancarlo Pajetta e Pietro Ingrao, due leader popolarissimi del partito orfano di Togliatti, i voti comunisti per il Quirinale. Rimane al vertice della Rai per 13 anni, fino al 1974, e i suoi diari rivelano un ruolo decisivo di snodo del potere. Svolge le funzioni di ambasciatore di Fanfani presso il governo degli Stati Uniti, ma è anche spesso a colloquio con l’ambasciatore sovietico a Roma Nikita Ryzhov.

 

Propizia lo storico incontro tra il papa Paolo VI e il ministro degli esteri sovietico Andrej Gromyko. Durante il rapimento di Aldo Moro si svolgono a casa sua gli incontri segreti tra Fanfani e il leader socialista Bettino Craxi per soppesare le possibilità di trattativa con le Brigate rosse. 

Dopo il 1974 Bernabei cambierà vita professionale, diventando ancora più potente alla guida dell’Italstat, società statale che finisce per diventare un ministero dei Lavori pubblici ombra, architrave del mercato degli appalti, un sistema perverso ma a suo modo efficiente che sarà distrutto dall’inchiesta Mani pulite. Da allora è una giungla: nessuno è riuscito a inventare qualcosa in grado di sostituire il sistema Bernabei.

 

LE DUE OSSESSIONI

I suoi diari (Piero Meucci, Il primato della politica, Marsilio) raccontano però la politica. Chi li scrive è un cattolico fervente, soprannumerario dell’Opus Dei, ossessionato dai due nemici che per lui minacciano l’Italia, gli ebrei e i massoni. La sua cronaca quotidiana copre in modo dettagliato il quarto di secolo dalla caduta di De Gasperi (1954) alla morte di Moro e di Paolo VI (1978) e, pur non essendo una testimonianza oggettiva e distaccata, punteggiata com’è da interpretazioni stravaganti, insegna molto sulla storia politica dell’Italia e, quello che più ci interessa, sulle radici della attuale crisi profonda.

Una classe politica sempre più ignorante e improvvisata non è in grado oggi di fare i conti con la storia che ne determina in larga parte difficoltà e incertezze. Torniamo dunque alle due frasi da cui siamo partiti. Bernabei non ha esitazioni, secondo lui il cattolico deve fare politica dalla parte dei poveri e degli sfruttati, contro i padroni. Usa proprio queste parole.

 

Ma la Dc è un’altra cosa, la Dc è, come si diceva un tempo, “interclassista”. Sta con gli operai e con i padroni perché solo in questa sintesi il partito cattolico raccoglie l’ampio consenso elettorale (stabilmente attorno al 40 per cento) che gli consente di governare per 45 anni. L’interclassismo, sottintende Bernabei, è contro natura, imposto dalla contingenza storica. Ma oggi vediamo che è durato così a lungo da sedimentare nel sistema politico italiano l’idea che sia una pratica virtuosa, una sintesi “alta”, l’unica declinazione possibile della cosiddetta cultura di governo. Una deriva perversa di cui l’attuale partito democratico è il malinconico risultato.

Per molti anni la vita della Dc è accompagnata dall’idea strisciante della scissione. Sintetizza Meucci, curatore dei diari: «La questione che [Bernabei] mette a fuoco è che il partito dei cattolici, per la sua forza elettorale e il suo carattere popolare, deve fare i conti con il destino di rappresentare dentro di sé due anime che si fronteggiano e si combattono quotidianamente. Una sinistra cristiano-sociale e una liberale, che in quegli anni prende la forma di un conservatorismo retrivo e reazionario. La soluzione potrebbe essere una salutare scissione».

È una guerra politica senza esclusione di colpi. Nel 1959, quando contro un Fanfani troppo di sinistra si forma il correntone “doroteo”, che diventerà la definizione proverbiale di una politica per il potere e senza principi, Bernabei scolpisce un’analisi profetica: il doroteismo «è una vera e propria categoria della politica italiana ed europea, è una tenace conservazione mascherata di progressivismo da chi in buona fede non ha capito cos’è la dittatura della borghesia e crede di costruire una società cristiana credendo in Dio a titolo personale e facendo riaffermazioni verbali di antifascismo e di socialità, o in mala fede si è asservito al padronato e gli offre la copertura del cristianesimo sociale».

 

CONTROLLO AMERICANO

Ma le due anime del cattolicesimo non possono separarsi. In primo luogo perché la chiesa non lo vuole. Una scissione la costringerebbe a scegliere se appoggiare l’ala cristiano-sociale di Fanfani o quella filo-padronale dei dorotei. In secondo luogo perché la Dc è l’architrave del controllo americano su un paese di confine con il blocco sovietico, in cui la forza del Pci, non abilitato a governare a causa dei suoi legami con Mosca, impedisce un’alternanza al governo tra progressisti e conservatori come avviene in tutti gli altri paesi europei. Così la Balena bianca (come la chiamò Giampaolo Pansa) è condannata a governare unita, alleata con i liberali di Giovanni Malagodi, i repubblicani di Ugo La Malfa e i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, poi dal 1963 in avanti anche con i socialisti di Pietro Nenni. 

Gli alleati minori sono considerati da Bernabei i veri «servi dei padroni»: «Accusano i cattolici di cedimenti al comunismo temendo proprio l’alleanza fra chiesa e comunismo come il colpo mortale al capitalismo e ai privilegi della borghesia». L’alternanza tra destra e sinistra avviene all’interno della Dc ed è sempre risultato di dure battaglie. 

C’è la spinta a sinistra di Fanfani dopo il congresso di Napoli del 1954 che segna la fine del degasperismo, c’è il tentativo di svolta autoritaria (definita senza tanti complimenti «avventura totalitaria clerico-fascista») di Fernando Tambroni, ex pupillo di Fanfani, c’è la nuova apertura a sinistra di Fanfani e Moro, la svolta di destra dei primi anni ’70 capitanata da Giulio Andreotti che però subito dopo sarà l’uomo chiave dell’ingresso dei comunisti nella maggioranza.

Tutto avviene dentro la Dc che in realtà federa due partiti molto distanti tra loro. Si manovra, si naviga, si combatte. Bernabei annota le parole del leader doroteo Mariano Rumor (nel tempo segretario della Dc e presidente del Consiglio): «Vedete, ve lo dicevamo noi quando avete cominciato ad attaccare i liberali (cioè i padroni) e a rompere la solidarietà quadripartita, i preti non ci permetteranno di andare a sinistra perciò se proprio non volete andare alla destra smaccata, accontentatevi di questa destra mimetizzata che è il centro». Rumor è sprezzante con il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, grande amico di Bernabei e anche lui legatissimo a Fanfani, definendolo «un ridicolo visionario perché difende sempre solo gli operai». 

 

 

COMMENTI

I problemi del capitalismo di Stato spiegati dal caso Inso

 

Alla vigilia delle elezioni politiche del 1958 il diarista annota che «sono elezioni decisive perché segnano l’antinomia evidente tra il padronato e la Dc». Fanfani va avanti sulla sua strada riformista, il suo fidato consigliere gongola: «I padroni e la massoneria hanno capito che con questo governo è finita l’era liberale e perciò il loro dominio della situazione è gravemente minacciato». Lo scontro è duro, «il padronato punta tutte le carte sull’opposizione interna alla Dc, stipendiando deputati e senatori».

Il pendolo interno alla Dc si muove secondo la sua insondabile armonia. Fanfani sale e scende, come sempre nella sua vita. Nel 1959 perde presidenza del Consiglio e segreteria del partito, e Bernabei ne registra la consueta ma rapida crisi depressiva: «Fanfani in stato di prostrazione pessimistica molto grave», appare convinto «che in Italia non sia possibile far politica per chi onestamente non vuol piegarsi ai ricchi e servirli». I partiti cristiani sono un equivoco, dice, e le politiche cristiane sono espedienti che la chiesa usa per guadagnare tempo. In tono più apocalittico, sostiene che «per un cristiano non c’è possibilità di svolgere una politica a favore degli umili».

 

ANTICAPITALISMO

La Dc occupa il centro tenendo alla sua destra i partitini centristi che Bernabei considera al servizio del padronato e alla sua sinistra i comunisti che, nella sua visione, lavorano per Mosca e quindi hanno, anche rispetto alle grandi questioni sociali, posizioni opportunistiche. Meucci sintetizza così il pensiero di Bernabei: «I socialisti al servizio della borghesia capitalistica e i comunisti paralizzati dal loro tatticismo, nello sforzo di apparire moderati e democratici, hanno addormentato le masse operaie».

Sullo sfondo, l’elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica (29 dicembre 1964). Bernabei soffre: «Come è potuto avvenire che un laico avversario dei cattolici e rappresentante di grandi interessi finanziari internazionali è assurto alla prima carica dello stato? Perché questo comportamento autolesionista della Dc?».

Intanto Fanfani, sconfitto nella corsa al Quirinale che non vincerà mai, prepara l’ennesima riscossa. Ancora una volta in nome dell’anticapitalismo. Annota il suo attento esegeta: «Sente che alla fine una gran parte degli italiani potrebbe trovare in lui un restauratore e un propulsore di nuove forme di vita associativa che non siano quelle ormai logore della dittatura borghese capitalista mascherata da democrazia parlamentaristica. Lo anima la vecchia passione integrale cattolica, anche se accompagnata da una durissima polemica con la gerarchia che in questi momenti si è dimostrata inetta e rinunciataria».

Nel gioco di specchi della politica democristiana e italiana nulla è come appare e in certi momenti anche Bernabei sembra che si perda. Nel 1971 va a pranzo a casa sua l’ambasciatore americano Graham Martin e il padrone di casa trae dal colloquio uno scenario un po’ onirico ma con tracce di autenticità: «L’ambasciatore tiene a far sapere che il suo governo (lui è molto amico di Nixon) ha deciso di puntare in Italia solo sulla Dc correggendo la precedente politica dell’amministrazione democratica, che puntava anche e soprattutto sul cavallo socialista.

Per attuare questa politica lui dice che ha carta bianca, ma che prima di muoversi nell’aiutare la Dc vuol vedere se saprà essere unita nella campagna presidenziale. Mi chiede cosa può fare per raggiungere meglio questi scopi, lasciando sottintendere che lui e il suo governo vedrebbero non ostilmente una candidatura Fanfani. Rispondo che un discorso del genere dovrebbe esser fatto a una decina di notabili democristiani, ad alcuni segretari di partito ed esponenti industriali tipo Agnelli, Pirelli, Cefis. Tace sugli ultimi due. Per il primo tiene a dire che ha rotto i rapporti perché troppo implicato nei finanziamenti di movimenti di sinistra extraparlamentare (Lotta continua, Potere operaio).

 

 

CULTURA

Tutto quello che Pasolini aveva capito e che non abbiamo mai potuto leggere

 

Ma che malgrado ciò farà sapere anche ad Agnelli le direttive sulle quali si muove la politica della sua ambasciata». Agnelli finanzia Lotta continua e Potere operaio? Difficile da credersi, ma quello che conta è la visione sottostante, quella di un cattolico che si sente accerchiato da forze padronali (e quindi, in automatico, anche massoniche ed ebraiche) che puntano a ridimensionare l’anima popolare del partito cattolico.

Il tema è ricorrente da 150 anni. I cattolici e i socialisti fondano insieme nell’Ottocento le società di mutuo soccorso che sono l’embrione del Partito socialista e del sindacato. La chiesa tende, almeno in teoria, a schierarsi con i poveri contro i ricchi, se non altro perché è l’unica strada per tenere viva un’identità culturale originale nella moderna società industriale. C’è un filo sotterraneo che unisce, dall’inizio del Novecento all’inizio del terzo millennio, l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII alla Fratelli tutti di Jorge Mario Bergoglio. Poi ci sono le curve della storia. Con il fascismo la chiesa si mette al servizio del regime e della «dittatura borghese», ma nella nuova Dc che nasce nella lotta contro il nazi-fascismo l’anima sociale emerge fortissima, anche nell’era di De Gasperi che sosteneva, ricorda Bernabei, che «per la Dc è meglio perdere due voti a destra per guadagnarne uno a sinistra».

 

IL DUO MONTINI-MORO

Impressionanti le righe dedicate nel 1978 al bilancio storico di due figure decisive come Aldo Moro (ucciso dalle Brigate rosse il 9 maggio) e Giovanni Battista Montini (Paolo VI), morto il 6 agosto. Secondo Bernabei avevano costituito «il più saldo anche se beato sodalizio spirituale e politico mai esistito tra chiesa e politica italiana».

 

CULTURA

Aldo Moro, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. I rapporti della Dc con l’intelligence

 

Papa Montini ha infatti determinato, secondo Bernabei, il «più complesso e organico esperimento di (Jacques) Maritain, secondo il quale i cattolici devono mantenersi diversi e distinti sul piano dottrinale dai movimenti di ispirazione marxista, ma devono essere disposti a collaborazioni sul piano pragmatico anche con i partiti comunisti allo scopo di impedire che le forze borghesi e capitalistiche, dividendo le masse comuniste e cattoliche, possano attuare regimi a sfondo più o meno dichiaratamente fascista». Montini, prima assistente ecclesiastico della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana, grande scuola di formazione religiosa della classe dirigente alla guida del paese dal dopoguerra in poi), in seguito segretario di stato, infine pontefice, determina la prevalenza nella Dc della «ala pluralistica (dorotei e morotei) rinunciataria verso qualsiasi proposta contraria di politica sociale cristiana, disposta a lasciar prevalere tutte le ideologie e i possibilismi per fare perdonare i passati errori “esclusivistici” e “trionfalistici” della chiesa». Di conseguenza, spiega Meucci, lo scudo crociato volta le spalle alla linea autonomista propugnata da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, «che con Fanfani, La Pira e (Giuseppe) Dossetti propugnava una proposta sociale cristiana in alternativa a quella illuministica borghese ma anche a quella marxista». Tanto che Bernabei ripone grandi speranze nel pontificato di Albino Luciani (Giovanni Paolo I), che però durerà solo 33 giorni. Definisce la sua elezione «un soffio dello Spirito Santo». Commenta Meucci: «L’enfasi dell’espressione usata dal diarista non è casuale, esprime l’attesa per una dottrina sociale capace di rilanciare l’idealità del mondo cattolico e dei suoi valori. Una visione del mondo capace di competere con il neoliberismo e l’utopia marxista».

