...verso il

Partito Popolare Europeo

MAURIZIO EUFEMI

è stato eletto al Senato  nella XIV^ e XV^ legislatura

già Segretario della Presidenza del Senato

nella XVa Legislatura

ritratti politici

FRANCESCO MERLONI: UN PROTAGONISTA DELLA RINASCITA
ALDO MORO TERZIARIO DOMENICANO E COSTRUTTORE DELLA POLITICA: un esempio da seguire oggi

EMILIO COLOMBO: la politica come impegno sociale.

GIULIO ANDREOTTI: la politica a servizio della persona

FRANCESCO MERLONI: UN PROTAGONISTA DELLA RINASCITA


‘RAI Cultura’ è una struttura della RAI che presidia il settore “Cultura”, sia attraverso la realizzazione dei programmi con l’utilizzo di risorse proprie, sia attraverso l’acquisto di prodotti da altri soggetti.

In occasione del 70° Anniversario dalla nascita della nostra Repubblica, nel 2016 RAI Cultura mandò in onda una serie di puntate dal titolo esemplificativo “L’Italia della Repubblica”. La quarta puntata, intitolata “La Rinascita”, aveva come ospite in studio l’ingegnere Francesco Merloni: la scelta dell’industriale marchigiano è la riprova, qualora ce ne fosse stato bisogno, dello spessore della persona.

Francesco Merloni nasce nel 1925 a Fabriano, figlio di Aristide, la cui figura è fondamentale per comprendere la vocazione industriale di una realtà periferica, quale era appunto quella marchigiana. Il binomio Rinascita-Francesco Merloni rappresenta un pezzo di storia di questo nostro Paese, grazie anche all’incontro fortunato con personalità dell’epoca, prima fra tutte quella di Enrico Mattei. Quest’ultimo, con la sua vita avventurosa, con le sue scelte in campo economico anche controcorrente, è notoriamente considerato l’artefice principale dello sviluppo di questo Paese. Nel corso di un intervento sulla figura del fondatore dell’ENI, Francesco Merloni ebbe a fare una confidenza, che a prima vista potrebbe evidenziare una propria debolezza, ma nella realtà nasconde una profonda ammirazione: “In vita mia, Mattei è stata l’unica persona che mi ha dato soggezione”. La stima per il mitico capitano d’industria scomparso tragicamente a Bascapè nell’ottobre 1962 non poteva essere meglio sintetizzata, se si tiene conto del rispetto misto a timore che un personaggio del genere sapeva suscitare, in particolare tra i giovani nati nel Ventennio e desiderosi di farsi strada nel Secondo Dopoguerra. Per comprendere Francesco Merloni è doveroso fare un passo indietro, accennando alla storia del nostro Paese. L’Ingegnere marchigiano è sempre andato fiero di un episodio della sua vita: mi riferisco alla condanna a morte comminatagli dalle Autorità della Repubblica Sociale Italiana, in seguito alla renitenza alla leva militare. Il giovane Francesco ha vagato, fuggiasco, per le colline intorno a Cerreto d’Esi, ultimo Comune della Provincia di Ancona prima del confine con quella di Macerata, avendo eletto a rifugio la casa del parroco di Poggeto di Matelica, don Pacifico Veschi. Come ho avuto modo di ascoltare dalla sua viva voce il 28 maggio 2016, al teatro Casanova di Cerreto d’Esi, ad un Convegno commemorativo sull’amico Bartolo Ciccardini, nei momenti più duri, quando le Autorità andavano a cercarlo, Francesco si nascondeva con Dalmato Seneghini nel campanile della chiesa di Poggeto. I due passavano giornate intere a parlare tra loro, per passare il tempo potevano fare solamente questo. Proprio questi dialoghi, tra un giovane ed un anziano, hanno contribuito in modo significativo a porre le basi per il ritorno alla democrazia.

Tante volte sono venuti a casa nostra a cercarmi e non mi hanno mai trovato, una volta hanno arrestato mia madre, che è stata in carcere per oltre quaranta giorni a Fabriano, dove ha passato lì anche il Natale e il Capodanno del 1943/44. “

Quei momenti tragici appartengono a quella generazione di italiani che, probabilmente proprio a seguito delle privazioni e delle sofferenze della loro esistenza, hanno dato prova, una volta ritrovata la libertà, di una grande voglia di vivere, di fare e di operare, oggi inimmaginabili.

Nonostante l’interessante invito di Enrico Mattei ad andare a lavorare con lui dopo il conseguimento della Laurea in Ingegneria, Francesco Merloni preferì rimanere a Fabriano nell’impresa di famiglia. La sua scelta si è rivelata giusta, anche grazie al consiglio paterno di assumere persone con maggiori conoscenze delle proprie, in modo da poter meglio raggiungere i propri obiettivi aziendali. “Circondati di persone più competenti di te”: in fondo, questo piccolo insegnamento, se accettato e praticato, nasce dall’umiltà propria di persone che hanno raggiunto il successo a prezzo di tanto lavoro e sacrificio: una tale scelta si è rivelata decisiva, sebbene vada collocata agli antipodi di quel tutto e subito, frutto della mentalità corrente, spesso all’origine di tanti fallimenti societari di aziende ritenute solidissime.

Nel 1972 ha inizio per Francesco Merloni, che fino a quel momento era stato consigliere comunale e provinciale nel partito della Democrazia Cristiana, la presenza quasi trentennale al Parlamento della Repubblica. Deputato nella 7°, 8°, 9°, 10° e 13° Legislatura, ha rivestito l’ufficio di Senatore nella 6° e 11° Legislatura. In questo periodo Francesco Merloni viene chiamato a fare il Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo guidato da Giuliano Amato, dal 28 giugno 1992 al 27 aprile 1993, e rimarrà tale anche nel Governo Ciampi, dal 28 aprile 1993 al 9 maggio 1994. Importantissima sarà la legge quadro in materia di lavori pubblici, conosciuta appunto come la legge Merloni dell’11 febbraio 1994 n. 109, emanata in un periodo di grandi difficoltà per le nostre Istituzioni repubblicane, rese fragili dal pesante condizionamento del fenomeno noto come Tangentopoli. In quella fase di transizione, probabilmente la più critica dai tempi della riconquistata democrazia, Francesco Merloni viene considerato l’uomo che sa ridare impulso e credibilità ad un settore delicatissimo, quale quello dei lavori pubblici segnato dagli scandali. Si diffonde la convinzione che la sua figura di industriale proveniente da una regione operosa sarebbe stata un esempio di buon governo. Ecco, io penso che la scelta di Merloni, che trova compimento nell’importante legge che porta il suo nome, rappresenti il migliore riconoscimento alla sua autorevole personalità e alla realtà industriale di provenienza. Lo stesso rapporto di amicizia fra l’industriale marchigiano ed Enrico Mattei era cementato dalla passione per il Bene Comune, al centro dei loro interessi e della loro azione.