Mentre inizia, con l’uccisione di Moro, il disfacimento della Dc, Bernabei rimpiange l’incapacità di proporre un vero modello cattolico di società e la scelta (che attribuisce al duo Montini-Moro) di presidiare il centro politico con una specie di modello intermedio tra liberismo capitalista e sinistra di ispirazione marxista. 

Nei decenni successivi si crea il paradosso imprevedibile che domina l’Italia di oggi: la Dc esplode e le sue schegge “pluralistiche” finiscono prevedibilmente in tutte le aree politiche, ma nel frattempo liberismo e comunismo si fondono in quella specie di pensiero unico da cui nasce, per esplicita rivendicazione, il Pd. Così oggi, di fronte alla domanda di politica determinata dalla profonda crisi del capitalismo, ci troviamo a constatare nei diari di Bernabei che in quella composita Dc in cui convivevano l’ispirato La Pira e il cinico Giulio Andreotti c’era più sensibilità al tema del rapporto con gli umili e della critica del capitalismo di quanto non si veda nelle formazioni di centrosinistra di questi tempi.

 

GIORGIO MELETTI

Giornalista. Ha lavorato, tra l'altro, per il Corriere della Sera, La7 e il Fatto Quotidiano

ANTONIO SEGNI Nell'intervista a Mario Segni sul libro "Il Colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news"

Moro vinse il duello sul centro-sinistra ma il golpe fu una fake news. Parla Mario Segni

Di Federico Bini - 

Un tuffo nel passato con Mario Segni, padre della stagione referendaria degli anni ’90, figlio di Antonio (presidente della Repubblica e ministro Dc) in libreria con “Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news”

Mario Segni, il padre della stagione referendaria degli anni ’90, figlio di Antonio (presidente della Repubblica e ministro Dc), si racconta a Formiche.net sul presunto golpe del ’64. Per la sinistra fu un “colpo di Stato”, per Segni “la madre di tutte le fake news”. Si tratta di un tuffo nel passato necessario per capire quanto delicata fosse la situazione politica italiana avendo all’interno del Paese il più organizzato partito comunista dell’intera area occidentale. Servizi segreti, carabinieri, istituzioni e presidenza della Repubblica, erano tutti preoccupati da una possibile avanzata, anche armata, del Pci. Al centro della scena Antonio Segni, un politico di alta statura morale e civile, volto a garantire la tenuta del sistema repubblicano.

Tenendo presente il suo ultimo libro, Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news, per citare Pietro Scoppola, la nostra ad oggi è ancora una “Repubblica dei partiti”?

Certamente no. La Repubblica dei partiti è finita nel 1992-1993. È finita da un lato con Mani pulite, ma è finita soprattutto con il passaggio al sistema maggioritario. Nel ’93 il cambiamento del sistema elettorale ha posto le basi di una Repubblica non più dei partiti ma delle istituzioni.

Suo padre, Antonio Segni, non fu solo presidente della Repubblica ma anche uno stimato ministro con De Gasperi e presidente del Consiglio. Una carriera nelle istituzioni.

Fu all’interno delle istituzioni e all’interno della Democrazia Cristiana. Storicamente non dobbiamo dimenticare che la Dc è il partito che ebbe il merito della nascita dello Stato democratico e della ricostruzione economica, sociale e morale del Paese dopo la guerra. Io in particolar modo dividerei la Prima Repubblica in due periodi: uno che può essere definito degasperiano che dura anche un po’ oltre la morte di De Gasperi (governi Scelba, Segni ecc…) e arriva intorno al 1960, l’altro la seconda parte è la fase del lungo declino che l’Italia ha iniziato e che ancora non è finito.

Il rapporto tra suo padre e De Gasperi?

Intanto non dobbiamo dimenticare che appartenevano allo stesso ristretto gruppo di fondatori della Democrazia Cristiana. Persone che avevano molte caratteristiche comuni: un’ispirazione cristiana profonda e una totale discontinuità con il periodo fascista. Nessuno di loro era stato fascista o simpatizzante del ventennio. Mio padre di De Gasperi fu ministro dell’Agricoltura di cui l’opera principale fu la riforma agraria sulla quale ebbe anche divergenze spesso profonde anche con lo statista trentino. È una storia complessa e travagliata, di due statisti che hanno avuto sempre un rapporto solidissimo di stima reciproca.

Entrambi provenivano dal gruppo del PPI di don Luigi Sturzo.

Mio padre era un grande estimatore di Sturzo e fu anche tra i militanti del PPI negli anni ’20. Fu anche candidato alle elezioni politiche del ’24 ma non passò, fu il primo dei non eletti in Sardegna. Tra l’altro finita la guerra ebbe modo di frequentare intensamente Sturzo quando tornò dall’esilio.

Come si arrivò alla designazione di suo padre come presidente della Repubblica?

Fu molto semplice. La Dc si mostrò quasi sempre compatta sul suo nome. Moro era segretario del partito, fu uno degli artefici della sua elezione. Fu eletto al nono scrutinio ma fu dall’inizio alla fine il candidato del partito contrapposto a Saragat candidato delle sinistre.

Cosa successe realmente nel 1964 con la crisi del I° governo Moro?

Nell’ultima parte del mio libro, ci sono alcune lettere di mio padre scritte soprattutto a Moro e Rumor (segretario della Dc) e ad altri, in cui appare chiarissimo qual è il motivo delle preoccupazioni, delle ansietà che lo turbano come presidente della Repubblica. Prima di tutto la crisi economica che precedeva di molto la crisi di governo. Tanto è vero che era stata preceduta da due eventi clamorosi: l’arrivo a Roma del vicepresidente della Commissione Europea e la lettera di Colombo, ministro del Tesoro, in cui denuncia disastrose le misure economiche del governo.
L’altra preoccupazione era di carattere costituzionale. Lo ripete varie volte nelle lettere a Moro, “io da presidente della Repubblica non posso permettere che l’Italia cancelli il sistema economico basato sulla libera impresa di mercato e sulla proprietà privata, determinato e scelto dalla Costituzione e metta in pericolo la partecipazione dell’Italia tra i paesi europei”.

E Guido Carli, governatore della Banca d’Italia come reagì?

Carli era schierato con ancora più forza a fianco di mio padre.

E la figura del generale De Lorenzo come la possiamo interpretare?

Nella crisi precedente, un anno prima, in cui si era formato il I° governo Moro, mio padre aveva instaurato l’abitudine di convocare ufficialmente al Quirinale durante la crisi anche personalità esterne. Convocò in occasione della prima crisi, Gaetano Martino sulla politica estera, Guido Carli governatore della Banca d’Italia e Giovanni De Lorenzo come esperto di ordine pubblico. Nessuno disse niente. In realtà la presenza di convocare personaggi esterni era già avvenuta la volta precedente, non era nemmeno una novità. Dopodiché dobbiamo dire che mio padre aveva una grande fiducia personale nei confronti di De Lorenzo e nei Carabinieri.

Come erano a livello politico e istituzionale i rapporti tra Antonio Segni, capo dello Stato, Moro presidente del Consiglio e Rumor segretario del partito?

Rapporti di grande cordialità. Con Aldo Moro c’erano però differenza politiche molto profonde. E la crisi del ’64 dimostra come le posizioni sono diversissime. Aldo Moro vuole il mantenimento della formula del centro-sinistra, mio padre invece vuole che la formula almeno in quella fase vada cambiata. Nella crisi vincono Moro e Nenni con la conferma del centro-sinistra. Poi la crisi obbliga il governo a cancellare – per fortuna – quelle misure che Segni e Carli non volevano. Vengono più cancellate per la forza delle cose che per la spinta politica.

L’ultimo colloquio tra suo padre e Moro prima della malattia?

È un colloquio dopo la crisi, molto emozionante. Alla fine mio padre gli dice: “Credo che tu non abbia a lamentarti nulla di te”. E Moro gli risponde: “Sì, è vero, ma io volevo essere certo del tuo appoggio”. E Antonio Segni: “Io te lo confermo e garantisco ma nei limiti della Costituzione”.

L’aneddoto riportato giornalisticamente da Jannuzzi della famosa litigata al Quirinale con Saragat e Moro? Cosa può dirci a riguardo?

Ritengo che sia una delle tante invenzioni, bugie, balle inventate da Jannuzzi. E ne sono sicuro per un piccolo motivo pratico. Io conosco il Quirinale, mio padre ci ha vissuto due anni, nello studio in cui si svolse l’incontro e il Salone dei Corazzieri ci sono quattro, cinque stanze con porte massicce. Dopodiché la smentita di Saragat è più precisa che mai: “Vergognose speculazioni”.

Taviani era ministro dell’Interno con Moro.

Tra Taviani e mio padre c’era una lunga amicizia, ma c’era da tempo una forte divergenza di opinioni politiche. Taviani era già fortemente attento all’apertura verso i comunisti e riteneva che fosse scomparso il pericolo comunista dopo la sconfitta di Secchia al congresso precedente.

L’incontro tra suo padre e De Gaulle?

De Gaulle era un personaggio che non poteva non incutere un senso di straordinaria autorevolezza. Ricordo una frase di Kissinger che disse che quando arrivarono all’Eliseo sembrava che tutto il palazzo ruotasse intorno a lui. Mio padre invece ricordo che mi disse: “Sembra più un vescovo che un generale”. Sembrava trasparire quasi un senso di superiorità religiosa.

La Sardegna ha dato i natali a figure politiche importantissime. Quali erano i rapporti tra queste famiglie?

Erano tutte famiglie sassaresi che si conoscevano da secoli. Con Cossiga mio padre ebbe quasi un rapporto di affetto paterno, era quasi un membro della nostra famiglia. Parliamo ovviamente di due generazioni diverse. Erano tutte famiglie nate e residenti in poche centinaia di metri di distanza, tutte appartenenti alla stessa parrocchia. La parrocchia di San Giuseppe ebbe due presidenti della Repubblica e il segretario del Partito Comunista.

Mario Berlinguer, padre di Enrico, fece anche una piccola apertura per votare suo padre presidente della Repubblica.

Mario fu quasi coetaneo e deputato socialista, e sì, durante le elezioni presidenziali, nonostante la candidatura di Saragat per le sinistre fece apertamente campagna per Antonio Segni.

Qual era il rapporto tra suo padre e la vostra terra di origine?

Io non dimenticherò mai una cosa che scrisse Montanelli. Il rapporto tra Antonio Segni con la Sardegna è un rapporto di amore carnale. Fu un rapporto di affetto profondissimo.

GIUSEPPE SINESIO: una vita per la politica e la sua terra

(articolo di Paolo Cilona tratto dal giornale "La Sicilia/Agrigento e Provincia" del 18 Maggio 2021)

Oggi ricorre il centenario della nascita a Porto Empedocle dell’onorevole GiuseppeSinesio, uno dei quattro figli (Pasquale, Maria e Aldo) di una famiglia piccolo borghese. Il padre, era un laborioso commerciante, proveniente dalla vicina Cattolica Eraclea. Una famiglia assai conosciuta e ben voluta dalla comunità empedoclina.
Il piccolo Giuseppe dopo avere frequentato la scuola d’obbligo fu mandato a studiare ad Acireale
presso il Collegio Pennisi, retto dai padri gesuiti. Si diplomò all’età di 17 anni, anticipando di un anno il corso scolastico. Venne poi mandato a Milano, dove si iscrisse alla Facoltà di Chimica. Tra i suoi docenti il prof. Giulio Natta (inventore della plastica e Premio Nobel per la Chimica nel 1963).

Durante l’esperienza universitaria partecipò in modo clandestino alla contestazione del regime fascista. Venne scoperto ed espulso da tutte le università italiane, ma grazie all’intervento di un amico studente che interessò la casa reale, fu riammesso a frequentare il corso di laurea.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, il giovane Giuseppe venne chiamato alle armi ed assegnato al Corpo di Spedizione Italiano in Russia. La campagna si concluse amaramente per l’esercito italiano che riportò novantamila morti e cinquantamila congelati su un contingente di quasi duecentocinquantamila soldati. Di questa grave avventura bellica ne parlava spesso con i giovani, ricordando quei momenti di dolore e di disperazione, con le suole bucate sulla neve e con le numerose sofferenze subite durante la ritirata e che secondo lui Cristo gli stava accanto
alimentando la speranza di poter riabbracciare la famiglia lontano.
Si laureò presso l’Ateneo palermitano ed iniziò ad insegnare presso il Liceo “Empedocle” di Agrigento. Tra i suoi più cari amici il giovane Andrea Camilleri che voleva apprendere da lui le tecniche dell’oratoria che costituiva la parte indispensabile del bagaglio del personaggio politico.
Nel 1948 fu eletto vice sindaco. In tale veste cominciò a confrontarsi con i reali problemi della città marinara.
Nel 1950 sposò la più giovane delle sorelle Sciangula, Carmela, appartenente ad una famiglia
della imprenditoria empedoclina operante nel settore della pesca. Dal felice matrimonio vennero al mondo Pippo e Ketty.
Fu chiamato a svolgere attività sindacale da Enzo Lauretta. Nel 1951 prese il comando della Cisl, il più grande sindacato dei lavoratori cattolici. Come sindacalista promosse tutte le battaglie per il riconoscimentodei diritti a favore dei lavoratori incominciando dalle miniere di salgemma e di zolfo
presenti nel territorio agrigentino, per poi partecipare alle grandi lotte per l’occupazione delle terre per l’attuazione della riforma agraria.
Molta attenzione riservò ai problemi dei pescatori e dei marittimi, con il sindacato “Liberpesca”, con il compito di tutelare i lavoratori del mare.
Nel 1951, grazie ad una borsa di studio si recò a New York per partecipare ad uno stage organizzato dalla Fondazione creata dal Senatore americano Fulbright. Le borse di studio avevano il solo compito di agevolare gli scambi di idee e di cultura tra gli Stati Uniti e gli altri
paesi del mondo tra cui l’Italia.
Un anno dopo dal suo ritorno dagli Stati Uniti sarà eletto sindaco di Porto Empedocle. La sua sarà una lunga sindacatura quasi ventennale fino al 1969 per poi proseguire dal mese di febbraio 1970 al mese di luglio dello stesso anno ed infine dal 1985 al 1989.
Alle elezioni politiche del 1953 venne escluso dalle liste della Democrazia Cristiana a seguito dell’intervento diretto di De Gasperi e di Scelba perché «aveva idee troppo radicali e di sinistra». Idee che preoccupavano i dirigenti nazionali di allora della Dc. Ma questa delusione non mino’ il suo entusiasmo e la sua azione.
Dal 1958 e per otto legislature fino al 1992 fu deputato nazionale, ricoprendo la carica di sottosegretario. Per il sottile gioco politico, pur avendo la capacità e la statura, non fu mai ministro, ma fece parte della direzione nazionale del suo partito. In verità Giuseppe Sinesio
venne nominato ministro della Funzione pubblica nel IV Governo Andreotti, ma non andò a giurare, rinunciando all’incarico ministeriale perché era venuto meno l’accordo tra Donat Cattin (suo capo corrente) e il duo Andreotti-Moro che prevedeva per Sinesio il ministero dell’Industria. Rivestì la carica di sottosegretario al Tesoro, ai Trasporti, all’industria nei governi presieduti da Rumor, Colombo, Andreotti e Moro. Ricoprì inoltre, con autorevolezza ed impegno la carica di presidente dell’Ueo (Unione Europa Occidentale).