Altri tempi, lontanissimi dagli attuali, ma se non ci fossero stati, lo sviluppo economico italiano probabilmente non sarebbe mai decollato.

Il mandato parlamentare di Francesco Merloni ha avuto inizio nel 1972, anno nel quale si è verificato il primo scioglimento anticipato delle Camere, con la Democrazia Cristiana uscita vincitrice dalle elezioni politiche. Il mandato, dopo una partecipazione ministeriale di alto prestigio, è terminato nel 2001, quando l’allora partito di maggioranza relativa ha cessato di esistere, come è testimoniato dall’iscrizione nel gruppo parlamentare dei Popolari e Democratici l’Ulivo. Residente a Roma, Merloni non manca di operare a favore del territorio dove è nato, come quando nel 2006 diventa Presidente del Comitato scientifico che organizza, presso il quattrocentesco Spedale di Santa Maria del Buon Gesù, la Mostra “Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento”, dedicata al celebre pittore nato a Fabriano. Merloni si rese conto che l’iniziativa della mostra – che fra l’altro prevedeva un percorso presso la locale chiesa di san Domenico – incontrava difficoltà di carattere economico, nonostante il successo in Italia e all’estero dell’iniziativa. In particolare, evidenziò l’assenza di agevolazioni fiscali per quanti avessero voluto organizzare una mostra sull’Arte del nostro glorioso Passato. L’autorevole presenza politica lascia un segno anche in tempi recenti, grazie soprattutto alle interviste nel corso delle quali non manca di fare acute osservazioni sui tempestosi terremoti politici che caratterizzano la Democrazia Italiana, come quando fece notare che a Fabriano solamente gli esponenti del Movimento Cinque Stelle si erano scomodati ad andare nelle case a far conoscere la propria vicinanza ai cittadini, i quali li avevano ripagati con un importante successo elettorale.

Un parere ascoltato, quello di Francesco Merloni, non solo per essere ancora oggi una delle persone alle quali dobbiamo il Miracolo Italiano, per il quale avvertiamo una profonda nostalgia, ma anche per la partecipazione diretta alla vita delle nostre Istituzioni, alle quali ha sempre garantito quello spirito di servizio tipico della sua generazione e di coloro che lo hanno preceduto.

 

Massimo Cortese

ALDO MORO TERZIARIO DOMENICANO E COSTRUTTORE DELLA POLITICA: un esempio da seguire oggi

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 17 novembre 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

Capita,a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che,nonostante tutto,fanno parte anche della nostra vita privata. E’ più o meno quanto succede a chi scrive queste brevi note ripercorrendo l’impegno politico di un protagonista sempre attuale della nostra storia politica: Aldo Moro. Ho avuto,giovanissimo, la possibilità di incontrarlo, conoscerlo condividere con lui riflessioni e giudizi e fu lui a guidarmi nei primi passi all’interno della Democrazia Cristiana. Ringrazio la casualità di questo incontro che avvenne per motivi familiari a Bruxelles, che mi ha fornito a me ragazzo la ricchezza del suo insegnamento politico,culturale e soprattutto umano,fondato essenzialmente sull’esempio e ancor oggi la sua elevata statura morale lo rende non sempre facilmente collocabile in un ambito storico tanto diverso da quell’epoca eppure altrettanto bisognoso di Maestri e di esempi.

Complessivamente la sua leadership all’interno del variegato mondo democristiano è durata vent’anni,dal 1959 al momento della sua tragica fine:si trattava tuttavia di un rilievo “etico” di uno spessore “morale” che nulla aveva in comune con il posizionismo della politica tradizionale e conservatrice perchè esprimeva un costruttivo e responsabile impegno per una concezione della politica legata alla “potestas” che egli offriva,interpretando il vissuto della società civile. Era in sostanza, un intellettuale della politica,nel quale l’epifania della parola diveniva elemento di purificazione della stessa politica,da reinterpretare alla luce delle non facili esigenze di una società in costante e rapida trasformazione.

Artefice di una concezione della politica fondata sul confronto,ricercava sempre una feconda solitudine propria del mastro di pensiero che operava per raggiungere una visione comune tra forze politiche anche alternative tra loro per concezione e retaggio storico. Ne nasceva un progetto che si alimentava della sua profonda cultura meridionale,attraverso un ermetica concezione del linguaggio che esprimeva un ascetismo sociale proprio della sua formazione per una duplicità di ragioni. Da un lato vi era l’uomo di fede che,alla vigilia della seconda guerra mondiale nel1939 e prossimo ad assumere la carica di Presidente della FUCI,avverte il bisogno spiritual di entrare nel Terz’Ordine Domenicano assumendo il nome religioso di Frà Gregorio,in onore di Padre Gregorio Inzitari,Direttore della Fraternita di S. Nicola di Bari. Dall’altro vi era l’acuto intellettuale onusto di studi giudici e filosofici improntati alla cultura di S. Tommaso d’Aquino che,osservando la realtà sociale avverte la necessità di un nuovo modo di vivere la ritrovata e sofferta democrazia rappresentativa nel secondo dopoguerra ed in questo l’insegnamento della filosofia politica dell’Aquinate gli sarà fondamentale ed indelebile:Soprattutto resterà il “metodo” politico che Moro mutua da S. Tommaso:esattamente come il Dottore Angelico avvertiva nel medioevo di svolgere un attenta “mediazione”tra i ceti dell’epoca per pervenire alla promozione dell’uomo “gloria Dei”, così Moro trasforma quel “medium” in una attenta mediazione tra i partiti politici del secondo ‘900 portatori in democrazia di interessi sociali,culturali diversi ma non opposti:conquistare alla democrazia tutti attraverso il dialogo! Questo è l’insegnamento domenicano che resta vivo in Aldo Moro per tutta la sua attività politica ed accademica!

In un saggio pubblicato dalla rivista “Studium” di cui fu direttore,nel maggio 1945 a poche settimane e giorni dalla fine della guerra,egli sosteneva l’esigenza della “purezza” come libertà interiore e come indipendenza morale da condizionamenti esterni ed estranei alla coscienza,sottolineando come l’intelligenza non dovesse consumarsi in se stessa perchè era “doveroso” riconoscersi in quanto cristiani oltre e al di là delle divisioni ideologiche,”tutti puri e liberi,disposti solo all’ossequio della verità che è tutto!”(“Studium,n.2,1945):altro fondamentale inegnamento della Scuola del S.Padre Domenico!

Tuttavia già allora era nitido nella sua coscienza un itinerario fondato sulla costante ricerca dell’accordo come presupposto della visione democratica oltre che cristiana,della politica,che comunque non doveva rinunciare alla difesa ed alla proposta delle proprie legittime posizioni. Lo strumento verbale perciò diventa in Moro accorta mediazione fndata sul potere orfico della parola,come capacità di svelarsi dell’uomo,segnato dalla potenzialità creaturale del “dirsi”,del dialogo chè è l’essenza della socialità. Ciò lo rendeva praticamente unico all’interno anche del suo partito al quale si iscrive con notevole sofferenza sostenuto dal mons.Marcello Mimmi,futuro Cardinale Arcivescovo di Napoli,perchè i vecchi popolari antifascisti pugliesi lo vedevano con sospetto giacchè era stato Presidente della FUCI,organizzazione tollerata dal regime fascista.Ma la sua estraneità ad ogni forma di dottrinarismo,persuaso che la coscienza religiosa dovesse vivere nella politica,lo rese capace di unire in breve tempo anche nel suo territorio le forze del lavoro,nel pieno vigore della missione del cristiano nel mondo. In questo senso egli apparteneva alla cultura della mediazione politica,dell’intesa su tutto ciò che non rappresentasse un cedimento alla stanchezza della gestione ordinaria degli eventi e la lunga e sofferta vicenda dell’allargamento delle basi democratiche del nostro paese,ne è l’esempio forse piu’ nitido,per recuperare la società civile al metodo della democrazia ,non solo procedurale ma partecipata ,condizione indispensabile per tutelare e conservare la libertà. In lui proprio in virtù della formazione domenicana risaltò la lettura che del tomismo aveva dato a partire dagli anni ’30 il filosofo francese Emmanuel Mounier(1905/1950)del quale ricordava la lezione della libertà nella condizione “totale”della persona,perchè,dice Mounier:” La libertà è sorgente viva dell’essere e un atto non è propriamente umano se non trasfigura anche i dati più ribelli nella magia di questa spontaneità e la libertà dell’uomo è la libertà della persona che tuttavia è vincolata e limitata dalla nostra situazione concreta e storica”(“Il Personalismo”,ed.AVE 1964,p.97). Ecco nel personalismo di Mounier Moro trova l’humus per la sua proposta e l’attualizzazione del suo retaggio culturale. Per questo motivo agì sempre con gradualità ed attenzione,come fece sin dall’esordio del centrosinistra nella seconda e terza legislatura e quando assunse la carica di Segretario Politico della D.C.nel 1959 mentre le relazioni del partito con gli altri partners politici centristi erano in una situazione di grave deterioramento tanto che non si era riusciti a dar vita stabilmente ad una compagine governativa.

e dopo le dimissioni del governo Fanfani ci fu una breve esperienza del governo Segni,molto precario e sostenuto dall’esterno dal Partito Liberale. Erano anni intensi;sullo scenario internazionale l’avvento alla presidenza USA di Kennedy e al soglio pontificio di S.Giovanni XXIII sembrava rendere possibile il superamento di obsoleti blocchi ideologici oltre la guerra fredda e l’antico blocco delle sinistre era attraversato da non poche tensioni dopo i fatti di Ungheria del 1956. Si trattava di mettere il partito socialista nelle condizioni di cogliere nei rapporti con la D.C. un elemento di quella autonomia socialista che il leader PSI cercava ormai da tempo e l’approdo poteva essere un organica collaborazione di governo assai temuta dai poteri economici forti anche internazionali. L’operazione di superamento dei governi centristi fu piuttosto lunga e durò diversi anni,con un accorta mediazione che esprimeva uno sforzo intelligente di conoscenza dello sviluppo oggettivo della situazione,senza esporre la giovane democrazia italiana ad alcun pericolo salvaguardando il ruolo guida della D.C. come partito ma soprattutto come cultura politica in grado di esprimere maturità e senso dello stato,eredità faticosamente conquistata dall’opera politica di Alcide De Gasperi.,per un mondo cattolico maturo al senso dello stato.

Uno dei motivi per i quali Moro non risukta di particolare attualità è probabilmente la sua estraneità ad ogni forma di alternativa,soprattutto ideologica e tale estraneità era in relazione al timore che essa avrebbe potuto spezzare e frantumare lo schieramento politico del sistema proporzionale,costringendo la d.C. a scegliere un versante o l’altro,mentre per lui doveva restare sempre al centro non del potere ma della strategia politica e in ciò si invera il profondo umanesimo popolare moroteo.. Egli riteneva che la D.C. dovesse restare elemento di riferimento di quei processi che avrebbero dovuto aiutare il nostro paese a non temere per il mantenimento della democrazia,allargando a tutte le forze politiche il consenso allo stato e alla costituzione repubblicana.

Aldo Moro ha vissuto e prodotto strategie politiche in un momento storico in cui la democrazia doveva ancora compiersi e a come far procedere la politica nel momento in cui si trovava. Gli anni ’70 con tutto ciò che hanno rappresentato nel nostro vivere civile indicavano scenari politici nuovi che egli interpretò con duttile linguaggio ma mai indeterminato,formulando una proposta articolata di rinnovamento delle relazioni democratiche.Si muoveva nella prospettiva di una distinzione tra stato e società,non dimenticando però di differenziare la società politica da quella civile,comprendendo in essa sia le istituzioni statali che i partiti politici,considerati strumenti indispensabili di mediazione proprio tra lo stato e la società.

Alla metà degli anni ’70 il pluralismo sociale assume nella prospettiva morotea una maggiore autonomia rispetto al politico perchè si enuclea uno spazio sempre maggiore rendendo più difficile la relazionalità unitaria con la struttura politica;rivaluta in quegli anni l’identità cattolica dell’azione politica,secondo un ottica etica portandosi su un terreno di sostanziale alterità con buona parte degli esponenti del suo stesso partito. Voleva una D.C. non rappresentante egemone di tutta la società,ma attenta all’ascolto alla riflessione sollecitando una concezione di partito “sociale” e non elemento di puro raccordo elettorale,rispettoso viceversa delle diverse esperienze maturale nella società che dovevano essere coordinate e guidate e questo era il ruolo che egli voleva assumesse la D.C.al di la e oltre ogni scontro ideologico. Il clima di quegli anni con una sempre più forte conflittualità aveva reso la D.C. partito primario nell’insediamento all’interno delle istituzioni e bloccato ogni forma di rinnovamento come invece vi era stata negli anni ’40 e ’50,portando ad una concezione “familiare”della cosa pubblica contro la quale proprio la D.C. delle origini aveva fortemente lottato. Lasocietà stava cambiando e la consolidata gestione del potere si doveva superare di fronte all’emergenza delle nuove sfide mentre il potere politico rischiava di schiacciare lo stato di diritto e le nuove identità che inevitabilmente sarebbero emerse di li a poco tempo.