Assieme a Giulio Pastore, Donat Cattin, Vittorino Colombo, Guido Bodrato costituì la corrente di “Forze Nuove”.
Nel 1992 lasciò la politica attiva per dare spazio al figlio Pippo, il quale pur avendo ottenuto un ottimo risultato elettorale non venne eletto deputato. Un risultato amaro per Giuseppe Sinesio, dovuto principalmente alla perniciosa conflittualità all’interno della sua famiglia dove il cognato Salvatore Sciangula, potente assessore regionale ai lavori pubblici non aiutò sul piano elettorale il nipote Pippo Sinesio. Sempre attivo sul piano parlamentare e negli organi nazionali del partito. Persona di grande umanità e punto di riferimento di tanti giovani impegnati nell’ambito della politica locale e regionale.
Fu Sinesio a scoprire e a sostenere sul piano politico tanti giovani come Salvatore Sciangula e Calogero Mannino. Furono tante le battaglie da lui condotte per dare al Comune di Porto Empedocle una prospettiva industriale. Infatti, grazie al suo costante interessamento e ai rapporti
personali con la famiglia Pesenti sorsero gli stabilimenti della Montecatini, dell’Italcementi, della
Vertem, creando un’area di sviluppo industriale. Nel 1963 dotava l’area del porto di un piano regolatore con lo scopo di accrescere il movimento del trasporto marittimo.
Nel 1994 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli conferì la più alta onorificenza di
“Cavaliere di Gran Croce”.
Si deve al suo impegno culturalela realizzazione a Porto Empedocle del monumento a Luigi Pirandello, in occasione del cinquantenario della morte del grande scrittore agrigentino, premio Nobel per la letteratura. Si spense all’età di 81 anni il 15 febbraio del 2002.

 

Video youtube su Giuseppe Sinesio. https://youtu.be/BtHmgwlLXIQ

FRANCESCO COSSIGA: un ricordo firmato Scotti

di Vincenzo Scotti  - Politica

Cossiga è stato protagonista di uno snodo della vita sociale e politica europea e mondiale. A differenza del suo maestro Moro non ha lasciato un’ordinata traccia scritta della sua visione, che va ricostruita soprattutto attraverso le sue azioni. Il ricordo di Vincenzo Scotti, già ministro degli Esteri e dell’Interno, che sarà pubblicato in un’opera a cura dell’Università di Sassari


L’Università di Sassari, che ha conosciuto  Francesco Cossiga  prima come studente e poi come docente della Facoltà di Studi Giuridici, ha organizzato in suo onore, con la presenza del Presidente della Repubblica, una giornata di studi secondo la tradizione accademica.

Dall’insieme dei contributi raccolti in queste pagine emerge, anche per chi non lo ha conosciuto e frequentato, quanto sia complessa la personalità di Cossiga. Essa è stata letta, pur nel rispetto della complessità delle diverse espressioni, alla ricerca della sua unità: uno statista del tempo presente, della sua terra sassarese, della sua nazionalità italiana ed europea e della sua cittadinanza del mondo. Essendomi stato richiesto di partecipare a questa lettura, in nome della nostra amicizia di una vita, non ho potuto che scrivere qualche pagina di testimonianza sul modo con cui Cossiga visse i grandi cambiamenti del contesto storico che cercò di capire andando sempre oltre l’emergenza e guardando oltre la siepe che recingeva il cortile del quotidiano. Nello scrivere questa piccola testimonianza mi sono ricordato un ammonimento di Goethe: “non si va molto lontano quando non si sa dove si va. Il guaio peggiore è quando non si sa dove si sta”.

Nel 1999, dovendo inaugurare il primo anno accademico della Link Campus University (allora of Malta), con il nostro grande amico comune,  Guido De Marco  – Presidente della Repubblica di Malta – chiedemmo al Presidente emerito di dedicare la sua lectio magistralis alle origini e agli sviluppi dei totalitarismi del secolo breve: il nazismo, il fascismo e il comunismo. Nella sua analisi, Cossiga parlò ai giovani studenti della fragilità delle democrazie e del loro rapporto vitale con la libertà.   Alla luce di questa analisi, era chiara la sua definizione di cattolico liberale e l’indicazione dei suoi maestri  Tommaso d’Aquino, insieme ad alcuni pensatori cattolici moderni: il beato  Antonio Rosmini, il Cardinale oggi Santo, John Henry Newman,  Papa Benedetto XVIe alcuni tra i grandi teologi protestanti di quegli anni.

A completare la sua vasta cultura interdisciplinare, vorrei ricordare gli studi di filosofia del diritto e di diritto costituzionale che sviluppò sotto la guida del maestro  Giuseppe Capograssi. 

Da queste prime righe il lettore potrà constatare che questa mia non è altro che la testimonianza di un amico conosciuto fin dagli anni Cinquanta, i tempi dell’Azione Cattolica, con cui ha condiviso tanti momenti felici, pur sempre accompagnati da un percorso politico quanto mai accidentato e, a volte, anche drammatico. Ma il fulcro della mia testimonianza è negli anni finali del suo mandato di Presidente della Repubblica.

Ritornando per un istante agli interessi e alle curiosità culturali di Cossiga c’è un’area che avemmo in comune come ministri dell’Interno: mi riferisco agli studi strategici internazionali e a quelli sulla sicurezza e sull’intelligence nel tempo presente. Su questi temi si sviluppò non solo una sintonia accademica ma anche un’uniformità operativa quando mi trovai a rapportarmi da ministro dell’Interno con Cossiga Presidente della Repubblica.

I momenti più difficili e tormentati su cui continuo a riflettere e sui quali ancora mi interrogo, restano certamente quelli del rapimento e della uccisione di  Aldo Moro  e quelli finali del suo settennato. Ad oggi, nonostante siano trascorsi ben dieci anni dalla sua morte, questi due periodi sono i meno sedimentati e poco oggetto di analisi storica condivisa.

Mentre per quello che riguarda il tempo delle icconate�e dellimpeachment  mi sento oggi di testimoniare, sulla questione Aldo Moro mi rimane difficile perch�troppo complesso per limitarlo a poche righe. Seppure con lui non abbia avuto mai alcun contrasto e mi sia sempre rivolto a lui con molta franchezza, sulla questione Moro, il suo maestro, ho sperimentato quanto fosse per lui doloroso parlarne. Nel 1992, in presenza di richieste da parte della Commissione parlamentare sui documenti in possesso del ministero sul caso Moro, nominai una ristretta commissione per verificarne lsistenza negli archivi delle forze dellrdine e del ministero. Dovetti consegnare i risultati ad un gruppo guidato dal vice presidente  Luigi Granelli, redigendo un apposito verbale. Pur riscontrando la sua sofferenza, devo dire che questa non lasci�traccia nel nostro rapporto di amicizia.

Passo ora alla testimonianza su come Cossiga visse il cambiamento della fine del comunismo e come si impegn�con grande coraggio a leggere gli avvenimenti che hanno smentito il semplicismo di un giudizio di semplice vittoria del capitalismo liberista e, di conseguenza, di una fine della storia. Cossiga fu uno dei pochi convinti che in Italia, in Europa e nel mondo si richiedeva alle classi dirigenti di ambedue i blocchi di affrontare i cambiamenti culturali, sociali e politici che avrebbero investito lmisfero del capitalismo, proprio in conseguenza della caduta del muro di Berlino.

Dal mantenimento della pace, alla competizione coi Paesi emergenti, al formarsi di nuovi equilibri geo-economici e geopolitici, al disfarsi e riorganizzarsi degli Stati dell’ex Patto di Varsavia e quindi alla revisione degli assetti delle istituzioni mondiali e di quelle interne ai singoli Paesi comunisti. Una volta caduto il sistema del socialismo reale, non solo come ideologia ma di potere, non c’era soltanto da espandere e rendere globale e più radicale il capitalismo e da esportare la democrazia dei Paesi industriali. Cossiga, nel silenzio della prima parte del suo settennato, aveva riflettuto proprio sulla fine del comunismo e sulle difese economiche, sociali e politiche costruite per garantire in Europa, e in particolare in Italia – il Paese con il più grande partito comunista, equilibri di potere alle forze di governo e di opposizione.

Vorrei fare qui una breve parentesi che certamente è fuori dalle vulgate della storia della Dc: il partito politico che ha avuto al proprio interno la maggiore insofferenza verso l’equilibrio allora esistente è stata proprio la Dc che, a prima vista, avrebbe potuto trarre la maggiore rendita di posizione. Il dibattito sull’andare oltre è stato sempre presente nella vita del partito, da De Gasperi a Moro.

Cossiga intuì che a rendere più urgenti e necessari i cambiamenti istituzionali e politici fosse l’avanzare della rivoluzione digitale che avrebbe messo in crisi le forme di democrazia rappresentativa, imponendo di sostenere la globalizzazione, il capitalismo finanziario, il determinismo dell’algoritmo e dei modelli.

Cossiga era certo che la maggioranza delle forze politiche pensava che bastasse cambiare subito nome e segni dei partiti storici per poter mantenere, senza nulla mutare, gli assetti politici esistenti. Contro questa area di continuità, Cossiga riteneva bisognasse alzare la voce e usare il piccone per essere ascoltato e demolire l’esistente.

Gli avvenimenti precipitarono con il crollo del muro di Berlino, dei regimi comunisti nei Paesi satelliti e del mondo bipolare: al centro della comunicazione vi erano la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, e l’immagine del presidente Gorbaciov e di sua moglie che scendono dall’aereo che li riporta a Mosca, il 19 agosto 1991, dopo il fallito colpo di stato.

Non posso non sottolineare che la mia amicizia con Cossiga copre la gran parte della sua straordinaria vita. Nasce agli inizi degli anni Cinquanta quando ero impegnato nella sede centrale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Giac), all’Ufficio Studenti. Sono gli ultimi mesi di presidenza di Carlo Carretto e l’intero periodo di  Mario Rossi,  il giovane medico del Polesine. Cossiga è un dirigente dell’Azione Cattolica della diocesi di Sassari, impegnato poi nella Fuci e nei Laureati Cattolici e nella vita politica, a partire delle elezioni del 1958. Nel contrasto tra Luigi Gedda, Carretto e Rossi si era consolidato il rapporto tra la Giac, la Fuci e i Laureati Cattolici. Gli storici dei movimenti cattolici si sono molto interessati alla vicende della Fuci e del Laureati; di queste ultime erano parte  Giulio Andreotti, Aldo Moro  e  Giovanbattista Montini. La Gioventù Cattolica era molto meno impegnata nella vita della DC, lo scontro con Gedda era culturale e sociale. Quando, nel 1954, viene destituita tutta la dirigenza della Giac, per intervento del Santo Uffizio, la notizia viene commentata solo da alcuni grandi giornalisti. Eppure la Giac era una comunità che comprendeva uomini di notevole spessore culturale, a partire da  Pietro Phanner, Umberto Eco, Emanuele Milano, Dino De Poli, Wladimiro Dorigo, Michele Lacalamita, Luciano Tavazza,  Antonio Graziani  e  don Arturo Paoli. L’unico rappresentante politico era il vice presidente, Emilio Colombo. Erano straordinarie personalità che hanno lasciato un segno nella storia culturale e civile del Paese. Sotto la presidenza di Rossi, la GIAC cambiò la sua struttura con la nascita dei movimenti degli studenti, dei lavoratori e dei coltivatori che divennero una delle ragioni dell’allontanamento di tutta la dirigenza.

A me fu chiesto di collaborare ad organizzare il movimento nelle scuole cattoliche e di impegnarmi a dar vita a una Scuola nazionale del Movimento studenti, a cui contribuirono tutti i dirigenti del movimento, compreso  Vincenzo Saba, grande amico di Cossiga (tanto da chiedergli di fare da padrino di battesimo a sua figlia Gavina) e un grande vescovo, monsignor  Emilio Guano, assistente dei Laureati Cattolici. La scuola del movimento studenti, nel dicembre del 1953, fu l’occasione per conoscere e stabilire un rapporto d’amicizia con Cossiga tramite proprio Vincenzo Saba.