Questo timore per la tenuta della democrazia,resa debole da fattori concomitanti lo espresse compiutamente nel suo ultimo discorso il 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari del suo partito dicendo tra l’altro:”..la nostra flessibilità ha salvato più che il nostro potere,la democrazia italiana”(Scritti e Discorsi,vol.VI,ed.5Lune p.370).La situazione d’emergenza doveva comunque essere superata e ciò che Moro pensava di fare si riferiva alla qualità del realismo politico proprio della sua cultura oltre che della sua personalità. Fu certamente anche uomo di partito,esponente della cultura democratico cristiana che lo portò a difendere l’amico Luigi Gui ingiustamente trascinato nel vortice dello scandalo Lockeed nel 1977,ammonendo da vero maestro una gremita ed attenta aula di Montecitorio:”…Non ci lasceremo processare sulle piazze,non accetteremo che la nostra esperienza politica complessiva sia bollata col marchio di infamia!” Tornava nel suo linguaggio politico il primato della D.C. e anche l’incontro col PCI nella sua visione doveva restare transitorio teso a solidificare le istituzioni democratiche e non un cedimento ideologico,per ripristinare i fondamenti essenziali,quindi costituzionali del sistema politico,richiamando anche i comunisti alle loro responsabilità avendo anche essi contribuito e fortemente alla stesura e all’approvazione della Costituzione Repubblicana(si veda l’art. A:MORO,”Gestiamo il presente,guardiamo al futuro”,in “Il Giorno” 10/12/1976).

Aldo Moro non fu un profeta ma un interprete realista di una fase appunto,la terza,come disse in un celebre discorso a Benevento,della politica italiana,della quale non era ovviamente in grado di indicare la durata,ma che sicuramente restava emergenziale.L’eredità politica e culturale di Aldo Moro è ancora oggi enorme soprattutto nei suoi insegnamenti etici;il suo sacrificio ha segnato la disfatta del terrorismo,della violenza,ma ha contribuito a consolidare le istituzioni democratiche con un fortissimo richiamo ai valori cristiani del vivere civile .

Resta l’insegnamento di come la ragione e il dialogo debbano sempre prevalere sull’odio e sull’egoismo e nel cuore di chi lo ha conosciuto ed amato rimane indelebile la testimonianza di una profondissima fede in Dio arricchita dalla cultura dell’Ordine Domenicano al quale restò sempre legato fino alla fine frequentando insieme al suo amico ing.Galati la fraternita romana di S.Maria sopra Minerva,vivificando quei valori che rendo sempre l’uomo gloria di Dio!

 

Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto E.Mounier

https://www.istitutomounier.it/aldo-moro-terziario-domenicano-e-costruttore-della-politicaun-esempio-da-seguire-oggi/

Ricordo di EMILIO COLOMBO: la politica come impegno sociale.

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 11 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

 

“Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…”

Con queste parole il presidente Emilio Colombo del quale ricorre il centenario della nascita,ricordava gli inizi della sua attività politica,in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia,uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente,col quale ho avuto amicizia lunga e feconda è per me motivo di commozione e di onore:egli è stato un vero e grande statista,tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia,realizzato la Costituzione repubblicana,promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente grazie a oltre 21 mila voti,ma il suo retroterra e la sua formazione sociale sono piu remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico,addirittura adolescente,negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo stato ormai stabilmente dominato dal fascismo,ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi:il fascismo voleva il pieno controllo soprattutto della formazione dei giovani,per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso. E’ in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo,una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo ormai da anni in esili all’estero pressochè sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento,un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo.l’Azione Cattolica che proprio grazie al Concordato del ’29 aveva diciamo una certa autonomia,pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica anche se non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo nel 1931 si vide costretto a pubblicare una lettera documento,”Non abbiamo bisogno”,con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli,detto dalle iniziali,Papà Pericoli,una figura mitica in quel periodo il primo vero formatore di giovani in anni così difficili. Ma l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica,nella quale aveva iniziato a militare;durante un incontro di formazione,intorno agli anni 1935/36 incontra il Presidente della GIAC,il prof.Luigi Gedda(1902/2000)che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo,studioso e riservato,ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. Negli anni quaranta,precisamente nel 1942 Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici. Ma arrivano gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari,ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza.Proprio sul finire della guerra,già trasferitosi a Roma,viene nominato insieme ad Agostino Maltarello,segretario della GIAC,carica che Gedda crea appositamente per loro e che non c’era fino ad allora negli statuti dell’organizzazione e il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita.Ma l’incontro diciamo del “risveglio”politico era avvenuto qualche anno prima:nell’estate del 1943 in quell’anno cosi drammatico,a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si era riunito dal 18 al 24 luglio in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra.L’incontro a cavallo tra il primo bombrdamento di Roma e il crollo del fascismo,fu sollecitato da mons.Giovanni Battista Montini,oggi S.Paolo VI e dal domenicano padre Mariano Cordovani nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli” detto allora “Per una comunità cristiana”.Un documento formidabilmente moderno il quale insieme alla scelta che l’anno dopo PioXII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi,spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo,egli mi ripeteva spesso che proprio il codice di Camaldoli,le intuizioni in esso contenute avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso.Il documento “Per una comunita cristiana”venne redatto dal giovane prof.Sergio Paronetto,che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945,ma l’impatto fu dirompente.Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”,già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali,ma uno contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”.Questo sara il leit motiv che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana,alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari:il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2(“…lo stato riconosce..”)prima l’uomo coi suoi diritti poi lo stato espressione della tutela di essi. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino,nel quale non si parlava MAI di cittadini ma di sudditi! Inevitabile quindi l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42 riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa,C”Per l’Italia e per l’Europa”,Colombo ripercorrendola a mo’di conversazione con l’amico Arrigo Levi,ricordava la sua vita politica,soffermandosi su alcuni aspetti importanti collegati fra oro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico e proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi,al quale come spesso ricordava..”…Ho dato sempre del Lei,come anche a Togliatti”.La figura e il prestigio di De Gasperi son l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo:l’dea delle coalizioni,la politica come mediazione,l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo,la sua Basilicata che egli ha restituito all’Italia e ne ha condotto lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo.La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta in poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a ricordarne alcune parti,per me molto significative.L’inizio degli anni ’50,il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la Riforma Agraria,si sente anche in Basilicata.Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera,vergogna d’Italia”evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita.Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra,Colombo giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura,promosse la cosiddetta “legge dei sassi”,che erano antichi monasteri pressochè caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni.Grazie a quella legge,ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria,delle finanze,ma soprattutto lungamente del tesoro, dove egli,giurista,seppe individuare attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli una politica accorta di stabilizzazione economica,dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica.Presidente del consiglio dal 1970 al ’72,biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria,volle promuovere la nascita dell’università della Calabria e Lucania,non trascurando mai la sua vocazione europeista riportando dietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota,e diventando sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo.Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati inizio anni ’80 e inizio dei ’90,varando gli accordi Colombo/Genscher,con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale.Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale,non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà,giustizia e libertà per tutti perchè al centro vi è sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013:credo l’impegno oggi a superare relativismo e individualismo,oltre ogni contrattualismo perchè l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto;ma credo che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito,tra i pochissimi ad esserlo,del premio Carlo Magno e del premio Monnet,oltre a ricevere il laticlavio a vita negli ultimi anni,e reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per molti anni,significhi adoperarci affinchè una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e al superamento di ogni divisione di sesso,razza,religione per una società non fondata su sovranismi,populismi e ideologie,ma sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

prof.Giulio Alfano – Cattedra Filosofia Politica Pontificia Università Lateranense e Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Ricordando GIULIO ANDREOTTI: la politica a servizio della persona

articolo di Giulio Alfano pubblicato il 2 aprile 2020 sul sito dell'Istituto Emmanuel Mounier - www.istitutomounier.it

 

La politica ha valore se ancorata a qualcosa di superiore;essa è anche prassi anche vita quotidiana,risposta alle esigenze dell’immediato senza dubbio,ma qualcosa di diverso per trasmetterlo soprattutto ai giovani,per far si che ci siano dei punti di riferimento!”.
Con queste parole Il presidente Giulio Andreotti il 25 ottobre 2004 ricordava cosa fosse la politica e cosa soprattutto fosse stata per lui,per i giovani degli anni della seconda guerra mondiale,aprendo un convegno dal titolo “De Gasperi,ritratto di uno statista” in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino,suo grande maestro che tanto fortemente aveva influito sulla sua formazione e sulle sue scelte giovanili.
In quel periodo il mondo giovanile “tout court” viveva la grande stagione della formazione sociale nella FUCI,la federazione universitaria cattolici italiani fondata proprio a Roma nel 1894 da don Romolo Murri(1870/1944),discusso animatore anche della prima Democrazia Cristiana, fermata dalla enciclica “Graves de communi” ndi Leone XIII b nel 1901,ma erano anche gli anni del fervore della GIAC il ramo giovanile dell’Azione Cattolica rivitalizzato proprio per formare i giovani da Pio XI e affidata alla guida del prof.Luigi Gedda(1902/2000). Andreotti giovane della Roma storica delle antiche strade del centro storico in quel decennio vive una formazione culturale,religiosa e morale all’interno di quel vivace mondo cattolico,che però faceva i conti con un regime politico sempre più distante ed a volte avverso alla vita cattolica e quindi dobbiamo collocare le sue scelte e le sue caratteristiche in quello specifico periodo. In questo senso la formazione politica morale,ma direi anche religiosa che Andreotti ha ricevuto non può essere disgiunta dal clima storico vissuto dai giovani di quella ormai a noi lontana generazione, che era caratterizzato da una pesante limitazione dell’espressione personale,ma anche da un fervore irrorato da rinnovati studi e direi da innovativi approcci alla dottrina cattolica iniziando dagli anni trenta,segnati da radicalismo ontologico sempre maggiore.
Certo dobbiamo ricordare che su quel mondo giovanile esercitava un forte fascino e un profondo ascendente l’intensita editoriale e filosofica francese,importata in Italia da mons.Giovanni Battista Montini (!1896/1978),il personalismo di Jacques Maritain ma soprattutto di Emmanuel Mounier,che offri a quella generazione un apertura di vedute culturali senza precedenti. Per questo ho concentrato il mio intervento non gia sull’apostolato politico della lunga carriera dello statista Andreotti,ma sugli anni quarata,quando matura proprio nella FUCI la sua coscienza civile di cattolico impegnato nella da poco rinata Democrazia Cristiana della quale fu uno dei maggiori esponenti per mezzo secolo.