Dopo qualche anno, quando ero capo della segreteria tecnica del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, presieduto da  Giulio Pastore, incontrai pi�volte Cossiga per discutere delllaborazione del primo Piano di Rinascita della Sardegna. In quel momento,  Paolo Dettori  era presidente della Regione e  Pietrino Soddu  era lssessore al Piano. Tutti e due erano di Sassari e in Sardegna era gi�scoppiato lo scontro politico tra i cosiddetti  giovani turchi, organizzati da Cossiga, e i  grandi popolari, non solo di Sassari (per tutti  Antonio   Segni) ma di Cagliari (Antonio Maxia, Efisio Corrias, Lucio Abis) e di Olbia (Salvatore Mannironi).

I giovani turchi avevano una grande vivacità culturale e coraggio politico tanto da porre ultimati ad Antonio Segni. Celestino Segni, il primogenito di Antonio Segni, faceva parte dei giovani turchi! Per Cossiga iniziavano gli anni della crescita di responsabilità politiche e di governo: consigliere di Moro in questioni di estrema riservatezza, sottosegretario, ministro e poi Presidente del Senato e, infine, Presidente della Repubblica. Nessun politico italiano ha percorso una così rapida crescita di responsabilità e di successi e, al tempo stesso, di grandissime amarezze e dure lotte. Nella formazione del Governo di Mariano Rumor del 1972, fu proposto, dai suoi amici della Base, come Ministro della Funzione Pubblica, ma la sua nomina incontrò il veto di  Eugenio Cefis  per il sostegno dato, insieme a  Stefano Siglienti  e a  Beniamino Andreatta, rispettivamente Presidente e Consigliere dell’Imi, al progetto del polo chimico di Porto Torres.

Il giorno dopo la formazione del Governo, Cossiga   mi chiamò a brindare coi giornalisti, alla bouvette della Camera, per la mancata nomina a ministro. Si era chiusa una porta ma era convinto che si sarebbe aperto un portone. Infatti si susseguirono: ruoli politici crescenti nel governo Rumor, il sottosegretariato alla Difesa, ministro della Funzione Pubblica e, infine, ministro dell’Interno, dove si trovò a gestire la tragedia dell’uccisione di Moro e da cui si dimise appena scoperto il cadavere. Queste dimissioni fecero pensare a un ritiro dalla politica. Ma non passò molto tempo e Sandro Pertini gli diede l’incarico di formare, in sequenza, due Governi.

Mi chiamò a far parte del suo Governo come ministro e mi fece partecipare, a Palazzo Chigi, alle riunioni della sua “squadra di sardi”, tra i quali il cugino  Sergio Berlinguer  e  Luigi Zanda. Fu un periodo molto intenso, sia sul versante interno che su quello internazionale, in cui riuscì a stabilire una difficile intesa con i socialisti, in specie con Bettino Craxi e Giuliano Amato, nonostante i crescenti contrasti tra i due partiti. La decisione sulla installazione dei missili a corto raggio nel nostro Paese fu presa con una liturgia attenta a tutti minimi particolari, non ultima quella dell’isolamento dell’area di Palazzo Chigi durante la seduta del Consiglio dei Ministri impegnata nella decisione, cosa usuale nei governi dei Paesi anglosassoni.

La campagna elettorale del 1983 segnò il massimo della tensione tra  De Mita  e  Craxie portò ad una perdita di voti alla Dcdel 6%; cosa che spinse De Mita a proporre la disponibilità immediata della Dc a indicare al Presidente della Repubblica il nome di Craxi per la formazione del governo. Cossiga fu indicato dalla Dc come Presidente del Senato, garantendo in questo modo al Governo Craxi una navigazione protetta. Allo scadere del mandato di Pertini, De Mita, con la proposta di Cossiga, mostrò non solo un’immagine di forza e di prestigio ma anche di affidabilità non solo per i socialisti ma anche per i comunisti. Un’operazione che manifestò tutte le capacità di “manovra politico-parlamentare” del segretario della Dc.

Nei primi quattro anni di presidenza, Cossiga si attenne a una condotta strettamente istituzionale senza molti interventi e comunque sempre rispettosi della prassi costituzionale. Era succeduto a Pertini e il contrasto fu evidente, specie quando la situazione dei Paesi del Patto di Varsavia cominciava a manifestare i segni della disgregazione. La presenza a Roma del Papa polacco,  Giovanni Paolo II, e le sue visite in Polonia, alimentavano la convinzione dei cittadini dei Paesi comunisti che i loro regimi non sarebbero stati in grado di reggere al vento della libertà.

Nelle poche volte che lo incontrai in quei giorni, Cossiga mi manifestò la sua opinione che l’Urss non avrebbe potuto sostenere la spesa della competizione militare con gli Stati Uniti e con la Nato. La decisione della installazione dei missili a corta gittata in Italia e in Europa sarebbe stato un elemento di accelerazione del dissolvimento dell’Urss. Non pochi in occidente e negli stessi circoli diplomatici della Santa Sede avevano una convinzione opposta, ritenendo che il cammino fosse ancora lungo e che si sarebbe dovuto continuare a convivere con il mondo comunista.

Molto interessante è rileggere le cronache della visita di Gorbaciov a Roma dal 29 novembre al 1 dicembre 1989, quando era già caduto il muro di Berlino. L’accoglienza a Gorbaciov veniva espressa con esagerata enfasi per un personaggio in grande declino a Mosca. Anche nei circoli di Governo venivano rilevate opinioni divergenti tra il Presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e l’ambasciatore a Mosca, Sergio Romano.

Queste diverse posizioni rendevano evidente, a giudizio di Cossiga, non solo il ritardo con cui si percepiva la crisi galoppante dell’Unione Sovietica ma anche la mancanza di idee su come cambiare l’assetto istituzionale, dove la presenza del più grande partito comunista fuori dall’Unione Sovietica aveva portato alla stesura del Titolo V della Costituzione, che avrebbe reso sempre più difficile governare nell’incombente era digitale e globale. Per Cossiga la Dc non aveva ancora preso coscienza su cosa e su come cambiare per affrontare il tempo nuovo e, in questa situazione, aveva pensato alla necessità di un gesto forte per indicare al Paese che si era di fronte a un mutamento radicale, chiamando gli italiani a un voto politico nell’immediato. La prima volta che me ne parlò fu subito dopo la visita di Gorbaciov.

Nell’autunno del 1992, raccontai a Cossiga, Presidente emerito, che in quei giorni, quando era già scoppiata la vicenda “Mani pulite”, avevo invitato a casa mia, per un caffè, Mino Martinazzoli, divenuto da pochi giorni Segretario della DC, insieme al Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, al Capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, Domenico Pisani e al mio ex Capo di Gabinetto,  Raffaele Lauro. Poiché Martinazzoli mostrava indifferenza allo scenario che gli veniva disegnato, il generale Pisani gli chiese se per caso avesse capito che di lì a un anno la Dc non sarebbe più esistita. Non fu una mia interpretazione della realtà. Nel 2004, Cossiga, nella prefazione ad un mio libro “Un irregolare nel Palazzo” scrisse “Egli (Scotti) fu, grazie anche alla azione informativa e alla analisi compiuta da Vincenzo Parisi e dai suoi uomini (è ormai venuto il momento di dirlo!) il primo che comprese che stava per scatenarsi la bufera di ‘Mani Pulite’ e che vi era il pericolo che si tentasse, come poi infatti accadde!, un vero e proprio ‘golpe istituzionale per via giudiziaria’ contro la prima Repubblica”.

Torniamo indietro: dopo il Congresso della Dc del 1989, lasciai la vice segreteria del partito per candidarmi a Presidente del gruppo parlamentare alla Camera, succedendo a  Martinazzoli. La situazione politica parlamentare era difficilissima: alla fine di ogni seduta pomeridiana si ascoltavano le “catilinarie” dei radicali e di Oscar Luigi Scalfaro contro le esternazioni di Cossiga. Era molto difficile la posizione del Presidente del Gruppo democristiano, anche perché cresceva l’opposizione al Presidente della Repubblica.

Dopo quella fase iniziale delle esternazioni, la mia repentina nomina a ministro dell’Interno, dopo le dimissioni di  Antonio Gava  colpito da un ictus, mi consentì di seguire molto da vicino quella fase convulsa della politica e della vita di Cossiga.     Ricordo che la mattina del 15 ottobre del 1990 fui svegliato da una telefonata del Presidente della Repubblica che mi informava che, nel pomeriggio, avrebbe firmato il decreto per la mia nomina a ministro dell’Interno e che, l’indomani, ci saremmo incontrati al Quirinale per il giuramento. Da quel momento ero tenuto a riferire sulla situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica, in alcuni casi anche con la presenza dei capi delle tre forze di polizia. Per me erano giornate di particolari tensioni, soprattutto per l’intrecciarsi delle stragi mafiose con il pressante lavoro legislativo, necessario a offrire ai responsabili delle Istituzioni, politici, magistrati, uomini della polizia, dei carabinieri e della Guardia di Finanza, strumenti e organizzazioni (DIA e DNA) adeguate alla guerra alla mafia. Lavoro che venne affrontato con i capi delle forze dell’ordine e dell’allora servizio interno e con i giuristi del Viminale e del Ministero di Grazia e Giustizia, sempre in sintonia con il ministro  Claudio Martelli  e  Giovanni Falcone.

Vorrei però aggiungere una testimonianza sul mio rapporto con Cossiga in tema di legislazione antimafia e della sua legittimità rispetto alla Costituzione. Non è un mistero che sia io che Martelli eravamo attaccati su quasi tutti i numerosi provvedimenti e in modo particolare su tre di questi: l’istituzione della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) e della Dna (Direzione Nazionale Antimafia), il decreto legge 8 giugno 1992, che fu giudicato incostituzionale in Commissione al Senato (prima della uccisione di  Paolo Borsellino) e i provvedimenti contro il condizionamento mafioso delle amministrazioni locali. Come è prassi costituzionale, il Governo può sentire il parere degli uffici del Quirinale su questioni che poi saranno vagliate dal Presidente prima della presentazione al Parlamento del disegno di legge, dopo l’approvazione e prima della promulgazione. Cossiga fu sempre un lettore rigoroso e attento dei provvedimenti e, in alcuni casi, ritenne di esprimere un suo parere con qualche esternazione. Parlando del lavoro legislativo fatto, nella citata prefazione al mio libro, Cossiga scrisse ” Avendo come consiglieri Giovanni Falcone e Vincenzo Parisi, Scotti diede una svolta quasi ai limiti della “legalità formale”, sia sul piano legislativo sia su quello organizzativo, alla lotta alla mafia. Sua l’idea di istituire un centro interforze di “intelligence” e di coordinamento investigativo antimafia”.

Con lui e con l’assenso del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti decidemmo di dar vita a una Conferenza Nazionale Annuale sulla Legalità alla quale invitare tutte le Istituzioni dello Stato a ciò deputate e i Rappresentanti più significativi del pluralismo sociale e religioso, per valutare – tutti insieme – l’andamento e i risultati della lotta alla mafia. Giovanni Paolo II ci concesse un’udienza in Vaticano per esprimere il suo pensiero sulla lotta alla mafia e alla criminalità. La prima e unica sessione fu aperta proprio dal Presidente della Repubblica attento, anche per questo fenomeno, su quali sarebbero potuti essere gli impatti del nuovo contesto internazionale economico e politico, conseguente alla fine dell’Unione Sovietica, sulla corruzione e sulle reti criminali internazionali.

È ancora troppo presto per poter affrontare la lettura della complessa esistenza di Cossiga. Manca da analizzare ancora un folto materiale archivistico tra cui anche alcuni testi segretati e relativi alle vicende ancora controverse. C’è tuttavia una valutazione che comincia ad essere condivisa: che una caratteristica di Cossiga fosse quella di saper cogliere a fondo le evoluzioni delle vicende politiche.

Come ho sottolineato, Cossiga è stato protagonista di uno snodo della vita sociale e politica del contesto europeo e mondiale nel quale le vicende italiane si sono svolte. A differenza del suo maestro Moro non ha lasciato un’ordinata traccia scritta della sua visione e delle sue idee, quasi una bussola per la classe dirigente. Era un uomo politico il cui pensiero va ricostruito attraverso lo scritto ma soprattutto attraverso le sue azioni e i suoi gesti concreti. Per questo vorrei riprendere il filo del suo ragionamento sul declino e sulla sparizione del comunismo e sulle conseguenze sulla vita sociale e politica del Europa e dell’Italia. Abbiamo già ricordato la spiegazione del suo ricorso alle picconate. Non è una novità che fosse un’impaziente e quindi reagisse immediatamente a una mancata risposta. Cossiga intravide, nel caotico precipitare della fine del comunismo, ciò che la classe dirigente avrebbe dovuto fare al cadere dei nodi di una democrazia incompiuta e di un’economia frenata da una quantità di vincoli amministrativi.

La globalizzazione e la società digitale richiedevano una decisione politica rapida ed efficiente, necessaria a sostenere un sistema produttivo e sociale in fase di trasformazione. Nella competitività crescente della globalizzazione, l’efficacia veniva sempre più misurata non solo dalla produttività di una singola unità ma dall’efficienza del sistema complessivo. La stabilità e la rapidità delle decisioni di Governo richiedevano il superamento di un sistema elettorale proporzionale puro e l’attribuzione di un proprio spazio normativo dell’esecutivo, senza dover “violentare” la Costituzione con un continuo ricorso a decreti di urgenza in mancanza dei requisiti.

Di fronte a un sostanziale rifiuto di cambiare la Costituzione, Cossiga mandò un suo Messaggio alle Camere. La maggioranza dei Parlamentari erano stati presi di sorpresa dalla sparizione dei vertici dell’Urss e erano contrari a cambiamenti costituzionali.

Cossiga divenne furibondo, non capiva il perché i deputati non avessero almeno letto e risposto al suo Messaggio. Tra essi, tra l’altro, si trovavano la maggioranza dei suoi vecchi amici di partito che l’avevano eletto. Per Cossiga era troppo tardi: presto gli sarebbero caduti sulla testa i sassi della casa in dissoluzione. I fatti si sono preoccupati di dimostrare che, persa quell’occasione, non si sarebbe più riuscito ad approvare una modifica costituzionale anche quando fosse stata votata in Parlamento. Infatti, succederà che gli stessi Parlamentari che approveranno la modifica, poi, nel voto referendario di conferma, concorreranno a bocciarla.

Quando nella vita politica si perde l’occasione temporale giusta, i percorsi diventano sempre più difficili da portare a compimento, specie quando i disegni politici sono deboli o inesistenti. Qualche anno dopo Cossiga concluderà così la prefazione a un mio libro: <<mi si consenta una notazione personale, io debbo essere grato a Vincenzo Scotti non solo per la sua amicizia e per il suo affetto personale ma per aver compreso e plaudito al mio Messaggio Presidenziale al Parlamento sullo stato delle istituzioni e sulle necessità di una loro riforma. A tutti sono grato. Ma in modo particolare a Vincenzo Scotti che compì non solo un atto di stima e di amicizia nei miei confronti ma un autentico atto di coraggio, dato l’atteggiamento ostile delle gerarchie del suo partito”

Ma Cossiga non si fermò nella sua battaglia, cercando disperatamente una via per mettere in moto un processo effettivo di cambiamento. E rimase attento agli spazi che si potevano presentare. Ci fu un momento importante, dopo la dissoluzione del comunismo, quando – nell’aprile del 1990 – il Governo Andreotti entrò in crisi.   Cossiga, nelle more delle consultazioni al Quirinale, rese evidente la sua convinzione che, sia pure con ritardo, quello fosse il momento di sciogliere le Camere e andare alle elezioni. Un tardo pomeriggio di aprile mi convocò per chiedermi se l’ufficio elettorale della Direzione competente diretto da Menna, figlio del Sindaco di Salerno, fosse in grado di organizzare lo svolgimento delle elezioni politiche prima della fine di luglio, nel caso il Ministro dell’Interno avesse potuto garantire un governo per il brevissimo tempo necessario.

Erano presenti due testimoni: il prefetto Parisi e il prefetto Lauro. Evidentemente avevo bisogno di 24 ore per consultare gli uffici e dargli una precisa e documentata risposta. Mi chiese poi di mantenere la estrema riservatezza e di tornare il più rapidamente possibile. La verifica fu positiva: si potevano fare le elezioni nel mese di luglio. Cossiga non capiva perché il Presidente del Consiglio e i due partiti PSI e Dc, oltre al Pds, fossero nettamente contrari. Anche a me sembrava strano non avviare subito, con un nuovo governo, una stagione di rapide riforme.

Cossiga insisteva sulla sua linea anche quando ormai la situazione politica interna stava degenerando. La rendita di posizione dei cosiddetti partiti democratici diventava non più accettabile. La classe dirigente che pure aveva portato l’Italia a diventare la quinta potenza economica del mondo, mostrava stranamente una visione corta.  Solo se nelle ore conseguenti alla caduta del muro di Berlino ci fosse stata la decisione di una elezione anticipata e la proposta di una assemblea costituente si sarebbe potuto governare il cambiamento.

Cresceva nel Paese l’insofferenza per l’assenza di cambiamento politico che trovava nell’iniziativa referendaria di Mario Segni e nella lotta giudiziaria di “Mani pulite” sempre più consenso verso la distruzione dei partiti storici che avrebbe portato anche alla fine della Prima repubblica.   Di questo pericolo e dello scontro violento con la mafia parlai alla Camera a Commissioni riunite Camera – Senato nell’inizio primavera del 1992.

Nessuno può dire cosa sarebbe potuto succedere se si fosse andato alle elezioni e se si fosse aperta una stagione di riforme di cui parlava Cossiga.

Questo era Francesco Cossiga: era presbite e vedeva lontano!

FRANCESCO MERLONI: UN PROTAGONISTA DELLA RINASCITA


‘RAI Cultura’ è una struttura della RAI che presidia il settore “Cultura”, sia attraverso la realizzazione dei programmi con l’utilizzo di risorse proprie, sia attraverso l’acquisto di prodotti da altri soggetti.

In occasione del 70° Anniversario dalla nascita della nostra Repubblica, nel 2016 RAI Cultura mandò in onda una serie di puntate dal titolo esemplificativo “L’Italia della Repubblica”. La quarta puntata, intitolata “La Rinascita”, aveva come ospite in studio l’ingegnere Francesco Merloni: la scelta dell’industriale marchigiano è la riprova, qualora ce ne fosse stato bisogno, dello spessore della persona.

Francesco Merloni nasce nel 1925 a Fabriano, figlio di Aristide, la cui figura è fondamentale per comprendere la vocazione industriale di una realtà periferica, quale era appunto quella marchigiana. Il binomio Rinascita-Francesco Merloni rappresenta un pezzo di storia di questo nostro Paese, grazie anche all’incontro fortunato con personalità dell’epoca, prima fra tutte quella di Enrico Mattei. Quest’ultimo, con la sua vita avventurosa, con le sue scelte in campo economico anche controcorrente, è notoriamente considerato l’artefice principale dello sviluppo di questo Paese. Nel corso di un intervento sulla figura del fondatore dell’ENI, Francesco Merloni ebbe a fare una confidenza, che a prima vista potrebbe evidenziare una propria debolezza, ma nella realtà nasconde una profonda ammirazione: “In vita mia, Mattei è stata l’unica persona che mi ha dato soggezione”. La stima per il mitico capitano d’industria scomparso tragicamente a Bascapè nell’ottobre 1962 non poteva essere meglio sintetizzata, se si tiene conto del rispetto misto a timore che un personaggio del genere sapeva suscitare, in particolare tra i giovani nati nel Ventennio e desiderosi di farsi strada nel Secondo Dopoguerra. Per comprendere Francesco Merloni è doveroso fare un passo indietro, accennando alla storia del nostro Paese. L’Ingegnere marchigiano è sempre andato fiero di un episodio della sua vita: mi riferisco alla condanna a morte comminatagli dalle Autorità della Repubblica Sociale Italiana, in seguito alla renitenza alla leva militare. Il giovane Francesco ha vagato, fuggiasco, per le colline intorno a Cerreto d’Esi, ultimo Comune della Provincia di Ancona prima del confine con quella di Macerata, avendo eletto a rifugio la casa del parroco di Poggeto di Matelica, don Pacifico Veschi. Come ho avuto modo di ascoltare dalla sua viva voce il 28 maggio 2016, al teatro Casanova di Cerreto d’Esi, ad un Convegno commemorativo sull’amico Bartolo Ciccardini, nei momenti più duri, quando le Autorità andavano a cercarlo, Francesco si nascondeva con Dalmato Seneghini nel campanile della chiesa di Poggeto. I due passavano giornate intere a parlare tra loro, per passare il tempo potevano fare solamente questo. Proprio questi dialoghi, tra un giovane ed un anziano, hanno contribuito in modo significativo a porre le basi per il ritorno alla democrazia.

Tante volte sono venuti a casa nostra a cercarmi e non mi hanno mai trovato, una volta hanno arrestato mia madre, che è stata in carcere per oltre quaranta giorni a Fabriano, dove ha passato lì anche il Natale e il Capodanno del 1943/44. “

Quei momenti tragici appartengono a quella generazione di italiani che, probabilmente proprio a seguito delle privazioni e delle sofferenze della loro esistenza, hanno dato prova, una volta ritrovata la libertà, di una grande voglia di vivere, di fare e di operare, oggi inimmaginabili.

Nonostante l’interessante invito di Enrico Mattei ad andare a lavorare con lui dopo il conseguimento della Laurea in Ingegneria, Francesco Merloni preferì rimanere a Fabriano nell’impresa di famiglia. La sua scelta si è rivelata giusta, anche grazie al consiglio paterno di assumere persone con maggiori conoscenze delle proprie, in modo da poter meglio raggiungere i propri obiettivi aziendali. “Circondati di persone più competenti di te”: in fondo, questo piccolo insegnamento, se accettato e praticato, nasce dall’umiltà propria di persone che hanno raggiunto il successo a prezzo di tanto lavoro e sacrificio: una tale scelta si è rivelata decisiva, sebbene vada collocata agli antipodi di quel tutto e subito, frutto della mentalità corrente, spesso all’origine di tanti fallimenti societari di aziende ritenute solidissime.

Nel 1972 ha inizio per Francesco Merloni, che fino a quel momento era stato consigliere comunale e provinciale nel partito della Democrazia Cristiana, la presenza quasi trentennale al Parlamento della Repubblica. Deputato nella 7°, 8°, 9°, 10° e 13° Legislatura, ha rivestito l’ufficio di Senatore nella 6° e 11° Legislatura. In questo periodo Francesco Merloni viene chiamato a fare il Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo guidato da Giuliano Amato, dal 28 giugno 1992 al 27 aprile 1993, e rimarrà tale anche nel Governo Ciampi, dal 28 aprile 1993 al 9 maggio 1994. Importantissima sarà la legge quadro in materia di lavori pubblici, conosciuta appunto come la legge Merloni dell’11 febbraio 1994 n. 109, emanata in un periodo di grandi difficoltà per le nostre Istituzioni repubblicane, rese fragili dal pesante condizionamento del fenomeno noto come Tangentopoli. In quella fase di transizione, probabilmente la più critica dai tempi della riconquistata democrazia, Francesco Merloni viene considerato l’uomo che sa ridare impulso e credibilità ad un settore delicatissimo, quale quello dei lavori pubblici segnato dagli scandali. Si diffonde la convinzione che la sua figura di industriale proveniente da una regione operosa sarebbe stata un esempio di buon governo. Ecco, io penso che la scelta di Merloni, che trova compimento nell’importante legge che porta il suo nome, rappresenti il migliore riconoscimento alla sua autorevole personalità e alla realtà industriale di provenienza. Lo stesso rapporto di amicizia fra l’industriale marchigiano ed Enrico Mattei era cementato dalla passione per il Bene Comune, al centro dei loro interessi e della loro azione.

Altri tempi, lontanissimi dagli attuali, ma se non ci fossero stati, lo sviluppo economico italiano probabilmente non sarebbe mai decollato.

Il mandato parlamentare di Francesco Merloni ha avuto inizio nel 1972, anno nel quale si è verificato il primo scioglimento anticipato delle Camere, con la Democrazia Cristiana uscita vincitrice dalle elezioni politiche. Il mandato, dopo una partecipazione ministeriale di alto prestigio, è terminato nel 2001, quando l’allora partito di maggioranza relativa ha cessato di esistere, come è testimoniato dall’iscrizione nel gruppo parlamentare dei Popolari e Democratici l’Ulivo. Residente a Roma, Merloni non manca di operare a favore del territorio dove è nato, come quando nel 2006 diventa Presidente del Comitato scientifico che organizza, presso il quattrocentesco Spedale di Santa Maria del Buon Gesù, la Mostra “Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento”, dedicata al celebre pittore nato a Fabriano. Merloni si rese conto che l’iniziativa della mostra – che fra l’altro prevedeva un percorso presso la locale chiesa di san Domenico – incontrava difficoltà di carattere economico, nonostante il successo in Italia e all’estero dell’iniziativa. In particolare, evidenziò l’assenza di agevolazioni fiscali per quanti avessero voluto organizzare una mostra sull’Arte del nostro glorioso Passato. L’autorevole presenza politica lascia un segno anche in tempi recenti, grazie soprattutto alle interviste nel corso delle quali non manca di fare acute osservazioni sui tempestosi terremoti politici che caratterizzano la Democrazia Italiana, come quando fece notare che a Fabriano solamente gli esponenti del Movimento Cinque Stelle si erano scomodati ad andare nelle case a far conoscere la propria vicinanza ai cittadini, i quali li avevano ripagati con un importante successo elettorale.

Un parere ascoltato, quello di Francesco Merloni, non solo per essere ancora oggi una delle persone alle quali dobbiamo il Miracolo Italiano, per il quale avvertiamo una profonda nostalgia, ma anche per la partecipazione diretta alla vita delle nostre Istituzioni, alle quali ha sempre garantito quello spirito di servizio tipico della sua generazione e di coloro che lo hanno preceduto.

 

Massimo Cortese

ALDO MORO TERZIARIO DOMENICANO E COSTRUTTORE DELLA POLITICA: un esempio da seguire oggi

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 17 novembre 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

Capita,a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che,nonostante tutto,fanno parte anche della nostra vita privata. E’ più o meno quanto succede a chi scrive queste brevi note ripercorrendo l’impegno politico di un protagonista sempre attuale della nostra storia politica: Aldo Moro. Ho avuto,giovanissimo, la possibilità di incontrarlo, conoscerlo condividere con lui riflessioni e giudizi e fu lui a guidarmi nei primi passi all’interno della Democrazia Cristiana. Ringrazio la casualità di questo incontro che avvenne per motivi familiari a Bruxelles, che mi ha fornito a me ragazzo la ricchezza del suo insegnamento politico,culturale e soprattutto umano,fondato essenzialmente sull’esempio e ancor oggi la sua elevata statura morale lo rende non sempre facilmente collocabile in un ambito storico tanto diverso da quell’epoca eppure altrettanto bisognoso di Maestri e di esempi.

Complessivamente la sua leadership all’interno del variegato mondo democristiano è durata vent’anni,dal 1959 al momento della sua tragica fine:si trattava tuttavia di un rilievo “etico” di uno spessore “morale” che nulla aveva in comune con il posizionismo della politica tradizionale e conservatrice perchè esprimeva un costruttivo e responsabile impegno per una concezione della politica legata alla “potestas” che egli offriva,interpretando il vissuto della società civile. Era in sostanza, un intellettuale della politica,nel quale l’epifania della parola diveniva elemento di purificazione della stessa politica,da reinterpretare alla luce delle non facili esigenze di una società in costante e rapida trasformazione.