Giulio Andreotti nasce a Roma sotto il pontificato di Benedetto XV,il pontefice dell’”Appello contro l’inutile strage” durante gli anni critici del primo conflitto mondiale e da questo appello il presidente americano Wilson avrebbe l’anno successivo pres spunto per la proposta dei famosi “14 punti” per radicare meglio le democrazie una volta fosse finita la guerra. Ecco, proprio nell’anno in cui nasce Andreotti il mondo attolico si sveglia fortemente e viene fondato il Partito Popolare di don Luigi Sturzo(1871/1959),,dopo appena 4 giorni dalla sua venuta al mondo,nell’hotel S. Chiara non distante dalla suaabitazione. La felice congiunzione degli eventi lo fa nascere da famiglia di origine ciociara,di Segni,,ma in una via del centro storico di Roma,via dei Prefetti,culmine del vecchio rione Parione adiacente a Montecitorio,luogo che il futuro statista democristiano avrebbe a lungo frequentato!
Quel rione pieno di tradizioni del cattolicesimo romano minuto e devoto,sarebbe rimasto sempre nel suo cuore,tanto che per anni il suo ufficio fu in piazza Montecitorio,di fianco quasi aalla via della sua nascita. Papa Francesco che ha voluto dedicare un sinodo proprio ai giovani,ai quali rivolge sovente la sua pastorale attenzione,,che:” La gioia della verita esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra,non abita e non condivide con tutti la luce di DIO”(Veritatis Gaudium”,1)
Ecco allora che anche quei giovani di tanti anni fa,la gioia la trovarono nella formazione cattolica di base,nelle parrocchie,nei circoli giovanili,anche nelle stesse omelie che i parroci svolgevano in quegli anni tanto difficili,dai loro pulpiti,per ricordare che l’uomo è essenzialmente “creatura di Dio”,persona,quindi immagine del Creatore. Vi era un forte bisogno di ermeneutica evangelica S che fece loro capire gli inganni immani dei totalitarismi e li aprisse alla vita,alla bellezza della fede vera autenticamente vissuta e testimoniata,in un atmosfera spirituale di ricerca e di certezza,per tornare alla ragione fondamentale del vero credere e la filosofia personalista fece irruzione in quel tornante drammatico degli anni trenta,nella formazione di una generazione destinata a reggere per decenni i destini dell’Italia,protagonista della rinascita europea!
U ltimo di tre figli,una sorella muore a soli 18 anni,la madre Rosa Falasca,donna di solidi principi e di amorevole fermezza,scomparsa nel 1976,vedova di Filippo,maestro elementare,morto quando il piccolo Giulio aveva appena due anni,tornato gravemente malato dalla grande guerra e come il presidente poi avrebbe spesso confidato,lui e suo fratello Francesco,futuro comandante della polizia urbana della capitale,avevano il terrore di morire a 33 anni perché a quella età erano morti il padre e il nonno!
Negli anni del liceo,prima frequentato al Visconti poi al Tasso, direi che egli sperimenta la liberta,una forma un po anomala di liberta anzi una liberta di privilegio vedendo che i figli del Duce alunni di quel liceo facevano un po come pareva loro data la posizione dell’importante genitore!. Quindi ancora la parola magica proibita in quel periodo “liberta”un tema quello della liberta che lui frequenterà spesso nei suoi tantissimi discorsi,ma soprattutto negli anni della militanza giovanile,tema che sara anche la chiave divolta della sua definitiva scelta politica in favore di un partito che nel simbolo aveva proprio la parola “libertas”. Confidera molti anni dopo lo stesso Andreotti in un intervista:”.. Non ero affatto bravo,ero pteparato aquato bastva per non essere bocciato,ma niente di più e devo confessare che non mi piaceva affatto studiare!”. Sembra un paradosso in un uomo non solo politico,ma fine intellettuale,che avrebbe fatto della scrittura nei suoi tanti e sempre arricchenti libri,lo strumento specifico del suo lavoro. Voglio, a margine,ricordare che egli è stato l’uomo politico italiano che ha lasciato in eredita la maggiore quantita di libri articoli,saggi,con uno stile arguto e facondo,oltre ad un immenso archivio assai minuzioso di oltre 3000 titoli affidati alle cure dell’Istituto Sturzo. Ma quello studente cosi particolare che viveva nella Roma dei vicoli,che quasi non aveva conosciuto il padre,si impegnava comunque in una sempre piu profonda interiorita spirituale che ne avrebbe fortificato il carattere e gli avrebbe fonferito uno spirito religioso e uno spessore etico che lo avrebbero accompagnato tutta la vita,soprattutto nei momenti piu delicati e difficili,pubblici e privati.
Ecco questa era la vera liberta che il giovane Giulio andava costruendo in se,la liberta interiore che rende veramente uomini,attraverso un etica fondata su fortissimi principi morali e sempre piu comprendendo che la fede religiosa è sì un dono,ma anche qualcosa di più che ci arricchisce e ci completa,come ammonisce Jean Racine nel suo capolavoro “Athale2, “Di un cuore che ti ama Dio mio nessuno turba la pace!” e la pae interiore di Andreotti non sara turbata neanche negli anni del lungo processo di cui fu vittima!.
Nel 1937 si iscrive all’universita,facolta di Giurisprudenza e si impiega,esempio moderno di studente lavoratore ed anche quando cambiera quartiere e casa le modeste entrate di mamma Rosa che da pensionata reversibile doveva mantenere due giovanotti,non gli permetteranno di essere esclusivamente uno studente;Si impiega all’ufficio imposte,sezione tasse sui celibi,e nel 1941 consegue il diploma di laurea. Sono gli anni cruciali della sua formazione e del suo slancio in un apostolato che da associativo diverra ben presto politico,sotto la guida di mons.Montini che educa i giovani della FUCI,della quale Giulio diverra presidente succedendo ad Aldo Moro. Con lo statista pugliese il rapporto è molto stretto pur nella diversita del carattere :diversi ma complementari. In quel periodo dovendo adempiere agli obblighi militari Andreotti era rimasto tre giorni presso l’ospedale militare del Celio,dove lo avevano riconosciuto inabile al servizio militare,prevedendogli addirittura solo sei mesi di vita. Anni dopo confidera che una volta divenuto ministro provo a rintracciare l’ufficiale medico che gli aveva fatto una cosi drastica previsione,ma purtroppo seppe che era morto nel dopoguerra.
Collabora e poi dirige il periodico “Azione Fucia”,organo della FUCI e si forma anche giornalisticamente pur preferendo dedicarsi a scrivere articoli di critica inematografica,quel cinema verso il quale provera sempre grande interesse e per salvare il quale scrisse nel dopoguerra la legge in favore delle produzioni italiane.
Proprio nel 1941 Pio XII istitui l’ufficio della segreteria militare,col compito di mantenere i contatti coi giovani dispersi sui vari fronti e Andreotti si occupo dei contatti coi giovani militari della FUCI;
La laurea arriva appunto il 10 novembre 1941,mentre era reggente della presidenza nazionale FUCI,essendo Moro richiamato militare La tesi riguardava “Il fine delle pene ecclesiastiche e la personalita del delinquente nel diritto della Chiesa”,con la votazione di 110 su110 e relatore il prof.Pio Ciprotti. Va ricordato che in quel periodo tra ragazzi e ragazze nella FUCI ci si dava del leinon per distanza ma per rispetto;in quelle occasioni di incontro si formeranno grandi solidarieta e profonde amicizie,anche tra esponenti che poi sarebbero stati su sponde politiche opposte,basti pensare ai rapporti che Andreotti inizio a stringere con figure come Franco Rodano e Adriano Ossicini,del mondo comunista.