Artefice di una concezione della politica fondata sul confronto,ricercava sempre una feconda solitudine propria del mastro di pensiero che operava per raggiungere una visione comune tra forze politiche anche alternative tra loro per concezione e retaggio storico. Ne nasceva un progetto che si alimentava della sua profonda cultura meridionale,attraverso un ermetica concezione del linguaggio che esprimeva un ascetismo sociale proprio della sua formazione per una duplicità di ragioni. Da un lato vi era l’uomo di fede che,alla vigilia della seconda guerra mondiale nel1939 e prossimo ad assumere la carica di Presidente della FUCI,avverte il bisogno spiritual di entrare nel Terz’Ordine Domenicano assumendo il nome religioso di Frà Gregorio,in onore di Padre Gregorio Inzitari,Direttore della Fraternita di S. Nicola di Bari. Dall’altro vi era l’acuto intellettuale onusto di studi giudici e filosofici improntati alla cultura di S. Tommaso d’Aquino che,osservando la realtà sociale avverte la necessità di un nuovo modo di vivere la ritrovata e sofferta democrazia rappresentativa nel secondo dopoguerra ed in questo l’insegnamento della filosofia politica dell’Aquinate gli sarà fondamentale ed indelebile:Soprattutto resterà il “metodo” politico che Moro mutua da S. Tommaso:esattamente come il Dottore Angelico avvertiva nel medioevo di svolgere un attenta “mediazione”tra i ceti dell’epoca per pervenire alla promozione dell’uomo “gloria Dei”, così Moro trasforma quel “medium” in una attenta mediazione tra i partiti politici del secondo ‘900 portatori in democrazia di interessi sociali,culturali diversi ma non opposti:conquistare alla democrazia tutti attraverso il dialogo! Questo è l’insegnamento domenicano che resta vivo in Aldo Moro per tutta la sua attività politica ed accademica!

In un saggio pubblicato dalla rivista “Studium” di cui fu direttore,nel maggio 1945 a poche settimane e giorni dalla fine della guerra,egli sosteneva l’esigenza della “purezza” come libertà interiore e come indipendenza morale da condizionamenti esterni ed estranei alla coscienza,sottolineando come l’intelligenza non dovesse consumarsi in se stessa perchè era “doveroso” riconoscersi in quanto cristiani oltre e al di là delle divisioni ideologiche,”tutti puri e liberi,disposti solo all’ossequio della verità che è tutto!”(“Studium,n.2,1945):altro fondamentale inegnamento della Scuola del S.Padre Domenico!

Tuttavia già allora era nitido nella sua coscienza un itinerario fondato sulla costante ricerca dell’accordo come presupposto della visione democratica oltre che cristiana,della politica,che comunque non doveva rinunciare alla difesa ed alla proposta delle proprie legittime posizioni. Lo strumento verbale perciò diventa in Moro accorta mediazione fndata sul potere orfico della parola,come capacità di svelarsi dell’uomo,segnato dalla potenzialità creaturale del “dirsi”,del dialogo chè è l’essenza della socialità. Ciò lo rendeva praticamente unico all’interno anche del suo partito al quale si iscrive con notevole sofferenza sostenuto dal mons.Marcello Mimmi,futuro Cardinale Arcivescovo di Napoli,perchè i vecchi popolari antifascisti pugliesi lo vedevano con sospetto giacchè era stato Presidente della FUCI,organizzazione tollerata dal regime fascista.Ma la sua estraneità ad ogni forma di dottrinarismo,persuaso che la coscienza religiosa dovesse vivere nella politica,lo rese capace di unire in breve tempo anche nel suo territorio le forze del lavoro,nel pieno vigore della missione del cristiano nel mondo. In questo senso egli apparteneva alla cultura della mediazione politica,dell’intesa su tutto ciò che non rappresentasse un cedimento alla stanchezza della gestione ordinaria degli eventi e la lunga e sofferta vicenda dell’allargamento delle basi democratiche del nostro paese,ne è l’esempio forse piu’ nitido,per recuperare la società civile al metodo della democrazia ,non solo procedurale ma partecipata ,condizione indispensabile per tutelare e conservare la libertà. In lui proprio in virtù della formazione domenicana risaltò la lettura che del tomismo aveva dato a partire dagli anni ’30 il filosofo francese Emmanuel Mounier(1905/1950)del quale ricordava la lezione della libertà nella condizione “totale”della persona,perchè,dice Mounier:” La libertà è sorgente viva dell’essere e un atto non è propriamente umano se non trasfigura anche i dati più ribelli nella magia di questa spontaneità e la libertà dell’uomo è la libertà della persona che tuttavia è vincolata e limitata dalla nostra situazione concreta e storica”(“Il Personalismo”,ed.AVE 1964,p.97). Ecco nel personalismo di Mounier Moro trova l’humus per la sua proposta e l’attualizzazione del suo retaggio culturale. Per questo motivo agì sempre con gradualità ed attenzione,come fece sin dall’esordio del centrosinistra nella seconda e terza legislatura e quando assunse la carica di Segretario Politico della D.C.nel 1959 mentre le relazioni del partito con gli altri partners politici centristi erano in una situazione di grave deterioramento tanto che non si era riusciti a dar vita stabilmente ad una compagine governativa.

e dopo le dimissioni del governo Fanfani ci fu una breve esperienza del governo Segni,molto precario e sostenuto dall’esterno dal Partito Liberale. Erano anni intensi;sullo scenario internazionale l’avvento alla presidenza USA di Kennedy e al soglio pontificio di S.Giovanni XXIII sembrava rendere possibile il superamento di obsoleti blocchi ideologici oltre la guerra fredda e l’antico blocco delle sinistre era attraversato da non poche tensioni dopo i fatti di Ungheria del 1956. Si trattava di mettere il partito socialista nelle condizioni di cogliere nei rapporti con la D.C. un elemento di quella autonomia socialista che il leader PSI cercava ormai da tempo e l’approdo poteva essere un organica collaborazione di governo assai temuta dai poteri economici forti anche internazionali. L’operazione di superamento dei governi centristi fu piuttosto lunga e durò diversi anni,con un accorta mediazione che esprimeva uno sforzo intelligente di conoscenza dello sviluppo oggettivo della situazione,senza esporre la giovane democrazia italiana ad alcun pericolo salvaguardando il ruolo guida della D.C. come partito ma soprattutto come cultura politica in grado di esprimere maturità e senso dello stato,eredità faticosamente conquistata dall’opera politica di Alcide De Gasperi.,per un mondo cattolico maturo al senso dello stato.

Uno dei motivi per i quali Moro non risukta di particolare attualità è probabilmente la sua estraneità ad ogni forma di alternativa,soprattutto ideologica e tale estraneità era in relazione al timore che essa avrebbe potuto spezzare e frantumare lo schieramento politico del sistema proporzionale,costringendo la d.C. a scegliere un versante o l’altro,mentre per lui doveva restare sempre al centro non del potere ma della strategia politica e in ciò si invera il profondo umanesimo popolare moroteo.. Egli riteneva che la D.C. dovesse restare elemento di riferimento di quei processi che avrebbero dovuto aiutare il nostro paese a non temere per il mantenimento della democrazia,allargando a tutte le forze politiche il consenso allo stato e alla costituzione repubblicana.

Aldo Moro ha vissuto e prodotto strategie politiche in un momento storico in cui la democrazia doveva ancora compiersi e a come far procedere la politica nel momento in cui si trovava. Gli anni ’70 con tutto ciò che hanno rappresentato nel nostro vivere civile indicavano scenari politici nuovi che egli interpretò con duttile linguaggio ma mai indeterminato,formulando una proposta articolata di rinnovamento delle relazioni democratiche.Si muoveva nella prospettiva di una distinzione tra stato e società,non dimenticando però di differenziare la società politica da quella civile,comprendendo in essa sia le istituzioni statali che i partiti politici,considerati strumenti indispensabili di mediazione proprio tra lo stato e la società.

Alla metà degli anni ’70 il pluralismo sociale assume nella prospettiva morotea una maggiore autonomia rispetto al politico perchè si enuclea uno spazio sempre maggiore rendendo più difficile la relazionalità unitaria con la struttura politica;rivaluta in quegli anni l’identità cattolica dell’azione politica,secondo un ottica etica portandosi su un terreno di sostanziale alterità con buona parte degli esponenti del suo stesso partito. Voleva una D.C. non rappresentante egemone di tutta la società,ma attenta all’ascolto alla riflessione sollecitando una concezione di partito “sociale” e non elemento di puro raccordo elettorale,rispettoso viceversa delle diverse esperienze maturale nella società che dovevano essere coordinate e guidate e questo era il ruolo che egli voleva assumesse la D.C.al di la e oltre ogni scontro ideologico. Il clima di quegli anni con una sempre più forte conflittualità aveva reso la D.C. partito primario nell’insediamento all’interno delle istituzioni e bloccato ogni forma di rinnovamento come invece vi era stata negli anni ’40 e ’50,portando ad una concezione “familiare”della cosa pubblica contro la quale proprio la D.C. delle origini aveva fortemente lottato. Lasocietà stava cambiando e la consolidata gestione del potere si doveva superare di fronte all’emergenza delle nuove sfide mentre il potere politico rischiava di schiacciare lo stato di diritto e le nuove identità che inevitabilmente sarebbero emerse di li a poco tempo.

Questo timore per la tenuta della democrazia,resa debole da fattori concomitanti lo espresse compiutamente nel suo ultimo discorso il 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari del suo partito dicendo tra l’altro:”..la nostra flessibilità ha salvato più che il nostro potere,la democrazia italiana”(Scritti e Discorsi,vol.VI,ed.5Lune p.370).La situazione d’emergenza doveva comunque essere superata e ciò che Moro pensava di fare si riferiva alla qualità del realismo politico proprio della sua cultura oltre che della sua personalità. Fu certamente anche uomo di partito,esponente della cultura democratico cristiana che lo portò a difendere l’amico Luigi Gui ingiustamente trascinato nel vortice dello scandalo Lockeed nel 1977,ammonendo da vero maestro una gremita ed attenta aula di Montecitorio:”…Non ci lasceremo processare sulle piazze,non accetteremo che la nostra esperienza politica complessiva sia bollata col marchio di infamia!” Tornava nel suo linguaggio politico il primato della D.C. e anche l’incontro col PCI nella sua visione doveva restare transitorio teso a solidificare le istituzioni democratiche e non un cedimento ideologico,per ripristinare i fondamenti essenziali,quindi costituzionali del sistema politico,richiamando anche i comunisti alle loro responsabilità avendo anche essi contribuito e fortemente alla stesura e all’approvazione della Costituzione Repubblicana(si veda l’art. A:MORO,”Gestiamo il presente,guardiamo al futuro”,in “Il Giorno” 10/12/1976).

Aldo Moro non fu un profeta ma un interprete realista di una fase appunto,la terza,come disse in un celebre discorso a Benevento,della politica italiana,della quale non era ovviamente in grado di indicare la durata,ma che sicuramente restava emergenziale.L’eredità politica e culturale di Aldo Moro è ancora oggi enorme soprattutto nei suoi insegnamenti etici;il suo sacrificio ha segnato la disfatta del terrorismo,della violenza,ma ha contribuito a consolidare le istituzioni democratiche con un fortissimo richiamo ai valori cristiani del vivere civile .

Resta l’insegnamento di come la ragione e il dialogo debbano sempre prevalere sull’odio e sull’egoismo e nel cuore di chi lo ha conosciuto ed amato rimane indelebile la testimonianza di una profondissima fede in Dio arricchita dalla cultura dell’Ordine Domenicano al quale restò sempre legato fino alla fine frequentando insieme al suo amico ing.Galati la fraternita romana di S.Maria sopra Minerva,vivificando quei valori che rendo sempre l’uomo gloria di Dio!

 

Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto E.Mounier

https://www.istitutomounier.it/aldo-moro-terziario-domenicano-e-costruttore-della-politicaun-esempio-da-seguire-oggi/

Ricordo di EMILIO COLOMBO: la politica come impegno sociale.