Quei giovani ovunque politicamente collocati sembra anticipassero quanto ci esorta oggi a fare papa Francesco:”Nella formazione di una cultura cristianamente ispirata,si deve scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo una trama di relazioni in cui è proprio di ogni essere vivente tendere ad una vera spiritualita della solidarieta globale che sgorga dal mistero della trinita”(Veritatis Gaudium”,49)
Parole odierne che applichiamo all’origine di una formazione che con determinazione giunse all’emergenza della creaturalita irripertibile della persona umana,come poi quei giovani seppero dimostrare di riconoscere nel partecipare alla redazione del testo della Costituzione Repubblicana. Il valore della persona passa e della politica al servizio della persona,passa attraverso l’apprendistato che Andreotti vive dopo l’incontro con De Gasperi e nei primi omenti dell’adesione al partito della Democrazia Cristiana.
Sotto la guida di Igino Righetti e del giovane assistente Montini in quegli anni la FUCI svolge un intenso lavoro formativo e culturale;lo scopo principale è proprio quello di sviluppare all’interno del mondo cattolico una seria corrente intellettuale capace di dare allo stesso una nuova incisività ed un nuovo slancio. Per questo l’invito costante ai fucini da parte di Montini era di approfiondire la “dottrina cattolica. Scrivera infatti in quegli anni il futuro Paolo VI:”Noi dobbiamo cercare libri,maestri,idee,metodi per rendere a noui accessibile e possibile lo studio e l’affermazione di questa superiore dottrina!”(G.B.Montini,”Logica di un attività”in “Azione Fucina”4/XII/1932)
Negli anni del fascismo nelle associazioni cattoliche irrompe infatti il pensiero personalista maritainiano che lascia traccia quasi esclusivamente nei movimenti intellettuali giovanili in particolar modo nella FUCI,mancando negli altri rami dell’Azione Cattolica una riflessione in termini culturali sull’impegno di testimoniare il cristianesimo a livello sociale con un progetto politico.
Qui risiede secondo me,la palingenesi che il giovane Andreotti subisce a cavallo tra l’inizio e la metà degli anni quaranta,soprattutto perché nell’estate del 1943 la redazione di quello che impropriamente o piu genericamente viene definito “Codice di Camaldoli”,mentre la definizione del documento redatto dal giovane e purtroppo assai prematuramente scomparso Sergio Paronetto,si chiamava “Per una comunità cristiana”.sconvolge gli orizzonti dei giovani cattolici impegnati nel mondo associativo.
Ecco il concetto di “comunità”è il centro della riflessione di quei giovani chiamati a raccolta dal mondo cattolico a Camaldoli dal 18 al 24 luglio 1943.
Il Regime fascista già da tempo vacillante è sul punto di crollare,ci si interroga,dopo vent’anni di dittatura cesariana,quale stato sarebbero stati chiamati a realizzare i cattolici una volta fosse finita la guerra. Quei giovani come Andreotti,La Pira,Taviani,Colombo, neanche sapevano chi fosse Sturzo e tantomeno De Gasperi ridotto all’anonimato nella Biblioteca vaticana.e l’incontro col futuro statista trentino ebbe contorni quasi comici perche recandosi in biblioteca vaticana e sentendosi chiedere perché volesse fare una tesi sulla marina pontificia, Andreotti rispose stizzito a quell’allampanato signore di mezza età ignorando che quell’incontro casuale sarebbe stata come egli amava ripetere “una scintilla” che gli avrebbe aperto un mondo nuovo,incontrandolo poco tempo dopo in una riunione semiclandestina in casa di Giuseppe Spataro in via Cola di Rienzo.
Ma cosa è una Comunità e in cosa differisce da una società? Lo ribadirà molti anni dopo lo stesso Andreotti ricordando che “Ogni momento della politica si deve aggiornare alle novità,ai contesti di carattere interno ed esterno” (G.Andreotti,”De Gasperi,ritratto di uno statista”,Rizzoli,Milano.1976,p.28) questo possiamo vederlo nella rivoluzione che il messaggio personalista produce nel cuore e nella cultura di quei giovani nella calda estate del ’43.
Essere “comunità”significa riconoscersi come uguali nell’alterità mentre essere solo “societa” vuol dire essere semplicemente “individui casuali”,che stanno assieme per un fine ma non riconoscendosi reciprocamente,per questo il liberalismo politico è una dottrina e la democrazia un ideale.
Cosa significa riconoscersi? Vedere nell’altro il volto di Cristo,la creatura persona il soggetto vivente da rispettare ma anche fonte di arricchimento perché vi è il supremo tribunale ontologico. Il giovane Andreotti soprattutto nella maturazione acquisita durante la permanenza in FUCi fino alla presidenza,comincia a disporre di una griglia analitica che gli consente di rilevare le carenze del processo di sviluppo che aveva condotto alla tragedia della guerra ma comprende meglio anche come avessero potuto configurarsi le grandi soluzioni politiche fino ad allora emerse,dall’individualismo al socialismo liberale,alle soluzioni totalitarie,ma capisce ancher che se l’operare esterno allora imperante si svolgeva secondo tali costanti,esse originavano la struttura della convivenza civile,le sue componenti strutturali che implicavano ambiti popolari ad esse in qualche modo corrispondenti,quelle che uil Codice di Camaldoli definisce “Democrazia della partecipazione”. La lezione montiniana prima e l’incontro di Camaldoli poi gli fanno comprendere che in quanto “persona”-ciascuno è dotato di capacità potenziali ad essere autore del proprio agire e del proprio operare e il realizzare tali capacità è per ciascuno una necessità un dovere,del proprio “essere uomo”;in questo nasce il nucleo di quella “democrazia della partecipazione”che sarà il centro del contributo che i cattolici daranno alla stesura della carta costituzionale,perché essa è la realizzazione di tali capacità da parte di ciascuno nell’insieme delle persone,ovvero nella realtà popolare. La differenza era in quei giovani cresciuti nell’epoca fascista si configurava anche in alternativa al regime liberale precedente al fascismo stesso,che era fondata sulla “democrazia del consenso”,finalizzata alla gestione del potere politico nella libertà comune,mentre quella della partecipazione è finalizzata alla gestione dell’autorità personale e la prima è funzione della seconda ed entrambe sono funzionali al processo di sviluppo e perfezionamento comune o storico di ciascuno e di tutti insieme. Di fronte a quel crinale di fine dittatura vi era l’eredità della rivoluzione francese i risultati carenti della quale era da riferirsi al prevalere della democrazia diretta su quella del consenso ,mentre vi erano anche quelli tragici della rivoluzione russa,al prevalere improprio del partito come struttura portante della democrazia del consenso su quella partecipativa. Non è certo trasferendo dall’individuo ad una struttura pubblica il compito di interpretrare la realtà e di guidare il divenire storico che si possono superare le car3enze dell’individualismo ed il fallimento dell’idealismo,non nascondendo le carenze dell’interpretazione empirista.