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 11 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

 

“Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…”

Con queste parole il presidente Emilio Colombo del quale ricorre il centenario della nascita,ricordava gli inizi della sua attività politica,in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia,uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente,col quale ho avuto amicizia lunga e feconda è per me motivo di commozione e di onore:egli è stato un vero e grande statista,tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia,realizzato la Costituzione repubblicana,promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente grazie a oltre 21 mila voti,ma il suo retroterra e la sua formazione sociale sono piu remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico,addirittura adolescente,negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo stato ormai stabilmente dominato dal fascismo,ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi:il fascismo voleva il pieno controllo soprattutto della formazione dei giovani,per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso. E’ in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo,una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo ormai da anni in esili all’estero pressochè sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento,un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo.l’Azione Cattolica che proprio grazie al Concordato del ’29 aveva diciamo una certa autonomia,pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica anche se non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo nel 1931 si vide costretto a pubblicare una lettera documento,”Non abbiamo bisogno”,con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli,detto dalle iniziali,Papà Pericoli,una figura mitica in quel periodo il primo vero formatore di giovani in anni così difficili. Ma l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica,nella quale aveva iniziato a militare;durante un incontro di formazione,intorno agli anni 1935/36 incontra il Presidente della GIAC,il prof.Luigi Gedda(1902/2000)che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo,studioso e riservato,ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. Negli anni quaranta,precisamente nel 1942 Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici. Ma arrivano gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari,ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza.Proprio sul finire della guerra,già trasferitosi a Roma,viene nominato insieme ad Agostino Maltarello,segretario della GIAC,carica che Gedda crea appositamente per loro e che non c’era fino ad allora negli statuti dell’organizzazione e il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita.Ma l’incontro diciamo del “risveglio”politico era avvenuto qualche anno prima:nell’estate del 1943 in quell’anno cosi drammatico,a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si era riunito dal 18 al 24 luglio in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra.L’incontro a cavallo tra il primo bombrdamento di Roma e il crollo del fascismo,fu sollecitato da mons.Giovanni Battista Montini,oggi S.Paolo VI e dal domenicano padre Mariano Cordovani nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli” detto allora “Per una comunità cristiana”.Un documento formidabilmente moderno il quale insieme alla scelta che l’anno dopo PioXII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi,spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo,egli mi ripeteva spesso che proprio il codice di Camaldoli,le intuizioni in esso contenute avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso.Il documento “Per una comunita cristiana”venne redatto dal giovane prof.Sergio Paronetto,che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945,ma l’impatto fu dirompente.Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”,già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali,ma uno contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”.Questo sara il leit motiv che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana,alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari:il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2(“…lo stato riconosce..”)prima l’uomo coi suoi diritti poi lo stato espressione della tutela di essi. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino,nel quale non si parlava MAI di cittadini ma di sudditi! Inevitabile quindi l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42 riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa,C”Per l’Italia e per l’Europa”,Colombo ripercorrendola a mo’di conversazione con l’amico Arrigo Levi,ricordava la sua vita politica,soffermandosi su alcuni aspetti importanti collegati fra oro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico e proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi,al quale come spesso ricordava..”…Ho dato sempre del Lei,come anche a Togliatti”.La figura e il prestigio di De Gasperi son l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo:l’dea delle coalizioni,la politica come mediazione,l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo,la sua Basilicata che egli ha restituito all’Italia e ne ha condotto lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo.La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta in poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a ricordarne alcune parti,per me molto significative.L’inizio degli anni ’50,il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la Riforma Agraria,si sente anche in Basilicata.Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera,vergogna d’Italia”evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita.Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra,Colombo giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura,promosse la cosiddetta “legge dei sassi”,che erano antichi monasteri pressochè caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni.Grazie a quella legge,ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria,delle finanze,ma soprattutto lungamente del tesoro, dove egli,giurista,seppe individuare attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli una politica accorta di stabilizzazione economica,dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica.Presidente del consiglio dal 1970 al ’72,biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria,volle promuovere la nascita dell’università della Calabria e Lucania,non trascurando mai la sua vocazione europeista riportando dietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota,e diventando sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo.Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati inizio anni ’80 e inizio dei ’90,varando gli accordi Colombo/Genscher,con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale.Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale,non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà,giustizia e libertà per tutti perchè al centro vi è sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013:credo l’impegno oggi a superare relativismo e individualismo,oltre ogni contrattualismo perchè l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto;ma credo che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito,tra i pochissimi ad esserlo,del premio Carlo Magno e del premio Monnet,oltre a ricevere il laticlavio a vita negli ultimi anni,e reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per molti anni,significhi adoperarci affinchè una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e al superamento di ogni divisione di sesso,razza,religione per una società non fondata su sovranismi,populismi e ideologie,ma sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

prof.Giulio Alfano – Cattedra Filosofia Politica Pontificia Università Lateranense e Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Ricordando GIULIO ANDREOTTI: la politica a servizio della persona

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 2 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

La politica ha valore se ancorata a qualcosa di superiore;essa è anche prassi anche vita quotidiana,risposta alle esigenze dell’immediato senza dubbio,ma qualcosa di diverso per trasmetterlo soprattutto ai giovani,per far si che ci siano dei punti di riferimento!”.
Con queste parole Il presidente Giulio Andreotti il 25 ottobre 2004 ricordava cosa fosse la politica e cosa soprattutto fosse stata per lui,per i giovani degli anni della seconda guerra mondiale,aprendo un convegno dal titolo “De Gasperi,ritratto di uno statista” in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino,suo grande maestro che tanto fortemente aveva influito sulla sua formazione e sulle sue scelte giovanili.
In quel periodo il mondo giovanile “tout court” viveva la grande stagione della formazione sociale nella FUCI,la federazione universitaria cattolici italiani fondata proprio a Roma nel 1894 da don Romolo Murri(1870/1944),discusso animatore anche della prima Democrazia Cristiana, fermata dalla enciclica “Graves de communi” ndi Leone XIII b nel 1901,ma erano anche gli anni del fervore della GIAC il ramo giovanile dell’Azione Cattolica rivitalizzato proprio per formare i giovani da Pio XI e affidata alla guida del prof.Luigi Gedda(1902/2000). Andreotti giovane della Roma storica delle antiche strade del centro storico in quel decennio vive una formazione culturale,religiosa e morale all’interno di quel vivace mondo cattolico,che però faceva i conti con un regime politico sempre più distante ed a volte avverso alla vita cattolica e quindi dobbiamo collocare le sue scelte e le sue caratteristiche in quello specifico periodo. In questo senso la formazione politica morale,ma direi anche religiosa che Andreotti ha ricevuto non può essere disgiunta dal clima storico vissuto dai giovani di quella ormai a noi lontana generazione, che era caratterizzato da una pesante limitazione dell’espressione personale,ma anche da un fervore irrorato da rinnovati studi e direi da innovativi approcci alla dottrina cattolica iniziando dagli anni trenta,segnati da radicalismo ontologico sempre maggiore.
Certo dobbiamo ricordare che su quel mondo giovanile esercitava un forte fascino e un profondo ascendente l’intensita editoriale e filosofica francese,importata in Italia da mons.Giovanni Battista Montini (!1896/1978),il personalismo di Jacques Maritain ma soprattutto di Emmanuel Mounier,che offri a quella generazione un apertura di vedute culturali senza precedenti. Per questo ho concentrato il mio intervento non gia sull’apostolato politico della lunga carriera dello statista Andreotti,ma sugli anni quarata,quando matura proprio nella FUCI la sua coscienza civile di cattolico impegnato nella da poco rinata Democrazia Cristiana della quale fu uno dei maggiori esponenti per mezzo secolo.

Giulio Andreotti nasce a Roma sotto il pontificato di Benedetto XV,il pontefice dell’”Appello contro l’inutile strage” durante gli anni critici del primo conflitto mondiale e da questo appello il presidente americano Wilson avrebbe l’anno successivo pres spunto per la proposta dei famosi “14 punti” per radicare meglio le democrazie una volta fosse finita la guerra. Ecco, proprio nell’anno in cui nasce Andreotti il mondo attolico si sveglia fortemente e viene fondato il Partito Popolare di don Luigi Sturzo(1871/1959),,dopo appena 4 giorni dalla sua venuta al mondo,nell’hotel S. Chiara non distante dalla suaabitazione. La felice congiunzione degli eventi lo fa nascere da famiglia di origine ciociara,di Segni,,ma in una via del centro storico di Roma,via dei Prefetti,culmine del vecchio rione Parione adiacente a Montecitorio,luogo che il futuro statista democristiano avrebbe a lungo frequentato!
Quel rione pieno di tradizioni del cattolicesimo romano minuto e devoto,sarebbe rimasto sempre nel suo cuore,tanto che per anni il suo ufficio fu in piazza Montecitorio,di fianco quasi aalla via della sua nascita. Papa Francesco che ha voluto dedicare un sinodo proprio ai giovani,ai quali rivolge sovente la sua pastorale attenzione,,che:” La gioia della verita esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra,non abita e non condivide con tutti la luce di DIO”(Veritatis Gaudium”,1)
Ecco allora che anche quei giovani di tanti anni fa,la gioia la trovarono nella formazione cattolica di base,nelle parrocchie,nei circoli giovanili,anche nelle stesse omelie che i parroci svolgevano in quegli anni tanto difficili,dai loro pulpiti,per ricordare che l’uomo è essenzialmente “creatura di Dio”,persona,quindi immagine del Creatore. Vi era un forte bisogno di ermeneutica evangelica S che fece loro capire gli inganni immani dei totalitarismi e li aprisse alla vita,alla bellezza della fede vera autenticamente vissuta e testimoniata,in un atmosfera spirituale di ricerca e di certezza,per tornare alla ragione fondamentale del vero credere e la filosofia personalista fece irruzione in quel tornante drammatico degli anni trenta,nella formazione di una generazione destinata a reggere per decenni i destini dell’Italia,protagonista della rinascita europea!
U ltimo di tre figli,una sorella muore a soli 18 anni,la madre Rosa Falasca,donna di solidi principi e di amorevole fermezza,scomparsa nel 1976,vedova di Filippo,maestro elementare,morto quando il piccolo Giulio aveva appena due anni,tornato gravemente malato dalla grande guerra e come il presidente poi avrebbe spesso confidato,lui e suo fratello Francesco,futuro comandante della polizia urbana della capitale,avevano il terrore di morire a 33 anni perché a quella età erano morti il padre e il nonno!
Negli anni del liceo,prima frequentato al Visconti poi al Tasso, direi che egli sperimenta la liberta,una forma un po anomala di liberta anzi una liberta di privilegio vedendo che i figli del Duce alunni di quel liceo facevano un po come pareva loro data la posizione dell’importante genitore!. Quindi ancora la parola magica proibita in quel periodo “liberta”un tema quello della liberta che lui frequenterà spesso nei suoi tantissimi discorsi,ma soprattutto negli anni della militanza giovanile,tema che sara anche la chiave divolta della sua definitiva scelta politica in favore di un partito che nel simbolo aveva proprio la parola “libertas”. Confidera molti anni dopo lo stesso Andreotti in un intervista:”.. Non ero affatto bravo,ero pteparato aquato bastva per non essere bocciato,ma niente di più e devo confessare che non mi piaceva affatto studiare!”. Sembra un paradosso in un uomo non solo politico,ma fine intellettuale,che avrebbe fatto della scrittura nei suoi tanti e sempre arricchenti libri,lo strumento specifico del suo lavoro. Voglio, a margine,ricordare che egli è stato l’uomo politico italiano che ha lasciato in eredita la maggiore quantita di libri articoli,saggi,con uno stile arguto e facondo,oltre ad un immenso archivio assai minuzioso di oltre 3000 titoli affidati alle cure dell’Istituto Sturzo. Ma quello studente cosi particolare che viveva nella Roma dei vicoli,che quasi non aveva conosciuto il padre,si impegnava comunque in una sempre piu profonda interiorita spirituale che ne avrebbe fortificato il carattere e gli avrebbe fonferito uno spirito religioso e uno spessore etico che lo avrebbero accompagnato tutta la vita,soprattutto nei momenti piu delicati e difficili,pubblici e privati.
Ecco questa era la vera liberta che il giovane Giulio andava costruendo in se,la liberta interiore che rende veramente uomini,attraverso un etica fondata su fortissimi principi morali e sempre piu comprendendo che la fede religiosa è sì un dono,ma anche qualcosa di più che ci arricchisce e ci completa,come ammonisce Jean Racine nel suo capolavoro “Athale2, “Di un cuore che ti ama Dio mio nessuno turba la pace!” e la pae interiore di Andreotti non sara turbata neanche negli anni del lungo processo di cui fu vittima!.
Nel 1937 si iscrive all’universita,facolta di Giurisprudenza e si impiega,esempio moderno di studente lavoratore ed anche quando cambiera quartiere e casa le modeste entrate di mamma Rosa che da pensionata reversibile doveva mantenere due giovanotti,non gli permetteranno di essere esclusivamente uno studente;Si impiega all’ufficio imposte,sezione tasse sui celibi,e nel 1941 consegue il diploma di laurea. Sono gli anni cruciali della sua formazione e del suo slancio in un apostolato che da associativo diverra ben presto politico,sotto la guida di mons.Montini che educa i giovani della FUCI,della quale Giulio diverra presidente succedendo ad Aldo Moro. Con lo statista pugliese il rapporto è molto stretto pur nella diversita del carattere :diversi ma complementari. In quel periodo dovendo adempiere agli obblighi militari Andreotti era rimasto tre giorni presso l’ospedale militare del Celio,dove lo avevano riconosciuto inabile al servizio militare,prevedendogli addirittura solo sei mesi di vita. Anni dopo confidera che una volta divenuto ministro provo a rintracciare l’ufficiale medico che gli aveva fatto una cosi drastica previsione,ma purtroppo seppe che era morto nel dopoguerra.
Collabora e poi dirige il periodico “Azione Fucia”,organo della FUCI e si forma anche giornalisticamente pur preferendo dedicarsi a scrivere articoli di critica inematografica,quel cinema verso il quale provera sempre grande interesse e per salvare il quale scrisse nel dopoguerra la legge in favore delle produzioni italiane.
Proprio nel 1941 Pio XII istitui l’ufficio della segreteria militare,col compito di mantenere i contatti coi giovani dispersi sui vari fronti e Andreotti si occupo dei contatti coi giovani militari della FUCI;
La laurea arriva appunto il 10 novembre 1941,mentre era reggente della presidenza nazionale FUCI,essendo Moro richiamato militare La tesi riguardava “Il fine delle pene ecclesiastiche e la personalita del delinquente nel diritto della Chiesa”,con la votazione di 110 su110 e relatore il prof.Pio Ciprotti. Va ricordato che in quel periodo tra ragazzi e ragazze nella FUCI ci si dava del leinon per distanza ma per rispetto;in quelle occasioni di incontro si formeranno grandi solidarieta e profonde amicizie,anche tra esponenti che poi sarebbero stati su sponde politiche opposte,basti pensare ai rapporti che Andreotti inizio a stringere con figure come Franco Rodano e Adriano Ossicini,del mondo comunista.
Quei giovani ovunque politicamente collocati sembra anticipassero quanto ci esorta oggi a fare papa Francesco:”Nella formazione di una cultura cristianamente ispirata,si deve scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo una trama di relazioni in cui è proprio di ogni essere vivente tendere ad una vera spiritualita della solidarieta globale che sgorga dal mistero della trinita”(Veritatis Gaudium”,49)
Parole odierne che applichiamo all’origine di una formazione che con determinazione giunse all’emergenza della creaturalita irripertibile della persona umana,come poi quei giovani seppero dimostrare di riconoscere nel partecipare alla redazione del testo della Costituzione Repubblicana. Il valore della persona passa e della politica al servizio della persona,passa attraverso l’apprendistato che Andreotti vive dopo l’incontro con De Gasperi e nei primi omenti dell’adesione al partito della Democrazia Cristiana.
Sotto la guida di Igino Righetti e del giovane assistente Montini in quegli anni la FUCI svolge un intenso lavoro formativo e culturale;lo scopo principale è proprio quello di sviluppare all’interno del mondo cattolico una seria corrente intellettuale capace di dare allo stesso una nuova incisività ed un nuovo slancio. Per questo l’invito costante ai fucini da parte di Montini era di approfiondire la “dottrina cattolica. Scrivera infatti in quegli anni il futuro Paolo VI:”Noi dobbiamo cercare libri,maestri,idee,metodi per rendere a noui accessibile e possibile lo studio e l’affermazione di questa superiore dottrina!”(G.B.Montini,”Logica di un attività”in “Azione Fucina”4/XII/1932)
Negli anni del fascismo nelle associazioni cattoliche irrompe infatti il pensiero personalista maritainiano che lascia traccia quasi esclusivamente nei movimenti intellettuali giovanili in particolar modo nella FUCI,mancando negli altri rami dell’Azione Cattolica una riflessione in termini culturali sull’impegno di testimoniare il cristianesimo a livello sociale con un progetto politico.
Qui risiede secondo me,la palingenesi che il giovane Andreotti subisce a cavallo tra l’inizio e la metà degli anni quaranta,soprattutto perché nell’estate del 1943 la redazione di quello che impropriamente o piu genericamente viene definito “Codice di Camaldoli”,mentre la definizione del documento redatto dal giovane e purtroppo assai prematuramente scomparso Sergio Paronetto,si chiamava “Per una comunità cristiana”.sconvolge gli orizzonti dei giovani cattolici impegnati nel mondo associativo.
Ecco il concetto di “comunità”è il centro della riflessione di quei giovani chiamati a raccolta dal mondo cattolico a Camaldoli dal 18 al 24 luglio 1943.
Il Regime fascista già da tempo vacillante è sul punto di crollare,ci si interroga,dopo vent’anni di dittatura cesariana,quale stato sarebbero stati chiamati a realizzare i cattolici una volta fosse finita la guerra. Quei giovani come Andreotti,La Pira,Taviani,Colombo, neanche sapevano chi fosse Sturzo e tantomeno De Gasperi ridotto all’anonimato nella Biblioteca vaticana.e l’incontro col futuro statista trentino ebbe contorni quasi comici perche recandosi in biblioteca vaticana e sentendosi chiedere perché volesse fare una tesi sulla marina pontificia, Andreotti rispose stizzito a quell’allampanato signore di mezza età ignorando che quell’incontro casuale sarebbe stata come egli amava ripetere “una scintilla” che gli avrebbe aperto un mondo nuovo,incontrandolo poco tempo dopo in una riunione semiclandestina in casa di Giuseppe Spataro in via Cola di Rienzo.
Ma cosa è una Comunità e in cosa differisce da una società? Lo ribadirà molti anni dopo lo stesso Andreotti ricordando che “Ogni momento della politica si deve aggiornare alle novità,ai contesti di carattere interno ed esterno” (G.Andreotti,”De Gasperi,ritratto di uno statista”,Rizzoli,Milano.1976,p.28) questo possiamo vederlo nella rivoluzione che il messaggio personalista produce nel cuore e nella cultura di quei giovani nella calda estate del ’43.
Essere “comunità”significa riconoscersi come uguali nell’alterità mentre essere solo “societa” vuol dire essere semplicemente “individui casuali”,che stanno assieme per un fine ma non riconoscendosi reciprocamente,per questo il liberalismo politico è una dottrina e la democrazia un ideale.
Cosa significa riconoscersi? Vedere nell’altro il volto di Cristo,la creatura persona il soggetto vivente da rispettare ma anche fonte di arricchimento perché vi è il supremo tribunale ontologico. Il giovane Andreotti soprattutto nella maturazione acquisita durante la permanenza in FUCi fino alla presidenza,comincia a disporre di una griglia analitica che gli consente di rilevare le carenze del processo di sviluppo che aveva condotto alla tragedia della guerra ma comprende meglio anche come avessero potuto configurarsi le grandi soluzioni politiche fino ad allora emerse,dall’individualismo al socialismo liberale,alle soluzioni totalitarie,ma capisce ancher che se l’operare esterno allora imperante si svolgeva secondo tali costanti,esse originavano la struttura della convivenza civile,le sue componenti strutturali che implicavano ambiti popolari ad esse in qualche modo corrispondenti,quelle che uil Codice di Camaldoli definisce “Democrazia della partecipazione”. La lezione montiniana prima e l’incontro di Camaldoli poi gli fanno comprendere che in quanto “persona”-ciascuno è dotato di capacità potenziali ad essere autore del proprio agire e del proprio operare e il realizzare tali capacità è per ciascuno una necessità un dovere,del proprio “essere uomo”;in questo nasce il nucleo di quella “democrazia della partecipazione”che sarà il centro del contributo che i cattolici daranno alla stesura della carta costituzionale,perché essa è la realizzazione di tali capacità da parte di ciascuno nell’insieme delle persone,ovvero nella realtà popolare. La differenza era in quei giovani cresciuti nell’epoca fascista si configurava anche in alternativa al regime liberale precedente al fascismo stesso,che era fondata sulla “democrazia del consenso”,finalizzata alla gestione del potere politico nella libertà comune,mentre quella della partecipazione è finalizzata alla gestione dell’autorità personale e la prima è funzione della seconda ed entrambe sono funzionali al processo di sviluppo e perfezionamento comune o storico di ciascuno e di tutti insieme. Di fronte a quel crinale di fine dittatura vi era l’eredità della rivoluzione francese i risultati carenti della quale era da riferirsi al prevalere della democrazia diretta su quella del consenso ,mentre vi erano anche quelli tragici della rivoluzione russa,al prevalere improprio del partito come struttura portante della democrazia del consenso su quella partecipativa. Non è certo trasferendo dall’individuo ad una struttura pubblica il compito di interpretrare la realtà e di guidare il divenire storico che si possono superare le car3enze dell’individualismo ed il fallimento dell’idealismo,non nascondendo le carenze dell’interpretazione empirista.
Nel passaggio dalla militanza in FUCI all’esperienza politica si matura in Andreotti l’idea che tutti gli uomini devono essere chiamati a diventare protagonisti dello sviluppo storico alla pienezza,da crearsi quotidianamente con impegno totale e costante,realizzando una pienezza storica sistematica della democrazia della partecipazione,come canale popolare che consente a ciascuno di autogestire,in quanto persona umana,l’aspetto pubblico della vita non solo quello familiare e personale,perché contribuendo ciascuno a costruire lo sviluppo nella libertà comune,si contribuisce a costruire la pace nel mondo in modo fattivo e questo Andreotti lo terrà ben presente anche in momenti non facili nella lunga responsabilità che ebbe come ministro degli esteri tanti anni dopo. La verità è il modo corretto che ogni persona ha di rapportarsi si con la realtà attraverso l’amore,mentre l’amore è il modo corretto di ogni persona di rapportarsi con la realtà mediante la volontà. In questo il passaggio dalla vita in FUCI a quella politica nella D.C avviene non solo grazie all’incontro con De Gasperi,certamente fondamentale,ma proprio attraverso la partecipazione agli ideali innovativi del Codice camaldolese,perchè elabora che la vita umana implica una pluralità di azioni ed operazioni nell’universo cosmico,nell’unità familiare,nella convivenza civile e nella comunione ecclesioale,necessitando di un minimo di interventi e di un massimo di orizzonti. Quell’incontro di Camaldoli e l’elaborazione del relativo Codice al quale Andreotti partecipa evince che la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle “virtu”,che hanno,come ricordava S.Tommaso d’Aquinio al magistero del quale il codice spesso attinge, degli attributi positivi e negativi:tra i primi vanno ricordati l’INTELLIGENZA,che favorisce la libera conoscenza;la PERIZIA che abilita l’uomo a distingueretra bene er male e la ARETE’ che rende l’uomo immune da sentimenti deteriori che conducono alla corruzione morale.
Ma sono i secondi attributi negativi che in politica concorrono alla decadenza deller istituzioni e minano la libertà,ovveero la FRETTA,che fa agire secondo emotività;la PASSIONE,che fa comportare secondo desideri improvvisi e la VANITA’ che rende assoluti i desideri egoistici e ipostatizza i comportamenti.
In quel passaggio alla vita politica Andreotti comprende che in politica è la ragione che rende effiicace una progettualità e solida una vera democrazia,altrimenti si scadrebbe nel moralismo e in questo egli darà prova di vero statista! La volontarietà,che implica sempre l’assenza dell’ignoranza,manifesta come non abbia fondamento la cosiddetta “opzione fondamentale”,perché attribuisce valore soltanto a cio che è deciso,mentre c’è già un implicito indirizzo al bene morale attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni attraverso la volontà.
Il personalismo mounieriano che mons.Montini ora Santo,infonde nella formazione di quella generazione di giovani dei quali Andreotti sarà con Moro uno dei maggiori esponenti,scopre e valorizza l’uomo come soggetto e attraverso questa intuizione egli figlio e fedele dell’eredità della Roma antica e papalina,scopre la laicità del suo impegno in politica,riscoprendo l’esperienza riattualizzata di Giuseppe Toniolo,poi la lezione del giusnaturalismo e infine giungendo alla scuiola di De Gasperi che gli insegna il “metodo democratico”,per evitare di identificare il mezzo da usare,ovvero il partito politico,con il fine da raggiungere,ossia la promozione dell’uomo. Per questo quando l’influsso personalista arrivo alle giovani generazioni che si accingevano a redigere le costituzioni politiche degli stati europei nel secondo dopoguerra,fui chiaro l’impegno di radicare il ruolo dei parlamenti in una tradizione sociale che configurasse una “comunità politica”,perché lo stato democratico non crea diritti ma li riconosce,giacche essi sono espressione proprio di una comunità politica formata da persone;in questo senso la democrazia nuova che emerge nel secondo dopoguerra a cui Andreotti offre un contributo fondamentale e fondante,delinea l’architettura di uno stato “limitato”,ovvero quello che in politica si è soliti definire “abilitante”,che incoraggia ma soprattutto promuove tutte quelle forme di azione sociale che producono effetti pubblici attraverso la promozione e il radicamento di assetti istituzionali che facilitano lo sviluppo dei corpi intermedi della società,come poi infatti vennero definiti dall’articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana.
In questa fase del suo impegno Andreotti contribuisce con una presenza che sara costante e continua,ad un attività legislativa per recuperare saldare e superare la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo,senza cedere alle suggestioni di quella collettivistica,evitando che ogni libertà fosse isolata dalle altre. Quel progetto lo animerà sempre collegando intimamente ogni liberta ma non limitandosi a riconoscerle bensi ad unirle all’insegna dell’eminente dignità dell’uomo creatura di Dio. Soprattutto verso la famiglia l’impegno dello statista romano sarà continuativo;nel passsaggio di formazione daklla FUCI alla DC il volano era stato proprio questo leitmotiv: Lo stato non crea la famiglia ma la riconosce come società naturale ;non ha alcuna ideologia da insegnare nella scuola,ma assicura con le sue strutture scolastiche il diritto alla scuola e nel contempo la libertà di insegnamento;non protegge alcuna religione di stato,ma riconosce libertà religiosa ed organizzazione è pubblica di culto a tutte le religioni;riconosce infine la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica senza però che il proprietario o l’imprenditore siano sottratti all’adempimento inderogabile dei doveri di solidarietà politica ed economica. In definitiva l’influsso della formazione giovanile fara comprendere ad Andreotti il superamento completo di quell’individualismo posto al centro della societa politica dai principi della rivoluzione francese. L’uomo non considerato individuo,che per uscire dall’anarchia conferisce tutti i poteri allo stato,salvo un generale controllo democratico parlamentare perché l’uomo è persona ma anche individuo che costruisce la sua personalita in rapporto alla solidarieta nella societa in cui vive (la famiglia,la comunita di lavoro, la comunita economica,a comunita religiosa). Tutte le società che preesistono allo stato e rispetto alle quali esso è soltanto uno strumento di servizio. In questa intuizione si configura l’apprendimento in quegli anni da parte di Andreotti della dottrina dello stato democratico e si forma sempre di piu il grande statista che abbiamo conosciuto nel lungo servizio allo stato. Il passaggIO alla politica dalla FUCI alla DC significa per Andreotti te cose essenzialmente:
1)Confermare i principi di liberta politica e civile contemperandoli coi diritti dell’uomo persona;
2)superare l’identificazione del diritto con lo stato che aveva condotto allo stato etico e che era stato identificato con l’assoluto ma anche reagire ad un concetto di stato agnostico che poteva portare alla formazione di maggioranze estranee ad ogni regola morale;
3) costruire uno stato ne etico ne agnostico ma tuttavia portatore di valori non astrattamente imposti da una ideologia,ma dalla coscienza popolare espressa nella comunita in cui si articola la vita della societa civile e che assume come propri fini il diritto al lavoro,all’istruzione,alla salute.
Quella espressione “lo stato riconosce…” contenuta nell’articolo 2 della nostra Costituzione che in filosofia politica si definisce “suiddita”,ovvero la centralita del soggetto persona,non piu lo stato che accetta o che addirittura concede,ma uno stato che si ferma di fronte al riconoscimento della consistenza ontologica dell’uomo e lo spirito di mediazione che lo statista Andreotti avrebbe dimostrato nei decenni successivi era erede di quel breve ma intenso periodo degli anni quaranta,mettendo sempre al primo posto non gli interessi personali o il trionfo elettorale,ma la promozione dell’uomo:la politica come servizio!

Prof. Giulio ALFANO (Pontificia Università Lateranense)

https://www.istitutomounier.it/ricordando-giulio-andreotti-la-politica-a-servizio-della-persona/

 

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