Nel passaggio dalla militanza in FUCI all’esperienza politica si matura in Andreotti l’idea che tutti gli uomini devono essere chiamati a diventare protagonisti dello sviluppo storico alla pienezza,da crearsi quotidianamente con impegno totale e costante,realizzando una pienezza storica sistematica della democrazia della partecipazione,come canale popolare che consente a ciascuno di autogestire,in quanto persona umana,l’aspetto pubblico della vita non solo quello familiare e personale,perché contribuendo ciascuno a costruire lo sviluppo nella libertà comune,si contribuisce a costruire la pace nel mondo in modo fattivo e questo Andreotti lo terrà ben presente anche in momenti non facili nella lunga responsabilità che ebbe come ministro degli esteri tanti anni dopo. La verità è il modo corretto che ogni persona ha di rapportarsi si con la realtà attraverso l’amore,mentre l’amore è il modo corretto di ogni persona di rapportarsi con la realtà mediante la volontà. In questo il passaggio dalla vita in FUCI a quella politica nella D.C avviene non solo grazie all’incontro con De Gasperi,certamente fondamentale,ma proprio attraverso la partecipazione agli ideali innovativi del Codice camaldolese,perchè elabora che la vita umana implica una pluralità di azioni ed operazioni nell’universo cosmico,nell’unità familiare,nella convivenza civile e nella comunione ecclesioale,necessitando di un minimo di interventi e di un massimo di orizzonti. Quell’incontro di Camaldoli e l’elaborazione del relativo Codice al quale Andreotti partecipa evince che la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle “virtu”,che hanno,come ricordava S.Tommaso d’Aquinio al magistero del quale il codice spesso attinge, degli attributi positivi e negativi:tra i primi vanno ricordati l’INTELLIGENZA,che favorisce la libera conoscenza;la PERIZIA che abilita l’uomo a distingueretra bene er male e la ARETE’ che rende l’uomo immune da sentimenti deteriori che conducono alla corruzione morale.
Ma sono i secondi attributi negativi che in politica concorrono alla decadenza deller istituzioni e minano la libertà,ovveero la FRETTA,che fa agire secondo emotività;la PASSIONE,che fa comportare secondo desideri improvvisi e la VANITA’ che rende assoluti i desideri egoistici e ipostatizza i comportamenti.
In quel passaggio alla vita politica Andreotti comprende che in politica è la ragione che rende effiicace una progettualità e solida una vera democrazia,altrimenti si scadrebbe nel moralismo e in questo egli darà prova di vero statista! La volontarietà,che implica sempre l’assenza dell’ignoranza,manifesta come non abbia fondamento la cosiddetta “opzione fondamentale”,perché attribuisce valore soltanto a cio che è deciso,mentre c’è già un implicito indirizzo al bene morale attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni attraverso la volontà.
Il personalismo mounieriano che mons.Montini ora Santo,infonde nella formazione di quella generazione di giovani dei quali Andreotti sarà con Moro uno dei maggiori esponenti,scopre e valorizza l’uomo come soggetto e attraverso questa intuizione egli figlio e fedele dell’eredità della Roma antica e papalina,scopre la laicità del suo impegno in politica,riscoprendo l’esperienza riattualizzata di Giuseppe Toniolo,poi la lezione del giusnaturalismo e infine giungendo alla scuiola di De Gasperi che gli insegna il “metodo democratico”,per evitare di identificare il mezzo da usare,ovvero il partito politico,con il fine da raggiungere,ossia la promozione dell’uomo. Per questo quando l’influsso personalista arrivo alle giovani generazioni che si accingevano a redigere le costituzioni politiche degli stati europei nel secondo dopoguerra,fui chiaro l’impegno di radicare il ruolo dei parlamenti in una tradizione sociale che configurasse una “comunità politica”,perché lo stato democratico non crea diritti ma li riconosce,giacche essi sono espressione proprio di una comunità politica formata da persone;in questo senso la democrazia nuova che emerge nel secondo dopoguerra a cui Andreotti offre un contributo fondamentale e fondante,delinea l’architettura di uno stato “limitato”,ovvero quello che in politica si è soliti definire “abilitante”,che incoraggia ma soprattutto promuove tutte quelle forme di azione sociale che producono effetti pubblici attraverso la promozione e il radicamento di assetti istituzionali che facilitano lo sviluppo dei corpi intermedi della società,come poi infatti vennero definiti dall’articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana.
In questa fase del suo impegno Andreotti contribuisce con una presenza che sara costante e continua,ad un attività legislativa per recuperare saldare e superare la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo,senza cedere alle suggestioni di quella collettivistica,evitando che ogni libertà fosse isolata dalle altre. Quel progetto lo animerà sempre collegando intimamente ogni liberta ma non limitandosi a riconoscerle bensi ad unirle all’insegna dell’eminente dignità dell’uomo creatura di Dio. Soprattutto verso la famiglia l’impegno dello statista romano sarà continuativo;nel passsaggio di formazione daklla FUCI alla DC il volano era stato proprio questo leitmotiv: Lo stato non crea la famiglia ma la riconosce come società naturale ;non ha alcuna ideologia da insegnare nella scuola,ma assicura con le sue strutture scolastiche il diritto alla scuola e nel contempo la libertà di insegnamento;non protegge alcuna religione di stato,ma riconosce libertà religiosa ed organizzazione è pubblica di culto a tutte le religioni;riconosce infine la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica senza però che il proprietario o l’imprenditore siano sottratti all’adempimento inderogabile dei doveri di solidarietà politica ed economica. In definitiva l’influsso della formazione giovanile fara comprendere ad Andreotti il superamento completo di quell’individualismo posto al centro della societa politica dai principi della rivoluzione francese. L’uomo non considerato individuo,che per uscire dall’anarchia conferisce tutti i poteri allo stato,salvo un generale controllo democratico parlamentare perché l’uomo è persona ma anche individuo che costruisce la sua personalita in rapporto alla solidarieta nella societa in cui vive (la famiglia,la comunita di lavoro, la comunita economica,a comunita religiosa). Tutte le società che preesistono allo stato e rispetto alle quali esso è soltanto uno strumento di servizio. In questa intuizione si configura l’apprendimento in quegli anni da parte di Andreotti della dottrina dello stato democratico e si forma sempre di piu il grande statista che abbiamo conosciuto nel lungo servizio allo stato. Il passaggIO alla politica dalla FUCI alla DC significa per Andreotti te cose essenzialmente:
1)Confermare i principi di liberta politica e civile contemperandoli coi diritti dell’uomo persona;
2)superare l’identificazione del diritto con lo stato che aveva condotto allo stato etico e che era stato identificato con l’assoluto ma anche reagire ad un concetto di stato agnostico che poteva portare alla formazione di maggioranze estranee ad ogni regola morale;
3) costruire uno stato ne etico ne agnostico ma tuttavia portatore di valori non astrattamente imposti da una ideologia,ma dalla coscienza popolare espressa nella comunita in cui si articola la vita della societa civile e che assume come propri fini il diritto al lavoro,all’istruzione,alla salute.
Quella espressione “lo stato riconosce…” contenuta nell’articolo 2 della nostra Costituzione che in filosofia politica si definisce “suiddita”,ovvero la centralita del soggetto persona,non piu lo stato che accetta o che addirittura concede,ma uno stato che si ferma di fronte al riconoscimento della consistenza ontologica dell’uomo e lo spirito di mediazione che lo statista Andreotti avrebbe dimostrato nei decenni successivi era erede di quel breve ma intenso periodo degli anni quaranta,mettendo sempre al primo posto non gli interessi personali o il trionfo elettorale,ma la promozione dell’uomo:la politica come servizio!

Prof. Giulio ALFANO (Pontificia Università Lateranense)

https://www.istitutomounier.it/ricordando-giulio-andreotti-la-politica-a-servizio-della-persona/

 

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